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Il DJ vs. il Paese reale – Appendice 2: Dell’importanza di nomi, suggerimenti e generi nelle richieste musicali

Mettere qualche disco al matrimonio di sabato con P. e F. è stato più che divertente: uno spasso. Certo, anche in una villa isolata da un bosco può mettere piede la Polizia Municipale a causa di lamentele giunte per il volume troppo alto, probabilmente da una famiglia di tassi, ma tutto il mondo è un paese, a quanto pare. Anche per le richieste che arrivano puntualmente e che (senza ironia) ti danno la possibilità di accontentare una persona e talvolta di renderla davvero felice. Per questo, a parte l’ironia che se ne è fatta in questi post, se qualcuno chiede una canzone, cerco di metterla, prima o poi. Figuriamoci ad un matrimonio. Però succedono delle cose davvero buffe: come ad esempio, sabato, una ragazza che mi chiede “Rock N Roll”.
“Dei Led Zeppelin?”, domando.
“Ah, sì, i Led Zeppeling“, dice lei tradendo la conoscenza della grammatica inglese.

“Dovrei averla…”, mormoro iniziando a cercare il cd.
“Ma anche un’altra dei Led Zeppeling“, rilancia la ragazza.
“Ah, ok: quale vuoi?”
“Non so… ‘Stairway to Heaven’?”
Per fortuna in quel momento P. tira fuori il cd con “Rock N Roll” ed evitiamo il penoso tentativo di fare ballare gli invitati sulla lunghissima epopea di Page e Plant.
Poco dopo, però, si presenta un ragazzo che chiede prima del “rap futurista” (dei Marinetti bros., presumo) e subito dopo, senza neanche darmi il tempo di stupirmi, del country.
Mi chiedono del country da ballare e qualcosa mi viene in mente, un lampo. Ma il fatto è che, sarò un dj scarso quasi quanto a fare il cowboy, ma io non ho nulla di quel genere con me. A parte…
“Johnny Cash”, fa il ragazzo, mentre mima che suona una chitarrina.
Ce l’ho, ce l’ho.
“Un attimo”, dico. Ma lo stesso ragazzo dice ancora: “Anche una canzone folk.”
Country o folk, penso. Cos’è che mi ricorda?
“O qualcosa dei Blues Brothers”, suggerisce ancora lui.
E io mi illumino. Perché era esattamente quello il film: i musicisti entrano in un locale. “Che musica si suona qui?”, chiede la band. “Oh, nel facciamo di tutti e due i tipi”, risponde il gestore che indossa un cappello a falde larghe. “Country e western”.
E io so che cosa mandare in quel momento: un pezzo che mai avrei pensato potesse trovare spazio in un djset, questo.

Capisco che abbiamo avuto successo quando vedo che anche la ragazza dei Led Zeppeling danza scatenata insieme agli sposi.

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Come un pappagallo

(Se riuscite a sincronizzare i due video e a vederli contemporanamente è ancora più esilarante che vederli uno dopo l’altro.)

Grazie a B. Che sta per Blues, ovvio.

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I padri del rock

Aspettavo la serata di ieri da un paio di settimane. Dopo la passeggiata, infatti, mi ero dato appuntamento con E. per andare insieme al Boca Barranca di Marina Romea dove ci sarebbe stato il concerto di John Parish. Ma, oltre al concerto, E. mi diceva da mesi che voleva assolutamente farmi conoscere anche “Marta, Jean-Marc e Giorgia”, di cui mi parlava come fossero amici suoi. Io non sapevo chi fossero, e di Parish conoscevo solo il lavoro come produttore, toh, avevo sentito molto Dance Hall at Louse Point, quando era uscito, ma poi basta. Degli altri, sapevo solo che suonavano con lui. Mi immaginavo, quindi, una cena di pesce con E. e poi, al massimo, una birretta “con” gli altri, della serie io guardo e ascolto e sorseggio una media e basta.

Parish, appena ha visto E., l’ha abbracciata, poi si è presentato a me, e, così, abbiamo iniziato a parlare. Immediatamente siamo stati invitati a cena con loro, e quindi io mi sono trovato a cena di fianco a John Parish, a parlare di lavoro, del tempo, di musica, mentre le sue splendide bambine (una, in particolare, è davvero la bambina più bella che abbia mai visto, un incrocio perfetto di Tori Amos e Bryce Dallas Howard) mangiavano fritto misto e facevano disegni.
Durante la cena ho conosciuto gli altri membri del gruppo, il fonico, il chitarrista dei MiceVice. E. continuava a presentarmi a tutti, fino a che io, in preda alla frenesia, mi sono presentato allo scampo che troneggiava sulla mia pasta allo scoglio, e poi l’ho mangiato.
Tutti erano un po’ preoccupati di dover suonare (visto il tempo pessimo) all’interno del locale: insomma, suonare in una pizzeria mentre la gente mangia mi faceva venire in mente la scena de “I Blues Brothers”, quando si trovano ad esibirsi nel locale western al posto dei Good Ole Boys. Mi immaginavo lanci di rucola e olive. Oltre che di birra. E senza rete di protezione.

E invece il concerto è stato magnifico, la gente ha smesso di mangiare e ha seguito tutta l’esibizione, lottando (come il gruppo e noi altri) contro il caldo e il forte odore di grigliata di pesce, cose che, capirete, un po’ distraggono. Nessuna scena da “Taverna di Boe”, insomma, a parte una. Avete presente quando nel film, dopo l’inizio difficile, i Blues Brothers intonano “Stand by your man” e tutti si commuovono? Beh, ad un certo punto la piccola bimba Parish è salita sul palco: immaginatevi un esserino con i capelli rossi alto meno di un metro, con il pollice di ordinanza in bocca, la maglietta con la copertina di “Led Zeppelin II”, che ondeggia, un po’ stanca, al ritmo delle canzoni del padre, accanto a lui. Beh, si sono commosse anche le orate nei vassoi.

Poi è arrivato anche Howe Gelb e famiglia e i Giant Sand. Forse l’immagine più bella della serata che mi è rimasta impressa è quella di John e Howe, con le loro ultimogenite sulle spalle, che vanno verso il mare, sulla spiaggia buia.

Epilogo 1. E. ed io ci avviciniamo a Marta, per salutarla, e vediamo che parla con una bionda e un altro uomo. Quando se ne vanno, dice a me ed E. “Ma sapete chi è quella? Isobel Campbell”. Dopo un attimo di silenzio, in cui abbiamo pensato “Quella cicciona?!”, abbiamo solo detto “Ma va’?”
Epilogo 2. In macchina, al ritorno, parlando di quello che fanno Giorgia, Marta e Jean-Marc, E. mi dice con nonchalance che Jean-Marc (con cui ho chiacchierato per un po’) è il batterista dei Venus, un gruppo belga pressochè sconosciuto, ma che ha fatto un disco bellissimo 
Welcome to the dance floor. Io ci rimango di sasso, un po’ la insulto perché non me l’ha detto prima, ma lei, sorridendo, mi ha rassicurato che lo rivedrò presto, lui e tutti gli altri. Perché non crederle?

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The Ikea Experience: Fast and Furious (and Rejects) Version

Sono tornato all’Ikea. A dire il vero ci sono tornato (e ci tornerò) parecchie volte, ma quella di ieri è stata particolare. Io e i miei fidi accompagnatori, John D. Raudo e Fede MC, abbiamo rubato il furgone dei Settlefish, per riempirlo di legno svedese a forma di mobile, di viti e immancabili brugole. Siamo arrivati al parcheggio dell’Ikea alle 1945, un quarto d’ora prima dell’orario di chiusura.
Sono andato avanti, lottando contro il tempo. Ho appena fatto in tempo a vedere che la ragazza nella piscina di palle di plastica stava occultando il cadavere di un bambino, dimenticato dai genitori, o chissà, barattato per un divano angolare (“Seeduten”). Mi ha allungato dei buoni per delle patatine in truciolato e ho chiuso un occhio.
Arrivo alla prima tappa: la trasformazione di un ordine cartaceo in ordine vero: alchimia scandinava. Ma c’è la fila. E un’insopportabile muzak diffusa dagli altoparlanti. Una situazione drammaticamente simile a quella dei Blues Brothers quando sono chiusi in ascensore a pochi metri dall’ufficio delle imposte. Finalmente la commessa mi dà retta, solo che io ho trattenuto il fiato, ed esplodo in un suono cupo e gutturale, ma abbastanza articolato da sembrare una frase. Alla commessa si inumidiscono gli occhi e sussurra “Ho mentito, non so lo svedese, ma non lo dica a nessuno, se no mi licenziano e devo ridare all’Ikea sei quintali di librerie che ho preso in usufrutto”.
Chiarito l’equivoco, la commessa si rilassa. Pure troppo, perché mentre mi stampa gli ordini, mi dice che dei cassetti Bjornborg non arriveranno presto. “Tipo?” chiedo io. Lei ci pensa: “Mah, un paio di mesi.” Sbianco in volto. “No, di quel colore non ce li abbiamo”, mi dice fissandomi, poi riguarda lo schermo del computer. Batticchia sui tasti. Mi riguarda: “Ah no, arriveranno all’inizio della prossima settimana.” E sorride. Sono tentato di fare una delazione al capo del personale, ma devo sbrigarmi.
La muzak continua, il tempo è poco. Lascio FedeMC a prendere quello che a me sembra – grosso modo – un tavolo per la cucina. Per sicurezza appunto il nome dell’oggetto su un foglietto, aggiungo caratteri a caso per farlo sembrare più svedese e glielo do. “Intanto vado a vedere una sedia girevole”, gli dico, e lo lascio in fila. Dopo trentacinque secondi esatti mi suona il telefono. E’ FedeMC che mi chiama, gabbato dal commesso, che gli ha detto che “PatrickSjoberg” è una consolle non un tavolo da cucina. Allungo del valium a Fede, risolvo il malinteso, altro foglio e via.
Intanto la muzak è interrotta sempre più di frequente da avvisi a concludere gli acquisti, ché qui si chiude, italiani maledetti, mai una volta che rispettiate una regola una. In effetti sono le otto meno un minuto. Io ho i miei fogli, i miei appunti, sono pronto. Ma Fede e John non hanno ancora comprato niente, e pare brutto. Quindi ecco che uno compra una abat-jour (Fede: “Ma dove saranno le abat-jour?” John: “Eh, saranno giù: abagiù”. E poi uno dice che si porta dietro della gente a caso.), l’altro un pallone di pezza (“Nordhal”), delle patatine d’abete e una birra.
Arriviamo alle casse. Pago. E mi rendo conto di avere speso 60 euro al minuto. Record nazionale. Il direttore Ikea (“Thor”) viene a complimentarsi con me, ma io non posso perdere tempo, devo andare a ritirare delle cose al deposito esterno.
Nel parcheggio incontriamo due ragazzi che ci chiedono un passaggio. Inscatoliamo anche loro, in un comodo pacco piatto (“Baaren”), e via.
Seduti in tre sui sedili anteriori del furgone sembriamo i Devil’s Rejects. Iniziamo a discutere animatamente, urliamo, veniamo quasi alle mani, ridiamo sadicamente. Da dentro i “Baaren” solo deboli respiri.
Decidiamo di non uccidere sadicamente i due autostoppisti perché nessuno di noi vuole fare la parte di Baby, la bionda.

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