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Le cerchie della vita

Quassù c’è la situazione del mio profilo su Google+ dopo un mese dalla mia iscrizione. Devo dire che mi sono iscritto più per curiosità che per reale “passione”: dopo avere scritto quello che ho scritto su Facebook, volevo provare (e mettere alla prova) questo nuovo social network.
A prescindere dalle cazzate che ci sono (comunque in maniera minore che su Facebook, forse perché c’è meno gente iscritta, notava qualcuno tempo fa), sono abbastanza contento. Mi pare che la gran parte dei miei contatti non posti in maniera compulsiva, né pubblichi troppe scemenze.
La cosa che, però, mi sorprende sempre, è la quantità di persone del tutto sconosciute che mi aggiunge alle sue cerchie. Come sapete, in Google+ io posso aggiungere alle cerchie (il “diventa amico di” di Facebook) qualcuno senza che lui aggiunga me, e viceversa. Quindi i membri dell’insieme “Chi sei?” sono effettivamente delle persone che non ho conosciuto né personalmente, né per motivi di lavoro. Un controsenso, quindi, aggiungerli? No. Perché queste persone sono quelle che, sì, non conosco e mi hanno “aggiunto”, ma:
1. scrivono in italiano;
2. non postano video di Vasco Rossi;
3. non scrivono “buongiorno” di mattino e “buonanotte” alla sera.
E, in fondo, c’è una bella soddisfazione a fare queste cernite, volta per volta. Poca roba? Embè? Sono una persona semplice.

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Come Facebook uccise i blog (e altre forme di vita) – 3

(Continua dal post precedente)

4. Facebook ha stravolto il concetto di “privato”
Il discorso non riguarda solo la privacy dei dati degli utenti, che Facebook, si sa, affronta in maniera del tutto sbarazzina, ma il senso di “privato”, stravolto dalle disposizioni di base che vengono associate al nostro profilo quando ci iscriviamo, ma anche dei meccanismi “sociali” ormai condivisi. Facebook nasce per farsi i cavoli degli altri e per mettere in piazza i propri: questo è un dato. Ma, ripeto, non si tratta solo del fatto che se io sono iscritto a Facebook e mi fotografano alle spalle di Giovanna, ecco che la mia foto col mio nome compare nell’album di Giovanna senza che io possa, in prima battuta, impedirlo. Qui parlo del fatto che le bacheche degli utenti, cioè i luoghi in cui compaiono le cose che l’utente scrive, ma anche gli oggetti inseriti da altri in cui è “inserito” il nome dell’utente stesso, sono ormai usate come mezzi per comunicare cose private, sebbene siano visibili da tutti gli amici dell’utente in questione. Per cui non è difficile imbattersi in scambi di commenti pubblici che riguardano appuntamenti tra due persone in un dato luogo, sollecitazioni a studiare, lavorare, eccetera, proposte di cene, cinema o aperitivi, fino a (visto con i miei occhi) inviti a rispondere al telefono: davvero, ho visto uno scambio di messaggi tra l’utente A e l’utente B, sulla bacheca dell’utente A, in cui B scriveva “A, rispondi al cellulare, ti sto chiamando”.
Di nuovo: è la natura tecnica del mezzo che obbliga gli utenti a questo tipo di scambi? No, perché, come in tutti i social network, anche in Facebook esistono i messaggi privati, che però spessissimo non vengono usati per comunicare cose come quelle sopra riportate. Il risultato è l’ulteriore aumento del “rumore” di cui abbiamo parlato prima.

Conclusioni
Queste osservazioni non hanno pretesa di essere esaustive, ma erano per me necessarie. Facebook, come ogni strumento di comunicazione, non è il male, ma secondo me tende a essere utilizzato male. La sua diffusione, le sue caratteristiche tecniche, i suoi modi d’uso portano inevitabilmente a una scarsa propensione all’approfondimento e alla riflessione: nonostante questo, i modi minimi di partecipazione che sta imponendo sono gratificanti per l’utente che, pur non dando davvero un’opinione articolata su un determinato evento, oggetto o altro, si sente parte della comunità, del social network, in maniera completa e soddisfacente, poiché la partecipazione minima ha la stessa valenza di altre, anzi, viene spesso preferita ad altre che, quando esistono, vengono comunque meno considerate. Alla superficialità della proposta (post) corrisponde sovente una partecipazione minima in qualità ma numericamente elevata degli utenti: per intenderci, se io su Facebook posto un video, avrò più “mi piace” di quanti commenti possa avere su una nota, indipendentemente dal contenuto del video o della nota.
Tutto questo influenza il resto della comunicazione in rete, in particolare le forme di comunicazione più articolate e complesse, quali quelle dei blog, mica dei trattati scientifici!, che subiscono un declino di lettori e commentatori, a prescindere dalla loro qualità.
Se volete vedere tutto questo come un piangermi addosso siete fuori strada, ma liberi di farlo, anzi: siete invitati a commentare questi post. Un “mi piace”, questa volta, non vi salverà.

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Come Facebook uccise i blog (e altre forme di vita) – 2

(Continua dal post precedente)

3. Facebook ha ridotto ulteriormente l’unità minima di comunicazione
La Rete è stata vista, a ragione, come una grande opportunità per estendere la partecipazione a un pubblico idealmente infinito. La comunicazione condivisa e partecipata è stata una delle caratteristiche delle prime applicazioni in rete, dalle bbs degli inizi, alle chat, ai forum, ai blog. Queste forme hanno ovviamente stimolato il narcisismo degli utenti che hanno iniziato a pubblicare in rete qualsiasi cosa che li riguardasse, soprattutto nei blog a indirizzo personale (quale peraltro è questo che state leggendo). L’obiezione è stata spesso quella del “chi se ne frega”: anche io, a volte a ragione, a volte meno, ho ricevuto dei commenti che in pratica mi dicevano che certe cose della mia vita erano davvero di scarso interesse pubblico. A mia discolpa, però, posso dire che su questo blog ha spesso cercato di scrivere i fatti miei almeno in una forma accettabile, se non proprio esplicitamente narrativa: che ci sia riuscito o meno, è un altro paio di maniche.
Alcune nuove forme di comunicazione pubblica breve, Twitter e conseguentemente la compliazione di status di Facebook, da Twitter ispirata, hanno però portato all’estremo la personalizzazione dei contenuti . Insomma, tutti pubblicano tutto, senza filtri, scrivendolo male e con poche parole. Ricordando le premesse al post di ieri, pubblico qui in forma anonima dieci messaggi di status a caso di “amici” della pagina Facebook della trasmissione:
– “sono a letto con la febbre”;
– “long after tonight is all over”;
foto di gatto;
“Quando non ci sono gli ultrà avversari i tifosi dell’Hellas si scherniscono facendo anche le loro veci e intonando i cori di insulti che gli verrebbero altrimenti affibbiati… Perdonate la modestia ma siamo sempre i migliori, anche e a maggior ragione in serie C /=”;
– “‎(sono stata un po’ fuori di me per qualche giorno)”;
– “Amici miei.” con foto di amici dell’utente, presumo;
– “Melancholia Prima. In verità, di tutte le voragini fra cui ci muoviamo alla cieca, nessuna è tanto cupa, e per noi stessi inconoscibile, quanto il nostro proprio corpo. Lo si definì un sepolcro, che ci portiamo appresso; ma la tenebra del nostro corpo è più astrusa per noi delle tombe.“;
– “+” e basta;
– “Siamo tutti sotto processo, inevitabilmente” con video tratto da Il Processo di Welles;
“putrefazione”.
Frasi singole, citazioni, spesso solo parole o segni grafici, addirittura. Che cosa significa tutto ciò? Che cosa si vuole comunicare nella stragrande maggioranza dei casi, se non se stessi, in maniera, peraltro, criptica a tutti gli altri (e non credo che tutti gli “amici” veri o virtuali di questi utenti abbiano le idee chiare su cosa volessero dire)? Non ci sarebbe niente di male, se  questa modalità ormai adottata dalla stragrande maggioranza degli utenti di Facebook non portasse a due conseguenze.
La prima è che ognuno si sente legittimato a scrivere pubblicamente qualsiasi cosa: lo fanno tutti, del resto. Moltiplicate questa tendenza per i milioni di utenti di Facebook e quello che otterrete è la creazione di un “rumore di fondo” comunicativo che si innesta su un canale (esemplificato dal “rullo” degli status degli “amici”), tendendo a sommergere tutto il resto, compresi i contenuti interessanti, gli approfondimenti, le riflessioni anche minimamente articolate.
Voi direte: è la natura tecnica del mezzo. Eh no, perché il numero limitato di caratteri è nella natura di Twitter, non di Facebook, che ha uno strumento (le “note”) che permette di pubblicare post più lunghi. Be’, la percentuale di persone che usa le note di Facebook è minima, quasi infinitesimale rispetto al numero degli utenti, che preferiscono, quindi, comunicare in maniera per lo più breve e superficiale, affidando il loro messaggio a un video, una foto o una decina di parole. O anche meno.
Infatti un’altra mutazione portata da Facebook riguarda l’unità minima di partecipazione al discorso pubblico. Se nei blog c’era il commento (che comunque era formato da parole messe una in fila all’altra) la grande “rivoluzione” di Facebook è stata l’introduzione del pulsante “Mi piace”. Un clic e il gioco è fatto: si partecipa, esprimendo un’opinione (l’unica possibile: il tasto “non mi piace”, in Facebook, non esiste), si è all’interno del dibattito, si dà una sorta di “conferma di lettura” di un contenuto, si aderisce all’unità minima di partecipazione comunicativa, o di comunicazione tout court. Senza sprecare neanche una parola.

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Come Facebook uccise i blog (e altre forme di vita) – 1

Premesse
Non ho un mio profilo personale su Facebook, ma, per lavoro, gestisco da qualche mese quello della mia trasmissione. Questo mi ha costretto ad entrare in un mondo dal quale ho sempre preferito stare fuori. Per i due lettori che non mi conoscono: non sono contrario alle forme di socializzazione in rete, anzi. Ho frequentato forum, canali IRC, ho un account Skype, GMail, Messenger, MySpace, YouTube e LastFm: ma Facebook mi ha sempre respinto. Sarà che da subito si è parlato di problemi di privacy, peraltro subiti anche con Google e associati; sarà anche che ho una stupida e inconscia tendenza a rimanere in una minoranza. Fatto sta che solo da poco sono entrato nel social network più importante della storia della rete, anche solo numericamente parlando, almeno finora. E ho raccolto, osservando e leggendo, alcune considerazioni.

1. Facebook è il primo sito che tende a sostituirsi alla rete, in toto
Diverso tempo fa EmmeBi intitolava un post “Facebook is the new www”. Niente di più vero, partendo dalla considerazione che entrare in Facebook è la prima cosa da fare se vuoi promuovere qualcuno o qualcosa: la tua azienda, il tuo film, la tua musica, te stesso. Tutto ha un profilo Facebook, esattamente come, un tempo, molte aziende, marchi, imprese iniziarono ad avere un sito. C’è differenza, però, tra Facebook e il World Wide Web.
Facebook, infatti, è contrario a uno dei parametri fondativi/filosofici del web, la condivisione, che avviene solo in un senso: Facebook importa, ma non lascia esportare facilmente tutto ciò che viene creato “in” esso, a partire da mail e messaggi. Direte che anche nei forum è così: è vero, ma non sono così estesi (come fruizione) quanto lo è Facebook, né hanno lo stesso senso tematico e semantico. Un forum sulle falciatrici raccoglie appassionati di giardinaggio e agricoltori; Facebook, invece, è una campionatura (enorme) del mondo: esattamente come lo è il web, ma in un altro senso, dall’interno, per così dire. Infatti, anche la condivisione del materiale presente in pagine e profili sottointende la creazione di un account su quel social network. E le innovazioni, o meglio i cambiamenti, che Zuckerberg sta apportando (di continuo, per disorientare e fare arrendere l’utente all’accettarli senza approfondire) continuano ad andare in questo senso. Ora c’è la mail di Facebook, con tanto di @facebook nell’indirizzo, che convoglia in un unica casella sms, mail, messaggi privati. Ma, a quanto ne so, non è possibile, per dire, scaricare la mail con un software di gestione come Thunderbird o Outlook o Mail, o quanto meno non è chiaro se, ancora una volta, io possa non solo ricevere mail da servizi esterni, ma anche leggere le nuove e-mail da questi servizi.
Insomma, Facebook sta facendo sì che la navigazione e l’esperienza in rete in genere sia gestita in maniera esclusiva attraverso quella piattaforma, sulla quale salvare foto, caricare e vedere video, ascoltare canzoni, scrivere mail, chattare (e presto fare delle videochiamate), eccetera. Facebook, insomma, come una sorta di potentissimo browser integrato con strumenti di socializzazione (interna) e condivisione (interna).

2. Facebook incrina la legge non scritta dell’integrazione tra media
Ogni volta che un nuovo mezzo di comunicazione di massa si è affacciato al mondo, c’è chi ha urlato al miracolo e chi, invece, ha previsto una sostituzione dei vecchi media. La storia ci ha insegnato che i media, in realtà, tendono per lo più a integrarsi l’un l’altro, non a sostituirsi. Facebook non può essere considerato un nuovo medium, è chiaro. Ma, dalle osservazioni al punto 1, è chiaro che lo è nella misura in cui fa rileggere (in maniera quasi obbligata) l’esperienza della navigazione in rete e della fruizione sulla stessa di altri oggetti di comunicazione. Prendendo quindi come orizzonte non tanto il panorama mediatico, quanto quello della rete, possiamo dire che Facebook non si integra, ma tende a inglobare tutti gli altri mezzi, facendosi sempre di più snodo centrale per il consumo multimediale. Come detto sopra, attraverso Facebook si guarda, ascolta, legge: qualcosa di simile è accaduto con la Rete, ma in quel caso il processo è stato più tendente all’integrazione che alla sostituzione. I giornali cartacei hanno iniziato ad avere la versione on-line, e così le radio e le televisioni. Con Facebook il processo avviene a un secondo livello: giornali, radio e televisioni non solo hanno un profilo su Facebook (“il nuovo www”), ma inseriscono nei loro stessi apparati dei pulsanti per interagire con quella piattaforma, più che con altre, modificandosi in funzione di una condivisione sì, ma mirata ed esclusiva.

continua

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