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Muratori

E quindi tra oggi e domani i muratori che mi hanno “accompagnato” negli ultimi quaranta giorni (numero quaresimale, me ne rendo conto solo oggi) dovrebbero levare le impalcature dal pozzo luce su cui si affacciano quattro quinti delle finestre di casa mia. Ieri li ho aiutati a rimettere a posto gli scuri e ho scambiato due chiacchiere con loro.
Avrei voluto chiedere come mai cantassero dei medley straordinari che iniziavano con “Dammi una lametta” della Rettore e si concludevano con “Hanno ucciso l’uomo ragno” con, però, il testo cambiato per cui qualcuno alla fine subiva una sodomia.
Avrei voluto chiedere quanto guardassero in casa d’altri o se era talmente normale nel loro lavoro avere accesso all’intimità altrui che non ci facevano neanche più caso.
Invece ho chiesto da che parte della Sicilia provenissero: dall’accento mi sembrava Palermo o dintorni. “Siete tutti siciliani…”, ho cominciato, prendendola larga. Stavo per continuare, ipotizzando la provincia capoluogo dell’isola come luogo, ma l’uomo al quale mi rivolgevo mi ha “parlato sopra”: “Tutti siciliani siamo. Tutti parenti, cognati, cugini…”.
Poi qualcuno l’ha richiamato giù, mi ha salutato con un gesto e si è calato lungo una scaletta di ferro.
Rimarrò col dubbio: un’uscita di scena tale vale più di qualsiasi curiosità nozionistico dialettale.

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Il postino

Me lo trovo davanti, appena fuori dal portone di casa, che scartabella tra le buste e i pacchetti che ha in mano. Quando mi saluta sento immediatamente un accento familiare.
“Ho una raccomandata per lei”, mi dice. E rallenta lo sfogliare delle cose che ha in mano. Mi passa un pacchetto.
“Ah, no, aspetti…”, dice riprendendoselo. Apre una bustina di plastica sul retro della confezione e tenta di tirare fuori dei fogli. “C’è un’altra camurria, qua…”.
Erano anni che non sentivo quella parola.
Camurria“, ripeto sorridendo. Lui mi guarda, pronto a spiegarmi il significato di quell’espressione.
“No, no, so cosa vuol dire.”
Gli occhi del postino si illuminano: “Sei siciliano?”
“Mia madre.”
“Di dove?”
“Di Messina.”
“Ah, io della provincia di Ragusa. Ma sono molto legato alla provincia di Messina.”
Mi guarda.
“Ho fatto il postino alle Eolie. A Stromboli, per sei mesi.”
Ecco dove vorrei essere, penso. Alle isole Eolie, adesso, proprio ora. E vorrei che ci fosse il postino dell’isola a portarmi qualcosa.
“Il postino a Stromboli…”
“Per sei mesi, da gennaio a giugno dell’anno scorso.”
“Che meraviglia”, dico io.
“Poi mi hanno trasferito qua.”
E in quel momento passa un auto, che riscalda ancor di più l’aria, che si fa per qualche secondo pesante di gas.
“Da Stromboli a Bologna…”
“Sì, adesso ho il tempo indeterminato.”
“Che meraviglia, Stromboli. Fare il postino alle Eolie…”
Il postino mi guarda, poi abbassa improvvisamente gli occhi.
“Dai, dai, non me ne parlare, ché mi viene da piangere”, dice, e io noto davvero che i suoi occhi luccicano. Firmo e gli lascio la porta aperta. Quando esco di nuovo, c’è un’altra lettera per me. Stavolta, però, nessuna camurria.

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