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Con le unghie e con i denti

“Nine Inch Nails is Trent Reznor”. Questa era una delle frasi scritte sul libretto di Pretty Hate Machine, il primo disco dei NIN.
Anche l’ultimo With Teeth, in un certo senso, riporta questa frase. Nel senso che all’interno del cd, che manca di libretto (qui le considerazioni di Trent sul perché di questa scelta), c’è una foto di Trent Reznor, che sfuma riducendosi in linee, che a loro volta si rifanno all’artwork del disco. Immagine azzeccatissima.
Perché in questo lavoro più che in altri c’è Trent al centro di tutto, e il suo precario equilibrio. Nei sei anni passati dall’uscita di The Fragile, ultimo lavoro in studio dei NIN, Reznor non è stato bene per niente. Ha ammesso una dipendenza da alcol, ha avuto problemi seri con manager ed etichetta, è stato male. Speriamo che questa incertezza che trapela in tutte le tracce di WT sia un ricordo di quello che è stato, l’ultimo passaggio per liberarsi definitivamente di un periodo difficile.
In tutto il disco le parole che ricorrono più spesso riguardano il senso di appartenenza (“belong”), e l’amore, ma sono sempre altri che amano e sono amati, e l’appartenenza e la sicurezza del cammino sono degli insetti, o di altre persone. Il “you” che prevale nel disco è generico, ma non si tratta più del segnale di schizofrenia presente nel capolavoro The Downward Spiral. Con quel disco siamo dalle parti del romanzo in terza persona, questo è autobiografia, un’intima confessione di un’ora.
La struttura musicale ha due richiami forti: una parte più elettrica e violenta (“You Know What You Are”, “The Hand That Feeds”, “Getting Smaller”, tanto per fare degli esempi), e alcuni pezzi che si rifanno direttamente a Pretty Hate Machine, come “Only”, prossimo singolo. In verità, però, c’è anche un terzo richiamo, trasversale a tutto il disco, che coincide con la forma canzone in “Right Where It Belongs”, la traccia che chiude WT. Sono queste le parti in cui viene fuori Reznor stesso, senza filtri (metaforici e reali), senza unghie e senza denti. Debole in maniera commovente, come forse non lo era mai stato.
Come dicevo, Reznor è il centro di questo disco, in tutte le sue sfaccettature. In quella più politica (“The Hand That Feeds“), quella più solitaria e pensierosa (“All the Love in the World“), quella più rabbiosa, simile per suoni e testi all’accoppiata Broken/Fixed (“You Know What You Are“). Certo, ci ci si potrebbe chiedere chi sia il “tu” (“pieno di merda” e che “non ha mai sentito una mia parola”) a cui Trent si riferisce. E si potrebbe anche pensare che, in fondo, c’è una canzone dolce e quasi positiva quasi al termine dell’album, come “Beside You in Time“, che potrebbe ribaltare l’ossessione dei testi precedenti, e che dà anche una notevole apertura musicale, dolce e intima. Ma non è quello l’ultimo momento di WT.
Reznor, infatti, chiude il suo nuovo album con una delle canzoni più belle che abbia mai scritto, “Right Where It Belongs“, in cui tutte le supposizioni vanno a farsi benedire, ed emerge da testi e musica una rassegnazione ed un’angoscia di cui possiamo trovare un precedente solo nella chiusura di The Downward Spiral, cioè “Hurt”. Alla fine di With Teeth, Trent si rivela dubbioso di tutto, cantando sommessamente e chiudendo il suono. La voce e la musica riprendono corpo solo quando emerge, inquietante e pervasivo, l’urlo della folla ad un suo concerto. Un urlo che fa venire i brividi, e quasi copre il cantato, che recita:

What if everything around you,
Isn’t quite as it seems?
What if all the world you think you know,
Is an elaborate dream?

Un dubbio che non è, come hanno sostenuto in molti, capzioso e adolescenziale (lo dice in “The Line Begins To Blur“, canzone chiave e adulta come non mai), ma ontologico, che riguarda la vita più appariscente di Reznor, quella dei Nine Inch Nails, appunto, la massa urlante che copre il singolo sul palco. Una massa urlante necessaria. E quasi per dare forza ai suoi fan (mi verrebbe dire, esagerando, per sentirli più vicini), Trent Reznor ha regalato loro il suo singolo più facile, smontato (qui i pezzi per Mac, qui quelli per PC*) per poi essere remixato da chiunque a piacere, dando ad altri (me compreso, come potete ascoltare qua sotto) la possibilità di fare quello che lui ha reso una pratica attesa dei suoi dischi, visto che ogni lavoro in studio è stato seguito da un disco di remix e rielaborazioni.
Non posso definire With Teeth un capolavoro. Ma non importa. Quando si sente qualcuno parlare sinceramente, non si fa caso alle pause e agli errori. Si ascolta, e basta.

*grazie al prolifico lavoro dei membri del Nine Inch Nails Forum Italia.

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1994

Jar of Flies degli Alice in Chains, Ill Communication dei Beastie Boys, One Foot in the Grave, ma anche Mellow Gold, entrambi di Beck, Parklife dei Blur, il primo disco omonimo dei Future Sound of London e dei Korn, il disco omonimo (ma non primo) dei Kyuss, il primo disco di Marilyn Manson, Far Beyond Driven dei Pantera, Crooked Rain Crooked Rain dei Pavement e poi Dummy dei Portishead, Superunknown dei Soundgarden e Experimental Jet Set, Trash and No Stars dei Sonic Youth. E, ovviamente, come dimenticare lo “sdoganamento” “punk” di NOFX e Green Day (Punk in Drublic e Dookie) e il viaggio nel corpo umano di Vitalogy dei Pearl Jam. Il primo disco dei Weezer. L’ultimo concerto dei Nirvana. La nuova edizione di Woodstock.
Basterebbero questi titoli e questi eventi, e chissà quanti me ne sono dimenticati, per stabilire l’importanza di un anno cardine per la musica, la società e la cultura del decennio. Ma ne aggiungiamo un altro, The Downward Spiral, il capolavoro dei Nine Inch Nails.
Trent Reznor ha fatto uscire alla fine dello scorso novembre una versione deluxe del suo TDS dieci anni dopo la sua pubblicazione. A guardare bene, però, Reznor non celebra soltanto il decennale del disco, ma del suo 1994. Nel secondo cd della confezione, infatti, troviamo tracce pubblicate in quell’anno dai NIN con demo, remix, b-sides e pezzi scritti per o finiti nella colonna sonora de Il corvo e di Natural Born Killers (se dovessimo parlare anche dell’importanza extra-cinematografica) di alcuni film di quell’anno non la finiremmo più). Quindi non solo una celebrazione di un disco, ma proprio di un momento nella musica popolare in senso lato.
Si dovrebbe fare un discorso lungo e articolato sulla forma di remixing che Reznor ha dei suoi pezzi: si tratta spesso, anche se non sempre, di vere e proprie seconde lavorazioni, come se il pezzo “normale” fosse materiale grezzo, e il mix (o il remix) sia il prodotto finito. Il remix a cui è stato sottoposto TDS per questa nuova versione deluxe non è stato assolutamente invasivo (visto che l’album del 1995 dei NIN, Further Down the Spiral, è già un remix di TDS), ma ha sfruttato le possibilità tecniche per fare del disco ancora di più un’esperienza sonora.
Molti, infatti, hanno definito TDS un concept album sulla follia, o meglio, sugli ultimi momenti della vita di un pazzo. I testi, in effetti, lasciano poco spazio ad altre interpretazioni. Già dalla prima “Mr Self Destruct” (che riprende il campionamento di un pestaggio del film THX 1138), si parla di uno sdoppiamento psicotico: “I am the voice inside your head / And I control you”. Ma la spirale del titolo la percorriamo anche noi ascoltatori: Reznor ha un senso visivo piuttosto spiccato e grazie cinematografico remix surround 5.1 riusciamo ad addentrarci nella mente del protagonista, tra momenti quasi sognanti e altri più violenti, per non uscirne più. Al massimo si può seguire Mr Self Destruct in qualche delirio pseudo onirico (“Piggy” e “March of the Pigs”), per piombare poi in spietate autoanalisi (“Ruiner” e “The Becoming”). C’è un tema musicale ricorrente (ovviamente discendente, che mima la struttura narrativa dell’album) e delle parole che compaiono più volte nel disco. “Nothing can stop me now” è l’espressione più presente, e pare un presagio continuo della fine, una fine annunciata già dal titolo della prima traccia (“Mr Self Destruct”), ma anche una liberazione. Se ogni canzone, infatti, vede il protagonista che agisce o subisce qualcosa in senso violento e assoluto (la differenza è di poco conto, visto il solipsismo imperante), il “niente può fermarmi, ora” dà un senso di libertà di percorrere la spirale discendente fino in fondo, senza costrizioni e impedimenti.
“Eraser” è preceduta da “A Warm Place”, l’unica traccia strumentale del disco, ed è una canzone rilassata e tremenda: “ho bisogno di te / ti sogno / ti trovo / ti assaggio / ti scopo / ti uso / ti taglio / ti rompo / lasciami / odiami / sbattimi / cancellami” e nel libretto non è riportato l’ultimo “kill me”, urlato tra i rumori. Ma l’ultimo pensiero prima del suicidio, che avviene “fuori campo”, è per una donna (“Reptile”), che la mente del protagonista, ovviamente, vede come dolce e infetta allo stesso tempo. L’ultima frase del testo è “I am so impure”, e poi si passa alla title track, in cui sembra che ci sia qualcuno che parli della scena del suicidio dal di fuori, con un brusco cambio di focalizzazione. La canzone si conclude con quello che potrebbe essere un nuovo accenno di follia (“The deepest shade of mushroom blue / All fuzzy / Spilling out of my head”), ma il disco non è finito. “Hurt” è l’ultima canzone di TDS, e credo sia una delle più belle canzoni degli ultimi vent’anni (non credo assolutamente di fare un’affermazione rivoluzionaria, sia chiaro): ma a chi attribuirla? Al suicida, come fosse un ultimo pensiero? Alla voce della traccia precedente, ormai presa anch’essa dalla spirale discendente? A Trent Reznor stesso?
Chi è che muore, alla fine di TDS? Forse Trent Reznor stesso, che si è reso conto, per sua stessa ammissione, di avere fatto un album definitivo, dal quale sarebbe stato difficile tornare indietro, un disco difficile e complesso nei temi, ma che è rimasto il più grande successo dei NIN, sia dal punto di vista del pubblico che della critica. TDS rimane un album duro, che fornisce costantemente materiali per i live, compreso quello di Woodstock del 1994, dove su quindici pezzi solo tre arrivavano da TDS. Ma, estrapolati dal contesto, questi pezzi hanno una forza che si esaurisce nella loro stessa durata, pur rimanendo dei gioielli. Ascoltare e leggere con attenzione la spirale discendente dall’inizio alla fine è tutt’altra cosa. Non credo che Trent Reznor avrà mai il coraggio di ripercorrerla tutta dal vivo: molti dicono che una volta arrivato in fondo alla spirale (e nel secondo disco c’è anche un pezzo che si chiama “TDS: the Bottom”), per Trent non sia stato facile risalire. Ci sono infatti voluti cinque anni per il suo disco successivo, non per niente intitolato The Fragile.
Se si potesse intuire qualcosa della vita di un musicista dai titoli dei dischi che scrive, però, dovremmo dire che Trent è rinato, o che comunque la sua rabbia è di nuovo rivolta all’esterno: With Teeth, il prossimo album dei NIN, è in uscita tra poco più di due mesi.

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