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Customer Care

Da qualche anno sono abbonato alla rivista “Mojo”, inizialmente dono dell’amico fratello-di-parole. Mi ha creato dipendenza da subito e quindi ho rinnovato l’abbonamento. Tutto è andato bene, fino a che, l’estate scorsa, dei numeri sono andati persi.

Colmo di sconforto, ho contattato via mail il servizio clienti. Mi hanno consigliato di farmeli mandare in un altro posto (la fama mariuolesca dell’Italia ha varcato la Manica da secoli) e si sono profusi in scuse. Mi hanno mandato uno dei numeri che avevo perso due volte (l’altro era esaurito), hanno cambiato prontamente il luogo di recapito, mi hanno regalato due mesi di abbonamento (corrispondenti ai numeri persi!) e tutto è filato via liscio.
Questo fino al rinnovo dell’abbonamento: il primo avviso mi è arrivato via mail, ma con estremo anticipo. Poi me ne è arrivata un’altra di mail, con un link: sono arrivato al sito di GreatMagazines che mi ha offerto l’abbonamento annuale a 67 sterline circa. E l’ho fatto. Il giorno dopo, sorpresa, mi arriva una lettera-di-carta che mi offre di rinnovare l’abbonamento a venti sterline di meno di quanto fosse il prezzo on-line.
“E che sfiga”, ho pensato. Ma ho contattato lo stesso il servizio clienti, spiegando la situazione. Il risultato? Mi hanno risposto chiedendomi se volessi i soldi indietro o se, invece, preferissi che le venti sterline “in più” fossero tramutate in un’estensione dell’abbonamento.

Ecco: dopo questo piccolo episodio, mi sono chiesto cosa sarebbe successo se “Mojo” fosse stato un giornale italiano. Avrebbero fatto casino, avrebbero perso un abbonato e, quindi, dei soldi molto importanti per il bilancio di una testata. Ci vuole così tanto a capire che la cortesia paga, nell’editoria e nelle cose di tutti i giorni?

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Tensioni

E così ieri, alle 8, torno a casa e penso: “Ma dai, facciamo una bella lavatrice, come le so fare io”. Mi piace un sacco fare le lavatrici. Carico, metto il detersivo, guardo che non siano rimasti dei calzini in giro, sento un calzino ridere sotto il letto, lo cerco, non lo trovo, lo minaccio, si arrende, regolo la temperatura, il programma, premo “start” e mi rimetto al computer. Tempo due minuti scarsi e poff. Computer spento, io al buio, è saltata la corrente. Il calzino agonizza, immerso per metà nella lavatrice, io impreco, cerco la torcia, la trovo. Penso: “C’è forse il forno acceso? No. C’è forse una stufa elettrica accesa? No, non la possiedo. Qualcuno ha abusivamente collegato delle luci natalizie al mio contatore? Chissà.” Faccio finta che non sia successo niente, scendo due piani di scale, riattacco il contatore, risalgo due piani di scale, riaccendo la lavatrice.
Un minuto.
Aripoff.
Questo accade altre tre volte, con varie pause nel mezzo. Nel frattempo s’è fatta una certa ora, ma io ci riprovo. Senza biancheria la lavatrice regge. Rimetto la biancheria zuppa nella lavatrice, la faccio ripartire. Poff.
Prima di andare a letto, da vero malato di mente, chiedo aiuto alla rete, digitando su Google le parole “lavatrice salta corrente”. Il primo risultato è questo qua. Leggo il post e, disperato, mando una mail alla tenutaria del blog, che ho incontrato una volta e con la quale abbiamo parlato di cinema per un po’, prima di capire che non potremo mai andare al cinema insieme. Mi sono quindi messo, quella sera, a parlare di fumetti horror con i due suoi amici.
Vado a letto e sogno di passare i miei giorni attaccato alla cornetta di vari call center, con la mia lavatrice che, autonomamente, si accende e fa saltare la luce in tutto il palazzo.

Oggi mi sveglio vagamente più intelligente e decido di fare una prova: accendo il forno. Poff. Salta la corrente. Quindi non è la lavatrice. Quindi devo chiamare l’Enel. Quindi è esattamente come descritto nel post di cui sopra. Mi asciugo le lacrime e chiamo il centro guasti dell’azienda.
Scopro che il numero verde del centro guasti non prevede voci umane, ma solo frasi preregistrate, e serve solo se:
– c’è una guerra nucleare e ci sono interi quartieri senza luce: comunque ti dicono che “il servizio verrà riattivato a breve”;
– c’è un essere umano che sta friggendo attaccato ad una presa di corrente;
– è in atto un attacco terroristico.
La telefonata viene conclusa dall’elenco di tutte le zone di Bologna e provincia in cui c’è qualche problema elettrico. Ovunque, nella città, tranne che nella mia zona. Cambio tattica: farei qualsiasi cosa per parlare con un essere umano. Chiamo quindi il numero verde dell’Enel, fingendo di voler cambiare contratto.
Appena sento una voce femminile, confesso tutto. La gentilissima operatrice mi dice che non ho pagato una bolletta che scadeva il 2 ottobre. Bolletta che non ho mai vista, perché è stata mandata all’indirizzo della mia casa vecchia.

(E allora penso a quel deficiente che abita dove abitavo io. “Ehi, una lettera per il precedente inquilino. Enel. Che sarà? Ente Nazionale degli Enti Locali? Pubblicità? Nell’incertezza la butto.”)

L’operatrice inizia a darmi le indicazioni per riparare al misfatto, ad una velocità supersonica. “Un attimo che prendo carta e penna”, dico io. Dopo quindici secondi di silenzio, l’operatrice Enel sbotta: “Oh, allora, l’ha presa la carta e la penna?”
Le ho mangiato la faccia, letteralmente. Un po’ mi sono pentito, perché in effetti il servizio dell’Enel è davvero sempre celere. Eh, che volete, ero nervosetto.

Esco di casa alle ore nove. Ho una riunione in radio alle nove e trenta, ma prima devo pagare la bolletta. Ovviamente quando il mio numero si illumina sopra uno sportello dell’ufficio postale vicino a casa, l’impiegata si alza e se ne va. Colite? Pausa sigaretta?
Arrivo in prossimità della fermata dell’autobus e mi passano due 13 davanti. Sono già in abbondante ritardo, ma, attenzione, non sono così sfortunato. Uno è lì che aspetta. Ci salgo sopra tutto contento. Dopo cinquecento metri si rompe. Arrivo in radio alle 10. Non c’è stata alcuna riunione, i problemi sono ben altri: la rete interna è andata, completamente.

A parte questo, tutto bene, grazie.

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La rivolta degli oggetti – parte quarta

Avrei dovuto capirlo che non era giornata, da quando stamattina il cellulare ha rifiutato di accendersi, senza alcun motivo. Ho fatto la solita cosa inutile di togliere la pila e rimetterla, che ha molto più dello sciamanico che del sensato. Niente. Poi, senza dirmi nulla, si è acceso, ed è comparso un messaggio sul visore: “Paura, eh?”. Devo tenere il mio cellulare lontano dal televisore.
Faccio le mie cose, mi metto al portatile a scrivere. Si blocca. Control Alt Canc non funziona, quindi a mali estremi, estremi rimedi. Siccome l’usuale martello non c’è, lo spengo dal pulsantino. Toc. Zzzzzz. Spento. Lo guardo. Riaccendo. VVVvvvvvvv. Schermata nera.

“Vuoi avviarmi in modalità provvisoria, bel maschione?”
“Ma, veramente mi accontenterei del solito, caro.”

Niente. Non si vuole avviare. Metto venti euro nel cassettino del cd rom. Niente. Non ne vuole sapere. Il panico inizia ad impadronirsi di me. Mi tocca chiamare… l’assistenza. Ora, questo per me equivale ad una sconfitta. Vincono sempre loro.
Mi risponde una voce lentissima e depressa, da impiegata cinquantenne triste che inizia ad avere i sentori della menopausa. E la voce è registrata, non vi dico altro: le scelgono bene. Inizio a seguire le istruzioni del caso, digitando i numeri richiesti. Dopo avere collezionato una ventina di cifre sul display del mio telefono, finalmente mi risponde una voce. Una umana, dico.
“Pronto, sono Carmelo, mi dà un cognome?”
Penso che abbia problemi di identità, Carmelo, e inizio ad inventare un cognome che gli possa stare bene. Ma Carmelo X richiama la mia attenzione.
“Insomma, come si chiama?”
Do il mio cognome e lui mi dice dove abito, che numero di telefono ho, che scarpe porto in quel momento e anche qual è il mio cane di razza preferito. Però Carmelo non sa quale sia il numero di serie del mio portatile. E non lo so neanche io.
“Sta sotto il portatile”, suggerisce Carmelo Esposito. Dico a Carmelo Ming di attendere. Guardo sotto il computer. C’è un’etichetta con almeno sei serie di numeri diverse. Provo con la più difficile e la trascrivo. Torno da Carmelo Blissett.
“Non so se sia questa. Le detto una serie di trenta numeri e lettere”
“Inizia con ventotto?” chiede Carmelo.
“Veramente no”
“Allora non è quello”
Alla fine ce la faccio, e Carmelo mi identifica e mi dà anche dei numeri da giocare al lotto, ma solo sulla ruota di Aversa verso la metà del 2005. Non sto lì a dire che la ruota in questione non esiste e finalmente giungiamo al problema.
“Le posso dare prima soluzione”, dice Carmelo, “ma di più non posso dirle. Siccome suo computer non è più in garanzia, per sapere altro deve pagare venti euro. Ha carta di credito?”
Mi verrebbe da dirgli: “Ma Carmelo, santiddio, lo sai benissimo che ho una carta di credito, sai anche il numero di serie, sai dov’è il cassetto dove la tengo e anche il cognome da nubile di mia madre”. Invece mi accontento della prima soluzione, quella gratis. Che ovviamente non dà alcun esito. Richiamo. Carmelo è visibilmente soddisfatto, e me lo immagino tutto blu, con gli occhiali e delle ridicole mutandine bianche. “Te l’avevo detto, io. Dai, caccia il numero di carta di credito. So’ ventieuri, alla fine quanto ti costa una pizza? Dai, caccialo”.
E io glielo do. Carmelo impazzisce di gioia, mi dà tre soluzioni diverse al problema, ventilando, però, che potrebbe essere qualcosa di grave.
“Ma no”, dico io, toccando le palle ad un cavallo ben ferrato, salato e ornato di cornetti rossi che tengo sempre vicino a me in occasioni del genere. Niente. Neanche stavolta le soluzioni servono. Richiamo, e ormai penso che le mie telefonate siano passate al vivavoce e che intorno a Carmelo ci sia un party con i fiocchi. Ogni tanto, in effetti, quando mi parla, sembra che abbia la bocca piena di fonzies. Quando sento rumore di leccata di dita non ho dubbi: mi stanno prendendo per il culo e si sono già sputtanati i miei venti euro in chinotto e pop corn. Bastardi.
Dagli altri dati che Carmelo ha, il “tecnico” giunge ad una conclusione atroce.
“Qui è problemo di riformattamento disco.”
“Come?”
“Come si dice in italiano?”
“In italiano?”

E allora capisco che Carmelo proviene da un altro paese. Cosa ci faccia al centro di assistenza Sony (ma sì, diciamolo) del capoluogo lombardo è un mistero. Forse è un calciatore brasiliano in esubero al Milan, che ne so. Comunque la diagnosi di Carmelo è atroce. Perdita completa dei dati, dovuta a danneggiamento del disco rigido.
“Ma quanto mi costa? Cioè, quanto mi costerebbe rimetterlo a posto?”
Ladies and gentlemen: il climax di Carmelo! “Tra virgolette, con un punto di domanda, insomma, per il trasporto sono venti euro, la riparazione sono almeno duecento, più il pezzo…” Esita, lo stronzo. “Diciamo che sono duecento cinquanta trecento trecento cinquanta… Insomma, sui quattrocento euro”
Lo fermo, prima che alzi la posta, e scoppio in lacrime.
Torno in camera dal portatile. Mi avvicino e lo accarezzo. Provo ad accenderlo, recitando dei salmi in aramaico (imparato grazie al film sulle torture a Gesù). Tutto funziona. Miracolo (come nel film sul ritorno del Cristo vivente).
E compare una scritta sullo schermo: “Paura, eh?”.
E sento in lontananza il mio cellulare che ridacchia piano, nell’ombra.

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