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Italiano comm’attè

Torno dal lavoro, musica nelle orecchie, passo spedito.
A poche centinaia di metri da casa, mi si para davanti un uomo rotondo, dalla faccia un po’ gonfia.
Non faccio in tempo a togliermi un auricolare che quello ha già iniziato a parlarmi: anzi, mi sta rassicurando. Non mi farà del male, vuole solo il mio ascolto, mi continua a dire di non essere sospettoso.
Ma questa excusatio non petita mi sta innervosendo. E lui se n’è accorto.
“Solo una parola”, mi dice. E lo ripete.
Io faccio per dire qualcosa, ma lui continua.
“Non ti preoccupare: sono italiano comm’attè” è il sigillo della sua garanzia e il motivo che mi fa dire all’uomo una cosa apparentemente ingenua, ovvia e banale, ma che lo ammutolisce come se avessi estratto un coltello dalla giacca: “Perché?”, gli chiedo. “Che fanno di male gli stranieri?”. E mi allontano, salutandolo.
Rimetto l’auricolare mentre mi volto nuovamente a guardarlo: lui, distante qualche metro, mi fissa muto, con lo sguardo sbalordito velato da un’ombra di preoccupazione, tanto che mi verrebbe da rassicurarlo e dirgli che sono solo uno straniero che parla bene la sua lingua.

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Integrazione

L’altra mattina il supermercato dove ho fatto la spesa era pieno: le code alle casse si intrufolava nelle corsie, tant’è che qualcuno ha deciso di finire le compere mentre era in fila. Dietro di me c’era una signora piuttosto anziana, piccolina e tondetta. Mentre finivo di mettere le cose nei sacchetti, ho visto che una donna sulla trentina, dalle labbra turgide e gli occhi di ghiaccio, insisteva nel chiedere alla signora di passarle davanti. “Ho solo queste”, le ha detto, indicando le tre bottiglie di bibite analcoliche che aveva tra le braccia.
La signora ha negato, la donna ha insistito, ma, una volta che la cassiera ha iniziato a fare passare sul nastro i prodotti della signora, la donna si è arrabbiata.
“Ma cosa succede, a voi italiani”, dicevano le labbrone turgide con tono secco e nervoso. “Non vi riconosco più, siete tristi, mai un sorriso!”.
Ho pensato che quella donna, che voleva probabilmente portare le bibite in ufficio per un rinfresco organizzato all’ultimo momento (si erano tutti dimenticati che quello era l’ultimo giorno di lavoro di qualcuno), incazzosa e, soprattutto, serissima si fosse quindi perfettamente integrata.

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La timidezza della disperazione

Secondo giorno di lavoro dopo il rientro dalle vacanze: buona parte di me è ancora e l’umore non è proprio ai massimi livelli. Ricordo che sul sito di Repubblica, nella famigerata colonnina di destra, avevo letto un titolo sul “trauma da ritorno”, ma mi pare esagerata come ipotesi.
Mi ferma una persona, per strada, con una cartina della città in mano. Noto che sulla mappa è evidenziato l’Ospedale Maggiore, ma l’uomo mi chiede, in un italiano stentato, come si arriva in via Corticella. Gli faccio notare che è da tutt’altra parte rispetto all’Ospedale Maggiore, ma l’uomo insiste, in inglese, dicendo che vuole andare proprio in via Corticella. Istintivamente, allora, inizio anche io a parlare in inglese, e finalmente lui si allarga in un sorriso. “Sei la prima persona che parla inglese che incontro, oggi”. Sorrido anche io, e gli spiego che sarebbe meglio se prendesse un autobus, per raggiungere le zone che mi ha indicato, ma lui ribatte dicendo che no, ci andrà a piedi. “Ho problemi, qui a Bologna. Io vengo dall’India, la mia famiglia è a Napoli, moglie, e due bambine”, continua, indicando con il palmo orizzontale rispetto al terreno l’altezza delle figlie. “Sono qui per lavorare”, dice. Io prendo in mano la cartina per fargli vedere con il dito la strada da percorrere, quando noto che l’uomo ha gli occhi lucidi. Nello stesso momento in cui me ne accorgo, lui si porta al viso il fazzoletto di carta che tiene in mano e asciuga un principio di lacrima, tornando subito a interessarsi alle mie indicazioni.
E allora penso che già mollare tutto è difficile, che lasciare moglie e figli lo è ancora di più e che questo continuo non essere capiti, aiutati, compresi, dev’essere insostenibile. Ma ci vuole comunque un coraggio quotidiano a sopportare tutta la fatica e il dolore, e non è da tutti: perché anche tra quelli che vengono qui a trovare lavoro ci sono i deboli, i sentimentali, i fragili, quelli che della loro disperazione non riescono a farsene una ragione (e come non capirli?) eppure devono metterla da parte e andare avanti.
Mi ha salutato benedicendomi, e io ho mentalmente mandato a fanculo me stesso, il trauma da ritorno, la colonnina di destra di Repubblica e la mia finta, ipocrita ed egoista leggerissima infelicità.

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As a Rose

Qualche anno fa avevo scritto un post su Bologna di domenica, su come i non italiani che ci abitano vedessero davvero quel giorno come una giornata di riposo, durante la quale uscire e stare in giro.
L’estate, fondamentalmente, è un’enorme e lunghissima domenica (sarà per questo che non mi piace?), e in questo periodo mi rendo conto di come i non italiani occupino spazi e tempo, di come si trovino fuori, insieme, di come vivano la strada e la piazza. Dei modi che ormai sono diffusi solo tra gli italiani che vivono nei piccoli paesi.

Ma ultimanente una cosa mi ha colpito più delle altre. Quando vado al lavoro passo sempre vicino ad un enorme supermercato, circondato da un prato, che dà direttamente sulla via Emilia. Non esattamente un luogo ameno. Nonostante ciò, ho visto innumerevoli volte sostare sull’erba, sotto la scarsa ombra degli alberi giovani e piantati da poco, gruppi di pakistani, cingalesi, ucraini, russi, albanesi. Stanno là, si tolgono le scarpe, fanno pausa pranzo con un panino e una birra, chiacchierano o non si dicono nulla. Fanno quello che sempre meno fanno gli italiani in parchi, giardini, cortili, lo fanno in un posto che io non vivrei come un prato, ma come “il prato davanti al supermercato”. Per loro non è così. E in fondo, come contraddirli se mi dicessero Un prato è un prato è un prato è un prato?

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