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Narrare il mistero: i racconti di Flannery O’Connor

Il volume Tutti i racconti di Flannery O’Connor mi ha accompagnato per sei mesi. Doveva essere una lettura estiva, e in effetti ho cominciato durante le vacanze questo meraviglioso viaggio di scoperta di una delle più grandi autrici di sempre. Ma la lettura è stata interrotta da altre cose più urgenti, il libro è stato travolto da un’onda inaspettata sulle coste croate e, soprattutto, ognuno dei trentuno racconti che compone la raccolta (davvero mirabile per completezza, un po’ meno per la traduzione non sempre eccellente delle pur esperte Marisa Caramella e Ida Ombroni, che si lasciano sfuggire – tanto per fare un esempio – un’improbabile “arpa” per rendere il sostantivo “harp”, che sta per armonica a bocca) è denso e folgorante al tempo stesso.

La O’Connor racconta gli Stati Uniti meridionali degli anni ’50: una sorta di Paese nel Paese, dove la schiavitù tutto sommato è tollerata, sebbene si inizino a percepire i primi segni di cambiamento. Un Paese nel Paese agricolo, con pochi conglomerati urbani, che ha come controcampo quella New York vista sempre come un posto caotico, lontano, pericoloso, crudele e soprattutto senza dio. Insieme, infatti, a campi, vacche e braccianti afroamericani, in ogni pagina di questi racconti c’è la religione a dominare la trama e i personaggi che la popolano. Molto spesso l’autrice mette a confronto la fede con la razionalità, creando una specie di ragionamento per assurdo: molti dei caratteri che troviamo nelle storie hanno infatti le migliori intenzioni nei confronti del mondo o di qualcun altro, ma sono lontani dalla religione, bollata spesso come una credenza dalla quale stare alla larga o, quanto meno, da osservare con sospetto. Eppure, sebbene la O’Connor non faccia sconti sugli atteggiamenti bigotti o estremamente ortodossi degli uomini e delle donne di fede, ci mostra quanto e come la ragione possa fallire, e con essa le buone maniere, la rispettosità, l’0nore.

Ogni volta che si conclude la lettura di un racconto della raccolta si rimane davvero colpiti dalla violenza improvvisa che hanno alcune chiusure, resa ancor di più tale dalla maestria che la scrittrice ha nel portarci all’interno della storia. Raramente ho visto usare le parole (spesso declinate in fiammeggianti similitudini) in maniera così efficace: basta pochissimo e ci pare di conoscere volti, luoghi, sapori e odori. Possiamo percepire la pigrizia e l’indolenza di alcuni personaggi, avvicinarci maggiormente ad altri, vivere con loro negli ambienti spartani ma rispettabili in cui questi agiscono. Nel giro di un paio di pagine abitiamo quelle case e riconosciamo i loro abitanti. Contemporaneamente a questa penetrazione si pone il problema dell’identificazione: come si diceva, la O’Connor non fa sconti a nessuno, ma sa che il suo lettore è tendenzialmente lontano dalle posizioni religiose. A fatica, quindi, prendiamo le parti di chi “ragiona col proprio cervello” e proseguiamo nella lettura, fino alla conclusione, appunto, che la maggior parte delle volte è spiazzante. Dopo l’ultima parola rimaniamo immobili, talvolta agghiacciati, a riflettere su quello che abbiamo letto, ma soprattutto su quello che credevamo di avere compreso e che invece non abbiamo neanche intuito e ci viene il dubbio che esista qualcosa davvero al di là di ogni possibile comprensione.

“Credo che uno scrittore serio descriva l’azione solo per svelare un mistero. Naturalmente, può essere che lo riveli a se stesso, oltre che al suo pubblico. E può anche essere che non riesca a rivelarlo nemmeno a se stesso, ma credo che non possa fare a meno di sentirne la presenza.” (dall'”Introduzione” di Marisa Caramella, in Flannery O’Connor, Tutti i racconti, Milano, Bompiani, 2009, p. VII)

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Carver Country

Quando tenevo i miei corsi di scrittura, si finiva spesso per discutere della delusione che solitamente provoca la visione di un film tratto da un libro che abbiamo amato. L’immagine, si può dire, ri-inquadra l’immaginario evocato dalla semplice lettura o ascolto di un racconto, talvolta assecondandolo, talvolta tradendolo, ma comunque “inscatolandolo” per lungo tempo. Io, per esempio, non ho mai letto un libro di Harry Potter, ma mi risulta difficile immaginare che un lettore della saga della Rowling, dopo aver visto il primo film, abbia mantenuto la “sua” fisionomia per il maghetto.
Forse è per questo timore che, nonostante abbia tutto quello che ha scritto Carver, e anche di più, ho comprato solo la scorsa settimana Carver Country, uscito negli Stati Uniti vent’anni fa: si tratta, infatti, di un libro fotografico di Bob Adelman sui luoghi dove lo scrittore ha vissuto buona parte della sua vita, principalmente nello stato di Washington, accompagnato da suoi racconti e poesie (già pubblicate altrove).
Il libro è stato ristampato da poco dalla Contrasto e ha una brutta fascetta con frase ad hoc di Baricco e “La biografia fotografica di Raymond Carver” come “strillone”: per fortuna è altro.
Comincia tutto da una lettera dello stesso Carver ad Adelman: il via al lavoro del fotografo è una sorta di guida personale dell’area di Yakima, dove lo scrittore ha vissuto per i primi vent’anni, per poi iniziare una serie di americanissime girovagazioni per il Paese e tornare, infine, a morire duecento chilometri più a ovest, a Port Angeles. Adelman inizia a girare nei dintorni e scatta foto a torrenti e radure a cui si accenna in una poesia o un racconto, ma immortala anche abitazioni e strade: è strano vedere “come sia fatta” la casa di Chef o il tratto di un torrente immortalato in qualche racconto. E’ difficile riconoscere i luoghi, si sorride senza che nulla venga in realtà smosso.
Poi, però, compaiono i volti: non solo parenti e amici dello scrittore, ma anche passanti, meccanici, operai. Compare anche Carver stesso: quasi sempre da solo, spesso intento a scrivere (sarà stata una posa? E lui, si sarà divertito a mantenerla?), sorridente e con lo sguardo nell’obiettivo per la maggior parte delle volte. Così simile, nei tratti, ai volti di quei pensionati, infermieri, cameriere.
E si capisce che il Carver Country è tutto in quelle facce, spesso segnate dal tempo o dalla fatica: ma sembra che quelle rughe e pieghe della pelle servano ad orientarsi, che siano lì apposta per percorrerle e che, anzi, dettino l’unica strada possibile per scoprire quella persona: e subito vuoi conoscerne la storia.
Si innesta quindi un prezioso e raro cortocircuito: le parole rafforzano le immagini che, a loro volta, ti fanno tornare sulle parole. Una prova in più dell’incredibile potere della scrittura di Carver e, per me, la scopterta della bravura di Adelman: sembra che scatti con precisione ma, allo stesso tempo, guardando il mondo ad altezza d’uomo, senza porsi su un piedistallo, né tantomeno atteggiandosi in maniera servile nei confronti dei soggetti. C’è pudore e rispetto, negli scatti. C’è, insomma, tutto lo stile narrativo di Carver.

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Lamerica

Sono cose buffe: nel giro di ventiquattro ore sbarco due volte negli USA (telematicamente parlando, ovviamente).
Prima con il sito di Maps, che viene ripreso dall’autorevolissima snobzine Pitchfork.
Poi con una mia foto che viene inclusa nella guida di New York di… Schmap.

Maps, Schmap.

Che faccia tutto parte di un disegno universale e che si stiano faticosamente congiungendo i puntini che lo compongono?

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I’m in Haven

Non avevo mai letto niente di Daniel Clowes, ma a New York ho comprato senza batter ciglio Ghost World, da cui è stato tratto un buon film nel 2001. Mi è arrivato dalla Coconino, un po’ di tempo fa, il nuovo graphic novel di Clowes, Ice Haven. Si tratta di un oggetto particolarissimo: in ventinove storie brevi, ognuna scritta e disegnata con uno stile diverso (dal classico tratto anni ’30, alla strip modello Peanuts, dall’ipercolorato stile anni ’50 alle tendenze in bicromia più recenti), che ci portano nell’universo di Ice Haven, una piccola cittadina americana, e dei suoi abitanti.

Il ritmo di Clowes è perfetto, la narrazione non concede nulla alla soluzione facile, al colpo di scena, ma neanche all’eccesso di pathos. Tutto è brillantemente dosato, le singole storie sono perfettamente chiuse e allo stesso tempo portano avanti il racconto generale in maniera funzionale: il senso di comunità di Ice Haven fa sì che ogni singolo abitante della cittadina (ogni singola storia) sia organico rispetto alla vita della cittadina stessa (il graphic novel nel suo complesso).

Ma molto del gioco dell’autore sta nei registri, negli stili ripresi, che fanno sì che Ice Haven sia una specie di summa dei modi di raccontare americani, usati peraltro per descrivere e narrare una storia (o diverse storie) profondamente legate alla quotidianità statunitense. Compaiono quindi gli aspetti più tristi e nascosti della provincia, i minimarket gestiti dai coreani, le piccole riviste letterarie che nessuno compra, il caso di cronaca nera che compatta una città altrimenti disgregata (e di nuovo, come sopra, c’è un parallelo, visto che la vicenda del rapimento del bimbo è uno dei pochissimi eventi che lega diverse storie tra loro).

Un grandissimo libro, insomma. E magari, adesso, qualcuno di voi andrà in libreria per vederlo. Leggerà le prime pagine e, dopo tutto questo parlare di americanismi di qua e di là, scoprirà delle citazioni tanto involontarie (probabilmente) quanto precise di Amarcord. Anche lì un narratore ci introduceva in una città (di nuovo la città delle memorie dell’infanzia) e veniva tremendamente sbeffeggiato.
Adesso, davvero, correte a comprarlo.

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The kids are alright (?)

Siccome oggi anche mia madre mi ha detto che non scrivo niente del mio viaggio sul blog, ecco qua, qualche annotazione.

La prima cosa che ho notato quando ho iniziato a girare per New York è che tutti, uomini, donne, neonati, vecchi, gialli, neri, bianchi, ricchi e poveri, sono sempre là a mangiare, ciucciare, bere, ingurgitare qualcosa. Ma con gusto, eh. Ho visto bambini di pochi mesi bere dei liquidi con dei colori assurdi, forniti dalle loro madri, che dicevano: “Ma tanto è piccolo, mica se ne accorge che sta bevendo una roba fucsia: a quell’età non vedono i colori.” Ho subito un odore tremendo di patatine alla merda (presumo) che si è sprigionato dal sedile dietro di me mentre andavo a Boston in pullman. Alle ore otto e cinquanta antimeridiane.

La seconda cosa che ho notato è che, qualsiasi cosa tu chieda da bere, ti danno la cannuccia. Caffè, the, gin tonic, coca cola. Solo quando ho chiesto del whisky in un jazz club me l’hanno dato in un bicchiere senza niente. Se no, cannuccia per tutti. E tutti succhiano come pazzi, contenti, da enormi mastelli pieni di qualsiasi cosa.

La terza cosa che ho notato è che spesso c’erano signori di cinquanta e passa anni vestiti da deficienti, con t-shirt con scritte improbabili, cappellini portati all’indietro, scarpe da ginnastica talmente colorate che se un epilettico dovesse fissarle avrebbe sicuramente una crisi, calzettoni tirati su, bandane.

Ho riflettuto, cercando di collegare tutto. Cannucce, schifezze da mangiare a tutte le ore, vestiti improbabili. E ho capito. Gli americani sono un popolo di dodicenni. A quell’età bevi tutto con la cannuccia, mangeresti patate fritte anche a colazione, cominci a fare il cretino, a diventare adulto, ad urlare, ti esalti per le donnenude (questo magari anche dopo, eh), ami il wrestling, tutto dev’essere colorato e grandissimo, videogiochi, filmazzi, moto e heavy metal ti bastano e avanzano (visto che di donnenudevere non ce ne sono a portata di mano).
Ma sei anche all’inizio della tua massima creatività, sei curioso, inizi a scrivere, suonare, conoscere l’amore, corri, ti stanchi, sudi (e per rinfrescarti, voilà, bibitone verde pisello), sei curioso, parli con la gente, sperimenti te stesso e le cose che puoi fare, senza limiti, ostacoli, vergogne e preconcetti. Senti di avere il mondo ai tuoi piedi.

Quindi, non leggete queste poche righe come una critica, non è così. A parte il fatto che, dopo meno di due settimane in due città non esattamente esemplari per gli USA, non ho abbastanza conoscenze per sputare sentenze: questa è solo un’impressione.
Il problema non è, insomma, la bambinaggine degli statunitensi (parlo in genere, poi ovviamente le eccezioni sono moltissime): quella ha fatto sì che gli USA siano comunque (stati) la fucina di cultura popolare più importante degli ultimi 100 anni. Il problema è che, ora come ora, il mondo è governato da un dodicenne. E su questo vi sfido a darmi torto.

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“Barthelme era il nostro eroe, ragazzi!”

Era da un sacco che lo vedevo, quel libro, poggiato lì in mezzo agli altri, alla Feltrinelli. Ma non mi sono mai deciso a comprarlo, chissà perché. Me l’ha comprato una splendida fanciulla e me l’ha fatto messo nello zaino a tradimento. Vedo spuntare questo libro arancione e lo inizio.
Beh, ragazzi… Che libro, Ritorna, dottor Caligari. La frase virgolettata del titolo del post è di Carver (e te pareva), ma non c’è scrittore più distante da Carver di Barthelme (ah, la pronuncia è con l’accento sulla prima “a”). Eppure, come Carver, sento che Barthelme diventerà uno degli autori della mia vita.
Fissiamo delle date: il libro esce negli Stati Uniti nel 1964. In quell’anno i Beatles fanno uscire A Hard Day’s Night (disco e film), Carver ha gli stessi anni che ho io adesso, lo show radiofonico The Goons è finito da quattro anni, Kennedy è morto da un anno, il telefilm di Batman, quello con Adam West e i vari “SBANG!” “CRASH!” “ZING!” a tutto schermo, andrà in onda dopo due anni, nasce Bret Easton Ellis.
Perché questi riferimenti passati, contemporanei e futuri alla data di pubblicazione di Caligari? Perché in questo libro c’è tutto questo e anche di più. Lo stile demenzial-britannico tipico dei Goons e, per filiazione, dei Beatles (nei film sono incredibilmente folli e divertenti) e dei Monty Python; l’attenzione alla realtà americana di quegli anni, quella in cui si formerà Carver; la maniacale focalizzazione su status sociale, prodotti, marchi e tutto quanto stava succedendo negli USA ricchi, benestanti, ma terrorizzati dal loro potere e dalla loro posizione: Ellis, seppur distante come autore, non può non averla presa in considerazione. E poi Batman: c’è un racconto (forse il più divertente di tutta la raccolta) che si intitola Il più grande trionfo del Joker che sembra una sceneggiatura di una puntata di una delle serie più pop che siano mai state realizzate. Pensate solo che nella Batmobile c’è un pulsante per tutto, per farsi un cocktail, per le sigarette, per avere del ghiaccio… E c’è una descrizione della personalità del Joker che devo riportare per intero (sperando che quelli della minimum fax non mi facciano causa):

“Consideralo a ogni livello di comportamento”, disse lentamente Bruce, “a casa, per strada, nelle relazioni interpersonali, in carcere: c’è sempre una straordinaria contraddizione. È sudicio e ossessivamente pulito, appartato e disperatamente socievole, entusiasta e accigliato, generoso e taccagno, un elegantone e uno spaventapasseri, un gentiluomo e uno zotico, portato a eccessi di felicità e di disperazione, singolarmente capace di applicarsi e in grado di sciupare una vita intera perseguendo cose banali, urbano e sconveniente, gentile e crudele, tollerante eppure aperto alle più esagerate forme di bigotteria, un grande amico e un nemico implacabile, amatore e odiatore delle donne, delicato e osceno nel parlare, libertino e puritano, gonfio di superbia e ossessionato dal senso di inferiorità, reietto e arrampicatore sociale, malvagio e filantropo, barbaro e mecenate, innamorato della novità e rigidamente conservatore, filosofo e sciocco, repubblicano e democratico, generoso d’animo e terribilmente meschino, distaccato e traboccante di impulsi di amicizia, bugiardo inveterato e incredibilmente rigido quando si tratta di quisquilie, avventuroso e timido, fantasioso e stolido, malefico eversore e piantatore di alberi il Giorno della Festa degli Alberi: te lo dico francamente, quell’uomo è un casino.”

E poi racconti su persone che fanno l’analisi grafologica della personalità di un mendicante partendo da come ha scritto il suo cartello di aiuto, conduttori radiofonici che trasmettono solo l’inno nazionale e racconti di vita per ricordare alla donna che li ha lasciati i momenti più belli passati insieme, un assicuratore di trent’anni e passa che si ritrova alle scuole elementari ed è sedotto dalla maestra.
Inclassificabile come solo i capolavori sanno essere, Ritorna dottor Caligari è un libro spesso complesso, talvolta anche difficile da leggere, ma meravigliosamente arguto, divertente, volgare e raffinato. Spettacolare. E poi c’è una frase splendida, in uno dei racconti, che penso mi farò scrivere su una maglietta, o tatuare sul petto: “Prenditi il tuo amore e ficcatelo su per il cuore”.
Barthelme è anche il mio eroe, ragazzi.
(Se volete, potete scaricare il primo racconto qui.)

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Do you believe in modernity?

Non sono mai stato negli Stati Uniti. Ma so, da racconti, sketch più o meno validi, articoli e altro, che sull’aereo che ti porta negli USA, ti viene dato un questionario delirante per vedere se tu sia o meno un potenziale individuo pericoloso per il paese.
Quest’uomo forse si è ispirato proprio al questionario di cui sopra per risolvere l’annoso problema del discernimento tra Islam moderato (amico degli USA) e Islam cattivo (nemico degli USA). Il tutto, qui.

Grazie alla mailing list “Apriti Sesamo”.

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