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Ritorno alle radici


Se qualcuno mi avesse detto “Tori Amos è tornata alle sue radici”, musicalmente parlando, mi sarebbe preso un colpo: già è un po’ che la mia beniamina non tira fuori un album convincente, ma addirittura arrivare ai “fasti” cotonatissimi di Y Kan’t Tori Read mi sarebbe parso esagerato, persino come suicidio pubblico. Sebbene l’ultimo Night of Hunters sia quanto di più lontano possibile dall’esordio della musicista, è un disco che va a pescare ancora prima: le notizie che sarebbe uscito per Deutsche Grammophon erano un chiaro indizio, ma che l’album avesse un’impronta così classica è stata una sorpresa.
Curioso, poi, il fatto che il titolo del primo disco si riferisse alle lamentele degli insegnanti dell’istituto di musica prestigioso che Tori frequentò da bambina-prodigio sul fatto che non volesse leggere la musica (classica, ovviamente). E invece la pianista la riprende in mano, aiutata da un illuminato produttore dell’etichetta tedesca (ce lo raccontano nel dvd allegato al disco), e prende secoli di musica per creare un ciclo di canzoni… be’, un po’ troppo alla Tori Amos, tematicamente parlando, ma interessanti. Il tutto con voce, piano, fiati e quartetto d’archi.
Quest’ultimo è anche in tour con la musicista: qua sopra potete leggere la recensione che ho scritto sul concerto milanese di più di un mese fa per il numero di Jam in edicola questo mese. Tre su cinque, che è anche il voto che darei al disco. Non sappiamo se Tori ora sappia leggere la musica classica o meno, ma la suona bene. Che sia la strada buona?

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Si prepari… Guðmundsdóttir

Tori Amos – Modena, 4 luglio 2005
PJ Harvey – Ferrara, 6 luglio 2011

Björk, hai sei anni di tempo, ma nel luglio 2017 (direi intorno all’8) incontro e intervisto anche te.
(L’autore di questo blog ha in testa da sempre questa copertina di Q del maggio 1994. L’autore di questo blog è felice come un coniglio pasquale, se non si fosse capito.)

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Year Zero Posse

Li ho attesi tanto entrambi, sono il prodotto di artisti più o meno coetanei, che hanno iniziato la loro carriera più o meno nello stesso periodo, e che hanno anche collaborato, e, infine, li ho anche sentiti per bene nello stesso momento. Per cui ecco cosa penso di American Doll Posse e di Year Zero, gli ultimi dischi, rispettivamente, di Tori Amos e dei Nine Inch Nails, anche se, una volta di più, sarebbe il caso di dire Trent Reznor.

Nelle rispettive discografie, arrivano dopo una delusione, quasi completa, per quanto riguarda il lavoro precedente di Tori Amos, The Beekeeper, e parziale, a proposito di With Teeth, dei Nine Inch Nails. E la prima bella notizia è che sono entrambi album migliori dei loro predecessori.
Musicalmente parlando, innanzitutto, sono una sorpresa: Trent Reznor riprende in mano completamente un disco, suonandolo e producendolo, come non faceva dai tempi dell’esordio, Pretty Hate Machine, ma in maniera meno controllata e dando sfogo a se stesso, alle sue fantasie, pur mantenendo una produzione ineccepibile (non è una novità, ma anche questo disco dei NIN ha dei suoni, una produzione e un missaggio pressoché perfetti). Tori Amos, invece, si butta decisamente sul rock, con una presenza delle chitarre che non si era mai sentita prima, suonate da un certo Mac Aladdin (secondo qualcuno si tratta di Mark Hawley, sound engineer e marito della cantante).
Curioso il fatto che in entrambi ci sia un richiamo agli anni ’80: alcuni inizi delle tracce di American Doll Posse sembrano provenire dall’AOR dell’epoca, e anche alcuni suoni, soluzioni ed arrangiamenti di Year Zero sono riferiti direttamente a quel periodo. Ma Reznor fa un passo in più: dopo essere stato in tour, negli ultimi due anni, con TV on the Radio, Saul Williams, Peach e Ladytron a fare da supporto, è evidente, ascoltando l’ultimo disco dei NIN come questi suoni siano stati assorbiti e riproposti (senza scimmiottature) in Year Zero. Il che, personalmente, mi rende felice: da un lato perché vuol dire che Trent Reznor è ancora capace di guardarsi intorno (un atteggiamento che da sempre ha fatto la fortuna di Bowie) e dall’altro perché Return to Cookie Mountain, l’ultimo disco dei TV on the Radio, è secondo me il disco più bello del 2006.

Dal punto di vista dei testi, altra comunanza: si tratta, in entrambi i casi, di concept album. Il che, ancora una volta, non è una novità per questi artisti. Ma soprattutto Year Zero è programmaticamente un concept album a differenza di altri dischi, quali The Downward Spiral, che potevano essere letti come tali, anche se non era esplicita la cosa.
E da questa prospettiva, ancora comunanze: in entrambi i casi (e di nuovo la vera novità è data dal disco dei NIN) questa struttura è stata esplicitata in rete prima dell’uscita del disco, con l’incredibile campagna di marketing virale che ha accompagnato Year Zero e con il solito corredo web che ha lanciato il disco di Tori Amos: in quest’ultimo caso, addirittura, sono stati creati appositamente (con risultati non eccellenti, a dire il vero) dei MySpace “tenuti” dai personaggi in cui la Amos si sdoppia per dare vita alla sua posse.
Ovviamente in entrambi i dischi la politica ha un peso maggiore: i vaghi accenni di With Teeth diventano qua una vera e propria distopia su un mondo destinato all’autodistruzione: una sorta di collettivizzazione di “Mr Self Destruct”, che, proprio per questo, assume caratteri politici, sebbene in forma piuttosto semplificata.
Per quanto riguarda American Doll Posse, questo intento è chiaro fin dal primissimo pezzo, meno di due minuti voce-e-piano, intitolato “Yo George”. Poi Tori Amos ci infila sempre gli stessi temi: la condizione femminile, la violenza (“Fat Slut” è un pezzo veramente sorprendente, con una chitarra distortissima che fa da base alla traccia vocale: ma, anche qua, siamo sotto i due minuti), la sessualità.

E anche il packaging non è da meno: Tori Amos non rinuncia alla versione deluxe con dvd, su cui, a dire il vero, c’è poco (ma io l’ho comprato lo stesso), mentre Reznor fa uscire Year Zero su un normale supporto audio, ma sensibile al calore, cioè fatto dello stesso materiale del cofanetto dei singoli dei Massive Attack, per chi se lo ricorda: dopo averlo suonato, compaiono le informazioni su copyright e altro. Quando il dischetto ritorna freddo, rimane solo la scritta Year Zero.

Ma i due dischi hanno in comune un problema: la durata. Se si sente troppo la lunghezza dei singoli pezzi di Year Zero, in cui ogni traccia ha una coda rumoristica che in sè sarebbe anche positiva, se questa caratteristica non fosse ripetuta per tutti i brani del disco, il minutaggio di American Doll Posse sfiora l’ora e venti. Troppo, decisamente troppo.
Ma pare che la questione durata sia una caratteristica comune dei prodotti dello show business oggi: ormai i film non durano praticamente mai meno di due ore, e moltissimi dischi, appunto, hanno minuti e minuti che potrebbero essere eliminati, o, perché no, messi in un altro disco (in là nel tempo, furbetti, se no siamo punto e a capo).

Comunque, tutto sommato, sono contento: i due più che quarantenni ancora se la cavano, e non solo su disco. Dopo avere visto il concerto dei NIN, e avendo visto Tori Amos più volte (e aspettando la data del 30 maggio a Firenze), posso tranquillamente dire che offrono degli ottimi concerti. Adesso mi prendo una giornata di ferie e ascolto American Doll Posse e Year Zero un’altra volta.

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Radio (Post)

Il vero inizio dell’anno, lo sapete, è dato dall’autunno: scuole che ricominciano, e partenze di “annate” e palinsesti di vario tipo, compreso quello radiofonico.

Sebbene sia già cominciato la settimana scorsa, vi segnalo la seconda puntata di Monolocane, il mio programmino serale, che va in onda, come sempre, ogni giovedì dalle 2230 alle 0030 (circa) su Città del Capo – Radio Metropolitana. Il solito chiacchiericcio, la solita musichella, le solite rubriche (“Tengo ‘na minchia tanta” e “No Accademia No DAMS”), ma nuove incredibili possibilità di interazione. Oltre al numero telefonico della diretta (051 642 80 81) e alla mail della diretta (direttaatradiocittadelcapo.it), adesso abbiamo anche gli sms, come a Radiodigei, che possono essere mandati al numero 348 76 49 289. Usateli per insultarmi e richiedere canzoni.
Nella seconda puntata di Monolocane, domani, vi riproporrò l’intervista che ho fatto il tre luglio scorso a Tori Amos, di cui ho già parlato su queste pagine. Se non ce la fate a sentire l’intervista, ma proprio vi disperate perché l’avete persa, c’è la pagina della trasmissione sul sito della radio che vi soccorre. E se volete sentire tutte le interviste e gli speciali dell’anno scorso, basta accedere all’archivio.

Già che ci siamo, vi dico anche che è iniziata da ben tre settimane la quinta stagione di SecondaVisione, con delle novità. Abbiamo finalmente un archivio audio, dove potrete scaricare tutte le puntate per intiero. E pare che presto avremo anche il podcast.
Insomma, verso l’infinito e oltre.

Ah, per ascoltare Città del Capo – Radio Metropolitana, seguite queste istruzioni. Per prima cosa, guardatevi intorno: ci sono le due torri in lontananza e qualcuno, intorno a voi, dice parole come “soccia” e non becca una “z” una? Allora dovreste essere a Bologna. In tal caso le frequenze della radio sono 96.3 e 94.7 MHz. In caso contrario, potete sentire la radio in streaming.

Update. Ops, mi sono ricordato che oggi è il John Peel Day, quindi stasera vedrò di farvi sentire alcuni pezzi andati in onda nei suoi storici programmi. Se volete ne potete scaricare una caterva qua.

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Ricapitar, infine, nella Capitale

Dall’arguto titolo, lo avrete intuito, me ne vado a Roma. “Ma come”, dice, “te ne vai a Roma adesso? E la paura degli attentati?” Fatevi un giro dal mio fratello di parole, che, oltre ad ospitarmi, ha scritto un post proprio su quello che potrebbe succedere a dei terroristi a Roma.
Incontri previsti: sciampiste in via del Corso, Pulsatilla, che ha millantato di portarmi a mangiare il migliore tiramisù d’a Capitale, due miei cugini, di cui uno straordinariamente rassomigliante a Silvio Orlando, lei, e… chiunque altro voglia aggregarsi alla compagnia mi scriva.

Ah, importante. L’intervista a Tori Amos andrà in onda in tutto il territorio italico durante la puntata di lunedì 18 di “30° all’onda“, dalle 14.30 alle 15.30. Qui e qui le istruzioni per ascoltarla. Statemi bbuono.

Update. Se ve la siete persa ieri, potete sentire l’intervista qui, in streaming.

Ma l’intervista è anche qua!

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Pretty Good Day

La stazione di Modena alle tre del pomeriggio di domenica è deserta. Anche Modena è deserta, tanto che si fa fatica a trovare qualcuno che ti dia un’indicazione su dove sia questo maledetto Parco Novi Sad. Quando lo trovo, anche il parco è coerentemente deserto. Eppure l’appuntamento con Keith, il tour manager di Tori Amos, uno che ogni volta che lo senti al telefono ti chiede prima come stai e solo dopo ti rendi conto che non è ben sicuro dell’identità della persona con cui sta parlando, l’appuntamento, dico, è alle quattro e manca poco. L’unica persona che vedo vicino all’arena è un uomo, africano o afroamericano, con la camicia della security. Gli spiego in inglese che ho un’intervista con Tori Amos e non ci crede. Mi chiede come mi chiamo, gli mostro il tesserino, dico che ho un appuntamento con Keith. “Chiamalo”, mi dice. Lo chiamo. “Ehi, come stai? Ah, sì, stiamo arrivando. Intanto chiedi di Jojo e fatti dare i pass.” Chiudo la telefonata. “Mi ha detto di cercare un certo Jojo”, un nome per me assolutamente plausibile, beatlesiano come sono. “Ah, Giorgio”, mi dice l’uomo con perfetto accento italiano. Scopro poi che viene dalla Costa d’Avorio, che lavora in una tv locale e che vive in Italia da anni. Mah.
Comunque, arriva Jojo accompagnato dall’altra promoter del concerto (molto bellina) che mi dice “L’artista non è ancora arrivata”, accomodati pure. Mi siedo, quindi, aspettando l’artista. E penso che è dieci anni che aspetto questo momento, quindi “Fate pure con comodo”, aggiungo sincero. Rimangono tutti colpiti dalla mia accondiscendenza. Come se uno dicesse “Eh, no, e che cazzo, l’appuntamento era alle quattro, scusate ho da fare, grazie e arrivederci.”

Poi mi chiama Keith. Mi alzo in trance e vado nel backstage. La promoter carina mi accompagna in una stanza, poi dice “no, andiamo in un’altra che c’è il ventilatore”, mi offre da bere, ci manca solo che mi faccia un massaggio.
La prima “cosa” di Tori che vedo è la sua meravigliosa bimba cinquenne, Nathasya o Tash. Mi gironzola attorno un po’, fino a che la bambinaia le dice che la mamma deve fare un’intervista in quella stanza. Tash, a malincuore, se ne va, con io che le faccio ciao-ciao con la mano.
Tori arriva e ci sorride. “Hi guys, please, let me stay for one minute with my daughter.” E allora capisco. Capisco che il fatto che il personaggio centrale della sua autobiografia sia la figlia non è un caso. Prima di qualsiasi cosa Tori, adesso, è una mamma. E quindi deve rassicurare la figlia che tornerà, comunque. Io sono già commosso, il cuore ha smesso di battermi da un paio di minuti buoni. Dopo un altro paio di minuti (e di pulsazioni), Tori arriva, mi sorride ancora, mi stringe la mano ed entriamo nella stanza. Keith mi ammonisce: “Tra dieci minuti busso”, e mi verrebbe da dire “ma come, ieri al telefono avevi detto quindici, oltre a chiedermi come stavo”, ma lascio correre. Che mi frega, sono seduto davanti a Tori Amos, io e lei in una stanza, con lei che è pronta a rispondere alle mie domande, che mi frega. Respiro e vado con la premessa all’intervista, che ho preparato più dell’intervista stessa. Mi confesso. Insomma, le dico che è vero, io sono lì in quanto giornalista, ho le domande pronte, dieci minuti, Keith, sì, sto bene, ma. Ma per me tu, Tori, la tua musica, insomma, sono importanti. Quindi c’è in me un dualismo. Da una parte il giornalista con un occhio al cronometro, ma dall’altra c’è il diciassettenne che si fa consolare da Under the pink e che sussulta ogni volta che sente la tua voce, Tori, e questa parte qua devo farla venire fuori. Facciamo un minuto solo dopo l’intervista, ok?
Tori ride, poi sorride e dice “Ok.” E inizio.
La mia mano sinistra, che regge il microfono, smette di tremare dopo qualche minuto. La voce di Tori è stanca, lei sembra stanca, ma mi fissa negli occhi, quando parla. Ora voi, miei piccoli lettori, mi direte: “Ma come, ti fissa negli occhi e tu riesci a scrivere queste cose? Dovresti essere morto più di ventiquattro ore fa”. E invece no. Perché è come si dice, ve lo giuro. Questa donna è speciale. Ti mette a suo agio senza apparentemente fare niente, anche se è stanca è attenta a quello che le viene detto, ci pensa prima di rispondere ad una domanda (e per quanto mi sia sforzato, è improbabile che le mie domande le risultino del tutto inedite). Tant’è che mi sblocco dal mio mutismo adorante e inizio a conversare con lei, e la sento vicina come l’ho sempre sentita. (Ogni tanto una voce mi ripete “Ma ti rendi conto? Tori Amos è seduta qui davanti a te e state parlando”, ma le dico che deve studiare per il compito di mate e lei torna buona nei miei diciassette anni.)
Quando finisco le domande, il contatore del minidisc segna i dieci minuti. Allora prendo Under the pink e glielo faccio firmare. Poi le dico “Foto?” e ce la facciamo, e poi io penso sia finita. E invece no. Inizia lei a farmi delle domande, e finiamo a parlare della traduzione della sua autobiografia, di Bologna, e poi bussa Keith. “Ho finito”, gli dico. Lui sorride e richiude la porta. Le chiedo scusa. “Mi sento stupido, sai, dopo l’intervista, questa parte da fan sfigato…” Lei sorride (sì, ancora), mi dice che è normale, anzi, le fa piacere, e mi fa i complimenti per l’intervista.
Ora, giornalisti che state leggendo. Quante volte qualcuno che avete intervistati vi ha fatto i complimenti per le domande che gli avete rivolto? A me non è mai capitato, davvero. E lo so, maliziosi, che pensate che lei lo dice a tutti. Ma lasciatemi questo regalo, su. Stronzi.
Usciamo nel caldo torrido. Lei mi abbraccia. “All the best to you.” E se ne va.
Torna la promoter. “Tutto bene?” “Arsadsgasvb”, dico, confidando che lei capisca dal sorriso che voglia dire “sì.” Non contenta, mi regala due biglietti per il concerto. Ma niente massaggio.

E poi, il concerto, ma che ve lo dico a fare. Potrei mai essere obiettivo dopo un pomeriggio del genere? No. Quindi, visto che si è fatta una certa, vi dico solo due cose. Che a metà di ogni spettacolo di questo tour, il concerto si trasforma nel Tori’s Piano Bar. Ricordando il suo passato di pianista di piano bar, appunto, Tori suona un paio di cover. La prima è per me sconosciuta. Nella pausa tra una e l’altra, penso che vorrei urlare e dire “I’m on fire”, e lei sicuramente ci farebbe una battuta sopra. Non riesco a finire il pensiero che inizia a suonare proprio la canzone di Springsteen. Ho le lacrime agli occhi, davvero.
E le ho di nuovo quando penso che non ho mai sentito “Pretty Good Year” dal vivo, nonostante questo sia il terzo concerto che vedo, e lei la fa come primo bis. Il diciassettenne che è in me torna alla ribalta, e pensa a collegamenti psichici da abbraccio, a lei che ride, al rumore dei cubetti di ghiaccio nel suo bicchiere, a Greg che scrive lettere. Non ho maniche su cui si poggiano le mie lacrime*, ma sono sicuro che ci sono.

Quindi, lettori del mio blog, sappiate che state leggendo le parole di un ragazzino che ha realizzato uno dei sogni della propria vita. Perdonate l’eccesso di entusiasmo, la mancanza di arguzia e di senso critico. Una volta tanto tutte queste cose belle e intelligenti possono andare a farsi fottere. Ora vado a ripassare, perché domani ho il compito di latino.

* Sì, è una citazione, ad uso e consumo di chi leggendo queste parole sentirà un nodo allo stomaco.
Un grazie particolare a C., che mi ha sopportato (anche) in questi giorni così intensi.

L’intervista.

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Precious Things

—– Original Message —–

From: <lxx.sxx@sonybmg.com>
To: <me>
Sent: Friday, July 01, 2005 11:37 AM
Subject: R: intervista tori amos 3 luglio

Ciao Francesco,

ti confermo l’intervista con Tori Amos, domenica 3 luglio alle ore 16:00 presso il Music Village – Parco Novi Sad (Modena). Quando entri (troverai 2 pass stampa a tuo nome) chiedi di Keith, il tour manager: 0044-xxx-xxx.xxx.
Poi fammi sapere com’è andata…

Buon week end

L.

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