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Neneh Cherry: la libertà è oggi

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“Seven Seconds”? Sì, va bene. Ma la canzone più famosa interpretata da Neneh Cherry insieme al fratellastro Eagle Eye è un granello nella vastità del patrimonio musicale della figlia(stra) del grande trombettista Don, della giovane post punk frontwoman dei Rip, Rig & Panic, di un’artista che si è continuamente messa in discussione flirtando con ogni genere musicale e mettendo in primo piano, sempre, “l’espressione di ciò che sono”, come mi ha detto nell’intervista che potete leggere qua sotto, ascoltare sul sito della radio e sentire in onda oggi alle 16, durante l’ultima puntata di Maps. Ma la chiacchierata con la splendida cinquantenne è cominciata con le sue scuse, ripetute più volte, per il ritardo con cui ha risposto al telefono. E si è conclusa con svariati “tesoro” e ringraziamenti sinceri. Senza contare i grazie che potete leggere qua sotto. Insomma, la Cherry non è solo una musicista rara, ma anche una persona speciale e pare speciale il rapporto con Bologna. “Oh sì, ci sono stata… Quand’era… Mi sa che è passato un po’ troppo tempo perché mi ricordi bene. Credo sia stato quando l’Italia ha vinto la Coppa del Mondo di calcio, quando può essere stato… Nell’82? Ero proprio a Bologna con i Rip Rig & Panic e con mio padre. È stato fantastico: tutta la città sembrava morta, tutto era chiuso e si potevano sentire le persone a casa che guardavano la partita. Al fischio finale tutti si sono riversati per strada ed è stato il delirio.”

Mi sa che si è verificato lo stesso quando abbiamo vinto l’ultima Coppa del Mondo…
Lo immagino… Be’, insomma, io c’ero, ero a Bologna!

Incredibile… Parliamo dell’ultimo album: è stato uno dei nostri dischi della settimana… un lavoro bellissimo che abbiamo amato molto…
Che bello! Grazie mille! Queste sono davvero le cose che danno senso alle mie giornate. Grazie.

Che cosa ti ha spinto a farlo?
Be’, penso che ogni tanto sia la vita che ti spinge fino al limite e l’unico modo che conosco per risolvere alcune questioni della mia vita è essere creativa: ed è venuto fuori Blank Project. Mia madre è morta, quand’è stato?, tre anni prima che il disco uscisse, anzi, prima che lo registrassimo. Ho iniziato a scrivere come una specie di terapia, con un po’ di disperazione, per provare a uscire da un momento difficile. Ma è stata un’arma a doppio taglio: da un lato una sorta di terapia, per uscire da un periodo buio, ma anche un modo per ricordare e celebrare nuovamente la vita. Quindi penso che allo stesso modo ci siano due lati nel disco: intensità e imbarazzo, insieme a una parte più pesante, per rimettere insieme i pezzi, quelli del lato più bizzarro e divertente della vita.

Non è rischioso collegare canzoni che suonerai, suonerai e suonerai ancora a un dolore tale?
Per me la creatività ha sempre a che fare con l’espressione e con ciò che sono. Quando si ascolta Blank Project, probabilmente si sente che ha molto a che fare con il tempo in cui è stato prodotto, ma le canzoni, per quanto siano legate a un periodo, cambiano sempre. Magari certe sono molto significative rispetto a un momento definito, ma per me sono sempre cangianti, e hanno una vita propria, raccontano la loro storia. Se pensi a Blank Project, anche se le canzoni sono legate al momento in cui mia madre se n’è andata e cose simili, penso che la maggior parte non siano semplicemente biografiche. Non so se mi capisci… Insomma, cerco sempre di non scrivere solo di me stessa, anche se uso le mie emozioni. Mi segui? Sono una specie di trampolino, ma cerco di immaginarmi come fossi un’altra persona, come se prendessi in prestito altre vite per metterle nelle canzoni. Fare il disco è stato un sollievo, mi ha riportato in vita e anche se ci sono delle parti di canzoni che sono malinconiche o tristi, il processo di produzione mi ha reso felice.

Un processo che è stato molto breve, durato solo cinque giorni. Come hai coinvolto i collaboratori?
Innanzitutto ho lavorato con Cameron, mio marito: lo faccio da tempo. C’erano poche persone coinvolte nella fase di scrittura, poi abbiamo passato le canzoni ai Rocketnumbernine, che sono un duo, Ben e Tom Page. Sono in due e possono suonare come fossero effettivamente due persone, ma anche come se fossero in sei. È interessante, perché sebbene siano un duo elettronico live, nulla è programmato, suonano tutto dal vivo. La collaborazione insomma è andata nella direzione che volevo: musica elettronica, ma suonata in modo sperimentale. Insomma: il disco è cominciato tra me e Cameron e poi è cresciuto con i due ragazzi che hanno portato il suono giusto e la forza alla musica, dando il via alla produzione e al viaggio che si è concluso in cinque giorni, con la chiusura del disco. Prima di andare in studio a registrarlo, abbiamo provato le canzoni moltissimo, in modo tale che, una volta in studio, abbiamo avuto la possibilità, semplicemente, di lasciarci andare, di suonare le canzoni senza pensarci su troppo. Kieran Hebden, Four Tet, che ha prodotto il disco, aveva le idee molto chiare: “Faremo questa canzone, ci metteremo insieme in una stanza, e suoneremo insieme, senza sovraregistrazioni, aggiustamenti e cose simili”. E avevamo solo una settimana, cinque giorni per fare il disco: era tutto il tempo che Kieran aveva a disposizione. Quindi ci siamo detti: “Bene, dobbiamo chiudere due canzoni al giorno”. Ed è quello che abbiamo fatto! Era il modo giusto per produrre il disco, e anche il modo che ha di fare Kieran ci ha rilassati, ci siamo fidati di lui e delle sue opinioni e ciò ci ha permesso di essere sciolti, di seguire il nostro istinto e il cammino che ha tracciato. Un viaggio interessante, collaborativo in modo naturale: con i Rocketnumbernine siamo vicinissimi, c’è intesa molto forte tra tutti noi.

Oltre ai nomi che hai fatto, nel disco c’è anche Robyn: sei aggiornatissima sul mondo musicale! Sei un’ascoltatrice vorace, ti stimolano le novità, ascolti dischi compulsivamente?
Diciamo che a volte mi piace molto ascoltare bella musica e c’è musica nuova letteralmente ogni giorno, in ogni ora della giornata, specialmente grazie alla rete. Ci sono momenti in cui sto bene, in cui mi piace riempirmi le orecchie di musica; a volte capita che per settimane non ascolti nulla ed ecco che mi perdo una ventina di cose. Penso che la musica nuova sia importante, ma amo tantissimo anche i classici: insomma, ascolto cose diverse. Tuttavia musica nuova vuol dire nuove energie, diventa fonte di ispirazione. Ho ascoltato proprio oggi questa nuova rapper, Tink, davvero meravigliosa: l’ha prodotta Timbaland, ha un paio di pezzi davvero belli.

C’è qualcuno che ti passa la musica? Tuo marito o qualcuno di cui ti fidi, che magari quando ti passa un link lo apri senza indugi?
Sì, dietro l’angolo di casa c’è un negozio di dischi fantastico che si chiama Honest Johns: è sopravvissuto a tanti alti e bassi… Vendono vinili, musica africana, jazz… un gran negozio. E c’è un ragazzo che lavora con me, Phil, il figlio di Sean Oliver, il bassista dei Rip Rig & Panic: è un tipo davvero in gamba, a volte mettiamo i dischi insieme e mi passa un sacco di musica. Sa quali sono i miei gusti e mi dice “ascolta questo, ascolta quest’altro”… E poi… Be’, ci sono i miei figli ai quali rubo un sacco di musica!

Hai avuto una vita avventurosa, movimentata, anche musicalmente parlando. Ascolti mai i tuoi vecchi album? Cosa provi?
Mica così spesso! A volte mi dico: “Oddio, oddio che roba…”, altre volte sono sorpresa, ma la sfida è sempre quella che deve arrivare. Ciò che farò mi interessa di più rispetto a ciò che ho già fatto. Se ascolto cose vecchie è perché capita, del tutto casualmente, oppure perché mi devo ricordare una canzone che devo cantare, fare dal vivo… Capisci? A volte mi dico “Oh, ma è meglio di quel che pensassi” (ride), altre volte sono sorpresa… Ma vedi, di solito guardo avanti e, quando ascolto musica, è di altri, non la mia. Se capita, c’è una ragione… Ed è interessante perché da un lato suona molto familiare, è ovvio, l’ho registrata io quella musica, fa parte di me; d’altro canto è interessante perché è un lato di me dal quale mi sono separata ed è quindi andare altrove, in un altro tempo che però è quello che mi ha condotta fino a qua, al presente che viviamo ora. La cosa bella è che se mi guardo ora riesco a percepire finalmente un pizzico di libertà, un’apertura che ho sempre cercato, sai. In un certo senso mi sento come se avessi appena iniziato (ride): è bellissimo provare oggi questa sensazione di novità.

Che live vedremo a Bologna? Chi suonerà con te e come sarà composta la scaletta, considerando il tuo vastissimo repertorio?
Sarò con Rocketnumbernine e faremo per lo più le canzoni di Blank Project e poi faremo qualche classico, se avremo tempo, come “Manchild” e “Woman”. Sarà bello, perché abbiamo avuto bisogno di focalizzarci su Blank Project per definire il nostro stile in maniera unitaria, ma poi inserire in scaletta alcuni brani vecchi ha decisamente funzionato. Poi chissà: stiamo anche lavorando a dei pezzi nuovi e magari ne faremo uno dal vivo… È una scaletta piuttosto potente… Ci sono anche pezzi più calmi, ma se tutto andrà bene ci sarà una gran forza sul palco… È come un viaggio, la nostra musica è cresciuta col tempo e, paragonata a quella che puoi ascoltare su disco, è più piena e l’energia è diversa, nel senso migliore del termine. E siamo solo in tre: io, Ben al sintetizzatore e sequencer, e Tom, suo fratello, alla batteria.

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L’undicesima stagione

Era l’ottobre del 2001 quando andava in onda la prima puntata di Seconda Visione: volevamo portare in radio un nuovo modo di parlare di cinema, con competenza sì, ma senza prenderci sul serio. In questi anni si sono avvicendati ai microfoni della trasmissione sei conduttori (che sono poi gli autori del blog), ma mi fa un certo effetto pensare che io sono quello che è rimasto, dalla prima puntata della prima stagione alla prima dell’undicesima, che va in onda questa sera alle 2230.
Sono là da tutto questo tempo, accidenti.
Poi uno dice che in Italia vige la gerontocrazia…
Comunque: qui sotto lo spot, che vi farà capire che occuparsi di cinema non è poi sempre tutto rosa e fiori. A questa sera!

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Maps V

Come passa il tempo, signora mia: oggi alle 1535 inizia la quinta stagione di Maps, il programma che ho il piacere di co-condurre e co-curare, in onda su Città del Capo – Radio metropolitana di Bologna.
Quest’anno la squadra è stabile: insieme a me Federico (il lunedì), Laura (martedì e giovedì) e Titti (mercoledì e venerdì). E abbiamo già una prima settimana stracolma, in cui parleremo del roBOt Festival, degli Who e di mille altre cose. E già da oggi pomeriggio partiamo con un live in studio, quello di My bubba and Mi, che andrà a rimpolpare la schiera di session acustiche fatte e registrate in questi anni. Vedo ora che sono duecento giuste (e le potete trovare sul sito, scaricabili nelle raccolte Live@Maps): un buon numero per ricominciare.
Che bellezza.

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Cuori e cappellini di lana

Mi ricordo bene di quando vidi il video di “Disillusion”: più di dieci anni fa mi colpii questo bizzarro personaggio che portava la gente sulle spalle in giro per New York. Mai avrei pensato che, una decina di anni dopo, Badly Drawn Boy sarebbe arrivato nella mia trasmissione per suonare dei brani in acustico e fare due chiacchiere. È stato l’ultimo live della quarta stagione di Maps e, quella sera, Damon Gough ha suonato in Vicolo Bolognetti.
Quella che vedete là sopra è la mia recensione del concerto, pubblicata sul numero di “Jam” in edicola in questi giorni. Cliccate, leggetela, comprate il giornale. Nel frattempo, qua sotto, ecco una cover degli Smiths fatta in radio e filmata da LessTV: a momenti scoppiavamo in lacrime…

Less tv | Badly Drawn Boy “Please, Please, Please, Let Me Get What I Want” from Less Tv on Vimeo.

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Circondato dai Massimo Volume

Il caso ha voluto che due dei quattro Massimo Volume (che suonano domani all’HanaBi a Marina di Ravenna) saranno intorno a me oggi.
Questo pomeriggio dalle 1530, nell’ambito delle “Prestigiose co-conduzioni femminili dell’ultima settimana della quarta stagione di Maps”, sarà con me ai microfoni Vittoria Burattini, la batterista della band.
Questa sera, invece, metto i dischi (insieme a Enzo “aggiusta i medi” Polaroid) al Bolognetti on the Rocks dopo il concerto di Egle Sommacal, uno dei due chitarristi dei Massimo Volume.
Ascoltate, venite, ballate.

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L’ultima settimana di Maps!

Vedo avvicinarsi le vacanze, ma con gioia mi accingo, questo pomeriggio, all’ultima settimana di conduzione del programmino. Una settimana particolare perché ogni giorno avrò accanto a me una VIP in co-conduzione (i primi nomi? Grazia Verasani, Beatrice Antolini e Angela Baraldi), ma anche perché oggi esce Live@Maps – vol. 4, la raccolta dei live che si sono svolti da settembre all’altro giorno nei nostri studi.
Trovate tutte le informazioni qua. Scaricate le quarantotto canzoni, è tutto gratis!

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Quarto viaggio di Maps negli USA

Se il post di ieri si chiudeva con “Signora mia, sono soddisfazioni”, questo si dovrebbe aprire allo stesso modo. Dopo la comparsa di Maps su Pitchfork nel dicembre 2007, marzo 2008 e marzo di quest’anno, ecco che qualche giorno fa la session registrata nei nostri studi a novembre con i Male Bonding è finita qua.
Ma la cosa che davvero mi e ci inorgoglisce è la definizione che l’articolo dà della radio nella quale lavoro da dieci anni: “one of the largest independent radio stations in Italy”.
Arrossisco.

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Tonight!

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Come se fosse dicembre

Iniziano i primi caldi, e noi in radio che facciamo? Induciamo le sensazioni decembrine con una Campagna Abbonamenti Flash. Domani, dopodomani e giovedì, palinsesto rivoluzionato, mille ospiti, mille gag, cotillons e spuma per tutti. In particolare io condurrò Maps con Gianluca Morozzi, Angela Baraldi, i My Awesome Mixtape, e avrò altre sorprese gustose, provenienti anche dall’imminente Biografilm Festival.

E, ciliegina sulla torta, tutto non sarà solo ascoltabile, ma anche visibile, grazie alla diretta webcam di RcdcTV.
Per saperne di più, andate sul sito della radio.

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Agenda della settimana

In un post solo, serate risolte da oggi a sabato. Ehm, per me sicuro, per voi… pensateci.

Questa sera ricomincia Seconda Visione, il settimanale di cinema di Città del Capo – Radio metropolitana giunto alla nona stagione. Alle 2230 sui 96.250 e 94.7 MHz di Bologna e provincia o in streaming qua. Parleremo di Bastardi senza gloria, Ricky e Basta che funzioni.

Domani sera ho la riunione di condominio. Siete tutti invitati. Un punto all’ordine del giorno mi preoccupa: “digitale terrestre”. Mi alzerò in piedi e dirò “No!” come Marcel Marceau ne La pazza storia del mondo.

Giovedì esce Up, l’ultimo film della Pixar. Perderlo è punibile per legge. Anche se c’è un “Lodo Topo Gigio” che pende sulla questione.

Venerdì è una giornata tale per cui conviene suddividere le cose:
– a Maps ho ospiti dal vivo Amor Fou e Dente, che ci suoneranno qualcosa di edito e di inedito. E forse ci sarà una bella sorpresa. Dalle 1530 su Città del Capo… beh, vedete sopra, le modalità sono le stesse.
– alle 18 presso la Libreria Trame, in via Goito 3/c a Bologna, presenterò La guerra in cucina (Eumeswil), insieme al nuovo romanzo di Paolo Alberti Sei caffè. Con noi ci sarà Gianluca Morozzi, il curatore della collana per cui io e Paolo usciamo. Per saperne di più andate qua. Ah, se volete qui trovate un altro racconto da leggere a sbafo.
– alle 21 sarò ospite della radio cugina sempre per presentare il libro. In più pare che farò il tiramisù in diretta webcam. Il tutto a Get Black.
– e poi me ne vado al Covo a vedere gli Amor Fou e a svenire sul dancefloor, presumo.

Sabato c’è la festa di compleanno di Città del Capo – Radio… Quella là. Metterò i dischi e… Copio e incollo.

22 anni di libera informazione: ancora per quanto?
Città del Capo festeggia il suo compleanno al Locomotiv Club.
Prima di dare il via alle danze un incontro con Luca Bottura, Angela Baraldi, Emilio Marrese, Antonella Mascali. E con un video inedito di Alessandro Bergonzoni, una vignetta di Elle Kappa e tanti altri ospiti a sopresa. Alle 23 brindisi con le voci di Città del Capo e poi si balla con i suoi dj (MorraMc, Francesco Locane e Enzo Polaroid). Alle ore 21,00 al Locomotiv Club, Via Serlio 25/2 Bologna. Ingresso 5 euro.

Poi dite che non c’è niente da fare. Fatevi riconoscere. A parte alla riunione di condominio: vi sgamo io, non potete votare.

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Si ricomincia…

Molte cose sono simili. Ma cambia l’orario: Maps andrà in onda dalle 1530 alle 17.
Pubblicità e a domani.

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DiscoEstate

Questo blog sta diventando un po’ troppo réclamesco, ma abbiate pazienza.

Insomma, dopo dieci mesi e oltre duecento puntate, domani si conclude la seconda stagione del programmino Maps. Come l’anno scorso, il regalo che vi facciamo è un disco, anzi due, no, tre, con il meglio delle session acustiche che ci sono state durante le puntate. Mica pizza e fichi, eh. C’è gente come Okkervil River, Jason Lytle, Calibro 35, Dente, Beatrice Antolini, Casador e… altri sessantasei. Già, perché Live@Maps Vol. 2, che potete scaricare aggratis qua, è fatto da tre “dischi” per un totale di 71 pezzi.

Bene. Nel prossimo post un’offerta imperdibile per una batteria di pentole. E vi regalo una mountain bike. 

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E fou amor a primo ascolto

Quando arriva un disco in radio è spesso accompagnato da un comunicato stampa abbastanza inutile. Ma quello con il primo disco degli Amor Fou, La stagione del cannibale, mi ha colpito da subito.

(…) Durante una festa i quattro [componenti del gruppo] conoscono Adele H. e Paolo M. Lei romana, figlia di una freak e di un pariolino, lui fuoriuscito dalla Milano bene degli anni sessanta. Un tempo innamorati come pazzi, si lasciarono senza motivo, giovanissimi, il giorno della bomba di piazza Fontana per poi ritrovarsi negli anni novanta, ma questa volta senza amore e senza odio. (…)

Da questa storia, o meglio, dai racconti che i due hanno fatto ai componenti della band, nasce questo disco meraviglioso. Un disco pop(ular), come dicevano gli Area, un disco necessariamente cantato (narrato) in italiano, perché parla della nostra nazione, della nostra storia, senza nominare alcun evento storico, a parte gli ultimi due brani, “L’anno luce” e “La strage”, in cui comunque la storia è filtrata attraverso il personale (il privato, si diceva un tempo, contrapponendolo a pubblico, e contaminando entrambi con il politico). E una strage di Stato è avvenuta lo stesso giorno in cui finisce l’amore, il primo, quello più grande. Quello matto (fou) e passato, che fu. E che non può tornare. Non è un caso che siano gli anni ’90 quelli in cui i due protagonisti si ritrovano. E non è un caso che non ci sia amore né odio, allora, tra i due. Nei primi anni ’90 ci sono stati gli ultimi veri tentativi di aggregazione sociale e di protesta politica compatta. Gli anni della Pantera, dei primi (nuovi) centri sociali. Gli ultimi anni in cui aveva un senso concreto raggrupparsi in un posto fisicamente. Per inciso, gli anni della mia adolescenza.

La stagione del cannibale è direttamente riferito ai momenti più alti che la nostra canzone ha avuto negli anni ’60, anni di amori e speranze per tutti, scoppiate proprio alla fine di quel decennio, il 12 dicembre del 1969, una data che si è portata via molte più cose di quanto non si pensi. E un cantante di allora che gli Amor Fou tengono ben presente, Luigi Tenco, si tolse di mezzo prima ancora di quel momento. Ma Cesare Malfatti, Leziero Rescigno, Alessandro Raina e Luca Saporiti conoscono bene i suoni di adesso, e sanno scremare tra ciò che effettivamente rimarrà e le chilate di fuffa che la cosiddetta “scena indipendente” riversa sul mercato. E appoggiano melodie e cantato su richiami evidenti alle migliori sonorità elettroniche di oggi, Notwist, Lali Puna e Tarwater su tutti.

Sento da settimane questo disco e non mi annoia. E mi sorprendo a cantare i testi a memoria, cosa che non mi succedeva da molto tempo.
Questo rende ancora più bello il fatto che La stagione del cannibale sia il disco della prossima settimana a Maps e che domani, lunedì 8 ottobre, dalle 16 gli Amor Fou saranno negli studi di Città del Capo – Radio Metropolitana per parlare del disco in trasmissione. E per suonarne qualche brano.

Per sentire e vedere: Amor Fou – MySpace

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Se

Se dovessi elencare tutte le cose che sto facendo in questi giorni, non basterebbero mille righe.
Se tutto quello che sto ideando, pensando, progettando, rifinendo, chiudendo in questi giorni dovesse andare in porto, potrei diventare ricco&famoso, addirittura.
Se non sapessi come possono andare male le cose, scriverei questo post in corpo 72, e avrei un sorriso meno dolce di quello che ho adesso.
Se le giornate fossero di trenta ore, avrei comunque poco tempo per fermarmi a respirare.
Se amici e conoscenti si sposassero con il ritmo con cui stanno convolando a nozze tutti in questo periodo, passerei i fine settimana in giro per matrimoni e basta.
Se avessi lo spazio mentale di pensare a qualcos’altro rispetto alle mille cose che sto facendo, scriverei qualcosa di diverso, qui.
Se non continuassi ad amare la scrittura visceralmente come faccio, avrei fatto passare qualche altro giorno prima di aggiungere delle parole a questo blog.
Se avesse un sito, ve lo segnalerei: ma comunque, anche senza sito, lunedì prossimo alle 16 parte la nuova trasmissione del pomeriggio su Città del Capo – Radio metropolitana. Si chiama Maps, e altro preferisco non dire.
Se fosse qualcun’altro a condurla, mi sperticherei in lodi preventive, ma ai microfoni ci sarò io, e quindi non mi pare carino.

Vi aspetto, però. In streaming qui o sui 96.250 e 94.700 MHz a Bologna e provincia.

Se sapessi dove sono diretto davvero, vi darei un appuntamento alla meta.
Ma intanto, vado.

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From the morning, till the day is done

Ho passato due interi giorni con Nick Drake, senza neanche uscire di casa. Sono stato a Rangoon, in Birmania, dove è nato, sono andato e tornato più volte con lui nella tenuta di Far Lays, a Tanworth-in-Arden. Ho viaggiato con lui in Francia, Spagna e Marocco. Mi sono innamorato anche io di Françoise Hardy. Sono stato in giro, mentre lo seguivo nei suoi pochissimi concerti dal vivo in piccoli pub e in posti troppo grandi per lui. Ho conosciuto i Fairport Convention, il tecnico del suono John Wood, Paul Boyd, e anche John Cale e John Martyn. Con loro, a Londra, ho assistito alle registrazioni di Five Leaves Left e Bryter Layter. Ho tentato di parlare con lui dopo gli insuccessi di vendite dei primi due dischi, ma non ce l’ho fatta. Nick Drake mi ha sorpreso per l’ennesima volta col suo ultimo album, Pink Moon, registrato in poche ore e consegnato in una semplice busta ai dirigenti della sua etichetta, la Island. Ho visto la boccetta semivuota di Tryptizol, l’antidepressivo che l’ha accompagnato verso la fine.

Ho ascoltato i suoi dischi, ma anche gli “inediti”, contenuti in Time of No Reply e in Made to Love Magic. Ho letto il libro di Stefano Pistolini Le provenienze dell’amore, tutto d’un fiato. E, lo ammetto senza pudori, mi sono commosso più e più volte vedendo il documentario A Skin Too Few e sentendo lo speciale della BBC2 Lost Boy – In search of Nick Drake. Hanno risuonato in me per lungo tempo le parole della madre Molly e del padre Rodney, e la commozione della sorella Gabrielle.

Una canzone di Molly Drake

Ho capito ancora una volta quanto grande e fragile fosse Nick Drake e quanto lieve e possente allo stesso tempo fosse la sua musica.

Cercherò di parlare di tutto questo e di farvi ascoltare il più possibile nella prossima monografia di Sparring Partner, dedicata a Nick Drake, da lunedì. E se non vi piace Nick Drake (possibile?), venerdì c’è Luttazzi.
E se non vi piacciono né Drake, né Luttazzi, che accidenti ci state a fare qua?

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Dead Again

Nella foto i conduttori della Notte dei Morti Viventi 2005 tornano a casa nelle prime ore del mattino

Come già successo l’anno scorso, questa notte sarà La Notte dei Morti Viventi. Chiudiamo quindi la Campagna Abbonamenti della radio con una diretta lunga dodici ore, a partire dalle 2230 di stasera. Il tema di quest’anno è la magia: parleremo di incantesimi, astrologia, esoterismo, manovre economiche, musica maggica, film maggici. Come al solito l’invito è quello di chiamare in diretta, partecipare ai quiz, vincere dei premi, mandare mail e sms, e magari anche passare in radio a spruzzarci di acqua santa.

Adesso, invece, vado al Sesto Senso, dove c’è l’aperitivo di fine Campagna Abbonamenti. Mi tratterrò, per evitare che “La Notte dei Morti Viventi” si trasformi per me in una diretta di un paio d’ore scarse.

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Mai avrei creduto di…

Stilare una lista dei migliori dischi dell’anno. Un po’ perché non credo di avere la competenza necessaria per farlo: non sono sempre così attento alle ultime uscite. Un po’ perché mi stanno sulle palle le liste. Comunque, stavolta l’ho fatto, per questioni di partecipazione. Mi sono messo e ho visto che, nel 2006, mi sono passati per le mani e per le orecchie poco più di una quarantina di dischi. Sulle prime ho pensato “Sono veramente pochissimi: sicuramente molti molti di meno di quelli che hanno ascoltato colleghi radiofonici e blogganti vari”. Ma poi ho fatto un calcolo: quaranta dischi in dodici mesi fanno un disco ogni nove giorni. Poco meno di un disco nuovo, inedito, mai sentito prima alla settimana. E come si fa?  L’ho sempre pensato: la bulimia musicale è tremenda, il rincorrere sempre e comunque il nuovo, abbindolati da varie copertine e home page che parlano ad ogni uscita di capolavori e di gruppi stratosferici, il consumare nella maniera più tremenda la musica è male. Si rischiano di prendere fischi per fiaschi, e arrivare a pensare che, facendo un parallelo letterario, l’Iliade l’abbia scritta Baricco. Signori: gli anni che vanno dai ’50 ai ’70 sono la nostra antica Grecia. I classici vanno studiati. (Bum. Ah, per inciso, se volete vedere la lista, è sul forum di Città del Capo – Radio Metropolitana, più precisamente qua.)

Andare a vedere un concerto dei Living Colour nel 2006, anzi, quasi 2007 – sempre a proposito di musica vecchia. E quindi domani li vedrò con la formazione originale. Che vi devo dire? Secondo me sono molto sottovalutati, sono stati un’ottima band a cavallo degli anni ’80 e ’90. Un periodo tremendo, stretti tra il metal e il grunge. Però Stain, nonostante non sia il loro lavoro migliore, non mi stanca mai (e se domani dovessero fare “Nothingness” in versione acustica, i miei singhiozzi copriranno la loro musica).

Suonare questo pomeriggio con Jon Spencer e gli Heavy Trash. Sì, ho un po’ barato, “suonare” non è la parola esatta. Ma insomma, quando qualcuno nei dischi batte le mani è accreditato, sotto la voce “handclapping”, no?

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Partners

No, giusto una breve nota per dirvi che domani a Sparring Partner c’è Paolo Sorrentino che chiacchiererà con me, Fede MC e con voi del suo ultimo film L’amico di famiglia. Non al telefono, proprio negli studi della radio. Se avete domande, usate la sezione “contatti” di Sparring Partner. Se arrivate tardi c’è il podcast e anche l’archivio audio. Non dite che non eravate stati avvisati.

Poi mercoledì c’è al telefono Giampaolo Felici degli Ardecore.

Ecco l’intervista!

E poi inizierò anche a scrivere sul blog di Sparring Partner. Appena la Clone Inc. mi consegna un altro me, che si occuperà anche di rispondere a mail piacevoli, scrivere regolarmente qua, riprendere il fotoblog, andare a bere le birre.

Ultim’ora: Paolo Sorrentino ha la febbre, quindi, come da scaletta, oggi si parla di Caravaggio. Butta via.

Ma alla fine l’intervista a Sorrentino l’ho fatta…

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Sparring Parte

Oggi è un giovedì freddo, quindi non estivo, e il mio istinto sarebbe quello di preparare i dischi, pensando a come ammorbarvi durante il mio programma Monolocane. Ma, come i più attenti di voi già sapranno, il programma è finito. Non è finita, però, la mia presenza in etere, eh no. Speravate, voi.

Da questa settimana, infatti, è iniziato Sparring Partner, il mio nuovo programma, che va in onda dal lunedì al venerdì, dalle 10.40 alle 11.30, sempre sui 96.250 e 94.7 MHz di Città del Capo – Radio Metropolitana di Bologna. Ogni giorno un ospite per “cinquanta minuti di cultura senza k”, come recita il sottotitolo. E io ci sto provando, a parlare di “cultura” senza essere imbalsamato, troppo gggiovane, o marinosinibaldesco. Esiste la terza via? Ed è quella che ho preso? Ditemelo voi. Intanto io vado a Londra per il fine settimana a rinfrescarmi le idee e a scoprire nuove tendenze (si dice sempre così, no, quando si va a Londra).
A lunedì, quando avrò come ospite nientemeno che Stefano Bollani, e tanti altri ne seguiranno ancora.

Sparring Partner è ascoltabile in streaming anche dal presto ricchissimo sito ufficiale (cari amici che l’avete creato, insieme a tutto il resto, mai vi ringrazierò abbastanza), ma ha anche il podcast. Vuoi sapere come (fare)? Clicca sulla pagina web della trasmissione, o sull’argomento in questione sul forum della radio e chiedimi come! E se vuoi essere sempre informato sulle scalette di Sparring Partner, mandami una mail! In omaggio una mountain bike con cambio Shimano.

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Minilocane

I post che avrei voluto scrivere in questi giorni dovevano avere altri argomenti: il mio ritorno stagionale nel borgo natìo e il decennale della mia presenza a Bologna. Ma spesso, qui, il giovedì o il mercoledì, ho annunciato la puntata di Monolocane, soprattutto quando ho avuto ospiti particolari, o dischi belli da farvi sentire, o altro.

Beh, quella di oggi sarà l’ultima puntata di Monolocane. Una cosa che fa a pugni con quello che c’è scritto un po’ più in giù nella pagina: ma del resto non pensavo che la prima puntata sarebbe stata anche la terzultima. Ma prima di inviare sdegnate lettere alla direzione di Città del Capo Radio Metropolitana, sappiate che la mia voce, dalla prossima settimana, infesterà l’etere molto più di quanto l’abbia fatto fino ad adesso. Il match è tutto da cominciare.
Resta il fatto che quella di stasera sarà l’ultima puntata di Monolocane. Non so cosa succederà: dipende anche da voi. Forse durerà di più, forse no. Comunque, è il caso di dirlo: stay tuned.

Vuoi sentire l’ultima puntata di Monolocane per poi vantarti con gli amici? Bravo! Se sei a Bologna, prendi il tuo apparecchio radiofonico a valvole, accendilo e sintonizzati sui 96.3 o 94.7 MHz. Se sei un ragazzo del duemila o non hai un apparecchio radiofonico, usa il computer. Basta cliccare qua.

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