Archivi tag: romanzo

Cosa resterà di questi anni ’80

Quando ISBN Edizioni mi ha mandato Player One, il romanzo d’esordio di Ernest Cline (supernerd, sceneggiatore di Fanboys, campione di slam poetry e possessore di una DeLorean), mi sono preoccupato: come possono pensare che legga seicento e passa pagine di libro in pochi giorni, in tempo per presentarlo a Bologna? La preoccupazione è svanita nel momento in cui l’ho aperto: le pagine sono volate, non appena ho conosciuto il protagonista del romanzo, Wade, un nerd appena maggiorenne che, come la maggior parte degli abitanti della Terra tra una trentina d’anni, vive per lo più collegato a OASIS, una simulazione di realtà (dove si gioca, si studia, si fa sesso, si va a scuola, si ammazza, si muore) ideata da un geniale incrocio tra Wozniac e Jobs, James Halliday. Quando il creatore di OASIS, unica speranza – per quanto fittizia – di un pianeta ridotto al lumicino, muore, indice la caccia al tesoro più grande della storia: chi troverà l’Easter Egg nascosto in OASIS (un universo fatto di migliaia di pianeti) erediterà il sistema stesso e le fortune del suo creatore. Inizia quindi una sfida per lo più incentrata su quiz, giochi e prove legate all’immaginario pop anni ’80, con richiami continui a musiche, film, e – ovviamente – giochi (per computer e non) di quella decade.
Della trama non vi racconto nulla di più (ci penserà il film che ne verrà tratto a rovinare tutto), ma del libro è bene parlare un po’: raramente un romanzo mi ha così immediatamente preso e divertito. Le pagine si divorano, si sorride spesso e, sebbene dopo la metà il ritmo si ingolfi un po’ e il finale sia alquanto prevedibile, leggere Player One è uno spasso. Soprattutto per chi, come me, ha vissuto da ragazzino gli anni ’80, è cresciuto con i vari Goonies, Wargames e Indiana Jones, sebbene io non sia stato un uguale appassionato di giochi di ruolo e videogame. Per Wade gli anni ’80 sono un’epoca esotica, che lui e i suoi sodali Gunter (Egg Hunter, cioè cacciatori di “uova”, coinvolti nella gara globale al centro del romanzo) conoscono attraverso musiche, videoclip, serie televisive e videogame. Per Halliday gli anni ’80 sono la giovinezza. Due modi di mitizzare un periodo storico. Proprio dal punto di vista storico, però, gli anni ’80 (come dice giustamente Matteo Bittanti) sono l’ultimo momento in cui i nerd sono stati emarginati: infatti viviamo oggi in un mondo dominato da nerd e geek, dove smanettoni e fan accaniti (di qualsiasi cosa) sono posizionati ben in alto nella scala sociale. Venticinque anni fa, rincoglioniti dal lato più luccicante della decade in questione, non l’avrebbe detto nessuno.
In Player One, dunque, gli anni ’80 sono il riferimento principale, tuttavia si sfora anche più indietro nel tempo, quando si citano serie giapponesi degli anni ’50, ma raramente più avanti: nel romanzo non compare alcun riferimento a qualcosa che sia stato creato oltre il ventesimo secolo. Perché? Forse perché negli ultimi anni, come dice Simon Reynolds in Retromania, viviamo in un continuo richiamo a ciò che è stato, senza effettivamente fare?
E perché, nonostante il finale conciliante, nessuno fa una mossa per operare nel mondo reale, che tra crisi energetiche e degli alloggi, povertà e violenza, di una mano avrebbe anche bisogno? C’è un lato criticabile nella cultura nerd: come in tutte le sottoculture il nerd è autoreferenziale ma, soprattutto, vive nel suo mondo (o, come direbbe l’amico C., “è felicemente prigioniero del suo immaginario”). Facendo un balzo di lato, forse neanche troppo composto, ci si chiede se uno dei lati negativi della cultura nerd sia quello di avere contribuito a ridurre le persone alla clausura volontaria, al non uscire di casa e affrontare il mondo: quando leggo delle rivolte arabe (e oplà, atterraggio maldestro) penso che la reale differenza tra i giovani italiani, europei e statunitensi e quelli dei Paesi che stanno provando a fare qualcosa è che i ragazzi egiziani, tunisini e algerini non hanno armi di distrazione e, soprattutto, abbiano prime necessità da conquistare. Quando non si ha da mangiare, si capisce, risolvere uno schema di PacMan o finire l’ennesima stagione di una serie TV è cosa di ben poco conto.
Eppure, nel mondo reale immaginato da Ernest Cline, Wade e i suoi amici fanno pochissimo: sì, una delle protagoniste, Art3mis, dice che vorrebbe dare i soldi del premio alla popolazione del globo per risollevarlo dallo stato in cui si trova, ma la cosa suona come un segno di spunta alla voce “impegno sociale”. Insomma, non vorrei che ci fossimo già dentro la Terra preconizzata da Cline: per ora, di OASIS qua non c’è traccia.

Ernest Cline sarà mio ospite a Maps domani pomeriggio e domani sera, insieme a Luigi Bernardi, presenteremo Player One a Modo Infoshop, a Bologna.

Lascia un commento

Archiviato in Eight Days A Week, Paperback Writer

Una fine qualunque, per tutti

Quel libro dalla copertina nera era nella mia libreria da quattro anni: stava lì, mi fissava col suo dorso nero e le scritte bianche: Philip Roth. Everyman. Ho un rapporto strano con Roth: ho tre suoi libri, ma non ne ho comprato nessuno. Mi sono stati regalati o semplicemente dati. Non lo cerco, Roth. Arriva. Questo libro, finito di leggere un mese prima del compimento del mio trentatreesimo anno di età, è scritto benissimo, ma sembra quasi uno sfogo: dà l’impressione che la storia di questo uomo del New Jersey, che ha le stesse origini e la stessa età dell’autore, e che inizia e finisce con la morte del protagonista, sia stata scritta di getto. Con ogni probabilità non è così, ma la sensazione che si ha è che Roth abbia voluto liberarsi del peso della morte, per concludere che questo non accade mai perché (per riprendere il pensiero di Epicuro) si vive con questo peso per lasciarlo solo quando si smette di respirare.
Ora capite la copertina nera.
Come il morality play omonimo, anche in questo caso il protagonista è costretto a dei bilanci, nel momento in cui (come è accaduto all’autore) è sottoposto a una serie continue di ricoveri e interventi chirurgici, dopo una vita passata più o meno in salute, almeno fino alla mezza età. Ripensa quindi alle sue tre mogli, ai suoi figli, alle sue passioni, al suo lavoro. Ciò che gli rimane, a differenza dei compagni dell’Everyman tardomedievale, sono rimpianti e senso di vuoto, che lo accompagnano fino a una fine banale, descritta quasi come ingloriosa e, ovviamente, repentina.
Nelle scene ambientate ai funerali, sino allo splendido dialogo con il becchino, alla fine del romanzo, Roth racconta la morte come qualcosa di violento e crudele, da un lato, ma naturale e “terreno” dall’altro. Per qualcuno, come la allieva del corso di pittura, è una liberazione. Per altri, come il becchino, è un lavoro.
Banalizzo, o meglio, riassumo: d’altro canto è un libro di un centinaio abbondante di pagine e, per quanto vi sia una storia, la profondità del romanzo è nello stile di Roth e nel raccontare una storia universale, tremendamente alla portata del vissuto di tutti, innalzandola ad esemplare.
Sarebbe stato troppo facile raccontare la vita e la morte di un uomo glorioso: la cosa agghiacciante è che Everyman parla davvero di uno qualsiasi di noi: per quanto vogliamo rifuggire la normalità di questa persona, essa è nostra e inevitabile. Esattamente come la morte.

La imbarazza ciò che è diventata, pensò lui, è imbarazzata, umiliata, mortificata, a tal punto da ritenersi irriconoscibile. Ma chi di loro non lo era? Erano tutti imbarazzati da ciò che erano diventati. Non era così anche per lui? Dai cambiamenti fisici. Dall’affievolimento della sua virilità. Dagli errori che lo avevano contorto e dai colpi – sia quelli autoinferti sia quelli venuti dall’esterno – che lo deformavano. (…) Non esisteva più nulla tranne il dolore.
Philip Roth – Everyman – Einaudi, Torino, 2007, pag. 64, trad. di Vincenzo Mantovani.

Lascia un commento

Archiviato in Paperback Writer

“Solo lo scrittore”

Esattamente cinque anni fa scrivevo di Lunar Park: era una svolta nella carriera di Bret Easton Ellis, ma nel senso di una sterzata che ti fa pensare “E ora?”. L'”ora” è uscito qualche mese fa, ma sono riuscito a leggere Imperial Bedrooms solo oggi: talvolta le influenze – intese come malanni stagionali – servono a qualcosa. Guardando il libro pare che la risposta alla domanda “E ora?” sia contenuta nella fascetta: “Meno di zero venticinque anni dopo”, recita, richiamando il romanzo d’esordio dell’allora ventunenne Ellis. E lo stesso autore ha definito questo ultimo romanzo un sequel. Ma possiamo essere certi delle dichiarazioni di uno dei più grandi (e manifestatamente pazzi) tra gli autori americani contemporanei? Certo, tanto quanto ci si può fidare della veridicità delle battute che fa pronunciare ai suoi personaggi.

Ci sono, nel nuovo romanzo, gli stessi protagonisti del primo: Clay, il narratore, è un mediocre sceneggiatore. Trent ha sposato Blair, Rip è completamente rifatto e predilige ragazze barely legal, Julian continua a pensare che soldi e sesso vadano a braccetto, sebbene si sia ripulito. Il panorama è la Los Angeles del mondo del cinema, tra residence di lusso, feste di produttori e provini. E già sfumano, o quantomeno non sono più così fondamentali, i legami con Meno di zero: si rafforzano, invece, quelli con Lunar Park, soprattutto nel momento in cui Clay parla dello scrittore del romanzo che, venticinque anni prima, vedeva lui e i suoi amici al centro dell’intreccio. Ecco che ritorna la molteplicità di strati del libro uscito cinque anni fa. Ma allora, cosa c’è sotto Imperial Bedrooms? Prima di tutto c’è la volontà di proseguire un discorso importante nella bibliografia di Ellis, ben evidente anche in Glamorama: la riflessione intorno alla paranoia. Attraverso le descrizioni dei deliri (“in contesto di lucidità e con capacità cognitive integre”, come dice la definizione del termine) dei protagonisti degli ultimi tre romanzi, Ellis fa emergere il vero tratto distintivo dell’inconscio collettivo americano. Anzi, lo rende quasi esplicito in un passaggio in cui descrive un comportamento di Rain, la ragazza di cui Clay a suo modo si invaghisce.

(…) noto come la guardano i colleghi, e anche parecchi altri uomini che vagano per i negozi, e anche lei se ne accorge e cammina svelta, tirandomi per mano, mentre fa finta di parlare del più e del meno al telefono, una forma di autodifesa, un modo per combattere quegli sguardi facendo finta che non esistono. Quegli sguardi sono il triste e continuo promemoria della vita di ogni bella ragazza di questa città (…) (pp. 48-49)

Essere al centro dell’attenzione, sempre e comunque: una condizione nella quale gli Stati Uniti, spesso per la loro stessa volontà, hanno vissuto da secoli. Questo porta a vulnerabilità, soprattutto quando si scopre di non essere invicibili, e che attacchi come quello di Pearl Harbor possono essere replicati in forma anche più distruttiva e subdola. Scatta immediatamente, quindi, la mancanza di fiducia (un’altra parola ricorrente in filigrana nelle pagine di Ellis) e, di conseguenza, un comportamento velatamente o esplicitamente paranoico, che dà luogo alla paura costante. In Imperial Bedrooms il protagonista è spesso fisicamente impaurito: gli tremano le mani, si piscia addosso, gli manca il respiro. Ma il suo primo istinto è quello di non sapere, di costringersi a fare finta di niente, o meglio di continuare a credere che le cose vadano come dovrebbero andare. E di annegarsi in droga e alcol per trovare una dimensione confortevole: un comportamento che, in effetti, lega i personaggi dello scrittore americano da venticinque anni a questa parte. “We know who you’re with and where you are”, recita “Imperial Bedroom”, di Elvis Costello (sua è anche una canzone che si intitola “Less Than Zero”). Quindi, Imperial Bedrooms è l’ennesimo trattato sulla paranoia di un Paese sull’orlo del collasso. O no?

Secondo un altro dei personaggi del romanzo, le persone si rivolgono a Clay perché “è uno che aiuta gli altri”. Che “gli altri” siano sempre delle giovanissime attrici, attraenti e disponibili, fa logicamente pensare che alla fine Clay pensi fondamentalmente ai fatti suoi. Un concetto che si esplicita anche alla fine del libro: “Le persone mi fanno paura”, dice il protagonista, concludendo il romanzo su una parola di cui abbiamo sottolineato l’importanza. Ma attenzione: Clay è uno sceneggiatore alle prese con i provini per un film che ha scritto e di cui sarà il produttore: il titolo è The Listeners. Torniamo al vero Bret Easton Ellis: due anni fa è uscito The Informers, un film tratto dalla raccolta di racconti omonima (tradotta in italiano con il demenziale titolo Acqua dal sole). Dopo avere lavorato con passione alla sceneggiatura, Ellis si è visto stravolgere il progetto da un cambio di regista: il risultato pare che sia catastrofico. Allora, forse, Imperial Bedrooms è molto più “egocentrico” di quanto potesse sembrare: esattamente come Ellis ha tentato di scrivere la sua storia per poi vederla danneggiata dalla produzione, Clay cerca disperatamente di seguire uno schema nella sua vita, di mantenere un ordine o quanto meno una logica degli eventi plausibile, mentre tutti gli altri personaggi rimaneggiano e rimodellano la trama di cui fa parte. Ellis, scontrandosi con il mondo del cinema, scopre che il suo ruolo è subordinato ad altri, nonostante sia lui, lo scrittore, a fornire la materia prima della narrazione, sia essa pur svolta per immagini. Ma gli altri, tutti gli altri, contano di più.

– Voglio stare con te, – dico.
– Non succederà mai, – dice, voltandosi dall’altra parte.
– Per favore, smettila di piangere.
– Non faceva parte dei piani.
– Perché no? – chiedo. Premo due dita su entrambi i lati della bocca e costringo le sue labbra a sorridere.
– Perché tu sei solo lo scrittore.
(p. 134)

Forse Ellis sta solo raccontando nuovamente se stesso, o ci sta solo dicendo che non ha fatto altro, oppure è davvero un fedele cantore del collasso degli Stati Uniti. O forse ci sta solo prendendo in giro, con buona probabilità di riuscirci. In fondo, noi siamo solo i lettori.

La traduzione del romanzo, edito da Einaudi, è di Giuseppe Culicchia.

Lascia un commento

Archiviato in Paperback Writer

La lingua e la terra

Ogni volta che leggo un libro di Omar Di Monopoli rimango avvinto, oltre che dalla trama, dal modo che Omar ha di raccontare. Questo terzo romanzo edito per ISBN, La legge di Fonzi, non è da meno. La storia, ambientata in una Puglia cruda, selvaggia e cattiva, assai diversa da come l’ente turismo e i giornali ce la vogliono mostrare, è una vicenda violenta, di delitti e vendette, con dei personaggi che non possono scappare dal loro destino di colpa: non si salva nessuno. Ma è il modo di narrare che affascina: il lessico di Di Monopoli è ricchissimo di sfumature, si contagia e sfocia talvolta nel dialetto vero e proprio, con imprechi smozzicati, commistioni con un improbabile italiano, senza in questo essere minimamente ammiccante. Non si tratta, qui, di un’etnicità da salotto, ma di una lingua dura come la terra arsa dal sole, che esclude chi non la capisce, che non fa sconti né regali, come i personaggi che la parlano. Le parole e le espressioni che l’autore sceglie riescono ad essere sinestetiche, multisensoriali: il suono di certe consonanti sfrega sulla pagina come le macchine che sgommano sull’asfalto arso, le maledizioni che lo sfasciacarrozze Skùppetta lancia rimangono appiccicate sul foglio come i suoi scaracchi, si riesce a percepire la povertà delle case e la disperazione. C’è un’attenzione rara alla lingua, insomma, che di per sè varrebbe il prezzo del libro, senza che, tuttavia, il romanzo si riduca a un esercizio di stile.

In tutto questo, però, La legge di Fonzi non racconta di un mondo atemporale, ma di qualcosa che è ben radicato nei modi d’oggi: a differenza delle altre due, quest’ultima parte di una possibile trilogia è quella in cui il mondo esterno penetra di più nelle vicende. Un mondo che vorrebbe essere luccicante, dell’immagine edulcorata e sorridente, dei VIP, del potere. Un mondo che cozza con il paese di Monte Svevo dove il romanzo è ambientato, e in cui pare che ci sia quasi una forza soprannaturale che tende a mantenere tutto così com’è, rigettando con impeto tutto quello che di nuovo, giovane e pulito possa arrivare, e facendo letteralmente deflagrare ogni tentativo di includere la sua comunità in un contesto più ampio. Come suggello a questa immobilità, Di Monopoli fa campeggiare nei dintorni del paese un cavalcavia, parte di una superstrada mai completata, che incombe come monito sugli abitanti di Monte Svevo.

E nemmeno se lo volessi potrei spiegarle quanta disperazione ci sta, negli occhi di quelle persone [gli abitanti di Monte Svevo, n.d.r.]. Brava gente che magari ha sacrificato una vita per far studiare i propri ragazzi pensando di offrire loro un futuro. E invece quel futuro semplicemente non c’è. Non qui. E non per loro. (…) Quando mi hanno mandato qui, tutti non facevano che ripetermi che la Sacra Corona Unita sarebbe stata l’ultima delle mie preoccupazioni. Lo Stato è intervenuto, dicevano, e l’organizzazione smantellata. Eppure in giro vedo tante di quelle storture, tanto di quel veleno, che a volte penso che quella era solo una sigla, niente di più. Un nome di comodo a uso e consumo dei giornali. (…) Non importa il nome che le diamo, quaggiù il problema più grosso tutta questa rabbia che resta in circolo è, perché come una giostra non fa altro che farci girare su noi stessi, a vuoto, senza arrivare mai da nessuna parte…
(Omar Di Monopoli, La legge di Fonzi, ISBN Edizioni, Milano, 2010, pp. 124-125)

(Domani intervisterò Omar Di Monopoli in diretta a Maps: se volete ascoltare qualcosa sui suoi libri precedenti, cliccate qua e qua).

Lascia un commento

Archiviato in Eight Days A Week, Paperback Writer

L’inossidabile classe del 1935

Mentre leggevo, con gusto e passione, l’ultimo libro di David Lodge, Il prof è sordo, non ho potuto fare a meno di pensare al mio rapporto con i film di Woody Allen. Qualsiasi cosa faccia l’attore, regista, sceneggiatore e, ma sì, dai, musicista americano, io lo vado a vedere. E certo, posso uscire dal cinema più o meno contento, ma anche nelle sue prove peggiori, riconosco il mondo, il pensiero, il punto di vista di Allen.

Lo stesso vale per Lodge, del quale lessi Scambi una quindicina di anni fa e che, da allora, non ho più abbandonato. Certo, c’è da dire che Lodge è meno produttivo del suo quasi coetaneo e quindi si dà meno occasione di fallire, del tutto o in parte. Rimane però comune ai due il gusto e la maestria del racconto, inteso proprio come “arte della narrazione” (un’espressione che è molto simile al titolo di un bellissimo saggio dell’inglese).

Come in Allen, inoltre, è sempre facile riconoscere nei romanzi di David Lodge l’autore stesso, che viene nascosto con un garbo quasi vezzoso, molto britannico: non sta bene (ed è anche privo di senso) chiedersi “Ma il Desmond di Deaf Sentence (questo il geniale titolo originale del romanzo di cui vi parlo) sarà veramente lui?”. Con elegante savoir faire, Lodge ci dice nella postfazione che sì, la sordità di cui è afflitto il protagonista è effettivamente un’esperienza provata in prima persona, così come la figura del padre, solo e malato, ha a che fare con la vita reale dello scrittore. Ed è proprio il personaggio del padre ad essere importante nel libro: l’accademico in pensione ha una moglie più giovane di lui, figli, nipoti e una studentessa tanto fascinosa quanto pazza che tenta di invischiarlo in un progetto di ricerca sulle lettere dei suicidi, con tanto di risvolti sadomasochisti; Lodge si diverte un mondo a mostrarci quanto ne sa di linguistica, oltre che di narratologia; ma sono i momenti con il padre a dare un interesse maggiore al libro. Un padre sordo, ma per motivi geriatrici, più che altro, con la prostata mal funzionante, tirchio e cocciuto, nostalgico del suo passato di musicista per orchestre da sale da ballo (Radio Days, come fa a non venire in mente?), che il figlio si costringe a visitare di tanto in tanto, affrontando un viaggio dall’immaginaria cittadina del nord dove Desmond risiede, fino ad un sobborgo del sud-est londinese da cui il padre non vuole andarsene.

Non aspettatevi pietismi: Lodge sa fare divertire, e spesso riduce il lettore a sonore risate. Ma è come, esattamente come nei film di Allen degli ultimi dieci anni, che in questo Il prof è sordo, il brillante scrittore inglese, toccati i 75 anni, si renda conto che, per quanto ci si possa scherzare su, la morte è qualcosa di concreto, vicino, seppure non immediato. È pervaso da uno strano senso funereo, questo libro: o forse sarebbe meglio dire che tra le righe si sente la paura del rendersi conto che le cose non funzionano come prima. Le orecchie, l’apparato riproduttivo, la memoria. Ci si scherza sopra, certo, ma in un momento topico del libro, al quale non accennerò per preservarvi il piacere della lettura, l’inconfondibile humour di Lodge scompare, per dare vita a pagine inaspettatamente dense di sacra umanità, resa in maniera tangibile quanto, per sua stessa natura, sfuggente e fuggitiva.

Anything works, dice Woody Allen nel suo ultimo film: “basta che funzioni”. E nelle ultime prove dei due grandi del ’35, a mio avviso, tutto funziona, e bene. Speriamo solo che, fino all’ultimo, abbiano voglia di raccontarci le loro storie, a modo loro: io sarò là a bearmi delle loro parole.

Lascia un commento

Archiviato in Act Naturally, Paperback Writer

Lei e gli altri

Non fatevi ingannare: l’ultimo splendido romanzo di Olivier Adam, Al riparo di nulla, non parla di immigrazione clandestina, ma di una donna. Marie, una casalinga intorno alla quarantina, che abita dalle parti di Calais, ha due figli, un marito e nessun lavoro. Una donna che molla tutto e tutti e si dedica anima e corpo ai derelitti che, perseguitati dal fato e dalla polizia, si accampano sulle coste francesi della Manica per tentare di raggiungere l’Inghilterra. Una figura quasi sacrificale, che ha perso tragicamente una sorella, che abbandona la famiglia ma non riesce a trattenere le lacrime quando vede i suoi bambini, e non nasconde le sue preferenze per uno dei due figli.

Adam racconta spudoratamente attraverso gli occhi e i sensi della donna, e, come al solito, è attraverso le sensazioni delle piccole cose che lo scrittore francese ci incolla alle sue parole e alla vita di Marie, non uscendo mai dal suo punto di vista. Questo è uno dei tratti più notevoli del romanzo: non tanto l’uso della prima persona, ma il profondo calarsi, senza artifici retorici o narrativi, nella mente della donna, presa da un fervore quasi mistico, in apparenza, ma splendidamente contrastato dai puntuali (e non verbosi) resoconti di quello che vede, tocca, sente e ricorda. Sembra di stare con lei sulla spiaggia di Calais, leggendo ci si sporca di sabbia e fango, e si sente la puzza dei migranti. Migranti che, in larga parte, non sono gentili e buoni, ma schivi e rabbiosi come bestie in fuga. Ma solo a tratti, chiudendo il libro per eccesso di emozioni, ci rende conto che anche noi democratici e progressisti lettori, vedremmo l’afflato di Marie come una pericolosa discesa verso la follia: cosa che non accade finché restiamo appiccicati alle pagine, finché non siamo Marie. Ma sorge un altro dubbio: Marie vuole veramente aiutare qualcuno o vuole semplicemente dare un significato qualsiasi alla propria vita, vuole agiredi nuovo, vuole essere di nuovo la madre che nutre e protegge? Non è esagerata, quasi consumistica nel suo dare, nel comprare ai figli regali che non si può permettere, come per prepararli all’abbandono e a dare loro dei sostituti del suo amore, della sua presenza? Marie non è forse la coscienza sporca dei ricchi (lei, che è senza lavoro e con il conto in banca in rosso, ma tutto è relativo) quando fanno beneficenza e aiutano i-negretti-dell’Africa per colmare distanze e sensi di colpa?

Adam non dà risposte, lanciando una pietra rumorosa e pesante nel nostro immoto, apparentemente cristallino stagno occidentale, nel quale crediamo di sguazzare liberi. Bella forza. Quello non è il mare profondo, pericoloso, agitato, che viene attraversato (spesso senza successo) da iracheni, afghani, curdi, senegalesi, nigeriani, iraniani. Viviamo in una piscina di acqua marcia e immobile senza sentirne il fetore, in una pozza che luccica, che però, e questa è la nota agghiacciante, è da secoli un miraggio per gli altri, chiunque essi siano.

Uno di loro è andato a lavarsi. Gli altri sono rimasti immobili e silenziosi intorno al tavolo. Si mangiavano le unghie oppure si grattavano la testa sotto il lampadario di vetro. Certi tossivano, ma non si capiva bene se per un raffreddore o per l’imbarazzo di starsene lì ad aspettare di essere sfamati. Oppure era la polvere che ricopriva ogni cosa, il grande divano di velluto verde, i tappeti di pelle di vacca, la batteria di pentole di rame, i mazzi di fiori secchi, i centrini. Sul tavolo c’era una bottiglia di syrah appena iniziata. Ho riempito qualche bicchiere, ma nessuno ne ha voluto. Sulle prime ho pensato che non osassero, che fossero troppo timidi. Ma non era questo. Semplicemente, essendo musulmani, non bevevano alcool e non mangiavano carne di maiale. Ovvio. (Olivier Adam, Al riparo da nulla, Bompiani, Milano, 2009, p. 92. Traduzione di Maurizia Balmelli.)

Lascia un commento

Archiviato in Paperback Writer

Cartoline da un altrove vicino

L’effetto che mi fa Olivier Adam, ad ogni suo libro, è devastante. Ho già scritto qua di Scogliera, ma Stai tranquilla, io sto bene (suo primo romanzo, uscito da poco per minimum fax) mi ha colpito ancora di più. Ci sono delle situazioni di lettura che creano qualcosa di incredibile: io amo leggere in treno, per esempio. Concentrato sulle parole, con la musica nelle orecchie, di solito lascio che le pagine mi evochino dei volti, mentre sto a capo chino sul libro.
Quale è stato il mio turbamento quando ho visto, seduta davanti a me, Claire, la protagonista del romanzo che avevo appena iniziato a leggere. Una ragazza come la descrive Adam, con parole che conosci bene e che sai che devi limare qua e là per farle combaciare a un’immagine vera. La mia Claire, per esempio, non era bella quanto la Claire descritta nel romanzo. Ma questa imperfezione l’ha resa ancora più vicina al personaggio, rendendo quest’ultimo, a sua volta, ancora più vivido, in uno scambio serrato e ubriacante tra la realtà vissuta e quella scritta.
E mentre la mia Claire dormiva, tanto che mi è bastato guardarla due volte sole per imprimere il suo volto nella mia mente, mi sono reso conto che le parole di Adam mi avevano catturato, ancora una volta. Poche parole, secche, precise come sempre, una breve frase dopo l’altra, ed ecco, sei preso, per sempre, fino alla fine del romanzo. Talmente preso che non mi sono più reso conto di cosa facesse la ragazza davanti a me: non era importante, ero impegnato con la vera Claire, quella che correva tra le parole, capitolo dopo capitolo, tra il supermercato di Parigi dove lavora, i suoi ricordi, la casa dei suoi genitori che stava andando a trovare, proprio come me, che stavo andando a trovare i miei, con quel treno.

Il mio respiro sarà aumentato di intensità, la mia temperatura sarà cresciuta di qualche grado, come diceva Checov: Adam ha raggiunto ancora una volta il suo obiettivo. E avrà reso “creature di carne e sangue” me e Claire, me e la ragazza di fronte, e le due Claire, ognuna ignara dell’esistenza dell’altra, a qualche decina di centimetri d’aria di distanza.

“(…) bisognava partire, scappare, lasciare la Francia, che sapeva di chiuso, che ti soffocava, oppure al contrario immergercisi completamente, percorrerla in lungo e in largo, andare verso l’oceano, cercare delle radici là dove si sarebbe deciso di metterle, inventarsi una vita, andare ovunque o da nessuna parte, perché quando venivi da lì, dalla periferia parigina, non venivi da nessuna parte, venivi da una no man’s land e dovevi costruirti da zero.” (Olivier Adam, Stai tranquilla, io sto bene, minimum fax, Roma 2007, pag. 42, trad. di Maurizia Balmelli)

1 Commento

Archiviato in Paperback Writer

Parole di diamante

Ho incontrato le parole di Olivier Adam per caso, l’anno scorso, quando ho letto la sua prima raccolta di racconti apparsa in Italia, Passare l’inverno: era da molto tempo che non leggevo dei racconti così gelidi, freddi e perfetti, e ho iniziato a consigliare e regalare quella raccolta a tutti. I racconti di Adam erano per me paragonabili a quelli di Carver, ma non semplicemente come accostamento, ma dal punto di vista qualitativo. Un uso delle parole puntuale, le frasi che finivano sempre al punto giusto, un equilibrio della narrazione magistrale. Per questo ho sempre associato la scrittura di Adam all’arte prodigiosa del racconto, un genere che amo moltissimo, ma che, ahimè, pare che in questo paese sia – come il cortometraggio nel cinema – semplicemente una prova necessaria per giungere all’Opera Lunga (romanzo o film).

Sono rimasto sorpreso, quindi, quando ho iniziato a leggere Scogliera, uscito qualche mese fa: un romanzo, uno dei tre che Adam ha scritto. Ma la sorpresa si è esaurita nel momento in cui ho cominciato la lettura. Eccole, le parole di Adam, ecco il suo modo unico di raccontare e rappresentare la tristezza e il dolore, sentimenti abusati in ogni modo e con ogni mezzo, ma che con la scrittura dell’autore francese assumo nuova forma, quella gelida, perfetta, preziosa e naturale del diamante. Percorrendo nelle pagine del libro la vita del protagonista non si viene mai colti dal sospetto che Adam voglia catturarci con qualche trucco: tutto è assolutamente sincero, spontaneo, francese e allo stesso tempo universale, esattamente come, leggendo Carver, ci sembra che i luoghi e le persone che descrive, così distanti culturalmente e geograficamente, facciano in realtà sempre parte della nostra vita. Noi, lettori e protagonista del romanzo, ci immergiamo nella memoria, nel passato, per provare a ritrovarci, ben sapendo che alcune cose sono e saranno perse per sempre.

Ciò che si cancella dal nostro cervello si cancella anche dal nostro corpo, dal nostro sangue, dalla nostra vita, non lascia alcuna traccia, alcun segno, se non quello di un vuoto assoluto, freddo e vertiginoso
(Olivier Adam, Scogliera, minimum fax, Roma, 2007, p. 164 – traduzione di Maurizia Balmelli)

7 commenti

Archiviato in Paperback Writer

Ad alzo zero

Ho chiesto all’Einaudi l’ultimo libro di Vitaliano Trevisan, Il ponte – Un crollo, subito dopo avere letto un’intervista allo scrittore vicentino su “Il Venerdì” di Repubblica. In quell’articolo, pubblicato due o tre settimane fa, Trevisan sparava a zero su tutto e tutti, con una lucida rabbia che mi aveva davvero sorpreso. Vorrei essere più preciso, ma purtroppo ho buttato quella copia del giornale.

Non appena ho iniziato a leggerlo ho pensato a due cose. La prima: voglio intervistare Trevisan. La seconda: ho paura di farlo. Non mi capita spesso di avere paura di fare qualcosa: sul lavoro, al massimo, ho avuto una sorta di timore reverenziale nel telefonare o incontrare qualcuno.
E più andavo avanti nella lettura più questi due sentimenti contrastanti aumentavano, alimentandosi l’uno con l’altro.

Il ponte è una sorta di lunga confessione mentale di un uomo, nato a Vicenza, ma che ha lasciato da una decina d’anni l’Italia e tutto lo schifo che la forma. Trevisan, attraverso le sue parole fitte (nella parte centrale del romanzo, più di cento pagine, c’è solo un salto di paragrafo e due “a capo”, alla faccia della presunta “poesia delle pagine bianche” di cui parlavo qualche settimana fa) esprime qualcosa che è più di un generico disprezzo del nostro paese: in fondo, chi è che non si lamenta di come vanno le cose in Italia? La rabbia di Thomas, il protagonista del libro, è diretta e cristallina come quella espressa da Trevisan in quell’intervista, nonostante Thomas parli continuamente di una malattia, che forse lo eleva a diverso e lo stacca dalla massa dalla quale ha tentato di isolarsi fisicamente trasferendosi in Germania. Nel suo lungo monologo, il narratore si interroga sulla scrittura, sulla famiglia, sulla politica, sulla società e sulla cultura italiana, sul suo cedimento ormai definitivo, già preannunciato, con la consueta brillante lungimiranza, da Pier Paolo Pasolini trenta e passa anni fa.
E non è un caso che Pasolini torni come punto di riferimento, come unico possibile interlocutore italiano, oltre a Thomas Bernhard. Ma non “da morto”, bensì da vivo, attraverso le sue parole, che possono essere solo rilette, senza riesumazioni di sorta.
A questo proposito Trevisan fa dire al suo protagonista delle parole lapidarie a proposito della morte, il vero tema centrale del romanzo:

“(…) i morti sono tutti uguali, si è detto, e dunque vanno onorati tutti nello stesso modo, ed è così: i morti sono tutti uguali, ma il giudizio dovrebbe riguardare solo quanto hanno fatto, o non hanno fatto, da vivi. I morti sarebbe meglio lasciarli dormire, e invece essi vengono riesumati e ricomposti di continuo, e usati di continuo per gli scopi più bassi e meschini, col risultato che si continua a raccontare sempre e soltanto la storia di un fallimento dopo l’altro, a cui manca sempre la parola fine, cioè manca sempre un responsabile. In fondo, pensai, è esattamente quello che faccio anch’io. Cercare di dare un senso al mio proprio frammento di presente in quanto presente in cui il passato non smette di crollare (Vitaliano Trevisan, Il ponte – Un crollo, Einaudi 2007, pag. 115)

Ecco l’intervista a Vitaliano Trevisan!

9 commenti

Archiviato in Paperback Writer, Things We Said Today

Ciò che basta per non dimenticarsene

Mi capita per lavoro di leggere una buona quantità di libri di autori italiani contemporanei, e una rapida occhiata alla sezione “Ho letto”, quassù, e soprattutto il suo tasso di cambiamento, lo confermano. Spesso si è trattato di libri interessanti, divertenti, curiosi. Ma altrettanto spesso, dopo aver finito di leggerli, ho avuto la sensazione che mancasse qualcosa alla scrittura che mi aveva intrattenuto – magari anche piacevolmente – fino a là. Sentivo che spesso le storie che leggevo erano forzatamente ironiche, o costrette in “spazi” minimali, timide, quasi, ridotte in qualche parte.

Quando ho terminato la lettura di Perduto per sempre, ho pensato: “Oh, finalmente un romanzo con le palle“, e ho esordito allo stesso modo, con picchi di finezza inaudita, quando ho chiamato al telefono Roberto Moroni, l’autore.
Il suo romanzo non ha paura di niente, neanche di sbagliare: e le piccolissime imperfezioni che lo punteggiano raramente sono del tutto coperte dallo spazio, appunto, che il romanzo occupa. Lo spazio temporale, visto che abbraccia un periodo di venti anni e più nella vita degli Steiner, focalizzandosi negli occhi di Luigi, seguendo la sua vita da bambino fino all’età adulta. Pur iniziando alla fine degli anni ’70, Perduto per sempre (altro pregio) non sguazza nella forma-revival che, più o meno in filigrana, affligge molti dei romanzi italiani recenti. Non vuole fare una storia della cultura popolare, del costume, della società del nostro paese in un passato recente. Quello che importa è il tempo e i personaggi, una relazione che è sufficiente per strutturare un romanzo. Ecco, nel libro di Moroni c’è quello che serve, senza però scomodare assiomi “minimalisti” (le virgolette sono obbligatorie). Ci sono personaggi forti, e li sentiamo mutare pagina dopo pagina; le parole che dicono sono quelle che ci aspetteremmo di sentire, senza alcuna fastidiosa tendenza al discorso alto, alla chiosa, all’eco di un monologo interiore che aggiunga, o sia costretto a spiegare.
D’altro canto la storia non è originale, non si serve di colpi di scena, ha poco sesso, poca violenza (esplicita, almeno), pochissimo rock’n’roll, zero droga. Eppure Perduto per sempre c’è, esiste e si impone al lettore e alla lettura. Un libro che non si dimentica è un libro che, comunque, è una tacca sopra quelli di cui ci siamo scordati quasi tutto.

Ne parlerò in diretta con Roberto Moroni giovedì a Sparring Partner.

10 commenti

Archiviato in Paperback Writer, Things We Said Today

Esperimenti riusciti

Succede raramente di finire un libro e, sull’onda dell’emozione che le ultime parole hanno6a7cdef98fd1ba9dd08d42ac1b5fbc11 lasciato, chiamare direttamente l’autore al telefono per ringraziarlo. L’ho potuto fare non appena ho chiuso Esperimenti di felicità provvisoria, di Matteo B. Bianchi (non che conosca molti scrittori, eh: ho avuto solo modo di presentare un paio di volte un libro di Matteo, e lui ha pubblicato un mio racconto su Linus. Detta così sembra uno scambio di favori. Oh, insomma).
In realtà non so dirvi se Esperimenti è un “bel” libro. Non l’ho letto con gli occhi del critico, visto che non lo sono, ma neanche con lo sguardo almeno un po’ “tecnico” di chi alla fine ha a che fare da anni con le parole scritte . O meglio: ho iniziato a leggere con questo spirito, e in principio ho anche avuto una certa difficoltà a seguire le varie vicende incrociate dei personaggi. Ma il giorno dop ho ripreso in mano il libro e non ho più smesso: un po’ come quando si esce con molte persone nuove e interessanti (caso raro, è vero). La prima volta si fa fatica a ricordare i nomi, la seconda pare che ci si conosca da una vita e si cerca di stare insieme tantissimo.
Matteo parla di amore, di amori, di passaggi. Parla di ragazzi eterosessuali che sperimentano l’omosessualità e viceversa. Ma una volta tanto l’esperimento non è cruento, estremo, da film porno. Si tratta di esperimenti che hanno più a che fare con l’emotività e le emozioni che con i corpi, e in questo perdono ogni tipo di qualsivoglia connotazione “di genere”, e acquistano in riconoscibilità. In fondo ogni amore (omo o etero) è nuovo e soprattutto diverso, lasciando pure tutta la forza che questo aggettivo ha. Non c’è spazio per un’omosessualità urlata: semmai ad essere urlato è il “tradimento” di cui viene accusato chi ha voluto “distinguersi” per avere avuto dei contatti con la cosiddetta altra sponda, qualunque essa sia.
I personaggi sono umani: fanno lavori normali (e finalmente una scrittrice viene rappresentata come una-che-scrive-di-mestiere, senza sforare nell’idealismo da maudit o nella vecchia crudezza di “un dollaro a pagina”), hanno case normali, sono normalmente sicuri, deboli, insicuri e forti al tempo stesso.  E gli esperimenti, soprattutto, sono provvisori: ma non perché avere provato qualcosa di diverso sia sbagliato o contronatura (qualsiasi sia la natura dalla quale “si parte”). Semplicemente talvolta accade che le storie finiscono, senza che succeda qualcosa di eclatante, che si chiudano così come si sono aperte, come un libro.

Parlerò di Esperimenti di felicità provvisoria stasera: infatti Matteo B. Bianchi sarà gradito ospite telefonico di Monolocane, in onda dalle 2230.

Vuoi sentire Monolocane? Bene! Se sei a Bologna, prendi la tua vecchia radio, accendila e sintonizzati sui 96.3 o 94.7 MHz. Se sei altrove o non hai un apparecchio radiofonico, usa il computer. È facile! Basta cliccare qua.

5 commenti

Archiviato in Eight Days A Week, Paperback Writer

Sospensioni: una brutta storia di rumori molesti, soldi e ventiseienni che attendono

Regolarmente, accade di nuovo. Forse vivo in una strada di Bologna particolare, ma sembra che i palazzi qui intorno necessitino sempre di lavori. Alle otto e trenta precise, sento un rumore sordo e lontano. Poi sento vibrare leggermente il letto, e tento di non pensare al rumore e di farmi cullare dalla vibrazione.
A quel punto mi immagino un capo cantiere che, come un direttore d’orchestra, dà il via alla sezione degli scalpellini. Ogni colpo di martello mi penetra nel cranio. Nessuna piacevole vibrazione, in quel caso. A volte mi riaddormento, a volte no. Quando non mi riaddormento mi alzo e tento di focalizzare da dove provenga il rumore. Vado nell’altra stanza, mi affaccio in strada, niente. E quando sono completamente sveglio, il rumore cessa. Sono tentato di tornare a dormire. Ma rimango sospeso, sentendo ancora vibrazioni che non esistono più.

Il bancomat mi guarda. Io lo guardo. Poi infilo la tessera a tradimento.
Non è possibile effettuare prelievi.
Cazzo devo prelevare? Il saldo, per favore.
Oh, Cristo. Ma sei di coccio, eh? Già ne abbiamo parlato.
Il saldo, porca puttana.
No, non mi va. Prova qui a fianco.
Ptui. La tessera esce, il bancomat distoglie lo sguardo.
Lo sportello accanto è più simpatico nei modi. Ma mi conferma che ancora non mi hanno pagato.
Telefono a chi mi deve pagare. Mi dicono che hanno fatto il pagamento, ma c’è da aspettare qualche giorno.
I miei quattrocento euro sono sospesi, da qualche parte, tra la scuola in cui ho insegnato e il mio conto corrente. Sono immobili a mezz’aria, loro, non vibrano.

Iniziano ad arrivare i primi pareri sul romanzo, da parte dei selezionatissimi lettori. Sono buoni. L’Editore non si fa sentire, è troppo presto. Il punto è che deve piacere a lui. Non si pubblica un libro per consenso popolare, purtroppo. Aspetto.

Mercoledì inizio la formazione per un lavoro. Contratto di un anno. Part time, ovviamente. Passo le mie ultime giornate da non lavoratore ascoltando The Winding Sheet in continuazione. Mica sto male, no. Solo, aspetto, sospeso, che un altro tassello di quella che chiamano età adulta mi si appiccichi addosso. Bevo e fumo. Stasera sarò in vicolo Bolognetti. Mi riconoscerete. Sono quello che fluttua.

Comunicazioni di servizio. Stanotte non sono in onda. Ma dalla prossima settimana, si inizia alle ventidue e trenta. Scatti di carriera: il prime time si avvicina.

4 commenti

Archiviato in I'm A Loser, Paperback Writer, We Can Work It Out

Prima stesura

Ci ho messo molto, moltissimo a leggere Underworld. Verso la fine ho sentito, più che con altri libri, il senso di dispiacere per l’approssimarsi della fine, del distacco.
Quando ci si separa allo stesso modo dalle proprie parole, invece, c’è un senso diverso. Non l’ho mai chiesto a mia madre, ma sono sicuro che stiamo provando cose simili: lei che mi vedeva andare a scuola per la prima volta, io che guardo il mucchio di fogli accanto a me, pronti per essere spediti all’Editore.
Nessuna tristezza, un misto di gioia per la procreazione e normale, genitoriale preoccupazione.

13 commenti

Archiviato in Paperback Writer

Era una notte buia e tempestosa…

Agosto 1999.
“Pronto, Edizioni?”
“Sì, sono Editore.”
“Ecco, io le avrei mandato dei racconti, qualche tempo fa. Non so se ricorda…”
“Sì”. Seguono trenta secondi di critica feroce.
“Va bene, grazie lo stesso.”
Click. Sigh.

Agosto 2003.
“Pronto, Editore?”
“Ciao Francesco.”
“Allora, hai ricevuto gli altri racconti?”
“Sì, non male, davvero, mi piacciono”
“Bene”
“A-ha”, dice lui. Visto che penso non si riferisca a loro, vado avanti, canticchiando mentalmente “Take On Me” per darmi coraggio.
“Che ne dici, magari potremmo pensare ad una raccolta, visto che un paio li hai pubblicati, qua e là.”
“No, dai. Ci vorrebbe qualcosa di più lungo.”
“Un romanzo.”
“Ecco, per esempio. Anche perché di poemi epici in versi noi non ne pubblichiamo.”

Febbraio 2004
Finite per il momento lezioni e seminari, inizio finalmente a scrivere questo romanzo. Appassionante, divertente, difficile, faticoso. Scriverlo, dico. Non “il romanzo”. Se no avrei già in mano un bestseller, soprattutto se eliminassi “difficile” e “faticoso”. Diciamo che appena avrò “un numero buono di pagine”, le manderò all’Editore, il quale vedrà cosa farne di me e del buon numero di pagine.

Nel frattempo amici, coinquilini e altri figuri che passano davanti alla mia stanza, mi vedono più o meno così.

Così come? Eh, chissà. I link muoiono…

P.S. Editore o Redazione, se per caso leggi queste righe: sto scrivendo, sì. Per il blog uso una ghost-writer. Si chiama Melissapì. Brava, solo che devo sempre tagliare parti di quello che scrive, mette il sesso ovunque. Lo so che fa vendere, ma in un blog… No, nel romanzo non ce n’è molto, di sesso. Ah, lo metto? Comincio da capo, allora, ma l’inizio lo lascio così com’è, mi piace: “Era una notte buia e tempestosa…”

7 commenti

Archiviato in I'm A Loser, Paperback Writer