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Tema: “Le tue vacanze”

Sono stati giorni splendidi, oh, sì. Ecco quello che ho fatto:

  • dormito;
  • mangiato (da ricordare dello splendido tonno alla brace e delle salsicce incredibili);
  • bevuto (il Bordeaux, anche quello di qualità, costa pochissimo perfino in Corsica, e ho quasi imparato a fare i mojito);
  • andato al mare (se volete farvi del male, date un’occhiata al pur sempre valido A Pic in the Life o alla mia immancabile pagina di Flickr);
  • letto due libri: una raccolta di tre atti unici di Woody Allen, Sesso e bugie (qualsiasi cosa faccia Woody Allen mi fa stare bene e mi dà senso di familiarità, anche quando, come in questo caso e altri, non c’è nulla di nuovo) e una biografia di Frank Zappa che mi ha fatto capire, ancora una volta, che per comprendere il genio e l’opera di Zappa ci vuole una vita. C’è qualcuno di voi che lo conosce bene e mi dà delle lezioni?
  • sentito un bel po’ di dischi e musica: niente di nuovo, a dire il vero, a parte il programma della BBC per celebrare il quarantennale di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, andato in onda agli inizi di giugno. Hanno chiamato delle band britanniche (manco le migliori o le più in vista, a parte rari casi) e hanno detto loro: oh, se volete registrate una traccia del disco, ma, eheh, con i mezzi e gli strumenti di allora. Pare che molti abbiano gettato la spugna. Il risultato finale non è male, anche se sono davvero poche le cover degne di nota. Potete sentire il tutto in streaming qui;
  • giocato con la mia nuova macchina fotografica: in un giorno di pioggia ho realizzato il mio primo squallido filmino in stop motion, Reperibilità. Quindi pregate che il mio autunno sia soleggiato e molto impegnato. Sulla seconda caratteristica, però, potrei scommetterci.

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Brian di Hawthorne (Hollywood, California)

Con colpevole ritardo scrivo qualche riga sul concerto di Brian Wilson a Ravenna di mercoledì scorso.
Il ritardo è dovuto al fisiologico calo di voglia di fare alcunché, ma non solo: infatti è da tre giorni che tento di capire che cos’è stato questo concerto. Undici persone sul palco, Brian Wilson seduto (seduto) su uno sgabello al centro, almeno sei persone che cantavano contemporaneamente, un inizio con “I Get Around” e una fine con “Barbara Ann”. In mezzo, io che tento di capire che cosa sto vedendo, chi è quel signore seduto in mezzo al palco, io che mi commuovo e batto le mani insieme ad altre centinaia di persone sedute. Vediamo di capirci qualcosa.
Brian Wilson non ce la fa. E qui scatta la commozione, perché uno dei veri geni della musica americana non ce la fa più, nonostante sia coetaneo di McCartney, Bowie, Jagger, gente che salta, canta, balla. Lui non ce la fa, e si vede. Sta seduto, agita le mani come farebbe un vecchio nonno un po’ rimbambito, legge le parole sugli schermi che ha davanti.
Però Brian Wilson non sbaglia una nota, anche quando la sua linea vocale è mischiata in mezzo ad altre sei.
Ed ecco che passa il senso di tenerezza geriatrico, e subentra un altro tipo di commozione: ci si rende conto che quest’uomo ha sofferto. prima, probabilmente, per il peso di un padre-padrone-manager ossessivo. Poi, per i Beatles: diciamocelo, ma vi rendete conto, soffrire per i Beatles? Voglio dire, hanno provato questo lui, Pete Best (il loro primo batterista) e Stuart Sutcliffe (mollato prima di incidere il primo disco). Wilson soffre perché sente che, dall’altra parte dell’oceano, c’è qualcuno che fa musica in maniera geniale. Esce Rubber Soul, nel 1965, e lui dice: “Minchia!” (probabilmente). E poi aggiunge: “Adesso vi faccio vedere io.” E sforna quel capolavoro che è Pet Sounds. Tre mesi dopo i Beatles fanno uscire Revolver. Dieci mesi dopo ancora, Sgt. Pepper’s. E Brian crolla, letteralmente.
Tutto questo, badate bene, scrivendo canzoni che, perdonatemi la banalità, appena iniziano fanno spuntare sorrisi e bermuda a chiunque.
Brian Wilson ha ringraziato dopo ogni pezzo, prima in italiano e poi in inglese. Ha ricordato che lì si faceva rock’n’roll, e infatti tra i bis è spuntata “Johnny B. Goode” di quel Chuck Berry che tanto i Beatles quanto i Beach Boys amavano (e come fare altrimenti?), unico pezzo non scritto da Wilson in tutto il concerto. La conferma che le canzoni in scaletta erano di tutti, come possono essere solo le grandi canzoni.

“My state of being has been elevated, because I’ve been exercising, writing songs. I’m in a better frame of mind these days.
It feels great – it’s like I see some light. Things make sense to me again.”

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