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Viaggio nella memoria

Ci siamo. Tecnicamente è tutto a posto, per la migrazione dei post dal vecchio al nuovo blog: da domani, quindi, dovrò spulciarli uno per uno per rimetterli a posto. Mi piace cercare di fare le cose per bene. Sarà un lavoro lungo, ma probabilmente è l’unico che mi potrò concedere (oltre alla dovuta diretta della domenica mattina) nei prossimi due giorni, da tanto sono stanco.
Mi chiedo come sarà rileggermi in maniera attenta e attiva, scorrendo ciò che ho scritto negli ultimi otto anni: forse anche soltanto quello che ho deciso di scrivere è significativo. Il concetto della scelta di cosa “pubblicare”, in senso volutamente ampio, rispetto a ciò che rimane in testa, sul pavimento di una sala di montaggio o su appunti mai usati e poi magari buttati via o riposti in qualche cassetto, mi ha sempre affascinato.
Così come mi affascina questa specie di viaggio nella memoria che sto per accingermi a fare. Non fraintendetemi: in questi anni ho riletto alcuni post del blog per mio piacere o curiosità; qualcuno è diventato un racconto, qualcun altro è stato anche letto in pubblico. Ma la metodicità della prossima lettura, insieme alla sua totalità, mi fa riflettere sin d’ora. Figuriamoci quando incontrerò il me stesso degli anni passati. Sì, le parole del me stesso: ma per me le parole possono dire davvero molto di una persona. Mi sbaglierò. E forse queste cose le ho già dette, addirittura scritte. Be’, lo scoprirò presto.

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Piccoli nessi umani

Uno dei piccoli segnali che dimostrano il fatto che io mi stia poco dedicando a me stesso ultimamente è che sono venuto a sapere della pubblicazione di Principianti di Raymond Carver un paio di mesi fa, a libro uscito. Uno dei grandi segnali di quanto mi stia trascurando a vantaggio del lavoro è che ho finito di leggere il libro soltanto oggi.Innanzitutto: Principianti è la nuova versione di Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, raccolta di racconti pubblicata nel 1981 considerata “manifesto del minimalismo letterario”. In realtà si tratta della versione originale del libro: l’editor di Carver, Gordon Lish, aveva pesantemente ripassato le bozze sotto la scure dell’editing, una prima volta in maniera più lieve, una seconda volta arrivando a tagliare il 30, 50, anche 70% di ogni racconto. Einaudi propone quindi la versione del volume “come l’avrebbe voluta Carver” (le virgolette sono d’obbligo), tradotta dal solito bravissimo Riccardo Duranti, con un bel apparato di note e con alcune lettere che Carver mandò in quel periodo al suo editor.
Sapevo da tempo di questa versione, e l’apprendere che esistesse mi ha fatto sorgere alcune riflessioni, diciamo, filologiche. Facciamo un esempio apparentemente distante, ma che riguarda un altro dei miei grandi amori. A settembre usciranno i dischi dei Beatles rimasterizzati: il processo che ha portato a questa riedizione è stato seguito dai membri vivi della band, dalla moglie di Lennon e dal figlio di Harrison. Quindi, diciamo, questo controllo dovrebbe essere garanzia di genuinità, se non altro dal punto di vista della sensibilità filologica (non ho intenzione qui di parlare di sfruttamento intensivo di marchi quale Carver e i Beatles – seppure molto diversamente – sono). Così come questa edizione è tradotta dal migliore conoscitore di Carver in Italia, approvata dalla compagna dello scrittore e dai più importanti studiosi americani della sua opera.
Ma il punto è: il concetto di originalità dell’opera è davvero così slegato dall’hic et nunc in cui l’opera è stata licenziata? O è invece puramente collegato alle questioni della fattibilità tecnica e a quella dell’intentio auctoris?
Una cosa alla volta. Paul McCartney ha detto, in un vecchio numero di “Mojo”, che l’album bianco non ha mai suonato così bene. Ma, d’altro canto, i Beatles, George Martin e i tecnici di Abbey Road non erano proprio gli ultimi in quanto a inventiva e capacità di innovazione. Altro esempio: le riedizioni con aggiunte della prima trilogia di Guerre stellari. Nel presentarle, Lucas ha detto che quei mostri, quella scena, quel fondale erano da sempre nella sua mente, solo che la tecnologia allora disponibile non gli permetteva di ottenerli. D’altro canto, però, i dischi dei Beatles e i film di Lucas sono stati pubblicati (nel senso più ampio del termine) in un certo modo, e proprio in quel modo lì (carente?) sono stati amati, memorizzati, storicizzati.Ovviamente quando si parla di scrittura, la questione tecnologica decade, ma rimane – ed è più pressante – l’intenzione dell’autore. D’altro canto, sempre quando si parla di scrittura, è un nonsense immaginare lo scrittore preso dal fuoco sacro dell’arte. L’editoria è un’industria, con i suoi processi e le sue figure professionali: tra queste, l’editor.
Ora: Gordon Lish non era un fesso qualunque, così come non lo era Carver. E la riconoscenza che lo scrittore dimostra nei confronti dell’editor è evidente e giustificata. Dietro ad ogni buono scrittore c’è un buon editor, per fare una parafrasi. Lish è stato più che utile a Carver, c’è poco da fare. L’ha indirizzato, corretto, lodato: tagliando, aggiungendo, discutendo con lui ha fatto l’editor, punto. Ma è bene distnguere anche il lavoro dell’editor, che si gioca tutto nella misura e nel contesto. Paradossalmente, tagliare un romanzo del 60% è meno grave, a mio parere, che tagliare un racconto del 40. Perché il racconto è un organismo più delicato, più piccolo e fragile di un romanzo: bisogna andarci, insomma, coi piedi di piombo. Se no, tanto vale riscrivere tutto.
Torniamo alla storia: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore esce e spalanca a Carver le porte del successo. L’opera di Lish, per molti versi artificiale come ogni manufatto industriale seppur “alto”, ha funzionato, il minimalismo diventa nuovo canone (e permane come modello ancora oggi, il che ci dovrebbe fare riflettere). Qualche anno dopo esce Cattedrale, ed è un successo ancora maggiore: i critici notano che c’è maggior respiro nei racconti, e iniziano a “indagare” sulla figura di Lish. C’è anche un racconto che è ripreso pari pari dal libro precedente, ma Carver gli cambia il titolo e gli dà aria: per Cattedrale Carver agisce praticamente da solo.
Attenzione, però: Lish, su Di cosa parliamo fa due editing. Il primo, più leggero, è accettato da Carver. Il secondo, quello con le grosse cifre percentuali citate sopra, getta Carver in uno sconforto disumano, ben testimoniato dalle lettere in appendice al volume. Si parla di “paranoia”, per intenderci. Ho finito oggi Principianti, e, ancora una volta, Carver mi ha stretto l’anima e commosso fino alle lacrime. Ma l’ho sentito più vicino di quando ho letto per la prima volta Di cosa parliamo. I personaggi, sebbene risolti magistralmente in poche righe, sono ancora più veri., forse perché le righe invece di essere tre sono sette. I discorsi che fanno sono più reali, forse perché inframmezzati da digressioni e cambi d’argomento, sembra che palpitino sulle pagine le parole che vengono scambiate, e pare di sentire più di prima il vento che batte incessante sulle case dove sono ambientate le storie. Ma per capire di cosa si tratta, cos’è che rende Principianti un libro da leggere e rileggere, è necessario arrivare alle ultimissime pagine. In una lettera a Lish Carver scrive, a proposito della seconda revisione della sua raccolta, poco prima che sia pubblicata:

Lo voglio quel senso di bellezza e di mistero che [i racconti] hanno ora, ma non voglio perdere di vista, perdere il contatto con i piccoli nessi umani che avevo visto nella prima versione che mi hai mandato. In qualche modo sembravano essere più pieni, nel senso migliore, in quella prima revisione.
Raymond Carver,
Principianti, Einaudi, Torino 2009, p. 287. Traduzione di Riccardo Duranti.

Ecco, i piccoli nessi umani, che sicuramente lo stesso Lish aveva tirato fuori all’inizio del suo lavoro. Ecco cosa c’è in più in Principianti e Cattedrale rispetto a Di cosa parliamo. I nessi umani. Qualcosa che non è poco per nessuno, figuriamoci per Carver, che di questi nessi, tessuti in manciate di parole, ha fatto grande la sua scrittura.
Certo, il problema se mi ricomprerò o meno la discografia dei Beatles tra qualche mese permane.

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Quanto rimarrò vergine?

Tutto nasce da un libro. Me lo manda una casa editrice, e inizio a leggerlo, pensando ad una possibile intervista con l’autore. Immagino, non appena lo apro, di trovarmi di fronte ad un romanzo “generazionale”, che parla – come spesso accade ultimamente – di lavoro atipico, trentenni, agenzie interinali. Comincio.
A pagina 15 smetto, perché devo scendere dall’autobus, ma non sono per niente contento di quello che ho letto fino ad allora.
Lo stesso giorno, di notte, a letto, arrivo a pagina 30, e poi faccio una cosa che davvero non faccio mai. Decido che non lo finirò di leggere, quindi non lo segnalerò, né tantomeno intervisterò l’autore. Appena elaboro questa decisione, faccio un’altra cosa per me nuova. Scaglio il libro contro il muro della mia camera da letto.

Il punto è che da molto, ormai, leggo “per lavoro”, il che fa di me una persona privilegiata e fortunata, da un punto di vista. È chiaro che il mio lavoro non si limita a questo, ma in parte è così. Questo fa sì che io legga soprattutto novità della narrativa italiana, di autori viventi, e magari non così noti. Questo fa sì che è da un bel po’ che io non leggo un libro che mi soddisfa, quando l’ho fatto ne ho scritto qua. Ora, questo ha importanza fino ad un certo punto: non sono io l’arbitro del gusto letterario, ci mancherebbe, ed è diverso, per me, trovare qualcosa “brutto” o “interessante”. Spesso leggo libri, quindi, che non mi soddisfano, ma che penso possano interessare le persone a cui mi rivolgo.
Ma non è questo il punto. Il nocciolo della questione sta nel fatto che, il mattino dopo, avrei tranquillamente potuto raccogliere il libro da terra, telefonare all’ufficio stampa della casa editrice, fissare un’intervista con l’autore e mandarla in onda. Un’intervista illustrativa, come dire, non polemica. E invece no. Esattamente come non scrivo qua il titolo di questo libro.

Non faccio queste due cose per motivi ben precisi. Il primo, quello che riguarda il mio lavoro, è che non parlo di libri (ma anche di film e di dischi) se non li ho letti, visti, ascoltati del tutto. E già questo, a sentire lo stupore che talvolta le persone che intervisto manifestano, quando vengono loro rivolte delle domande che – evidentemente – dimostrano che ho letto le loro parole, pare non sia la consuetudine.
Il secondo, che riguarda il mio lavoro e il blog, è che talvolta chi pubblica, in senso lato, non è veramente pronto a farlo: la critica negativa o la stroncatura, specialmente se chi la scrive è facilmente “raggiungibile”, è spesso vista come una presa di posizione personale. Non parliamo poi di quello che potrebbe essere il mio caso: “Sei uno che tenta di scrivere, pubblica qua e là senza mai fare qualcosa di davvero importante, ergo stronchi per invidia.”
E non crediate sia fantascienza.
Chi pubblica si espone, appunto, al pubblico. Che è massa indistinta quanto si vuole ma, speriamo, almeno un po’ pensante e giudicante. Pare che però questo venga preso in considerazione di rado. Le critiche non fanno mai piacere, si sa. Ma pubblicare – un disco, un film, un libro – dovrebbe includere anche questa possibilità e il coraggio di affrontarla.

Tornando a me, perché qua fondamentalmente racconto gli affari miei, mi sono reso conto di due cose: per cominciare, che scagliare un libro su un muro è molto liberatorio. Per seconda cosa, che voglio continuare a comportarmi bene, a fare il mio lavoro come credo che vada fatto. Questo farà sì, però, che prima di avere tempo per leggere i libri di Scott Fitzgerald, Roth, Calvino, Moody, e di tanti altri ancora che giacciono intonsi sugli scaffali qua accanto, dovrò aspettare.
Resisterò, quindi, alle tentazioni della carne, soprattutto se di pessima qualità, perché le scalette delle trasmissioni (e non solo) vanno riempite possibilmente con qualcosa di buono.

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