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Novità

È un periodo denso, stancante e stimolante, questo che sto vivendo. La radio ha completato finalmente il suo trasloco e oggi, mentre risistemavo i ferri del mestiere, mi sentivo quasi euforico: la nostalgia, come talvolta mi accade, è stata fulmineamente affiancata e superata dall’entusiasmo per il nuovo.

Ieri è stata pubblicata l’intervista che mi ha fatto Tommaso Colliva (il “quinto uomo” dei Calibro 35, tanto per dire una delle mille cose che fa) sul suo blog Sopravvivenza Musicale: considerando che per mestiere le domande le pongo, rispondere a qualcuna è stata una novità davvero divertente e, permettetemelo, soddisfacente.

C’è anche una terza novità, che però mi destabilizza: avendo cambiato luogo di lavoro, devono mutare le mie abitudini di spesa alimentare. Devo, insomma, trovare un altro supermercato: tutti pensano che trovarne uno di buona qualità e prezzi decenti nel centro di Bologna sia impossibile. Mica vero: ne esiste uno. L’indirizzo esatto è inciso alla base del Sacro Graal. Mi metto alla ricerca.

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Integrazione

L’altra mattina il supermercato dove ho fatto la spesa era pieno: le code alle casse si intrufolava nelle corsie, tant’è che qualcuno ha deciso di finire le compere mentre era in fila. Dietro di me c’era una signora piuttosto anziana, piccolina e tondetta. Mentre finivo di mettere le cose nei sacchetti, ho visto che una donna sulla trentina, dalle labbra turgide e gli occhi di ghiaccio, insisteva nel chiedere alla signora di passarle davanti. “Ho solo queste”, le ha detto, indicando le tre bottiglie di bibite analcoliche che aveva tra le braccia.
La signora ha negato, la donna ha insistito, ma, una volta che la cassiera ha iniziato a fare passare sul nastro i prodotti della signora, la donna si è arrabbiata.
“Ma cosa succede, a voi italiani”, dicevano le labbrone turgide con tono secco e nervoso. “Non vi riconosco più, siete tristi, mai un sorriso!”.
Ho pensato che quella donna, che voleva probabilmente portare le bibite in ufficio per un rinfresco organizzato all’ultimo momento (si erano tutti dimenticati che quello era l’ultimo giorno di lavoro di qualcuno), incazzosa e, soprattutto, serissima si fosse quindi perfettamente integrata.

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“Potrebbe essere peggio: potrebbe piovere” (cit.)

Ci sono delle giornate che dovrebbero finire ad un certo punto, e invece vanno avanti inesorabilmente.
Oggi è stato tutto molto faticoso, ma perfetto: lavoro di mattina, trasmissione al pomeriggio, Timothy Brock come ospite è stato fantastico, poi ci sono stati i provini finali per la nuova conduttrice di Seconda Visione. Insomma, giornata impegnativa, ma nella norma.
Ma proprio quando uno si dice “Ok, faccio la spesa e torno a casa”, ecco che si abbatte la sfiga. Impetuosa.

Arrivi alla cassa del supermercato. “Ha la tessera?” “No” “Vuole una busta?” “No”. E l’ultima domanda te la fai tu: “Hai il portafoglio?” e ti rispondi “No”. Quindi lasci la busta della spesa lì e torni in radio. Trovi il portafoglio, stai per tornare al supermercato, quando ecco che ti rendi conto che non hai le chiavi. Vai negli studi dove sei stato e ti rendi conto con orrore che potrebbero essere nella redazione musicale: l’hai chiusa dall’esterno, diligentemente, con le chiavi dentro. E tu sei l’unico dei tuoi colleghi presenti a quell’ora ad avere le chiavi di quell’ufficio. Panico. Ma poi, no, non sei stato così diligente: la porta è aperta! Entri. E le chiavi non ci sono. Le ritrovi in un altro studio, che hai utilizzato sì, ma hai abbandonato poco diligentemente, e qualcuno l’ha già fatto notare ai tuoi colleghi. Inizi già a pensare ad una mail di scuse, ma devi tornare al supermercato, pagare la spesa e andare a casa.

Vai alla cassa dove sei stato: non c’è la stessa cassiera, evidentemente in quel posto praticano un turnover spietato. La nuova ragazza ti dice che la tua spesa è stata spostata (con la cassiera di prima) alla cassa 12. La cassa 12 ha una fila di trenta metri. Aspetti, aspetti, ma poi non ce la fai, e chiedi gentilmente di passare avanti, dovendo solo pagare la spesa. Tutti ti guardano un po’ così, ma alla fine ce la fai. Ma la cassiera non può farti pagare la spesa e basta, deve chiamare il responsabile casse con il telefono interno. Mentre lo attendi tutti quelli che hai superato pagano la loro spesa, e ti guardano come per dire “Ma allora, cazzo chiedi?”
Finalmente arriva il responsabile. Paghi la spesa. Palpi le chiavi nella tasca. Tutto è a posto. Ci vuole un po’ di musica. Accendi l’iPod e…

Andato: dopo due ore passate a cercare di capire che ha, so che dovrò affidarlo ad altre costosissime mani.
Questa giornata sta finendo. Domani vado a Torino a vedere i Police, ma spero di non essere io a portare sfiga, perché domani è anche il compleanno di Sting. Mi dispiacerebbe per lui.

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The teeth are alright

Qualche giorno fa sono andato al supermercato, e, passando nella corsia dedicata ai prodotti per l’igiene ho pensato: è ora di cambiare spazzolino. Mentre mi toglievo dai denti alcune setole del vecchio spazzolino (ti si affezionano come i cani, le setole), guardavo i vari prodotti esposti, confrontando prezzi e qualità.
Innanzitutto mi sono reso conto che non c’era un singolo spazzolino che non fosse approvato da qualche associazione di dentisti: ogni confezione aveva il suo bel marchietto dietro, rassicurante, igienico, professionale.
Mi sono immaginato una scena, ambientata in un qualsiasi studio ufficiale di una qualsiasi associazione. Un dentista è seduto sulla sedia, reclinato, e un altro gli spazzola i denti per un po’. Dopo poco fa: “Approvato?” e tutti i medici dentisti intorno annuiscono, e via, un altro spazzolino.

La mia attenzione, però, è stata attirata da un prodotto della linea “kids” di una nota marca di igiene orale: uno spazzolino elettrico col manico a forma di astronave. La prima cosa che ho pensato è stato “fico!”, la seconda “speriamo che la mamma me lo compri”.
A parte gli scherzi, lo stavo per comprare (coi soldi della mamma, ovviamente), e già mi immaginavo lo spazialino che faceva bella mostra di sè nel mio bagno color verde acido, con la tenda della doccia con la sagoma dell’assassina di Psycho. E io che mi vantavo con gli amici, ognuno dei quali aveva una testina personale per provare l’ebbrezza dello spazio interdentale. E tutti i dentisti dietro che annuivano.

Poi mi sono fermato, e mi sono detto: “Ma perché? Perché noi quasi trentenni abbiamo questo gusto della cazzata, del giocattolino, del pupazziello, dell’animale di gomma, perché? Perché i miei amici, se lo comprassi, mi considererebbero sicuramente un genio dell’igiene orale? Perché stiamo dietro ai giocattoli – e simili – più di quanto lo facevamo verso il sesto anno d’età?”
Nella corsia del supermercato, in quel momento, è passato un dentista: “Ah, non mi riguarda”, ha detto. “Io l’ho approvato, poi…”

Ho lasciato quindi un pezzo di fanciullaggine appesa al suo gancetto e mi sono avviato alle casse con un serissimo spazzolino. Approvato dall’Associazione Medici Dentisti Italiani. Vorrà dire che, quando mi laverò i denti, farò il rumore della nave spaziale con la bocca.

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Cookies

Alla questione tecnologica ero abituato. Una volta che hai comprato un computer, un lettore mp3, una macchina fotografica digitale, ma anche una semplice penna usb, elimina subito i cataloghi della grande distribuzione che arrivano a casa, non sfogliarli neanche, non ti curar di loro, non guardar neanche, passa. Immagino che lo stesso valga per macchine, moto, motorini, lavatrici.

Ma adesso vale anche per i biscotti.
Ho comprato un enorme pacco di Macine del Mulino Bianco, perché erano in offerta. Non mi sono reso conto che, sul pacco, c’era scritto qualcosa come “Nuove, perfette da inzuppare.” Perché, quelle prima che erano? Cos’avevano che non andava? Avrò inzuppato nel latte centinaia di Macine 1.0. Ero irrimediabilmente indietro, out, fuori dall’hype del latte?
E immediatamente mi vengono in mente quelle pagine di quotidiano affittate talvolta da case produttrici di elettrodomestici, dove c’è scritto qualcosa come: “Attenzione. I modelli sottoelencati di Affettatrici Laser Bantex hanno un difetto di fabbricazione, per cui possono amputarvi un braccio in un nonnulla.”
Cosa mi sarebbe potuto accadere con una vecchia Macina? Si sarebbe potuta irrimediabilmente liquefare nel bicchiere di latte, rendendo inutile il suo recupero, se non per via orale, suggendo la pappetta formatasi? Oppure mi sarebbe esplosa in gola come una mina antiuomo portandomi all’immediato soffocamento?

Devo stare attento anche ai biscotti, adesso. Ma soprattutto non posso portarmi da sfogliare al cesso neanche le pubblicità dei supermercati.

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Leggende metropolitane, acciughe e altri strani fenomeni

Incredibile, insomma. Ieri ha piovuto e mi sono emozionato. E non sono stato il solo. Una giornata di inizi. Quindi ho spedito la solita ventina di e-mail per mantenere la rete di contatti (che dicono sia importantissima: staremo a vedere) e per propormi qua e là. Ho detto propormi, anche se si tratta di una sorta di casting in vista delle solite care vecchie prostituzioni (credo) in senso lato, ovviamente.

Ho anche fatto la spesa. Placido e tranquillo. Mi diverte sempre molto andare nei supermercati. Forse perché, alla fine, mi diverte guardare le persone, sono curioso. E vederle tutte lì, intente a fare la stessa cosa, è bellissimo. Inoltre, un paio di anni fa, girava una strana voce. Si diceva che un supermercato nel centro di Bologna, in un certo giorno della settimana, verso l’ora di chiusura, fosse un ritrovo per single. Che poi avevo letto in qualche stupido giornale che il supermercato è uno dei luoghi dove i single tendono ad incontrarsi di più. Da tempo ho in mente di scrivere qualcosa su questo. Ma andiamo avanti.

Ovviamente io e i miei coinquilini siamo andati più volte al posto giusto e nel momento giusto. E effettivamente abbiamo visto un gran numero di donne tiratissime. Ora, dico: ci sono le vie di mezzo. Puoi andare al supermercato vestito/a in maniera decente, ma senza essere tirato a lucido. E invece no. Tacchi alti, trucco perfetto, eccetera eccetera. Inutile dire che non ci siamo fidanzati. Il punto è: casualità o verità? Non credo ci sia una risposta. Basta che la voce abbia girato un po’, infatti, per fare sì che la leggenda si trasformasse in realtà.

“Ma Samantha, che stai facendo? È due ore che sei chiusa in bagno”
“Eh sì, mamma. Devo andare a fare la spesa… Anzi, mi stiri la gonna viola, ché sono in ritardo?”

Invece ieri sono andato in un supermercato meno à la page, ma più vicino a casa. Faccio la mia spesa e aspetto l’autobus per tornare a casa. L’autobus arriva, io salgo, quando una signora esce dal supermercato, mi vede, corre verso di me e mi dice: “Ti sei dimenticato le azzugheeee!” con spiccato accento bolognese. Io faccio spallucce, le porte si stanno chiudendo. Il pubblico dell’autobus mi guarda. Mi sento un po’ imbarazzato. Penso a chi si mangerà le mie acciughe.

Tornando verso casa, ad un incrocio, vedo una Smart. Dentro due ragazzini che secondo me non hanno più di diciott’anni e un paio d’ore. Ma hanno la Smart. Sono annoiatissimi e ascoltano della musica. Uno dei due è in ciabatte, con un piede mollemente appoggiato davanti al sedile. Passo e attraggo la loro attenzione. Uno dei due dice: “Bella maglietta, vecchio!” (per chi non fosse di Bologna, o non conoscesse il gergo, “vecchio” equivale a “tizio”, “amico” e cose così). Mi guardo la maglietta. È la cara, vecchia, banalissima Parole di Cotone con su scritto “Sono Wolf. Risolvo problemi”. Ho cercato la foto della maglietta sul sito, ma non la fanno più. Mi sono sentito irrimediabilmente vintage.
E in più senza acciughe.

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