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Italiano comm’attè

Torno dal lavoro, musica nelle orecchie, passo spedito.
A poche centinaia di metri da casa, mi si para davanti un uomo rotondo, dalla faccia un po’ gonfia.
Non faccio in tempo a togliermi un auricolare che quello ha già iniziato a parlarmi: anzi, mi sta rassicurando. Non mi farà del male, vuole solo il mio ascolto, mi continua a dire di non essere sospettoso.
Ma questa excusatio non petita mi sta innervosendo. E lui se n’è accorto.
“Solo una parola”, mi dice. E lo ripete.
Io faccio per dire qualcosa, ma lui continua.
“Non ti preoccupare: sono italiano comm’attè” è il sigillo della sua garanzia e il motivo che mi fa dire all’uomo una cosa apparentemente ingenua, ovvia e banale, ma che lo ammutolisce come se avessi estratto un coltello dalla giacca: “Perché?”, gli chiedo. “Che fanno di male gli stranieri?”. E mi allontano, salutandolo.
Rimetto l’auricolare mentre mi volto nuovamente a guardarlo: lui, distante qualche metro, mi fissa muto, con lo sguardo sbalordito velato da un’ombra di preoccupazione, tanto che mi verrebbe da rassicurarlo e dirgli che sono solo uno straniero che parla bene la sua lingua.

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Denti bianchissimi


Forse avrete notato in molte città italiane alcuni manifesti in cui si pubblicizzano cure odontoiatriche in Romania. Queste affissioni, piuttosto grezze esteticamente, parlano di pacchetti che comprendono tutto, dal viaggio di andata e ritorno, all’alloggio, all’intervento dentistico vero e proprio.
Ora, non so quale sia la qualità dei dentisti romeni, ma per esperienza indiretta so che in Slovenia ci sono ottimi medici che danno prestazioni di ottima qualità a costi che sono circa la metà di quelli medi dei tariffari italiani. Insomma, è il mercato, no?
Bene.
L’ANDI (una delle associazioni di categoria dei medici dentisti) è recentemente insorta: nulla di strano né di male, ogni categoria difende i propri interessi, i prezzi che applica, e quindi lo status quo dei suoi iscritti, no? Il problema è che questa protesta ha preso la forma di manifesti come quello che vedete quassù (cliccatelo per ingrandirlo: ne ho trovato uno relativo alla Regione Marche, ma è lo stesso). “Vu curà”, un “calco” da “vu cumprà”, l’orrendo nomignolo con cui negli anni ’80 e ’90 si chiamavano i venditori ambulanti, per lo più africani, che iniziavano a vedersi nelle vie e spiagge italiane.
Ecco l’ennesimo segno del razzismo che prende sempre più piede in Italia: un tempo questo era il linguaggio deprecabile di una parte politica ben precisa, ora è diventato patrimonio comune. Oppure tutti i dentisti dell’ANDI sono tendenzialmente razzisti? Non credo proprio: anzi, se così fosse sarebbe meno preoccupante. Invece si tratta di una diffusione lenta e vischiosa, a macchia d’olio. La goccia la vidi personalmente a Milano una decina di anni fa, quando i miei cugini (meridionali) che vivevano nel capoluogo lombardo per motivi di studio, portarono a casa un volantino simile a questo. Le avete lette le scritte sotto i disegnini? Il meccanismo “linguistico” è lo stesso, solo che adesso è diventato “patrimonio comune”. E per ora (per quanto ne so) nessuno ha detto niente, fomentando ancora una volta quel pericolosissimo silenzio-assenso che è stato alla base, anzi, la base di innumerevoli drammi nella storia del Paese (dalle mafie al fascismo) e non solo.

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Mani in pasta

Sarà paranoia o estrema attenzione, quella che mi fa notare certe piccole cose? Ho trovato nella buca delle lettere il volantino qui a fianco: il mercato delle pizze a domicilio è tremendo, la concorrenza è atroce, e ognuno cerca di conquistare o mantenere una posizione come può. Con offerte, magari. O consegnando il cibo fino a tarda ora. O dicendo che ha il forno a legna.

Però questa cosa dei pizzaioli italiani non l’avevo mai vista. E non ha, per me, un buon sapore. È davvero impensabile permettere a pakistani, cingalesi, magrebini di mettere le mani sul cibo italico per eccellenza? Sono sempre più deluso, quasi da tutto e tutti.

Ma come “bonus track”, ecco il racconto (curiosamente a tema) della mia amica Luisa Catanese: lo trovate su Carmilla On Line.

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Cronaca Vera alla televisione

Venerdì scorso, 9 settembre. Anzi, il 10, perché era mezzanotte e mezza. La televisione è accesa su RaiUno: c’è un servizio su un uomo che abita a Padova, in una zona malfamata vicino alla stazione. Dice di non essere razzista, e forse non lo è veramente: è solo esasperato dalla delinquenza in strada. Nella noia del venerdì sera non si cambia canale. La trasmissione prosegue, con una voce fuori campo che pare adotti dei temi da Mondo Movie, che ben si adattano al secondo servizio.
Da Padova ci si trasferisce in provincia di Benevento: “I battenti” parla della processione che si svolge ogni sette anni a Guardia Sanframondi, in cui un migliaio di incappucciati si battono il petto con degli spilli, bagnandolo col vino. La suadente voce femminile racconta il rito come Jacopetti parlava di popoli lontani. Abbondanza di primi piani sul petto dei battenti. Ho un ricordo: il tema (e il tono) è lo stesso di un articolo di “Cronaca Vera” di metà agosto. La gente sviene, canta, va in crisi mistica. La voce rimane suadente e morbosetta. All’uscita dei battenti parte una musica tribale.
Terzo servizio: veneti poveri che non possono fare le vacanze. Lo giuro. A questo punto sono completamente rapito. Vengono intervistati (in “Spirito del nord-est”) sempre con tono “esotico”, anziani che prendono il sole in un parcheggio, vigorosi padani che si bagnano nel Po e se la prendono con i meridionali, ciccione di Chioggia che non sono mai andate in altro luogo se non su quelle spiagge e anche delle persone che, oh!, vanno al mare in giornata con la corriera.
La trasmissione prosegue, e la mia incredulità aumenta quando, con tono davvero da “Cannibal Movie”, la voce femminile ci porta, pensate, in Sardegna dove, orrore!, c’è gente che mangia il formaggio coi vermi. Il titolo è “Il verme nel formaggio”, e la colonna sonora è ricolma di suoni gutturali. Ehi, ma la gente lo mangia davvero, il casu marzu, ed è un prodotto clandestino! “Il Guinness dei primati lo considera il prodotto alimentare più pericoloso al mondo”, dice la speaker con tono ammiccante. Verso la fine del servizio, un uomo di 104 anni parla con una di 108… in sardo, definito “incomprensibile dialetto arcaico”. Accidenti. E vivono in un paese con meno di venti persone! E mangiano le pecore “sacrificate ai loro appetiti insaziabili” (roba che neanche Joe D’Amato…).
Ma non è finita: in “Fatece largo” scopriamo che ci sono dei tifosi romanisti che se ne stanno una settimana a Brunico, a vedere la Roma in ritiro, con tanto di fumogeni giallorossi, porchetta, salsicce e l’elezione di Miss Roma a Brunico. “L’unica alternativa alla famiglia e al lavoro è la Roma”, dice qualcuno. E qualcun altro paragona la retrocessione della squadra alla morte di un caro. Per quasi tutti “questa è l’unica settimana di vacanza”. Il tutto sotto gli occhi dei biondissimi, compostissimi e altissimi indigeni. Colonna sonora “Mamma li italiani, mancu li cani”.
Il servizio seguente è su una piattaforma petrolifera: “Uomini in alto mare” è piuttosto sobrio, come contenuti, ma è la prova dello sputtanamento degli Arcade Fire, che vengono usati (nelle parti più corali) come commento musicale.
“Arsenico e vecchi bidoni” scopre il passato oscuro del lago di Vico, nei pressi del quale c’era uno stabilimento per la produzione di armi chimiche. Chi avrà ragione? Legambiente, che dice che l’arsenico nelle acque del lago è sei volte superiore alla norma, o i militari, che dicono “tutto bene”?
Il penultimo servizio è su Castel Volturno, e si intitola “L’Africa in casa”. Ecco, “Cronaca Vera” non avrebbe mai usato un titolo come questo per “quella che è stata definita la Gaza d’Italia”. Grazie al servizio scopriamo che gli africani “hanno paura dell’acqua”: ecco perché non fanno il bagno! Ma, alla fine, il calcio unisce, eh.
Il penultimo servizio, “Estate regale”, che ci porta a Cavallo, isoletta tra Sardegna e Corsica, dove trascorre le vacanze il principe Vittorio Emanuele. Come farne senza?
Dulcis in fundo, la “bonus track” è un fuori onda di una delle ultime interviste a Francesco Cossiga, definito (giuro) “L’italiano più presidente di chiunque”.

Non ci credete? Questa è la scaletta dell’ultima puntata di “E la chiamano estate”: la trovate qua.

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Seconda tautologia apparente di Emerson sul razzismo

Chi realmente non è razzista, non ha bisogno di usare come intercalare, in discorsi che riguardano persone che vengono da Paesi diverso dal suo, la frase “io non sono razzista”.

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Lei e gli altri

Non fatevi ingannare: l’ultimo splendido romanzo di Olivier Adam, Al riparo di nulla, non parla di immigrazione clandestina, ma di una donna. Marie, una casalinga intorno alla quarantina, che abita dalle parti di Calais, ha due figli, un marito e nessun lavoro. Una donna che molla tutto e tutti e si dedica anima e corpo ai derelitti che, perseguitati dal fato e dalla polizia, si accampano sulle coste francesi della Manica per tentare di raggiungere l’Inghilterra. Una figura quasi sacrificale, che ha perso tragicamente una sorella, che abbandona la famiglia ma non riesce a trattenere le lacrime quando vede i suoi bambini, e non nasconde le sue preferenze per uno dei due figli.

Adam racconta spudoratamente attraverso gli occhi e i sensi della donna, e, come al solito, è attraverso le sensazioni delle piccole cose che lo scrittore francese ci incolla alle sue parole e alla vita di Marie, non uscendo mai dal suo punto di vista. Questo è uno dei tratti più notevoli del romanzo: non tanto l’uso della prima persona, ma il profondo calarsi, senza artifici retorici o narrativi, nella mente della donna, presa da un fervore quasi mistico, in apparenza, ma splendidamente contrastato dai puntuali (e non verbosi) resoconti di quello che vede, tocca, sente e ricorda. Sembra di stare con lei sulla spiaggia di Calais, leggendo ci si sporca di sabbia e fango, e si sente la puzza dei migranti. Migranti che, in larga parte, non sono gentili e buoni, ma schivi e rabbiosi come bestie in fuga. Ma solo a tratti, chiudendo il libro per eccesso di emozioni, ci rende conto che anche noi democratici e progressisti lettori, vedremmo l’afflato di Marie come una pericolosa discesa verso la follia: cosa che non accade finché restiamo appiccicati alle pagine, finché non siamo Marie. Ma sorge un altro dubbio: Marie vuole veramente aiutare qualcuno o vuole semplicemente dare un significato qualsiasi alla propria vita, vuole agiredi nuovo, vuole essere di nuovo la madre che nutre e protegge? Non è esagerata, quasi consumistica nel suo dare, nel comprare ai figli regali che non si può permettere, come per prepararli all’abbandono e a dare loro dei sostituti del suo amore, della sua presenza? Marie non è forse la coscienza sporca dei ricchi (lei, che è senza lavoro e con il conto in banca in rosso, ma tutto è relativo) quando fanno beneficenza e aiutano i-negretti-dell’Africa per colmare distanze e sensi di colpa?

Adam non dà risposte, lanciando una pietra rumorosa e pesante nel nostro immoto, apparentemente cristallino stagno occidentale, nel quale crediamo di sguazzare liberi. Bella forza. Quello non è il mare profondo, pericoloso, agitato, che viene attraversato (spesso senza successo) da iracheni, afghani, curdi, senegalesi, nigeriani, iraniani. Viviamo in una piscina di acqua marcia e immobile senza sentirne il fetore, in una pozza che luccica, che però, e questa è la nota agghiacciante, è da secoli un miraggio per gli altri, chiunque essi siano.

Uno di loro è andato a lavarsi. Gli altri sono rimasti immobili e silenziosi intorno al tavolo. Si mangiavano le unghie oppure si grattavano la testa sotto il lampadario di vetro. Certi tossivano, ma non si capiva bene se per un raffreddore o per l’imbarazzo di starsene lì ad aspettare di essere sfamati. Oppure era la polvere che ricopriva ogni cosa, il grande divano di velluto verde, i tappeti di pelle di vacca, la batteria di pentole di rame, i mazzi di fiori secchi, i centrini. Sul tavolo c’era una bottiglia di syrah appena iniziata. Ho riempito qualche bicchiere, ma nessuno ne ha voluto. Sulle prime ho pensato che non osassero, che fossero troppo timidi. Ma non era questo. Semplicemente, essendo musulmani, non bevevano alcool e non mangiavano carne di maiale. Ovvio. (Olivier Adam, Al riparo da nulla, Bompiani, Milano, 2009, p. 92. Traduzione di Maurizia Balmelli.)

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Decontextualising is not a crime: parole sparse di un fine settimana natalizio a nordest

22.12.06
“Questo pelinkovec ha un gusto internazionale.”

23.12.06
“In fondo fare i dj adesso non è così difficile: non devi mica usare i dischi. È un po’ la stessa differenza che c’è tra la fotografia analogica e quella digitale.”

24.12.06
“Basta, il prossimo anno non festeggio più il Natale, non mangio, niente.”

25.12.06
“Io le ragazze slovene le brucerei. Entrano nel mio negozio e non salutano e parlano tra loro in sloveno.”

26.12.06
“D’un tratto, come si dice, tra il rusco e il brusco.

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Pringles gusto negro e tortellino

L’autobus numero tredici, direzione est-ovest, intorno a mezzogiorno, è pieno. Lo so e mi rassegno. Come sempre. Tanto ho da ascoltare The Shape of Jazz to Come, sperando di capirci qualcosa. In piazza Malpighi, però, l’autobus magicamente si svuota, in coincidenza con un piano nelle cuffie. Allora mi siedo, sperando di leggere qualcosa. Dopo due fermate, però, in coincidenza con un crescendo e toni alti di sax, entra una scolaresca intera: una ventina di bambini intorno ai dieci anni. Che fa quello che fa una scolaresca: casino, anche se in maniera moderata. L’autobus si riempie all’inverosimile, secondo uno schema che ha come base scientifica la legge fisica dell’impenetrabilità dei corpi. Stiamo tutti fermi, a parte Gillespie e i suoi, si sa, ma quelli li sento io. Sento anche un odore strano. I bambini non sanno di strada, ma di Pringles, tutti. Ma non vedo patatine in giro: l’odore sale dalla pelle, e si mischia a quello del tredici pieno, direzione est-ovest, poco dopo il mezzogiorno di un giorno feriale d’inverno.
Poi l’autobus si ferma, il disco nelle orecchie no. Qualcuno parla da fuori, la voce proviene dalla porta posteriore, aperta. La voce ha un accento bolognese: è l’autista, aspro e incazzato.
“Dovete andare avanti.”
Nessuno si muove: se lo facesse potrebbe essere tranquillamente accusato di molestie, pedofilia e violazione delle leggi della fisica, in un colpo solo.
“Lei”, dice l’autista.
E gli altri, dietro, tirano un sospiro di sollievo. C’è uno scuro, sull’autobus. È lui. Tutto.
“Parla italiano? Deve andare avanti!”
Ma nessuno, compreso lo scuro, si muove. Nessuno può muoversi. Ma tutti sono tranquilli, perché quello che si deve muovere è lui.
“Insomma, parla italiano? Lei deve andare avanti”, dice l’autista, marcando il “deve”. Lo so, alla prossima frase inizierà ad usare gli infiniti, come nei film di una volta. Si sa che l’italiano coniugato all’infinito è una specie di lingua universale, un esperanto che funziona.
Poi lo scuro parla: “Sì, capisco, ma non posso andare avanti.” E, nel dirlo, tenta di muoversi. Ma non può.
Nessuno si muove, a parte il tempo. Per evitare ritardi, lamentele, note di demerito o chissà che, l’autista torna al suo posto.
Alle dodici e ventitré l’autobus arriva alla fermata Berretta Rossa, e dovrei scendere, ma non posso farlo, se non dalla porta posteriore. Nonostante le mie richieste, la porta dietro non si apre, e io non scendo. Allora affronto il codice penale e le leggi naturali e attraverso tutto l’autobus, ma non sento quello che la gente mi dice, perché, stavolta è più forte la forma del jazz che ha da venire nelle mie orecchie, e penso che sia quella che mi fa andare avanti.
Passa l’odore di Pringles, supero anche lo scuro, che ha ancora lo sguardo spaventato dall’interrogativo alla fine dell’accusa “parla italiano”.

Dopo due mie parole l’autista mi chiede se io voglia insegnargli il suo mestiere. Noto che ha gli occhi azzurri e la faccia buona. Scendo.

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Ok, il prezzo è giusto

Mi arriva via mail una strana lettera: sembra spam, ma visto che non mi parla di peni e sedicenni vogliose, la apro. Il mittente è una società di consulenza. Le prime righe della mail riassumono il contenuto della newsletter allegata, e sono quasi da proclama: “Difesa preventiva dalla contraffazione cinese”, “Le ragioni dell’Asia e tredici ragioni perché NON investire in Cina” (sic).
Apro il pdf della newsletter, incuriosito.
Si parla, effettivamente, di alcune leggi economiche che sono vigenti in Cina che, si dice, possono danneggiare i nostri imprenditori che vogliano fare affari in quel paese. Ma si tratta di una materia che non conosco, quindi vado avanti fino alle “tredici ragioni”. Si dice che la Cina non è ricca come si crede, e per dimostrarlo, sentite qua:

È altrettanto falso il mito dei venti milioni di cinesi milionari. Dal world wealth report (…) risulta che tutta la Cina conta appena 236.000 milionari in dollari. Se poi andiamo ad analizzare chi sono le persone più facoltose in Cina, troviamo in cima alla classifica (…) soprattutto allevatori di maiali e aziende alimentari. Mancano infatti grandi industrie, blue chips, assicurazioni o banche, che nel nostro sistema economico sono il fondamento dell’economia.

Ma questo è un problema minore. La cosa fondamentale è che i cinesi sono un pericolo per come sono fatti.

La cultura pragmatica cinese si basa sull’inganno come mezzo per ottenere i propri fini, e chiunque tratti con i cinesi credendo e agendo secondo i valori dell’onestà, dell’integrità e della giustizia e un aproccio (sic) da win-win strategy non potrà mai uscire vincitore.

Un miliardo e passa di mariuoli. Mica roba da ridere. Ma anche questo è un problema minore: figuriamoci se, nel mondo dell’imprenditoria, uno non si aspetta rubacchiamenti.
Il problema sono i soldi. Ecco il punto: investire in Cina, ormai, costa troppo: un operaio non specializzato di Shanghai costa all’imprenditore straniero ben 268 euro al mese; un ingegnere ben 391, un quadro addirittura 397 euro al mese. Follie. Anche gli immobili non sono messi bene: pensate che un ufficio a Shanghai costa 26 euro al metro quadro al mese. Cioè, diciamo, un ufficio di duecento metri quadri, un’enormità, costa 520 euro al mese.

Che fare, allora, come direbbe qualcuno?

Facile: basta investire in altri paesi, dove, guarda caso, la Dunia ha i suoi uffici. Ma non per questo motivo, ma perché conviene.
A Jakarta, in Indonesia, la manodopera non specializzata, ci informa la solerte newsletter, costa 50 euro al mese. Un ingegnere 167, un quadro, mortacci sua, vuole addirittura 565 euro al mese. E un ufficio, come quello di Shanghai, costa 340 euro al mese.
Ma, signori miei, se volete spendere un po’ di più, ecco a voi la Thailandia: a Bangkok la manodopera non specializzata costa 161 euro al mese, l’ingegnere ne pretende 408, il quadro (esoso!) 664. Ma gli uffici, e qui sta il vantaggio, costano solo 12 euro per metro quadro al mese.

Trovate tutto qua: poi ne parliamo.

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Miopia

Vado a fare una visita oculistica. Il dottore, greco, è molto cordiale. Fa una rapida anamnesi, poi mi chiede che cosa faccio nella vita. Quando viene a sapere che lavoro in radio, dice una battuta semiseria sui giornalisti, qualcosa come “sono tutti al soldo di qualcuno”. Io, di contro, esalto le magnifiche sorti e progressive dell’informazione indipendente e continuiamo a chiacchierare, tra un esame e l’altro.
“Francesco, lei è mai stato in Grecia?”
“No”, rispondo io. E mi fermo un secondo prima di aggiungere una frase fuori luogo come “però sono stato a Istanbul”.
Il dottore mi sta simpatico, esprime pensieri contro la guerra in Iraq e l’occupazione americana, dimostra un senso europeista, insomma, ci chiacchiero volentieri.
Il discorso sulla guerra in Iraq continua in uno stanzino buio. Mi fa appoggiare il mento su un affare di plastica e mi guarda letteralmente negli occhi.
“Che poi, diciamolo, non sono veramente gli americani quelli che comandano, ma, non voglio fare discorsi di razza, eh, ma insomma, sono quelli… Un popolo di strozzini.”
Deglutisco e sento qualcosa che mi sale da dentro.
“Apra bene l’occhio, Francesco”, dice il dottore. E accende una lucina.

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De fiducia (it all started from a salama da sugo)

L’esperienza non insegna nulla, cari e care. E quindi, ho ridato fiducia alla salama da sugo e lei me l’ha fatta pagare di nuovo. Non contento della passata esperienza, lo chef S. (sempre più rapito dalla figura di Allan Bay), quando ancora doveva cuocere i tortelloni, ha detto: “E dopo tutto questo, un bel ‘Between the sheets'”. Noi commensali l’abbiamo guardato stupiti, capendo che il nome del cocktail vuol dire “tra le lenzuola”, ma abbiamo guardato rapiti la salama, immersa nell’acqua bollente per gli ultimi minuti, dopo la solita lunga cottura di sette ore. La salama è stata servita a tavola, ma con più spavalderia dell’altra volta. Ed è stata mangiata velocemente, troppo velocemente, accompagnata da abbondante vino rosso. Ho sentito distintamente la salama ridacchiare, mentre la finivamo a colpi di cucchiaio. Poi è arrivato il famoso cocktail di cui sopra. Poi…

Stamattina mi sono svegliato in condizioni orrende. La testa pulsante. La Novalgina scaduta. Una giornata di lavoro davanti. Ma prima, un altro impegno: andare a dare dei soldi all’agenzia immobiliare che dovrebbe portarmi alla mia nuova casetta.
Arrivo davanti al bancomat, che ormai mi vede talmente spesso che mi dà il cinque alto, quando mi avvicino. Sono troppo distrutto per cercare di tenerlo a distanza. Infilo la carta, digito il codice. Sbagliato. “Oh cazzo, ma non era…”. Riprovo. Sbagliato. Annullo l’operazione. Aspetto un po’. Rimetto la carta. Sbagliato. “Ma come…” Sbagliato. Riannullo, riprovo. Penso al codice, ma mi viene in mente solo la salama da sugo. Codice sbagliato. Rumore di risucchio. Carta trattenuta. Il bancomat non mi saluta neanche, mentre entro in banca.
La cassiera mi dice che prima di domani mattina, non se ne parla. Chiedo se posso ritirare dei soldi, anche se ho il conto in una filiale della stessa banca, lontana lontana. “Non c’è problema”, dice la cassiera, ma:
1. controlla se ho soldi in banca;
2. chiama la banca per farsi mandare via fax la mia firma;
3. si rende conto che i fax della filiale laggiù non funzionano: come fare a darmi fiducia? Facile:
4. inizia a farmi i nomi degli impiegati della filiale lontana lontana, per sapere se li conosco (giuro), come garanzia del fatto che io sia io. Al terzo Mario Rossi che mi viene nominato, ammetto in lacrime di essere un egoista che non si è mai interessato a fondo delle vite di chi amministra i suoi risparmi.
Intanto, nella cassa accanto a me, un uomo chiede quattromila euro in contanti. Immediatamente dopo la cassiera riesce a darmi i miei soldi, rassicurando la filiale lontana lontana che, in fondo, trecentocinquanta euro sono una piccola somma. Io mi rendo conto che la salama che è in me ha già progettato sei differenti modalità di rapina di quella filiale, e che trecentocinquanta euro sono ben più della metà del mio stipendio.
Arrivo in agenzia con i miei bei soldini, li saluto, e li lascio nelle mani dell’impiegata, con anche una copia delle buste paga, eccetera. Poi l’impiegata mi guarda e mi dice: “Sa, c’è un problema per l’appuntamento con la padrona di casa. Ha visto la radio dove lavora e ha pensato che lei potrebbe essere un no global.” Nascondo immediatamente la foto di Casarini che porto sempre con me e tento di spiegare che, oltre a lavori con contratto, lavori casuali, la firma di mio padre come fidejussore, una boccetta di sangue e un patto con la yakuza, non ho altre garanzie. “Vedremo che si può fare”, dice l’impiegata.

A volte, andare a lavorare, è una pausa, in una giornata.

Tornando a casa dalla radio, suona il telefono. Mi sto appena riprendendo dai postumi della salama, ma il forte odore di ascella che c’è in autobus, misto al lieve ondeggiare del mio corpo pressato tra gli altri, non aiuta. Rispondo, è l’agenzia. “La padrona di casa vorrebbe la firma di suo padre nel contratto, e anche del padre di C.” In quel momento sull’autobus una signora bestemmia la Vergine dicendo che le hanno rubato il portafoglio. Ovviamente tutti gli occhi dei passeggeri vanno in cerca della pelle più scura, immediatamente. L’autista ferma l’autobus con le porte chiuse a trenta metri dalla mia fermata, e dice che bisogna aspettare i Carabinieri. Io, ormai, sono in trance. Levito, sospinto dalla forza salama che è in me, acconsento al fatto che mio padre firmi il contratto della nuova casa, respiro con la bocca.
La situazione si smuove, le porte vengono aperte, scendo. E chiamo mio padre.
“Pronto, papà? Sono io, è per la casa nuova”
“Dimmi.”
Decido di giocare d’anticipo sulla padrona di casa.
“Senti, pensavo: hai una certa età, ormai. Che te ne fai di tutti e due i reni?”

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L’umanità è bella perché è varia

Tornato dalla mia vacanza più lunga dopo quella di quest’estate, avrei voluto scrivere qua delle cose buffe e belle viste e sentite tra Venezia e Verona. O magari del fatto che mi sono fatto leggere per la prima volta i tarocchi, che mi hanno previsto un 2005 splendido. Sì, mi sto toccando, embè? Invece no.

No, perché ieri, nell’ultimo giorno di questa brevissima vacanza, ho assistito ad una serie di episodi orrendi e sussurrati, comuni e tremendamente fastidiosi. Piccoli come cellule tumorali, e con lo stesso potenziale distruttivo, proprio perché invisibili.
Un viaggio in autobus. In fondo ci sono dei ragazzi marocchini, giovani, sui quindici anni. Accanto a loro due ragazze loro coetanee, che sembrano marocchine anch’esse. Quando le due ragazze si avvicinano alla porta per scendere, i ragazzini iniziano a prenderle in giro. “Bum, bum Camerùn, meglio negro che terùn!”, “Dal Po in giù l’Italia non c’è più”, e cose del genere. Le ragazze un po’ sorridono, un po’ sono in imbarazzo. Poi iniziano a parlare tra loro e sento che sono meridionali. Una di loro dice ai ragazzi: “Ma proprio voi parlate”. Poi, rivolta all’altra: “Verona, non c’è niente da fare.” Il mio primo innocuo pensiero è “Ma guarda un po’ come si mescolano i tratti dei volti”. Il secondo pensiero è “Umanità di merda.”

Un altro viaggio in autobus, poco dopo. Una donna africana, vicino all’uscita, parla a voce alta con un uomo, nella sua lingua. Non si capisce se stiano litigando o se si stiano prendendo in giro. Altri passeggeri dell’autobus, rigorosamente italiani, quindi inclini di natura al silenzio e alla contemplazione, sbuffano e protestano. Un ragazzo accanto a me dice, a voce né troppo alta né troppo bassa: “Una bella pistola, quello ci vorrebbe, e… bam bam”. Affiora nella mia mente solo il secondo dei due pensieri di prima.

In stazione, meno di un’ora dopo, sono al bancone del bar, e sto per pagare una Coca. Arriva un signore, dal chiaro accento meridionale, e chiede con una certa arroganza di parlare con “il responsabile”. La signora alla cassa si gira verso di lui e chiede quale sia il problema. L’uomo, sempre con lo stesso tono, protesta dicendo che il caffè che gli è appena stato servito è troppo lungo, o troppo corto, non ho ben capito. Intanto dietro di me si forma una piccola coda. L’ultimo in fila, un ragazzo della mia età, protesta dicendo che certa gente dovrebbe smetterla di rompere le scatole in questo modo. La discussione tra il cliente e la barista continua, e accanto all’uomo arriva una donna, dai tratti nordafricani: evidentemente i due sono insieme, e forse il “problema” del caffè riguarda anche lei. Il ragazzo dietro di me continua: “Sicuramente quello là non è italiano”. Io mi giro e lo fisso, pensando a quanto noi italiani, effettivamente, siamo accomodanti sulla risoluzione di ogni tipo di problema. In quel momento l’uomo alza la voce, e si sente che parla evidentemente nella nostra bella lingua, anche se non con una cadenza che l’Accademia della Crusca approverebbe. Il ragazzo continua: “Certo, guarda con chi sta, con quella mezza araba del cazzo.” Solo a quel punto, un attimo prima che io dica qualcosa, l’uomo dietro di me lo zittisce come si direbbe ad un bambino di smetterla di fare dei versi. Io guardo il ragazzo, lui mi guarda, poi la signora torna alla cassa e pago. Non ci sono pensieri, nella mia testa.

L’epilogo di tutto questo si svolge un paio di ore dopo, in un autobus che sostituisce il tratto di treno dove è accaduto l’incidente di qualche giorno fa. Fuori è tutto buio, non si vede nulla, e mi sembra di stare fermo. Accanto a me, da una parte e dall’altra, due ragazze africane si preparano per una notte di lavoro. Una tira fuori un opuscolo dallo zaino. E’ il giornale dei Testimoni di Geova, in inglese. In quel momento l’orologio digitale in fondo al pullmann mi dimostra che il tempo scorre: scattano le ventidue e tre minuti dell’ottavo giorno dell’anno nuovo.

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Sangue

Venerdì mattina sono andato a fare le analisi del sangue, per la prima volta da quando sono a Bologna. Mi sono messo seduto in un corridoio, con altra gente, come me a digiuno. Una voce da un altoparlante chiamava le persone per l’accettazione, per nome e cognome. Quando è arrivato il mio turno sono entrato e mi sono messo di fronte ad un tipo seduto dietro ad una scrivania, che ha preso le mie carte e ha iniziato ad inserire i miei dati nel computer. Poco dopo è entrato nella stanza, senza bussare, un uomo che credo fosse pachistano
– Io otto e cinquanta, ma macchina rotta. Posso lo stesso?
L’uomo dietro la scrivania guarda l’ora.
– Sono le nove e cinquanta.
– Rotta macchina – ripete l’altro.
– La chiamiamo dopo – dice l’uomo, e gli fa segno di uscire. Poi si rivolge a me. – Ne hanno sempre una. Sono sempre in ritardo.
Tento di non reagire.
– Ne hanno sempre una – ripete l’uomo, mentre estrae dei fogli da una stampante e me li porge. – Non sono mai puntuali.
– Gli ariani, invece… – dico io.
L’uomo mi guarda, per la prima volta da quando sono entrato.
– Non è mica per. È che non hanno il senso del tempo.
Mi viene in mente l’immagine del selvaggio con la sveglia al collo. Non dico niente.
– Non è razzismo – continua l’uomo. – Sono loro che…
– Quando mi mandate i risultati delle analisi? – lo interrompo.
– Tra qualche giorno – mi risponde l’uomo. Prende una penna e cancella il mio nome da un elenco.

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Viva la gente, la trovi ovunque vai

Martedì sono stato al cinema, obbligato a vedere per la trasmissione quella schifezza di Amore senza confini. Durante l’intervallo due signore, che chiamerò Iole e Gina (completamente a caso), intorno all’ottantina, chiacchierano sul film, arrivando alle seguenti conclusioni. Primo: per fortuna che ci sono i medici senza frontiere, ché loro (la Iole e la Gina) quelle cose non le farebbero mai. E ci credo. Secondo: la colpa è dei governi, che sfruttano il popolo. “Bisognerebbe dirglielo”. Mi vedo la Iole e la Gina ricevute, che ne so, da Pol Pot. O da Bokassa. Previa telefonata. Faccio esempi del passato, per evitare facili satire. Terzo: le mentine fanno bene alla bronchite. Bisogna portarle sempre nella borsetta, perché servono a frenare la tosse, molto fastidiosa a teatro. Quarto: alla fine il fascismo in Etiopia ha fatto del bene. La Iole ha qualche difficoltà a pronunciare la parola “tucul”, ma la Gina scandisce benissimo “negretti”.

Intermezzo.
Oggi ero in Sala Borsa, che, tra le altre cose, è anche una mediateca. Nel senso che ci sono CD, DVD, VHS e anche libri (ovviamente) in prestito. Scartabellavo con poca convinzione all’inizio della sezione “contemporanea straniera”, che comprende tutto, dai Kiss fino a Johnny Cash, passando per Ray Charles e la World Music, quando un ragazzo vicino a me mi dice:
“Oh, se ne vedi uno dei Nirvana…”. Per la serie: avvisami. Ma che siamo a fare la caccia al tesoro e siamo in squadra insieme?
“Guarda che i Nirvana sono sotto la N”, gli dico indicando una zona vaga alla mia destra. Lui mi guarda come se gli avessi raccontato una barzelletta in dialetto siriano. “Cosa?” “I Nirvana, dico, sono sotto la N”. Lui mi guarda come se non capisse dove c’è da ridere, nella barzelletta in dialetto siriano. “I CD sono in ordine alfabetico”, sussurro. “M?” fa lui, solo intuendo il raffinato gioco di parole della barzelletta. “N”, dico. “Nirvana. Là”. La zona indicata è sempre alla mia destra, ma il ragazzo, sconsolato, se ne va dall’altra parte verso la sezione “Umorismo dialettale siriano”.
Fine dell’intermezzo.

Stasera a Porta a Porta (è la seconda volta che lo vedo: ne parlo come se fosse un evento, perché lo è), c’è Berlusconi S. Quando parte la musica di Via col Vento (ma dico io, non potevano usare quella di un brutto film? Che ne so, la musica di Amore senza confini?), Silvio B. è inquadrato in controluce mentre legge fintissimo un opuscolo. Avete presente quando uno fa finta di leggere il giornale in modo tale da non dovere alzare lo sguardo per salutare qualcuno? Entra nello studio Vespa B., saluta quello seduto che, quindi, deve rispondere, e i due iniziano a duettare amabilmente. Bruno V. fa la parte di quello che deve mettere in difficoltà l’altro, che improvvisa un po’ troppo. Il pezzo inizia con la storia del lifting e Silvio V. dice che il presidente del consiglio deve apparire in forma, perché lavora dalle sette e mezzo del mattino fino alle due e mezzo di notte. La logica mi sfugge. Il richiamo a luci-mai-spente no. Poi parla di una dieta che ha fatto, per dire che il lifting, alla fine, non è stato poi decisivo. Bruno B. gli chiede che dieta abbia seguito, ma quella non si rivela, come il trucco (nel senso di gioco di prestigio, non di make-up: meglio precisare). A SBVB è bastato ridurre l’apporto calorico per qualche settimana in gennaio. Proprio come me. Con due differenze: intanto, non l’ho fatto proprio volontariamente. E poi, lo ammetto, io lavoro decisamente di meno.

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