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Vita e miracoli di John Grant

John Grant

Spero che nessuno mai decida di fare un film su John Grant: la storia, purtroppo, sarebbe già pronta. Un giovane cresciuto nel Michigan religioso e silenziosamente intollerante forma una band, con la quale pubblica sei dischi. Nel frattempo affronta lo scontro tra l’educazione che ha ricevuto e la sua omosessualità. Con questa spina nel fianco, manda a rotoli tutto, stacca la spina agli Czars (questo il nome del gruppo) e si perde tra droghe e alcool.
Infine, un paio di anni fa, scopre che i Midlake (altra band da tenere d’occhio) sono suoi grandi fans e i ragazzi (che hanno una decina d’anni meno di Grant) lo convincono a tornare alla musica: lo aiutano a produrre il disco, che viene registrato con la loro diretta collaborazione nel loro studio. Esattamente un anno fa esce Queen of Denmark, un capolavoro, che conquista critica e pubblico e diventa il disco dell’anno per la rivista Mojo.

Capirete con quale trepidazione sia andato martedì sera a vedere John Grant in concerto in una chiesa fuori Bologna: è stato semplicemente eccezionale. Accompagnato solo da un pianista, con una strumentazione composta da sole tre tastiere, Grant ha raccontato se stesso come nel suo album. Sedici brani tratti da Queen of Denmark, ma anche inediti e altri recuperati dai dischi degli Czars, ognuno dei quali è stato introdotto da qualche parola. Se la “Little Pink House” che ha chiuso il live è la casa dove la nonna di Grant ha vissuto per 70 anni (un record per una statunitense, come lui stesso ha sottolineato), “It’s easier” è un omaggio a certa musica degli anni ’80 e “Chicken Bones” si interroga sulla contraddizione che Grant ha vissuto quando ha percepito del razzismo nei suoi comportamenti, nonostante la sua omosessualità in teoria dovesse renderlo tollerante per primo. Attraverso ogni canzone, un pezzo di vita, un trasloco, un’amica lontana, un amore non corrisposto, un luogo frequentato da bambino. Quando poi è stata la volta di “JC Hates Faggots” John Grant non ha potuto non notare, con sottile ironia, che a 42 anni è arrivato a cantare quella canzone in una chiesa…
Un’ora e mezzo stupenda, quella di martedì sera, impreziosita da nuovi arrangiamenti creati per i brani in scaletta: non c’erano le chitarre e le armonie vocali dei Midlake, nella piccola chiesa che ha ospitato il concerto, ma le linee di sintetizzatore e le parti per pianoforte sono state efficaci e hanno fatto risaltare ancora di più la splendida, ferma e commovente voce baritonale di Grant.

Speriamo che nessuno faccia un film sulla vita e il miracolo di John Grant: sarebbe comunque inferiore a come lui stesso si racconta, in maniera intima, diretta e sobria, ad ogni concerto.

John Grant: live in Castenaso, Bologna, Italy. Setlist: You Don’t Have To – Sigourney Weaver – Where Dreams Go To Die – Marz – Outer Space – Chicken Bones – Silver Platter Club – It’s Easier – JC Hates Faggots – TC and Honey Bear – LOS – Drug – Queen of Denmark – Fireflies – Caramel – Little Pink House.

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I do know why

Quando li ho sentiti nominare per la prima volta, intorno a marzo di quest’anno, mi chiedevo che razza di nome fosse Fleet Foxes. Appena ho sentito il loro primo ep, Sun Giant, me ne sono sbattuto dell’onomastica e ho iniziato ad ascoltare a ripetizione le loro canzoni (secondo Last.fm sono la band che ho ascoltato di più, dopo Beatles e Nine Inch Nails, il che per me è un po’ come dire che è la cosa che ho fatto più frequentemente nella vita oltre mangiare e dormire). A Maps quell’ep è diventato il disco di una settimana corta: cinque pezzi, ci stava benissimo. Ma ho sempre avuto la sensazione che, forse, avevo in qualche modo sacrificato il loro talento. Sensazione confermata quando, poco dopo, ho avuto modo di ascoltare tutto il disco. Quando è stato eletto disco del mese da Mojo ero contento come se fosse stato il mio lavoro ad essere stato scelto. Insomma, miei piccoli lettori, amore allo stato puro.

RobinPotevo quindi perdermi la data di ieri a Milano? No, non potevo. E sapevo anche che sarebbe stato un concerto eccezionale, che avrei avuto i lucciconi per tutto il tempo, che le loro armonie vocali sarebbero state scintillanti dal vivo come su disco. Quello che non sapevo è che, alla fine del concerto (con un preambolo durante il concerto) avrei scoperto che condivido con un membro della band una passione in comune, quella per Dario Argento, e che questo ci avrebbe fatto chiacchierare fitti fitti (sebbene per una decina di minuti) e scambiarci le mail, per continuare a distanza il discorso.

Insomma, ci sono serate perfette, dal viaggio in macchina con una delle mie band preferite, fino agli ultimi saluti: so il perché.

Fleet Foxes live@Magazzini Generali – Set fotografico

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Anch’io accecato (dalla luce)

From the screenIl sospetto deve venire: perché tutti (tutti: fan, appassionati, gente capitata lì per caso, uomini, donne, bambini) ti dicono che assistere a un concerto di Springsteen è un’esperienza che va oltre il concerto, avvicinandosi a qualcos’altro di più totale e magnifico?
Eppure sono andato a Milano, ieri, cercando di non avere aspettative, di non pensare all’amico Morozzi e alle migliaia di persone nel mondo che, come lui, investono immani quantità di tempo e soldi per seguire il Boss in tutte o quasi le tappe dei tour europei. Non ho pensato al mito, ai dischi, alle immagini che lo ritraggono. Sono entrato a San Siro cercando – più che altro – di non svenire per il caldo. Poi ho visto quante persone c’erano e ho vacillato.

Alle otto e cinquanta di ieri sera è successo qualcosa: Bruce Springsteen e la E Street Band sono saliti sul palco dello Stadio Mezza di Milano, hanno suonato una cover (“Summertime Blues” di Eddie Cochran, per la cronaca) e si è aperto un squarcio temporale che è durato tre ore esatte, praticamente senza pause. Senza. Pause.
Part of the audience (a very little part)Oggi mi è arrivata una mail da un ascoltatore che sapeva sarei andato al concerto, che mi chiedeva con che parole avrei descritto in onda la serata di ieri. Figuratevi qua, che posso fare, mettendo passo dopo passo le parole nero su bianco…
È stato incredibile. Non ho mai visto nessuno, e dico nessuno, spendersi sul palco in quel modo, essere disponibile col pubblico, prendere richieste, stravolgere scalette per essere vicino alla folla che è venuta apposta per vedere e sentire lui e la sua band. Ma soprattutto – e qui sta il segreto, miei piccoli lettori – non ho mai visto nessuno divertirsi così sul palco.
Eravamo 65000, ieri. Anche secondo la Questura (il Boss unisce gli animi e i conteggi). E abbiamo letteralmente vibrato a tempo. Avete mai visto 130000 braccia agitarsi in sincronia? Avete mai sentito come 65000 persone cantano “Born to Run”? Avete mai visto un sessantenne buttarsi per terra, urlare, suonare, incitare pubblico e band per centottanta minuti, risultando sempre sincero e credibile? Avete mai visto lo stesso sessantenne finire il concerto, uscire di nuovo, prendere una tinozza e una spugna, bagnare tutte le prime file del pubblico, risalire sul palco e fare un bis di otto canzoni, finendo con “Twist and Shout”?
Io, fino a ieri, no.

The BossNon è stato un concerto, è stato decisamente qualcosa di più. Tanto che vorrei comprarmi una Smemoranda apposta per segnare la data di ieri. E basta.
Mi unisco agli accecati. E anche io vi dico, o voi che non siete mai andati ad un concerto di Springsteen: andateci. Andateci. Non vi pentirete assolutamente, perché, una volta tanto, “quello che si dice” è vero, ma in più c’è la musica.

Bruce Springsteen and the E Street Band – Milano 25.06.08. Tracklist: Summertime Blues (cover) – Out In The Street – Radio Nowhere – Prove It All Night – The Promised Land – Spirit In The Night – None But The Brave – Hungry Heart [Tour Premiere] – Candy’s Room – Darkness On The Edge Of Town – Darlington County – Because The Night – She’s The One – Livin’ In The Future – Mary’s Place – I’m On Fire – Racing In The Street – The Rising – Last To Die – Long Walk Home – Badlands
Girls In Their Summer Clothes – Detroit Medley – Born To Run – Rosalita – Bobby Jean – Dancing In The Dark – American Land – Twist And Shout (cover) [Tour Premiere]

Ancora non ci credete? Toh, allora, vedere per credere. Due pezzi minori, “Because the Night” e “I’m on Fire”, freschi freschi da ieri…

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Hitting Everybody The Police Live, Torino 02.10.07

Uno si rende conto di come passi veloce il tempo quando nota che ha parlato di questa data dei Police sette mesi fa. Alla fine, possiamo dirlo, i tre hanno mantenuto la parola chiesta. Nessun disco nuovo, almeno finora. Ma anche niente “Mother” in scaletta. Comunque.

È stato un bel concerto, c’è poco da dire. Che però è iniziato alle 9 e 40. Niente di male, se non fosse che le danze sono state aperte da “La notte della Taranta”.
Primo problema del fatto che due membri su tre dei Police abbiano rapporti con l’Italia: Copeland, che ha lavorato con i “tarantolati”, li ha chiamati sul palco. E quindi alle sette di sera, eccoli là: seimila musicisti sul palco e duemila tamburelli, a suonare una taranta inutilmente contaminata con altro. Già a me la taranta sta sulle palle, quando poi per ringiovanirla, riadattarla, rifarla la mischiano con blues, rock ed elettronica… Ah, tra i musicisti c’era anche Raiss degli Almamegretta. Ma non è finita qua.
Secondo problema del fatto che due membri su tre dei Police abbiano rapporti con l’Italia: Sting ha fatto aprire il concerto di Torino, come gli altri del tour, dalla band di suo figlio, tali Fiction Plane. Io non lo sapevo e quindi il mio ragionamento, quando è iniziato il loro set, è stato: “Toh, una band con basso/cantante, chitarra e batteria. Come i Police. Toh, il loro suono ricorda i Police. Ehi, ma il cantante assomiglia a Sting.” L’italico nepotismo è stato però incrinato da una dichiarazione che il giovine leader della band ha rilasciato a Repubblica il giorno dopo. Ha detto qualcosa come: “Siamo meglio dei Police, perché mio padre è un precisino.” Mah.

Insomma, alla fine i Police sono saliti sul palco allestito al “Delle Alpi” davanti a 65000 persone. Solo il pubblico, visto dall’alto delle tribune, era uno spettacolo. Scaletta ben congegnata, con pezzi più soft per prendere fiato alternati ad altri brani suonati veramente con indole rock: e le età dei tre, sommate, arrivano quasi a 180 anni. Molti brani sono stati riarrangiati, con un picco in una meravigliosa versione di “Wrapped Around Your Finger”, veramente emozionante. Schermi giganti e giochi di luce hanno esaltato una scenografia comunque sobria. E poi, che dire della scaletta? Un successo dopo l’altro, dai cinque dischi usciti in poco più di cinque anni. “Roxanne” ci ha invaso di luci rosse, Sting non si è risparmiato, Stewart Copeland ha percosso ogni cosa, Andy Summers ha fatto il suo (e si anche messo una giacchetta, ad un certo punto: si sa, a volte basta un colpo di freddo…). E’ stato un concerto divertente, ben suonato, che ha coinvolto il pubblico più enorme che mi sia capitato di vedere finora. E alla fine, dopo una versione davvero tirata del primo pezzo di Outlandos d’amour, “Next to You”, tutti a casa sorridenti, dai quindicenni che hanno spulciato nei dischi di papà, ai papà, appunto. E la sensazione di avere visto un mito, sì, venticinque anni dopo, ma pur sempre mito.

Setlist: Message in a Bottle – Synchronicity II – Walking On The Moon – Voices Inside My Head/When The World Is Running Down – Don’t Stand So Close To Me – Driven To Tears – Truth Hits Everybody – Hole In My Life – Every Little Thing She Does Is Magic – Wrapped Around Your Finger – De Do Do Do De Da Da Da- Invisible Sun – Walking In Your Footsteps – Can’t Stand Losing You – Roxanne – King Of Pain – So Lonely – Every Breath You Take – Next To You

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E chi l’avrebbe mai detto…

…di vedere Tool e Nine Inch Nails sullo stesso palco? E di vederli per la seconda volta nel giro di una manciata di mesi? Eppure.

L’Independent Days Festival di quest’anno si è ridotto, per me, ai concerti degli headliner di cui sopra. Delle altre band, lo confesso, non me ne poteva fregare di meno. Sono arrivato all’Arena Parco Nord alle sette e mezzo, ho visto i Maximo Park salutare il pubblico, pubblico che indossava solo magliette dei Tool e dei NIN, peraltro, e mi sono sistemato sulla collinetta davanti al palco. Una posizione da anziani, lo ammetto, ma il mio corpo aveva dato abbastanza a stare nelle prime file qualche mese fa.

Il set dei Tool è stato meraviglioso. La band di Maynard Keenan, si sa, è una macchina perfetta e si è presentata a Bologna in forma smagliante. Addirittura Maynard ha detto una decina di parole, introducendo i Nine Inch Nails e prendendo in giro il cappello nuovo di Jeordie White, che il bassista dei NIN ha avuto la decenza di non mostrare, però. Il concerto è stato potente, compatto, senza mezza sbavatura, decorato da scenografie stupende e da giochi di luce meravigliosi, con tanto di laser verdi sul pubblico. E su “Lateralus” un jam stupenda che valeva da sola tutto il concerto.

I NIN hanno seguito più o meno le scalette dei concerti del tour di Year Zero. La scaletta di Milano è stata più ricca di classici (ricordo ancora, allora, una “Reptile” da brividi), ma si sono superati in quanto ad allestimento del palco. Il vero motivo, a parte l’età che avanza, per cui mi sono messo a una certa distanza dal palco è stato proprio quello di vedere le luci e gli effetti sul palco dei Nine Inch Nails. Nel loro ultimo dvd, Beside You In Time, è possibile rendersi conto dell’apparato scenico che accompagna alcuni pezzi: è sbalorditivo il lavoro che viene fatto e la precisione con cui lo staff di Reznor e soci agisce sul palco, in perfetta coordinazione con dei musicisti pazzeschi. Ho letto di sospetti di playback, ma sinceramente non credo siano fondati. Reznor è un perfezionista e difficilmente si accontenta di performance mediocri da parte di musicisti e tecnici. Ecco spiegata l’enorme livello della performance dei NIN. E poi hanno fatto “Dead Souls”!
Unica nota negativa, il pistolotto pro-file sharing, diligentemente tradotto per il gentile pubblico dall’italico tastierista Alessandro Cortini: citando Valido, allora regalaceli in allegato con un giornale, i dischi.

Ah, no, c’è un’altra nota negativa, ma riguarda l’organizzazione del festival in sè: una volta entrati nell’arena non si poteva uscire. Avete letto bene. Una specie di reclusione forzata, con le migliaia di persone presenti obbligate a fare la fila per un (1) bagno e due (2) punti ristorazione. Il tutto nel mezzo della Festa Nazionale dell’Unità, ricolma di cessi e crescentine. Mah.

Tool setlist: Jambi – Stinkfist* – Forty six and 2 – Schism – Rosetta stoned – FLOOD – Lateralus – Vicarious
NIN setlist: Hyperpower!* – The Beginning of the End* – Heresy* – Terrible Lie – March of the Pigs – Closer – Survivalism – Burn – Gave Up* – Me I’m Not – The Great Destroyer (Slave Screams interlude) – Eraser – Only – Wish – The Good Soldier – No You Don’t – Dead Souls* – The Hand That Feeds – Head like a Hole –
Hurt

Dei pezzi con l’asterisco trovate i video sulla mia pagina di YouTube, e qui ci sono diverse foto.
La posizione centrale-su-collinetta ha diversi vantaggi, oh yeah.

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Daydreaming

I concerti dei Sonic Youth sono una delle poche certezze della mia vita: come i film di Woody Allen, i Peanuts, il rapporto qualità prezzo della birra Moretti. Tanto per mischiare cose diverse.
Li ho visti per la prima volta nel 1998, e poi in tante altre occasioni, e sono sempre stati grandiosi. La data di ieri a Ferrara è stata qualcosa in più, però. Sentire Daydream Nation suonato tutto insieme, dall’inizio alla fine, è stato entusiasmante. E ancora mi meraviglia il fatto che le canzoni dei Sonic Youth, ruvide, difficili e respingenti all’apparenza siano stampate nella mia testa. Si agganciano ai neuroni perché sono, alla base, pop (rock), base su cui poi ci stanno tutte le influenze no-wave, jazz e sperimentali che la band ha costruito in venticinque anni e passa di carriera.
E tutto questo si nota ancora di più in un disco fondamentale come Daydream Nation, in cui la tempesta elettrica di “Eric’s Trip” si mischia con il refrain pop di “Silver Rocket”, e viene da canticchiare ogni pezzo, e si smette di battere il tempo col piede solo nelle code di feedback di ogni pezzo, per poi riprendere a tempo con Steve Shelley.
Ma dicevo, la serata di ieri: tutto Daydream Nation, e poi dei bis, in cui Kim Gordon ha lasciato il basso a… Mark Ibold, il bassista dei Pavement. E Kim Gordon ha ballato, roteato su se stessa e percorso il palco in lungo e in largo come non l’avevo mai vista fare. E ho capito, ancora una volta, il segreto di questi 50enni e passa: amano davvero la musica e si divertono a farla, prima di ogni altra cosa.

Insomma, Sonic Youth: di nome e di fatto, ancora una volta. Che meraviglia.

Sonic Youth performing Daydream Nation – Piazza Castello, Ferrara, 06.07.07. Setlist:
Daydream Nation – Reena – Incinerate – Jams Run Free – Or – What a Waste

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Down In It: Nine Inch Nails, Live@Alcatraz, Milano, 01.04.07

Esattamente otto anni dopo avere visto uno dei concerti più belli della mia vita, torno nello stesso posto, con lo stesso amico, a rivedere uno dei miei gruppi del cuore.
Quando passano così tanto tempo tra due eventi del genere, è evidente che la lunga attesa prima del concerto potrebbe essere riempita da pensieri come “L’ultima volta che li ho visti qua avevo 21 anni”, ma queste meditazioni sono interrotte dall’incubo che mi perseguita in tutti i concerti a cui tengo di più: come era successo già all’ultimo concerto dei Karate a cui ho assistito, ecco che si presentano puntuali quelli che io chiamo “gli ultras dell’Andria”. In quell’occasione, infatti, un gruppo di veneti ubriachi aveva cantato per tutto il concerto gli inni della loro squadra del cuore sulle melodie dei Karate. Encomiabile, come tentativo, penosa e fastidiosissima la riuscita della cosa.
I Ladytron si sono appena esibiti, la folla aspetta i NIN, ed eccoli, i tifosi: sono in tre, e si devono reggere insieme per non cadere per terra. Ovviamente, spingendo qua e là, si piazzano accanto a me. Dopo qualche sguardo interrogativo, vedo che uno ha un bicchiere di plastica pieno e lo tiene a mezz’aria, dritto davanti a sè. Fa per rovesciarlo per terra (in uno spazio di un metro quadro in cui ci sono almeno dieci persone), ma prima mi guarda. Io gli faccio “no” con la testa, lui mi prende come arbitro morale della situazione e mi dice “No, eh?”. Gli suggerisco di passare il bicchiere ad altri, in modo tale che raggiunga i limiti della sala. Lo fa.
Dopo poco mi pone un altro grande interrogativo etico. Biascica: “Ma se uno dovesse venirgli da pisciare (sic), la farebbe qua, no?” e nel chiedermi questo inizia ad armeggiare coi pantaloni. Sudo freddo. Riesco solo a scuotere la testa, sperando di mantenere il ruolo appena acquisito. Miracolosamente rinuncia. O se la fa addosso, non so e non voglio sapere.
Un altro po’ di tempo e uno dei tre, quello più basculante di tutti, inizia a strusciarsi su una ragazza di fronte a me. Nessuno fa niente e io conquisto la seconda onorificenza sul campo, togliendo la ragazza dal pesante ed etilico abbraccio del barcollante giovane.
Si spengono le luci, inizia “Pinion” e quindi, non appena partono le prime note di “Mr Self Destruct”, non capisco più niente. Una violenza inaudita travolge il pubblico, con un attacco di concerto memorabile. I tifosi dell’Andria, probabilmente, vengono calpestati dalla folla, la temperatura emotiva si innalza a dismisura, ma mai quanto quella fisica: dopo due pezzi siamo tutti sudati e distrutti.

La folla mi spinge da una parte all’altra e godo come un riccio: la scaletta sembra quasi quella di un set di The Downward Spiral, non si fa in tempo ad esultare per un brano che ne parte un altro. Così mi trovo, fortunello, in un’altra zona del locale, dove faccio la conoscenza di uno strano personaggio. Capelli lunghi, barba lunga, occhi spiritati, fa headbanging facendo roteare la chioma e inondando di sudore chiunque si trovi nel raggio di qualche metro dalla sua seminuda persona. E’ coperto da uno strato viscido di sudore, e quando, approfittando del macello incessante, gli do una bella spinta, torna indietro, incrocia le braccia all’altezza dei polsi, sfodera due belle corna metal e rovescia gli occhi mostrandomi la lingua.
All’ennesima ondata di sudore mi allontano.
Lo vedrò, un po’ dopo, mentre, immobile in mezzo alla folla, tiene il cellulare all’orecchio. Ho pensato che, forse, si chiedesse se la voce che risponde facendo il numero 666 (“Il numero che lei ha composto è inesistente”) sia quella del Principe delle Tenebre in falsetto. O forse è la prova che l’Inferno non esiste?

La temperatura aumenta, e Trent Reznor, mosso a pietà, lancia delle bottigliette d’acqua sul pubblico. Il frontman dei NIN è un po’ troppo pompato, ma chi se ne importa: continuano a suonare come una macchina, senza tregua, senza sosta, e soprattutto senza fare brani troppo recenti.
Il ritmo, infatti, cala solo nei due pezzi del prossimo disco, Year Zero, che però il buon Trent ci invita tranquillamente a “rubare”.

E poi arriva il momento che mi aveva fatto levitare, nel novembre 1999, dalla decima alla seconda fila, “con una forza dentro che neanch’io so come”. Ancora una volta, “Hurt” (versione solo voce e piano, fino all’entrata finale delle chitarre) distrugge nel senso migliore del termine tutti i presenti (e forse fa finire in lacrime anche i veneti ubriachi e l’emulo di King Diamond). Ma il finale è per “Head Like a Hole”, durante la quale credo siano stati concepiti diversi pargoli, vista la ressa mostruosa a cui nessuno è riuscito a sfuggire.

Quindi, che dire? Che sono una live band fenomenale, che, rispetto al concerto del ’99 sono mancate le parti combinate strumentali-video, che probabilmente parte della creatività che Reznor aveva raggiunto con The Downward Spiral e The Fragile se n’è andata, che inizio a tifare contro l’Andria Football Club e che, se il Diavolo c’è, ha cambiato numero.

Nine Inch Nails – Alcatraz, Milano, 01.04.07 – Setlist:
Pinion – Mr. Self Destruct -Terrible Lie – Heresy – March of the Pigs – The Frail – The Wretched – Closer -The Becoming -The Beginning of the End – Wish – Gave Up – Help Me I’m in Hell – Eraser – Reptile – No You Don’t – Survivalism – Only – Down in It – Hurt – The Hand that Feeds – Head Like a Hole

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Quadri e quadretti: Pearl Jam – Palamalaguti, Bologna, 14 settembre 2006

La cassetta su cui avevo registrato Ten, il primo disco dei Pearl Jam, è una Sony HF 60, infilata in una custodia di un’altra cassetta: quelle della Sony sono trasparenti, mentre quella è nera, di plastica. I titoli delle canzoni sono scritti con un pennarello nero su un foglio tratto da un quaderno a quadretti. Credo di avere quella cassetta dal 1992, più o meno l’anno in cui comprai la mia prima camicia a quadri, di flanella, di quelle che si vedevano addosso ai vari gruppi grunge dell’epoca. L’anno dopo, credo, iniziai a lasciarmi crescere i capelli (“capelli lunghi non porto più, ma suono la chitarra”: scusate, è che quell’altro concerto…), che all’inizio avevano più o meno la lunghezza di quelli di Eddie Vedder all’epoca.
Lo dicevo sempre: se potessi scegliere che voce avere, vorrei poter cantare come il cantante dei Pearl Jam. Chiamatemi scemo.
Ma intanto, i Pearl Jam, non li avevo ancora visti dal vivo. Continuavo a registrare cassettine con live, e poi a comprare o masterizzare dei bootleg ufficiali, e a cantare guardando lo stereo. Non come Eddie Vedder.

Sono passati quattordici anni, e finalmente ce l’ho fatta a vedere i Pearl Jam in concerto, nonostante un’attesa sfiancante (per molti versi) sotto la pioggia, che ho preso tutta addosso: vi pare che un quindicenne ad un concerto si porti l’ombrello? Il quindicenne, completamente bagnato, nonostante quella cassetta e quella camicia siano nella casa natale, ormai, a scambiarsi quadri e quadretti, ha potuto cantare a squarciagola le canzoni di quella cassetta. “Even Flow”. “Porch”. “Why Go”.
“Black” (e i suoi cieli di altri, che all’epoca erano così platonici, adesso, invece, sono così concreti, reali e distanti in maniera quasi rassicurante, anche se la tinta rimane presente. Un pezzo che è la parte disperata e riflessiva della mia adolescenza*, e non solo. E anche di molti altri, mi sa, a sentire come la cantava il pubblico di ieri).

“Alive”.

Nonostante tutto.

La scaletta di ieri, tratta da www.pearl-jam.it: Elderly Woman Behind a Counter in a Small Town, Do The Evolution, Animal, Severed Hand, Given To Fly, World Wide Suicide, Save You, Even Flow, I Am Mine, Marker In The Sand, Green Disease, Daughter / (It’s OK), Alone, Whipping, Present Tense, Comatose, Porch
bis 1: Black, Better Man, Life Wasted, Alive
bis 2: Bu$hleaguer, Why Go, Baba O’Riley, Indifference

No, per dire. Che concerto meraviglioso.

* “Smells Like Teen Spirit”, invece, è la parte disperata e violenta della mia adolescenza. Oh, mi verrete mica a dire che avete avuto un’adolescenza felice? Per contratto la felicità innocente e pura finisce con la prima presa per il culo in prima media.

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Alfieri

Mi ero preparato per bene un programmino per la Notte Bianca di quest’anno: mi sarebbe piaciuto andare a sentire Benigni al Campidoglio, ma ne avrei anche potuto fare a meno, a dire il vero. Mi sarebbe piaciuto andare a vedere l’esposizione della testa colossale di Costantino (l’imperatore, non il tronista, e in questa parentesi mi rendo conto di come siamo messi), così come l’antologica di Pazienza.
Non avrei perso per nulla al mondo il concerto di Elio e le storie tese a San Lorenzo. Perché, poi. Ho visto il simpatico gruppetto quasi una decina di volte, quasi sempre gratis, vestito da Zorro, in quattro regioni diverse. Ma è più forte di me: quando sono nei paraggi, non resisto.
Nonostante tutto questo, la pioggia che è caduta continuamente durante la notte bianca mi stava facendo desistere, lo ammetto. Starò invecchiando, starò diventando idrosolubile, non so, insomma, stavo per andarmene, dopo una lunghissima introduzione fatta di finti stornelli romani, dopo la mia solita maledizione-da-concerto, per cui mi ritrovo sempre dei tifosi dell’Andria dietro che urlano e urlacchiano alle mie spalle.
Invece sono rimasto, e ho visto il più bel concerto di EELST della mia breve vita.
Vi basti la scaletta, che ha compreso “A.T.A.T.V.U.M.D.B.” (confesso che ho sperato si materializzasse Giorgia e che, dopo aver cantato, facesse un catartico harakiri), seguita da una bellissima canzone degli Area, “Hommage à Violette Nozières”. E poi “Caro 2000”, durante il quale delle ragazze (giuro) mi hanno offerto del Vov (e non dello Zabov) e “Litfiba tornate insieme”, che è stata fatta in anteprima in un concerto a Bologna qualche anno fa, e che aveva lasciato tutti a bocca aperta. E poi ancora un pezzo che non avevo mai sentito dal vivo, “Nella vecchia azienda agricola”, che mi ha fatto venire in mente la mia cassettina registrata, la prima cosa di Elio che ho sentito, il loro primo disco. “Giocatore mondiale”, hanno fatto anche quella, cari i miei rosiconi. E dopo? “Acido lattico”, rendiamoci conto.
Avevo già deciso di comprare il cd brulè, e mi stavo recando verso il banchetto apposito, quando…
Quando, sotto la pioggia battente, è iniziata “Alfieri”.
A questo punto, miei piccoli lettori, so che vi siete già divisi in due gruppi. Qualcuno di voi si sta continuando a chiedere: “Ma di che cazzo sta parlando, questo?” Ma altri tra voi stanno piangendo e si stanno maledicendo per non essere stati a Roma ieri.
“Alfieri” non è nel cd, non rientra nella registrazione. Sulle prime me la sono presa, ma poi ho pensato che è stato veramente un regalo a quelli che, come me, sono rimasti a prendersi la pioggia.
Adesso qui, nel mio letto d’ospedale, con un respiro che neanche Mimì de La Bohème, ripasso mentalmente il testo della canzone, cantato con sguardo fiero e pieno di gratitudine per l’uomo del Giappone.
(L’ultima frase, ovviamente, è comprensibile solo a quelli che sono riusciti ad arrivare fino a qua, con gli occhi pieni di lacrime).

Update. Mi sono ricordato che, come intermezzo tra “Il vitello dai piedi di balsa” e la reprise, è stata suonata… “Cateto”. Ca-te-to.

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BowieSpots

Siccome non ha molto senso che io vi faccia una recensione del concerto, non essendo io un critico musicale (sicuramente c’è qualcuno che la farà – o l’ha già fatta – meglio di me), lascio solo delle piccole macchie, cose che ho visto, sentito, intuito, prima, durante e dopo uno dei concerti più emozionanti che ho visto nella mia vita.

In fila, un po’ sotto la pioggia un po’ no. Dei ragazzi alla mia sinistra discutono se si dica “boui” o “baui”. Al che uno inizia a cantare la canzoncina della “bauli” usando il nome storpiato di Bowie. Due donne di fianco a me parlano del concerto. Una dice: “No, perché io, lo ammetto, ho solo il The Best of, però, beh, lui è un personaggio…”.

Dentro il Filaforum. Dopo cinque minuti vedo sorella e madre della mia ex-ragazza. Ricordo di avere frequentato un corso per corrispondenza di intelligenza e intuisco che ci dev’essere anche lei. Prima di farmi prendere dal panico omicida che mi sale quando penso a quell’essere subumano, mi ricordo di avere frequentato un corso di corrispondenza per agente segreto e mi mimetizzo da pavimento-del-Filaforum. Così passo inosservato.

Concerto dei Dandy Warhols. Diciamolo. Io, oltre a “Bohemian Like You”, non ho mai sentito niente. E così sembrava anche per la maggior parte delle persone venute là. E anche per i Dandy Warhols stessi, che però sono simpatici, suonano bene e se ne fottono allegramente. Quando attacca il riff di “Bohemian Like You” il pubblico impazzisce, loro sorridono nervosetti e siamo tutti felici e contenti.

Pausa pipì. Vado in bagno prima che inizi il set di Bowie. Fila enorme. Quando, finalmente, entro nei bagni, c’è un quarantenne, ma forse anche qualcosa in più, che piscia nel lavandino. Sente che la gente lo sta guardando ed esclama: “Ma sì, dai, ché in fondo io sono sempre stato un po’ punk”. Lo guardiamo con aria commiserevolincazzata. Se ne va fischiettando “Anarchy in the WC”.

Veneriamo le icone. Si spengono le luci e inizia ad essere proiettato il video introduttivo del Reality Tour. Un cartone animato della band di Bowie che suona. Quando compare il Bowie-cartone la gente si alza in un boato. Non credo ci sia da aggiungere altro.

Bowie, finalmente. A Lucca due anni fa aveva iniziato con “Life on Mars”, stavolta inizia con “Rebel rebel”. Mi viene da piangere.

Tradimenti. Accanto a me una coppia, lei un po’ freddina, lui l’abbraccia, lei ricambia poco, lui la solleva per farle vedere meglio il palco e la coccola, lei tenta di resistere alle coccole di lui. Ad un certo punto la vedo armeggiare al cellulare. Sentite, lo ammetto, ho guardato il messaggio che le era arrivato. “Mi manchi, ho voglia di sentirti, mi chiami dopo?”. La sua risposta? “OK”. Mi è venuto un magone allucinante.

The Show Must Go On. “Under Pressure” non mi è mai piaciuta tanto come canzone. Ma la melodia che era cantata da Mercury viene cantata dalla bravissima bassista di Bowie, Gail Ann Dorsey (grazie Z., sai com’è, quando uno posta a tarda ora si dimentica delle cose…) (un plauso a tutta la band: sono eccellenti). Alla fine della canzone il pubblico è tutto per lei.

Love, love, love. Amore, amore, amore. Bowie parla di amore, prima quando dice che il suo batterista si è fidanzato in Italia (non con un’italiana): ah il paese dell’ammmoure. Mi sa che mi hanno adottato. Oppure vivo in un’enclave. Boh. Poi dice, prima di suonare “5:15 the Angels Have Gone” che è la storia di uno che ha perso la speranza e la fiducia nell’amore. Qualcuno in prima fila dice anche io. Bowie sorride e dice “Really? Shit”. E gli dedica la canzone.

“Scusate, ho qualche problema alla gola”. Dice proprio così, il duca. Ma aggiunge che è talmente contento della serata (e continua a ringraziare il pubblico in italiano, a scusarsi di sapere solo poche parole in italiano, ad inchinarsi ad ogni pezzo) che vuole lo stesso fare una canzone. Una versione di “Loving the Alien” solo voce e chitarra. Alla fine si sente il brivido del pubblico. Quest’uomo non ha cinquantasei anni. No. Impossibile.

L’altra faccia della medaglia. Dopo avere infiammato la platea con la solita versione rullo compressore di “I’m Afraid of Americans” (la adoro, quella canzone, si sente lo zampino del mio adorato Trent, altro che), dice che ogni medaglia ha due faccie, e parte “Heroes”. Che da quando l’ha dedicata ai pompieri, poliziotti e altro dell’11 settembre la canzone sia ormai da intendersi in un solo modo? Mah.

B – O – W – I – E. Dopo due ore di concerto, in cui ho urlato e mi sono emozionato, ho cantato e ballato come un ossesso, in cui, grazie al cielo, i pezzi da “Heathen” sono stati due o tre, e altrettanti quelli da “Reality”… Dopo tutto questo l’ultima canzone non può che essere “Ziggy Stardust”. Quasi non si sente. Il pubblico tutto la canta per intero. Alla fine del pezzo una scritta enorme compare sullo schermo. “BOWIE”. Non c’è da aggiungere altro. A parte il fatto che si pronuncia “boui”.

“Monologo interiore”. Metropolitana dopo il concerto. I vagoni sono riempiti praticamente solo da gente che è stata al Filaforum. Noto una signora di una certa età che parla da sola. Si fa proprio dei discorsi. Ma senza emettere alcun suono. Forse era al concerto e se lo sta ricanticchiando. Forse.

P.S. Per chi fosse interessato, questa è stata la scaletta.

1 Rebel Rebel
2 NKS
3 Fame
4 Cactus
5 China Girl
6 Fall Dog
7 Hallo Spaceboy
8 Sunday
9 Under Pressure
10 Ashes to Ashes
11 Fashion
12 NGO
13 The Motel
14 5:15
15 Loving the Alien (Acustica)
16 I’m afraid of Americans
17 Heroes
18 Heathen (The Rays)

Encore:
19 Slip Away
20 Changes
21 Let’s Dance
22 Hang on to yourself
23 Ziggy Stardust

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