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L’umanità è bella perché è varia

Tornato dalla mia vacanza più lunga dopo quella di quest’estate, avrei voluto scrivere qua delle cose buffe e belle viste e sentite tra Venezia e Verona. O magari del fatto che mi sono fatto leggere per la prima volta i tarocchi, che mi hanno previsto un 2005 splendido. Sì, mi sto toccando, embè? Invece no.

No, perché ieri, nell’ultimo giorno di questa brevissima vacanza, ho assistito ad una serie di episodi orrendi e sussurrati, comuni e tremendamente fastidiosi. Piccoli come cellule tumorali, e con lo stesso potenziale distruttivo, proprio perché invisibili.
Un viaggio in autobus. In fondo ci sono dei ragazzi marocchini, giovani, sui quindici anni. Accanto a loro due ragazze loro coetanee, che sembrano marocchine anch’esse. Quando le due ragazze si avvicinano alla porta per scendere, i ragazzini iniziano a prenderle in giro. “Bum, bum Camerùn, meglio negro che terùn!”, “Dal Po in giù l’Italia non c’è più”, e cose del genere. Le ragazze un po’ sorridono, un po’ sono in imbarazzo. Poi iniziano a parlare tra loro e sento che sono meridionali. Una di loro dice ai ragazzi: “Ma proprio voi parlate”. Poi, rivolta all’altra: “Verona, non c’è niente da fare.” Il mio primo innocuo pensiero è “Ma guarda un po’ come si mescolano i tratti dei volti”. Il secondo pensiero è “Umanità di merda.”

Un altro viaggio in autobus, poco dopo. Una donna africana, vicino all’uscita, parla a voce alta con un uomo, nella sua lingua. Non si capisce se stiano litigando o se si stiano prendendo in giro. Altri passeggeri dell’autobus, rigorosamente italiani, quindi inclini di natura al silenzio e alla contemplazione, sbuffano e protestano. Un ragazzo accanto a me dice, a voce né troppo alta né troppo bassa: “Una bella pistola, quello ci vorrebbe, e… bam bam”. Affiora nella mia mente solo il secondo dei due pensieri di prima.

In stazione, meno di un’ora dopo, sono al bancone del bar, e sto per pagare una Coca. Arriva un signore, dal chiaro accento meridionale, e chiede con una certa arroganza di parlare con “il responsabile”. La signora alla cassa si gira verso di lui e chiede quale sia il problema. L’uomo, sempre con lo stesso tono, protesta dicendo che il caffè che gli è appena stato servito è troppo lungo, o troppo corto, non ho ben capito. Intanto dietro di me si forma una piccola coda. L’ultimo in fila, un ragazzo della mia età, protesta dicendo che certa gente dovrebbe smetterla di rompere le scatole in questo modo. La discussione tra il cliente e la barista continua, e accanto all’uomo arriva una donna, dai tratti nordafricani: evidentemente i due sono insieme, e forse il “problema” del caffè riguarda anche lei. Il ragazzo dietro di me continua: “Sicuramente quello là non è italiano”. Io mi giro e lo fisso, pensando a quanto noi italiani, effettivamente, siamo accomodanti sulla risoluzione di ogni tipo di problema. In quel momento l’uomo alza la voce, e si sente che parla evidentemente nella nostra bella lingua, anche se non con una cadenza che l’Accademia della Crusca approverebbe. Il ragazzo continua: “Certo, guarda con chi sta, con quella mezza araba del cazzo.” Solo a quel punto, un attimo prima che io dica qualcosa, l’uomo dietro di me lo zittisce come si direbbe ad un bambino di smetterla di fare dei versi. Io guardo il ragazzo, lui mi guarda, poi la signora torna alla cassa e pago. Non ci sono pensieri, nella mia testa.

L’epilogo di tutto questo si svolge un paio di ore dopo, in un autobus che sostituisce il tratto di treno dove è accaduto l’incidente di qualche giorno fa. Fuori è tutto buio, non si vede nulla, e mi sembra di stare fermo. Accanto a me, da una parte e dall’altra, due ragazze africane si preparano per una notte di lavoro. Una tira fuori un opuscolo dallo zaino. E’ il giornale dei Testimoni di Geova, in inglese. In quel momento l’orologio digitale in fondo al pullmann mi dimostra che il tempo scorre: scattano le ventidue e tre minuti dell’ottavo giorno dell’anno nuovo.

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Il treno dei desideri…

Svegliarsi relativamente presto anche la domenica mattina e prendere l’ennesimo treno non è il modo migliore per finire la settimana – se siete cristiani – o per iniziarla – se credete in Film TV o in qualsiasi rivista di programmi televisivi. Ma tant’è, mi preparo ad oltre quattro ore di viaggio.

Il treno è poco affollato, e, nonostante il rincoglionimento, riesco a sentire i discorsi dei miei vicini, tutti di una certa età. Non mi concentro sulle voci, per cui il loro chiacchiericcio diventa un magma indistinto.

– Dove va, signora?
– A Mestre.
– E com’è?
– Bellissima. Poco traffico.
– Ma signora, dove c’è traffico? Ormai…
– Certo che Venezia…
– Ah, sì, Venezia. Mi piacerebbe viverci.
– A chi non piacerebbe… Ci viveva mio cognato, sa.
– Ci viveva? Non c’è più?
– No, se n’è andato, è morto ormai un anno fa.
– Mi dispiace.
– Macchè, uno stronzo tremendo.
– Sa che a Venezia ho mangiato veramente male, l’ultima volta che ci sono andata.
– Signora mia, in Italia si mangia male. Meglio andare all’estero, guardi.
– Ha ragione da vendere.
– Guardi, guardi fuori dal finestrino. Ai miei tempi era tutto identico, Facevo questa strada per andare al lavoro.
– Lei che cosa fa?
– Sono in pensione.
– Ha una bella pensione?
– Sì, non mi posso lamentare. Poi, con questi prezzi bassi… Ieri ho comprato dodici chili di zucchine: sa, costavano così poco.
– Le zucchine costano sempre pochissimo. Anche quando sono fuori stagione.
– A proposito, stiamo proprio vivendo un bell’autunno, no?
– Già, un autunno proprio autunnale, come ogni autunno, del resto.
– Guardi che sole, guardi. Tutto merito di questo governo.

Mi sono svegliato di soprassalto, ansimando.

… coi miei pensieri all’incontrario va.

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Quando inizi a lavorare, le vacanze si chiamano ferie – Da costa a costa in pochi giorni

Prologo – Bologna, 12 agosto
Rimanere in città in agosto non è drammatico, su. Si fa amicizia con l’unico tabaccaio aperto nel giro di sei chilometri, anche se non si fuma, e si progettano fughe d’amore con la tristissima e sottopagata cassiera del supermercato vicino casa, che continua a dirti “Ma io ti ho già visto da qualche parte”, e pare brutto dirle “Già, cinque minuti fa mi aggiravo nella zona biscotti e ci siamo urtati”. E poi ci sono tante iniziative: concerti in piazza, cinema in piazza, teatro in piazza, arene estive, lotta nel fango nei parchi, combattimenti truccati di zanzare tigri.
Il problema è che ad agosto in città è la follia umana a farla da padrona. Non passa minuto che non accada qualcosa di grottesco. L’ultima sera a Bologna prima della settimana di ferie non ha fatto eccezione.
Decidiamo di andare a bere qualcosa praticamente sotto le torri. Al tavolo accanto al nostro tre individui intorno alla quarantina che bevono e scherzano tra loro. Ad un certo punto uno di questi si alza e, prima di andarsene, dà delle pacche in testa e delle strizzatine alle palle di quello che ha la faccia più da pazzo. Dopo la decima accoppiata pacca-strizzatina, il malcapitato si ribella, si alza di colpo, prende una sedia di plastica (la sua) e fa per scaraventarla sulla schiena dello strizzatore che se ne va. Il terzo uomo non dice una parola e non fa una mossa. Beve. Lo strizzato si siede. Beve anche lui. Poi si alza e viene verso il nostro tavolo.
“Avete una sigaretta?”
Gliela do.
“Ne avete una anche per il mio amico?”
Gliene viene data un’altra.
I due fumano e bevono, ma non si parlano.
Ad un certo punto il terzo uomo, diventato secondo dopo l’abbandono dello strizzatore, sbocca. Vomita a getto al lato del tavolo, schizzando anche l’amico, che si alza di colpo e inizia a pulirsi i pantaloni. Il vomitatore si alza, ma la sua forza interiore è troppo forte. Appena in piedi, via, un’altra vomitata. Tenta di allontanarsi, e lo fa con ritmo. Due passi, una vomitata, due passi, una vomitata. Nel frattempo l’altro, vedendo la situazione disperata, si dilegua senza dire una parola. Il vomitante riesce a raggiungere un vicolo buio con la sua folcloristica camminata e scompare, lasciando numerose tracce del suo passaggio.
Vedendo la scena mi viene in mente un’atroce possibilità: quello che ha fatto conoscere lo strizzante, lo strizzato e il vomitatore è stata solo la solitudine, il caldo e un tavolino fuori da un locale. Le persone che sono con me prima bocciano l’idea, poi ci pensano e rimangono in silenzio.

Epilogo del prologo. E. rimane a dormire da me, non intende affrontare la città folle e deserta. Appena arrivati a casa mia, le arriva una telefonata da P. E. ride come una pazza.
“Che succede?” le chiedo appena finisce di parlare.
“P. mi ha detto che ha appena visto uno con addosso solo mutande e cappello. Sta venendo da queste parti.”
Corriamo alla finestra, ma non c’è nessuno. Forse l’uomo nudo ma con cappello era già passato? O la follia aveva contagiato anche P.? (musica de paura).

Sarnano, 13 agosto
Il viaggio in treno da Bologna a Civitanova Marche prevede l’ormai rituale guasto dell’aria condizionata dopo circa mezz’ora. Il controllore dice con aria serafica che non c’è nulla da fare. Dà a C. la chiave multiuso per aprire dei finestrini, bloccati per l’ipotesi di aria condizionata. Con quello strumento magico, si può smontare un treno completamente. Il controllore si accorge abbastanza presto del potere che ci ha lasciato e viene a riprendersi il prezioso attrezzo. Da Ancona in poi ogni volta che il treno si ferma, si diffonde misteriosamente un odore di fogna misto a zolfo. Incurante dell’indizio luciferino un uomo sbotta e impreca contro le Ferrovie dello Stato (che è molto più bello come bersaglio che Trenitalia). Dopo qualche minuto scompare nel nulla. Si sente di nuovo odore di zolfo.

La casa di E. (che è un’altra E. rispetto a quella del prologo) a Sarnano è bellissima. Un’enorme casa dei primi del ‘900 immersa nel verde. Fa fresco. Si aprono le Olimpiadi, e penso che sono le settime da quando sono nato. Contare le età in Olimpiadi può essere svantaggioso, a volte.
Come dice Woody Allen, la campagna dopo un po’ mi fa venire l’orticaria, ma per qualche giorno va più che bene. Verde, fresco, insetti, pomodori, colline, cieloblù.
Tanto la prossima tappa è Roma. Grigio, caldo, insetti, giapponesi e americani, i sette colli, giallorosso.
Di sera andiamo a farci un giro nel delizioso paesino medioevale. Fino a che siamo in alto sulla rocca non incontriamo nessuno. Quando scendiamo, però, iniziamo ad incrociare famiglie e gruppi di tardoadolescenti molto, molto tamarri. E. si innamora di uno di questi: continua a dire che bello è bello, ma è anche tamarrissimo. Però è bello. Eccetera. Finiamo in una piazza dove c’è uno spettacolo che è una via di mezzo tra la pubblicità di una palestra, che si chiama – giuro – “PaleXtra”, e un saggio di danza. Sul palco si muovono legnose donne dai sei ai vent’anni, che pensano di fare del “funky step” la nuova arte espressiva del ventunesimo secolo. La scelta delle canzoni usate per commentare gli esercizi è pazzesca: “Superstar”, “Who wants to live forever”, un pezzo degli Inti Illimani, “Kiss Me Licia”. Andiamo a bere una birra, e affascino la cameriera facendo il verso del grillo.

Sarnano, 14 agosto
Il Palio del Serafino è l’evento dell’estate. Le quattro contrade di Sarnano, Abbadia, Brunforte, Castelvecchio e Poggio, si sfidano su quattro prove. Il tiro alla fune, la corsa con le brocche, l’abbattimento del tronco, e la salita sul palo. La corsa con le brocche è l’unica in cui partecipano le donne. La brocca in realtà è un’orcia enorme che va messa sulla testa. Le donne corrono con ‘sta cosa piena d’acqua e il loro passo ricorda un po’ la danza del pinguino in amore. Dopo che il pinguino si è fatto sei birre medie. Il taglio del tronco è emozionante: due omaccioni per contrada prendono ad asciate un tronco. Vince a chi fa prima a buttarlo giù. Questa sono le uniche gare che prevedono che le quattro contrade gareggino insieme. Le altre competizioni sono fatte uno contro uno. Alla quinta tirata di fune e salita sul palo volevo travestirmi da tronco e farmi abbattere. Però la contrada a cui appartiene E. ha iniziato a vincere, e mi sono sentito anche io facente parte dello storico Poggio. Alla fine urlavo come un invasato e prendevo per il culo gli altri contradaioli, bullandomi della mia appartenenza da generazioni alla contrada vincente.
Tornando a casa mi sono interrogato sul profondo significato storico del Palio e delle competizioni. Mi sono immaginato rudi boscaioli all’opera sulle pendici dei monti intorno a Sarnano, donne che portavano preziosi orci d’acqua su e giù per le stradine del paese, ragazzini che salivano sugli alberi per mangiare fresche uova di rapaci. Ma il tiro alla fune: perché?

Sarnano, 15 agosto
Il giorno di Ferragosto arrivano alcuni parenti anziani di E. a pranzo. Per anziani intendo gente che ha visto tutte e due le guerre: Crimea e terza guerra di indipendenza. È un discreto tripudio di “la società va ad un’altra velocità”, “questa modernità” e “però Cavour era di un’altra levatura”. Dopo avere mangiato tantissimo, rimaniamo in stato di coma apparente fino a sera. Quindi rimangiamo, ma un po’ meno, perché il cibo del pranzo avanzato è quello che è.
Di sera, per darci una botta di vita, andiamo a giocare a minigolf. Sono cose che si fanno soltanto in vacanza, no? Entusiasmarsi per un mercatino di libri a prezzi duplicati, spendere milioni per l’affitto di mezzi di trasporto insoliti (canoe, pedalò, deltaplani), mangiare cibi fluorescenti e giocare a giochi stupidi. Il minigolf di Sarnano è complicatissimo. Un tripudio di scivoli, falsipiani, campi minati, buchi neri, spirali e varchi spazio temporali. Il tutto condito da bambini rompicoglioni che parlano in maceratese strettissimo, hanno l’aria minacciosa e mulinano in aria le loro mazze con indifferenza. Il minigolf, più che un gioco, è il prodromo alla follia. Quando la pallina non entra nel mulino dopo dieci tentativi, inizi a prendere a mazzate la maledetta costruzione in ferro, e tenti di mangiare la pallina, insultandola nel peggiore dei modi. Solo dopo ti accorgi che c’è una famiglia bellissima di stranieri che ti guarda. I loro occhi azzurri sono il netto opposto ai tuoi iniettati di sangue. Sorridi, segni “dieci” sul cartellino segnapunti, sputi con discrezione i pezzi di pallina che ti sono rimasti tra i denti, e ti riprometti, per l’ennesima volta, di smettere di bere caffè, di diminuire il numero di sigarette e di iscriverti ad un corso di yoga.

Roma, 16 agosto
L’autista che guida il pullman per Roma è il fratello tamarro di David Lee Roth. Capello lungo e biondo, camicia bianca aperta sul davanti, occhiale scuro, stivaletto pitonato a punta. E parla con forte accento maceratese.
Di sera vado a mangiare in un ristorante che ha anche il menù scritto in inglese. La pasta cacio e pepe diventa “pasta with many different cheese (sic) and black pepper”; le tagliatelle ai porcini diventano “pasta with special muschrooms (sic)”. Mi immagino orde di adolescenti americani che tornano in patria e raccontano che in Italia ci sono ristoranti che ti danno pasta con funghi allucinogeni. Però, siccome sempre di Italia si tratta, ti fregano, e non fanno effetto.
Di sera passo a rivedere il quartiere Coppedè, costruito dall’omonimo architetto negli anni Dieci del secolo scorso. Pare che questo Coppedè fosse anche un alchimista, e che abbia inserito particolari simboli e figure in tutte le abitazioni che ha progettato. Le case sono bellissime, e con le luci della notte sembrano provenire da un altro mondo. L’atomosfera fiabesca viene interrotta da alcuni ragazzi che tentano di uccidere un topo enorme. A colpi di casco. Sì, di casco, quello che si mette per andare in moto. Il topo scappa, e forse si rifugia nella sua tana nei villini delle fate. Solo lì può mettersi in ciabatte e leggere in pace il giornale.

Roma, 17 agosto
Tutti vanno a Roma per vedere il Colosseo, per entrare nella basilica di San Pietro, per mangiare pizzappepperoni. Ma pochi conoscono la grattachecca, in particolare quella di Sora Maria. Partiamo dalla grattachecca. Niente a che vedere con il cartone animato che sta all’interno dei Simpson, no. La grattachecca è un bicchierone di ghiaccio tritato condito con sciroppi di frutta e pezzetti di frutta. Quando è fatto bene. Se no, è una schifezza. Pare che il nome derivi dalla Sora Checca, una delle prime grattacheccare romane, che veniva incitata, appunto, a grattare il ghiaccio. Ma forse è una leggenda mertropolitana. La grattachecca di Sora Maria, come diciamo noi giovani, spacca. Non aspettatevi un negozio enorme, insegne o cose del genere. Si tratta di un anonimo baracchino su un marciapiede di una strada nel quartiere Prati. Quando Sora Maria è aperta, si riempie la strada, ma completamente, tipo folla che aspetta che si aprano i cancelli per un concerto. Ma alle tre donnine del baracchino (chi sarà Sora Maria, ci sarà ancora? Mah…) non importa. Veloci ed efficienti sfornano grattachecche di continuo, sorridono, fanno tutto con precisione e leggiadria. La grattachecca supermista è splendida: sciroppi e pezzetti di cocco, limone, frutti di bosco. D’estate è una meraviglia: è come farsi una doccia dentro, rinfresca le budella e fa tornare il sorriso.
Dopo averla comprata, sono andato a mangiarla seduto sui gradini di una chiesa di una strada vicina. Seduto a pochi passi da me, un uomo con un cane. L’uomo parla al cane come se fosse una persona, richiama la sua attenzione su un gatto che sta dall’altra parte della strada, predice le sue mosse e si compiace coll’animale, che, ad un certo punto, mi guarda. L’espressione che assume è umanissima ed univoca: sembra voler dire “che vuoi farci, il mio padrone è fatto così, abbi pazienza”.

Epilogo, Roma – Bologna, 18 agosto
(mi sono dimenticato di scriverlo allora, lo scrivo adesso) Di mattina mi sveglia un numero sconosciuto. Barcollo verso il cellulare, scusandomi col letto e promettendo un rapido ritorno. Dall’altra parte una voce inglese: ITV vuole ancora una volta un mio intervento in diretta, stavolta sulla bomba trovata a pochi passi dalla casa sarda di Silvio B. Rifiuto allegramente, dicendo che sono in una casa in campagna e che non so nulla del mondo. Mi sa che mi sono giocato il contatto con la reale rete televisiva… E arriva il momento di partire.
Lasciare casa di M. è sempre triste, ancora di più quando lui non c’è. Ma insomma, torno a Bologna, pensando alle belle cose che ho visto e a come sono stato bene. Sull’Eurostar su cui scrivo queste righe faccio conoscenza di due americani. Si chiamano Bob e Susan, nomi da “Indovina chi?”. Lui ha la faccia da sfigato-del-college cresciuto, ma non ha la faccia da nerd. Lei è una giovane donna un po’ bambolesca e, credo, vagamente rifatta. Ovviamente si parla dell’Italia, dell’undici settembre, di come vengono visti gli americani nel mondo. Lui ha una visione ingenua e buonista della situazione, lei lo contraddice sempre. Io do ragione a lei, un bel po’ più acuta del suo compagno. Legge un libro di Susan Sontag, o meglio, fa finta di leggerlo, perché appena lui dice una cazzata, lei interviene e lo atterra. Alla fine Bob arriva alla conclusione geniale che gli americani hanno avuto una storia diversa, quindi sono diversi. Susan aggiunge con un mezzo sorriso: “Sì, ma abbiamo grandi macchine e grandi frigoriferi e centri commerciali enormi.” Io le sorrido, sorrido anche a Bob. Poi penso che la percezione che hanno di me questi due americani è che comunque io sia rappresentato da uno con una bandana in testa.
E decido che voterò per Hulk Hogan alle prossime politiche.

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Cats and cigarettes

Ho una confessione da farvi. I miei genitori non sanno che fumo. O meglio, non sanno che fumo sigarette. Cose strane, lo so, ma tant’è. Quindi, dopo il pranzopasquale, dopo il caffè, niente sigaretta. Guardo il mio fratello di parole (special guest per queste festività nel profondo nordest) che se la fuma, la sua, e muoio anche io dalla voglia di una sigaretta. Niente. Fino a che non mi accompagna in stazione, domenica. Nel sottopassaggio, finalmente, posso accendermene una. Salgo le scale e continuo a fare due chiacchiere con il fratello di parole che ha deciso di fermarsi con me fino a che non arriva il treno. Dopo un paio di minuti, qualcuno mi chiama.
“Francesco!”
Mi giro e non ci posso credere: è il medico di famiglia dei miei, nonché loro amico. Personaggio alquanto buffo e strano. Bravo, eh. Tanto bravo che non appena ho potuto ho cambiato medico.
“Uhm, ciao” faccio io.
“Eh, ma sei tu, non ti riconoscevo! Ho visto un fumatore…”
“Ahiacazz'” penso io: mi ha etichettato, è la fine. “Fumatore… Ogni tanto…”, tento di giustificarmi. E mi viene in mente di una delle ultime visite che mi ha fatto. Avrò avuto tredici-quattordici anni. Ausculta, batte, le solite cose. Poi mi guarda là, tutto a posto, ma mi chiede repentinamente: “Sesso? Dico, qualche pippetta?” (testuale). Io divento viola e dico “Nooooooooooo”, ma seriamente. E lui, trattenendo un sorrisino: “No, no, certo”. Tanto per dirvi che tipo bizzarro sia.
Scopro che faremo il viaggio fino a Mestre insieme. Io avrei voluto leggere, ma pazienza. Quando ci sediamo gli chiedo se può mantenere il segreto professionale, per modo di dire, sulla questione delle sigarette, onde evitare che precari equilibri familiari vengano mandati in fumo (ops). Lui acconsente e iniziamo a parlare. Mi dice, tra le altre cose, che:
1. è triste perché gli è morto il gatto, anzi, la gatta a cui la figlia ventenne è affezionatissima. “Non ha amici”, mi confessa. “Non aveva amici”, correggo io pensando si riferisca alla gatta defunta;
2. ha sepolto la gatta in giardino, mettendo delle viole come decorazione, in un punto in cui la figlia – in vacanza con la madre e ancora ignara della disgrazia – possa vedere la tomba dell’amato felino mentre studia. Poi ci pensa e dice: “Va a finire che questa guarda fuori dalla finestra, si intristisce e non studia un cazzo”. Io lo convinco a non chiamare il vicino per fargli disseppellire il cadavere;
3. deve andare in Sicilia, ma non ha preso l’aereo perché ha paura di attentati (era l’11 aprile): evito di dirgli che l’ultimo attentato è stato fatto in un treno, pensando che quel povero uomo ha davanti a sé un giorno intero di viaggio;
4. i genitori sbagliano tutto e sono troppo emotivi;
5. la nostra generazione è fottuta;
6. lui, però, ha problemi alla prostata, che lo faranno sicuramente andare in bagno molte volte di notte, disturbando i suoi compagni di vagone letto. “Dovevo portarmi il pappagallo di carta”, conclude. Io rido. Lui no. Penso a come può essere fatto un pappagallo di carta.
Finalmente arrivo a Mestre e lo saluto. Prima di scendere gli dico: “Oh, mi raccomando. Mantieni il segreto, eh”. “Quale segreto?” chiede lui. “Sul fatto che fumo”. “Ah, pensa, non me lo ricordavo già più. Vedi, io con il segreto professionale non ho problemi, sono un ottimo medico: infatti non mi ricordo un cazzo”.

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A perfect trip

Ho trovato finalmente il tempo di esaudire un mio piccolo desiderio. Sentire l’ultimo disco di Lou Reed, The Raven. E che ci vorrà mai, direte voi?

Dunque: questo disco è ispirato a Poe, Lou Reed ha riscritto e/o messo in musica poesie e racconti di Poe. Poco dopo l’uscita del disco ho saputo che Riccardo Duranti, il bravo traduttore di Carver per minimum fax, stava traducendo per la stessa casa editrice i testi di The Raven. Quindi: disco e libro. Io adoro Poe. Perfetto. Quello che mi era sempre mancato, finora, era il tempo.

Ho ascoltato The Raven in treno. Il primo disco – primo atto – durante la tratta Bologna-Mestre. La seconda parte tra Mestre e Gorizia. Senza mai fermarmi, né di sentire, né di leggere. Vivendo le storie raccontate e musicate con un rapimento tale che mi ha riportato a quando, da bambino, sentivo le fiabe in cassetta. Raccontare e sentire raccontare storie è una delle cose più belle del mondo, secondo me. Mi emoziona, mi fa stare bene, è come un abbraccio.

Il disco, peraltro, non è perfetto. Però è mastodontico, splendidamente suonato (tra gli altri suonano e recitano: David Bowie, Ornette Coleman, Steve Buscemi, Willem Defoe e Amanda Plummer), torrenziale, vivo. Si seguono le storie, le vicende, si rabbrividisce e ci si emoziona. Quando è comparsa la voce di Bowie in “Hop Frog” mi è venuto un sorriso largo così.

Ripeto: il disco non è perfetto. Ma vi assicuro che sentire The Raven guardando fuori dal finestrino la pianura padana con la nebbia al crepuscolo è una delle cose che mi porterò dentro per un bel pezzo.

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Poco più di quarantotto ore

Chissà quando renderò pubbliche queste righe…

“Ma che sta a ddì?”
“Che forse che vuole dire quando posterà ‘ste cazzate”
“Ah”
“Bah”

Dicevo: chissà quando renderò pubbliche queste righe. Tra blackout generalizzati e Fastweb che si rifiuta di funzionare… Per ora scrivo queste cose a mezzanotte e mezza del 30 settembre, vedremo quando le vedrete. Sono state quarantotto ore dense, densissime, per me e per altre persone. Il periodo va dal pomeriggio di sabato al pomeriggio di lunedì. Il post è lungo, e mi dispiace.

Prologo. Preparativi.

Io e il mio fratello di parole, a casa sua a Roma, il sabato pomeriggio. Elettrizzati dalla prospettiva della notte bianca, decidiamo di rilassarci, come si fa (o si dovrebbe fare) prima degli esami o degli incontri di wrestling. Quindi cazzeggiamo e creiamo il banner che vedete (forse) qua a fianco. Così, tanto per fare. Poi usciamo. Aperitivo. Ordiniamo due martini cocktail. Il barista ci chiede se ci vogliamo dentro l’oliva o il wurstel. Il wurstel? Ma non battiamo ciglio e diciamo “oliva”. Senza articolo, senza per favore. Oliva. E mangiucchiamo un po’ di cose. Poi riprendiamo il motorino e iniziamo la nostra notte bianca.

Prima parte. “Quanto sei bella Roma quando è sera”. E Parigi?

Passiamo da Via Veneto, dove dovrebbe essere proiettata “La dolce vita”, e la via dovrebbe essere decorata da ricordi e omaggi a Fellini. Invece la via è tappezzata di Ferrari, sì, le macchine. Una trentina abbondante, modelli dagli anni ’50 a oggi. Belle, non c’è che dire (anche se di motori proprio non me ne frega nulla).

“Ahò. Ma aqquesto nun je ‘mporta de ‘e machine, nun parla mai de carcio, je piace cucinà. Ma sarà n’omo veramente?”

Ma la domanda che ci facciamo è: che cacchio c’entrano le Ferrari con Fellini? Errore degli organizzatori? Ci siamo immaginati il responsabile della Notte Bianca che arriva in Via Veneto, vede tutte queste macchine e dice al sottoposto di turno: “Fellini, non Ferrari, cribbio!”.
Andiamo al Campidoglio. Vista meravigliosa. Dopo tanto tempo ancora Roma mi mozza il fiato. Lo so che è banale. Ma se me lo mozza, me lo mozza, non c’è pezza. In programma un concerto di Nicola “Il grillo fa crì crì” Piovani, in ricordo di Fellini. Stavolta speriamo che non si sia sbagliato nessuno, anche perché un concerto in ricordo di Ferrari eseguito da un compositore di musica da film avrebbe del surreale. E anche del futurista. Invece Piovani è simpatico e racconta aneddoti divertenti. Intervistato da Vincenzo “Ma quant’è meraviglioso questo filmlibrodisco” Mollica. Poi prende la parola Veltroni, il sindaco e fa un bel discorso con dei riferimenti neanche troppo vaghi a proposito dell’ultima follia di Bossi

Sì. Bossi. Quello là. Il ministro.

sullo spostare la capitale a Milano. Ovazioni dal pubblico, ovviamente. Veltroni conclude dicendo che Roma è la città più bella del mondo. Ora, queste cose le puoi dire se hai accanto il sindaco di Dallas, o di Roccasecca, ma non quando stai per dare la parola al sindaco di Parigi. Che, ovviamente, dice che le città più belle del mondo sono due. Poi prende la parola il capo della Camera di Commercio che dice “Possiamo dire che alle 2230 questa sfida della Notte Bianca è stata vinta”. Peccato, il pubblico non si è comportato da vero-italiano. Infatti solo un paio di migliaia di scongiuri simultanei avrebbero potuto non fare succedere quello che è accaduto dopo.
Ma c’è gente, troppo gente, e ce ne andiamo a mangiare qualcosa.

Seconda parte. Il gioco del silenzio

La tappa che più emozionava me e il mio fratello di parole era il silent party. Per due chiacchieroni come noi andare in un posto dove la regola è stare zitti ha il gusto della sfida impossibile. Come da copione, rispettiamo gli orari di entrata e a mezzanotte e qualche minuto siamo dentro una galleria d’arte dietro via Cavour. L’ora successiva dovrebbe essere dedicata alla visione delle opere esposte e ad imparare le regole del gioco (all’una silenzio totale, non si fuma, non si devono alcolici ma solo acqua minerale, chi esce non può più rientrare). Noi ci mettiamo di impegno, prendiamo posto su dei cuscini per terra e iniziamo a guardarci intorno. Del resto, pensiamo, che si può fare? Saranno gli sguardi che contano. E invece la cosa è organizzata all’italiana. Qualcuno sussurra, qualcuno esce e vuole rientrare, gente che fa casino fuori in strada, gente che entra con gli alcolici. La situazione si normalizza verso le due. A quel punto la gente che passa dalla via guarda dentro e ha lo sguardo del visitatore dello zoo. Noi, ché ci vogliamo bene, tendiamo ad interpretare quello sguardo come ammirazione ed invidia, perché noi ci siamo al primo silent party italiano e mamma mia quanto siamo in cool hip. Ma un po’ capiamo lo sguardo annoiato del leone albino dentro la gabbia. Alle due e mezzo ce ne andiamo.

Terza parte. Rock the station: back in black (out)

Stazione Termini trasformata in una discoteca rock! Con i dj che usavano animare le notti radiofoniche di Radio Rai Due con Planet Rock! La trasmissione che mi ha fatto scoprire alcuni dei gruppi che ancora adesso ho nel cuore. Arriviamo ed è bellissimo. Appena entro in stazione scatta il riff di “Master of Puppets” e mi sento adolescente, la canto tutta. Ma c’è un caldo porco, quindi usciamo e ci godiamo lo spettacolo da fuori. Cambia il dj, Mixo in consolle e mi viene in mente la sua trasmissione su Videomusic, Rock Revolution e i suoi capelli e cappelli improbabili. Mixo puttaneggia: nel senso che mette i classici più classici, la gente balla felice. Ad un certo punto inizia a piovere. Mannaggia. E noi siamo in motorino. Vabbè, smetterà. Riconosco il riff iniziale di “Whola Lotta Love”. Al secondo giro di riff:

puff

Termini è al buio. Ma la musica continua, accidenti! Infatti hanno i loro generatori che permettono alle luci di continuare a sbriluccicare e a stroboscopizzare (scusate) la gente. Tutti pensano solo: “è andata via la luce” e sono molto più incazzati per la pioggia che per altro. Capiamo che la pioggia non smette e il Words Brother grande suggerisce di andare a bere qualcosa in un bar di via Nazionale che conosce lui.
Solo che ci rendiamo conto che tutta la città è al buio. Pensiamo, tornando in motorino a casa, a quanto è stato sfigato Walter, a quante polemiche ci saranno, a questa notte bianca che forse è stata un po’ rovinata. Le strade, nel frattempo, sono buie buissime. Non capiamo. Tutta la città al buio? Arriviamo a casa. Buio, buio, buio. Quindi: candele. Cerchiamo una radio a pile, per capire che succede. Musica e un sacco di vuoti. Poi, ad un certo punto, una voce di un’ascoltatrice.

“Da dove chiami?”
“Da Napoli”
“Anche lì siete al buio?”
“Eh sì”.

Interno notte. I Words Brothers si guardano in faccia e sbiancano.

Sentiamo la radio fino alle sei, e veniamo a sapere del blackout totale. Andiamo a letto dicendo cose del tipo “Ma dimmi te” e “Certo che se quello della Camera di Commercio non la tirava così…”.

Quarta parte. I am an Italian journalist.

Mi sveglio poco dopo le 14 ed è tornata la corrente. Iniziamo a capire quello che sta succedendo e quello che è successo quando ricevo un sms da una mia amica inglese che vive a Bologna. Mi chiede se posso fare un favore ad una sua amica che lavora in una tv nazionale inglese, ITV: dovrei parlare in diretta dando testimonianza del black out. Un’ora dopo la mia voce, forse un po’ assonnata, invade le case dei sudditi della regina. Live. In inglese. Ancora non ci credo. Introdotta da “We have live from Rome Fransesco – eccetera eccetera: privacy – an Italian journalist”. Ho pensato all’aplomb del giornalismo (e non solo) britannico e non mi metto a ridere. Mi hanno chiesto, prima del collegamento, che facessi. Ma non so mai cosa rispondere. “Journalist” l’hanno dedotto loro, non è né del tutto vero, né del tutto falso. Alla fine erano contenti. All is good what ends good. No, questo non l’ho detto. Poi cazzeggiamo ancora nel pomeriggio e andiamo a cena. Con il padre del mio fratello di parole. Mi chiedo se sia, quindi, il mio zio-di-parole. Lasciamo perdere.

Epilogo. Il giorno dopo: livin’ on the edge.

La mattina dopo ci salutiamo, io e lui (ciao), e vado a Termini. Stavolta facendo gli scongiuri. Ma non serve a niente. Treni pienissimi, Eurostar stracolmi, mi tocca l’Intercity.
Risultato? Cinque ore (che, dubitavate del ritardo del treno?) di viaggio in piedi. Ma non in piedi nel corridoio. In piedi tra il cesso e la porta scorrevole che sta tra uno scompartimento e l’altro. Un inferno. Che poi, in queste situazioni, accadono cose del tipo:

  • Il treno è popolato da ciccioni
  • Il treno è popolato da famiglie di ciccioni che si spostano portando cose ingombrantissime, tipo impianti da megaraduno techno, riserve di cibo e abiti per un anno, passeggini, falciatrici, reattori nucleari
  • Il treno è popolato da persone che credono che “più in là” ci sia posto. Quindi passano e ripassano. Alla prima passata fai notare loro gentilmente che è inutile. Ma loro rispondono con uno sguardo pieno di speranza. Quindi li fai passare, schiacciandoti contro le pareti del vagone e/o altre persone. Fanno un metro in là e poi ripassano (e tu ti devi schiacciare di nuovo) dicendo “Eh no, non si passa”.
  • Tutti fumano ovunque.

Beh, quest’ultima cosa accade anche altre volte… (Chi scrive è un fumatore, notate bene).

Sono arrivato a Bologna distrutto, alle 1530. Senza avere mangiato né bevuto e con poche ore di sonno, pochissime. Sull’autobus c’era un posto libero, uno solo. Non ho neanche pensato di sedermi. Mai perdere il ritmo.

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