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Musica in cui immergersi: intervista ai Temples

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Di Sun Structures, uscito per la Heavenly Recordings a febbraio, mi ha colpito immediatamente la copertina: la band è ritratta in una radura in mezzo a un bosco, con alle spalle una costruzione che, pur “montata” nella fotografia, sembra quasi elevarsi, staccarsi da terra. Ho pensato, prima ancora di ascoltare l’album, all’esoterismo britannico e alle sue rappresentazioni, così diverse da quello mediterraneo. E mi è venuto in mente uno dei miei film preferiti, The Wicker Man, che mischia esoterismo, paganesimo e riti druidici. Capirete la mia sorpresa quando il bassista e cantante dei Temples, Thomas Warmsley, ha citato proprio la pellicola di Robin Hardy come “una delle preferite” della band britannica: eppure c’è un legame profondo che lega questi venticinquenni delle Midlands a qualcosa di ancestrale, attraverso la via del pop psichedelico a cui chiaramente il quartetto si rivolge. Molti hanno bollato l’album di debutto come una scopiazzatura: credo, invece, che certi suoni e certe strutture musicali il popolo britannico le abbia dentro, e che affiorino assumendo forma diversa a seconda del momento storico. Dopo avere parlato proprio di psichedelia anche con gli Horrors, ecco l’intervista con i Temples, che potrete ascoltare in onda a Maps oggi pomeriggio o in streaming sul sito della radio.

Vorrei innanzitutto parlare del vostro futuro e della pressione che immagino sentiate da parte della stampa musicale britannica e mondiale. Siete una band molto giovane, ma il vostro successo sta crescendo rapidamente. Qual è il vostro antidoto?
Credo che sia qualcosa che le band non possano controllare, è qualcosa che avviene esternamente rispetto a quello che succede all’interno di un gruppo: ma come Temples, da subito, abbiamo dovuto suonare molto dal vivo e siamo dovuti crescere come band di fronte a tutti. Credo che questo ti porti all’onestà, non puoi nascondere nulla, devi essere quello che sei sul palco, come gruppo nel suo complesso. Non abbiamo pensato molto a quello che stavamo facendo, ci siamo solamente concentrati su chi eravamo e sul suonare al meglio. È stato un lungo processo di apprendimento: non direi che siamo “arrivati” come band e questo rende ogni concerto molto divertente.

Che mi racconti del tipo di musica che suonate? Sentite nell’aria il revival psichedelico di questi tempi? Hai scoperto questo genere per caso o sentendo un disco dei tuoi?
Per quanto riguarda il revival psichedelico, ci sono un sacco di gruppi che finalmente hanno un po’ di attenzione, band che sono in giro da diverso tempo, pensa ai Black Angels, per esempio: suonano da dieci anni, o quasi. Penso che la gente stia finalmente prestando più attenzione a questo tipo di musica, magari perché ci si rende più conto dell’importanza di andare ai concerti e sentire com’è davvero una band dal vivo. È un’esperienza unica, e in quanto tale semplicemente non si può sostituire o replicare. Ecco forse perché sta diventando più popolare, ma non ne sono sicuro. La cosa vale di certo per noi: siamo fan della musica psichedelica e specialmente della musica pop degli anni ’60 e ’70. Mi piacciono i dischi che puoi ascoltare dall’inizio alla fine, capaci di creare un’atmosfera: molti degli album che preferisco lo fanno, e portano l’ascoltatore altrove, in cinquanta minuti, dall’inizio alla fine di un disco, nel quale ti immergi completamente. Credo che questa sia una caratteristica molto importante della nostra musica.

Torniamo agli anni ’60 e non al lato pop: in quell’epoca la musica e la cultura psichedelica era un modo per evadere, per sfuggire alla realtà. Secondo te questo assunto vale ancora oggi, visto che fate musica psichedelica? Ha ancora questa funzione?
Penso che ogni tipo di musica abbia un suo immaginario e una sua ragion d’essere, ma penso che sfruttare un’idea e creare un’immagine vivida con la musica sia davvero ciò che ci interessa. Come ho detto prima, molte delle nostre band preferite e dei nostri dischi preferiti lo fanno. Penso che ci sia una qualche forma di escapismo, se non altro perché l’ascoltatore è immerso nella musica e nel mondo del disco, ma nel nostro caso creare questo non ha una ragione precisa, non è una reazione a qualcosa. Siamo più interessati agli effetti sull’ascoltatore.

Le reazioni al vostro album di debutto sono state piuttosto diverse, ma spesso estreme. Non mi interessano tanto le recensioni positive, perché sono d’accordo: il vostro è un buon disco. Cosa pensi, invece, che abbiano in comune le critiche negative, sempre che tu le abbia lette?
Penso che le persone tendano a essere molto critiche nei confronti di chi si ispira al passato, specialmente a un certo tipo di musica che attinge dagli anni ’60, quell’epoca lì. Di certo se suoni musica di quel tipo, devi aggiungerci qualcosa e portare qualcosa di nuovo a quello che fai. Penso che ci siano sicuramente citazioni nella nostra musica, ma cerchiamo di andare oltre a questo. Le nostre canzoni possono anche essere scritte in maniera tradizionale, ma mi piace pensare che il modo in cui lo facciamo e il nostro approccio alla musica sia qualcosa di nuovo, e che le cose forse non sono mai state mischiate prima. Forse la gente non si interessa davvero a noi e l’unica cosa che nota è questo pastiche con musica del passato, ma è solo una piccola parte di quello che facciamo.

Hai mai pensato che qualcuno potrebbe vedervi come “invasori” di un’epoca storica, di cui magari si è molto nostalgici, e che quindi qualcuno si possa “lamentare”?
Forse sì. Penso che quello che la gente va cercando sia il suono del disco e come lo usi per creare ciò che stai facendo. Anche se non ci abbiamo riflettuto più di tanto, volevamo essere certi che il mix fosse giusto, che il risultato suonasse autentico, ma che fosse anche fresco e diverso allo stesso tempo. Altre band hanno fatto lo stesso nel passato, si tratta di dare la tua impronta alla musica, di trovare la formula giusta, e noi abbiamo cercato di fare il meglio che potevamo. Ma alla fine credo si venga semplicemente influenzati dal tipo di musica che ti piace davvero, non c’è altra ragione per suonarla. Che alle persone piaccia o meno, penso sia irrilevante.

Cosa significa fare musica nel Regno Unito oggi e non venire da o vivere a Londra? A dire il vero non sono sicuro che voi non abitiate a Londra, ma non provenite da lì di certo.
Sì, a dire il vero ora sono a Londra, ma comunque penso che il maggiore vantaggio di non vivere nell’ambiente di una città sia la possibilità di concentrarsi in maniera diversa sulla musica, un vantaggio quando devi creare il tuo album. Si tratta di focalizzarsi in maniera diversa, a seconda che ti trovi in campagna o in città. Per noi però la cosa fondamentale è che veniamo tutti e quattro dalla stessa cittadina, dallo stesso luogo: e spero che questo si traduca anche nella nostra musica, che non sembri che veniamo da posti qualsiasi. Non penso che la band sarebbe la stessa altrimenti. Ci sono tante città nel mezzo dell’Inghilterra in cui si produce buona musica, e le band che ci sono si possono considerare più isolate o comunque con una cultura diversa di quelle di città. C’è un’ispirazione unica e diversa.

E il vostro modo di comporre? Come hai detto, vivere a Kettering e cominciare a suonare in camera, come molte band fanno, ha mantenuto e formato la vostra musica dagli inizi, ma ce n’è di distanza tra il suonare tra quattro pareti e di fronte al pubblico del Coachella.
I Temples sono essenzialmente nati in studio, come un esperimento di registrazione, direi. L’idea di suonare qualcosa dal vivo, un set intero o qualsiasi altra cosa di fronte a un pubblico ci era un po’ ostile, o almeno era una cosa che non avevamo considerato assolutamente all’inizio. Tradurre canzoni che erano nate per essere suonate in studio in una forma che potesse funzionare dal vivo è stato un processo strano. Molte band provano per mesi e poi registrano un disco: noi abbiamo fatto al contrario, abbiamo registrato molto velocemente e poi fatto più concerti che riuscivamo a fare, così suonavamo dal vivo, tutti e quattro insieme: abbiamo così sviluppato i brani dal vivo, registrando anche mentre eravamo in tour, tornavamo in studio a lavorare su canzoni che avevamo imparato a sviluppare suonando live. Questo test dal vivo è stato una parte enorme del lavoro fatto con la band. E sono certo che il disco suonerebbe in maniera molto diversa se non l’avessimo fatto, se non fossimo una live band, se non ci fossimo permessi di sperimentare con le canzoni dal vivo.

Ti piacciono ancora le canzoni di Sun Structures sentite su disco?
A dire il vero non lo ascoltiamo più molto. Molte delle canzoni sono state registrate nel corso dell’ultimo anno. Abbiamo raggiunto l’obiettivo di creare un’atmosfera su disco, ma non ci pensiamo molto, visto che ora siamo concentrati sui concerti: come ho detto prima, è qualcosa di completamente diverso, che ti obbliga a dimenticare ciò che hai definito in studio e imparare di nuovo le canzoni suonandole live. Credo che in questo modo il concerto diventi qualcosa di unico e speciale, perché non ci sono confini nel suonare un pezzo dal vivo, può prendere forme diverse…

Quindi avremo modo di sentire nuove versioni di brani che già conosciamo o i prossimi concerti in Italia potranno riservarci qualche sorpresa?
Ci saranno momenti di improvvisazione, non abbiamo paura… Voglio dire che se decidiamo di espandere una parte di una canzone dal vivo, lo facciamo, anche se prende una forma diversa dal disco. Una decisione importante da prendere è quello che si vuole mantenere e quello che si vuole cambiare dei pezzi, o quello che ti puoi permettere di sviluppare dal vivo. Quindi non posso dire molto, ma immagino di sì.

C’è un disco che ti ha cambiato la vita, come persona o musicista?
Tanti, mi sa… Ma citerei il primo disco dei Pink Floyd,
The Piper at the Gates of Dawn. La prima volta che l’ho ascoltato ho pensato che allo stesso tempo avesse un’incredibile energia punk e fosse in grado di creare un immaginario unico, con un’eloquenza notevole. Penso che sia proprio la combinazione di questi due elementi che fa di quel disco un grande album, con idee interessanti: penso che sia un modo interessante di vedere il pop, perché poi è di quello che si tratta. Ci sono suoni inusuali e incredibili, di certo è per noi Temples uno dei nostri dischi preferiti.

Di solito concludiamo le nostre interviste con la solita domanda dei dischi dell’isola deserta, ma questa volta la cambiamo un po’, e quindi: che libro, film e cibo ti porteresti sull’isola deserta, se dovessi partire ora?
Il libro sarebbe di certo
The Old Straight Track di Alfred Watkins: sarebbe una lettura interessante. Si tratta di un libro scritto negli anni ’20 che ha a che fare con antiche mitologie britanniche, con le linee temporanee [linee immaginarie che collegano monumenti o megaliti, alle quali sono attribuiti poteri magici o particolari, ndr.] che attraversano la Gran Bretagna. Sì, sarebbe una cosa interessante da portarsi dietro, così come tutto ciò che ha a che fare con le fiabe e con i tempi passati della Gran Bretagna, quando tutto era più semplice. Il film sarebbe The Wicker Man, uno dei preferiti della band, ci piace guardarlo. La regia è di Robin Hardy e ha una colonna sonora fantastica: un film tipicamente britannico che ci ricorda casa. E il cibo, be’, due fette di pane. Poi vediamo che metterci in mezzo.

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We Want To Take You Higher: intervista a The Horrors

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Sebbene non possa definirmi il loro fan numero uno, gli Horrors mi hanno sempre incuriosito per la cupezza della loro musica: per quanto molto debitrice dell’eredità nazionale, infatti, i britannici hanno sempre messo del loro nei loro dischi, spesso andando controcorrente rispetto ai suoni di moda e talvolta addirittura anticipando ritorni di fiamma e riscoperte. Rispetto ai lavori precedenti Luminous, che esce oggi a tre anni di distanza da Skying, è banalmente – visto il titolo – un disco più solare, ballabile, divertente. Nella chiacchierata che ho fatto ormai un mese fa con Rhys Webb questa volontà traspare a ogni parola, con un entusiasmo palpabile che potete anche sentire nel tono della sua voce, ma mai quanto il nostro si è illuminato parlando di psichedelia. Era una domanda che ovviamente ci stava, ma non sapevo che il musicista non fosse solo un appassionato, ma un collezionista di cimeli lisergici: un colpo di fortuna e, di conseguenza, la risposta più articolata di tutta l’intervista (per cui ringrazio, ancora una volta, Emily Clancy).

L’inizio di Luminous è più o meno questo: quasi tre minuti di percussioni e pad, poi entra la band al completo; ma dobbiamo aspettare ancora quasi un minuto per ascoltare le prime parole del disco, che contiene canzoni lunghe con lunghe parti strumentali: si può affermare che Luminous sia più concentrato sulla musica dei vostri lavori precedenti?
Forse, non saprei. Di certo non l’abbiamo fatto di proposito, ma questi passaggi strumentali ci sono piaciuti, e secondo noi fanno andare al meglio le canzoni. Non pensiamo a pezzi pop concisi, di tre minuti, vogliamo semplicemente esprimere noi stessi e rendere al meglio la canzone, affinché comunichi al meglio le nostre idee.

È una cosa di cui vi siete resi conto mentre lavoravate alle canzoni o non siete davvero interessati a focalizzarvi in questo modo sulle stesse?
No, ce ne siamo resi conto in corso d’opera e che ci siamo goduti. Non volevamo che ogni canzone suonasse così, ma penso che parte del disco abbia a che fare con il coinvolgimento nella [sua stessa] musica, con un’immersione profonda nel groove dell’album. Qualche volta è la canzone a trascinare noi. Tuttavia non è stata una decisione conscia, ma il modo migliore per esprimere noi stessi.

Il titolo è importante e sembra alludere a luci quasi accecanti: pensi che Luminous abbia un aspetto più leggero, positivo e più speranzoso di quanto ci avete fatto ascoltare finora?
Sì, penso di sì: volevamo fare musica che fosse più energetica e piena di ottimismo, che tirasse su ed elevasse gli ascoltatori. Insomma, l’idea è quella del “portarti più in alto”, un’idea che ci è sempre piaciuta. E’ un po’ come quella sensazione che hai quando sei sulla pista, davanti a un dj che mette i dischi: il suo lavoro è continuare a muoversi e a far muovere, a far girare i pezzi. Piace anche a noi farlo, con la nostra musica.

Come mai la scelta di “I See You” come primo singolo? C’è stato un ragionamento, ce lo puoi spiegare?
Sì, “I See You” è stato il primo pezzo che ci ha davvero convinto mentre stavamo scrivendo il nuovo disco. Prima abbiamo scritto molte canzoni che non ci hanno soddisfatto. Quando cominciamo un album è tutto un ricominciare da capo, fare tabula rasa e sperimentare nuove idee: c’è sempre un pezzo che ci entusiasma per primo e questa volta è stato “I See You”. Pensiamo che sia non solo una buona introduzione all’album che le persone ora possono ascoltare, ma anche che rappresenti i suoni e le emozioni che esploriamo nel disco.

Sono d’accordo: rappresenta bene le canzoni del disco anche dal punto di vista della lunghezza…
Sì, è un pezzo “epico”, diciamo. Volevamo che la prima traccia che le persone avessero ascoltato fosse una canzone che ci entusiasmava. Ecco il motivo della scelta.

La vostra attività live ha influenzato il disco in qualche modo?
Sì, in effetti penso proprio di sì. Non abbiamo delle vere e proprie riunioni creative a proposito della direzione che prenderà il nuovo materiale. Semplicemente, in quanto band, cominciamo a suonare insieme: le idee iniziano a scorrere e si vede dove ci portano. Però Skying era un disco delicato, almeno in certi momenti. Noi volevamo fare qualcosa di più intenso, qualcosa… All’inizio l’idea era di creare musica molto più pesante, più orientato al rock e al suono di chitarra. Ma poi, naturalmente, ci siamo mossi verso il lato elettronico. Lo dicevo prima: siamo interessati a pezzi su cui si possa ballare, che si possano ascoltare in un club notturno, ma anche sul palco di un festival o in uno spettacolo dal vivo.

Come avete lavorato con Paul Epworth? Che stimoli vi ha dato?
Abbiamo collaborato solo su una traccia, “Falling Star”: qualcosa di inusuale per noi, che non abbiamo mai lavorato con qualcuno su un pezzo. Non lavoriamo neanche con un produttore, che alla fine diventerebbe una sorta di sesto componente del gruppo, o il numero che vuoi tu. Ovviamente ascolterebbe le nostre cose, le nostre idee, ci darebbe le sue… Un modo di lavorare che non abbiamo adottato negli ultimi due dischi. Comunque, avevamo i pezzi, ci piacevano e stavamo cercando qualcosa che li rinfrescasse un po’, dei nuovi approcci… Faris [Badwan, cantante della band, ndr] ha avuto l’idea di collaborare con Paul, così per provare qualcosa di nuovo e vedere come andava, per rimpallarci delle idee. E’ stato qualcosa di inusuale, di nuovo per noi, ma alla fine il risultato è buono.

Immagino che sia stato scelto anche per il lavoro fatto su due voci come quelle di Adele e Paul McCartney che, piacciano o meno, sono due nomi molto rappresentativi della musica britannica di oggi.
No, non credo che sia stato per il lavoro su Adele: ci è piaciuto Paul McCartney, ma non credo sia solo quello. Questi sono i suoi lavori recenti, è negli ultimi anni che si presenta come “il nuovo entusiasmante produttore”, che ha lavorato in maniere differenti con gente diversa. Ha un background da musicista, anche se ora non mi vengono in mente i nomi delle band con cui ha suonato, ma il punto è che eravamo interessati al suo lavoro e a vedere cosa ne sarebbe venuto fuori.

Luminous è un’invocazione affinché la gente balli: c’era qualche disco su cui ballavate, mentre lavoravate al vostro?
Su cosa ballavo… [ride] Insomma, mi piace ballare, ma vediamo… Mi è piaciuto molto Caramel di Connan Mockasin: non è un disco veloce, ma mi è piaciuto molto quando è uscito l’anno scorso. Sì, sai, noi siamo interessati alla musica che ti fa ballare, non necessariamente ora: l’amiamo in generale, ed è qualcosa che abbiamo pensato di introdurre sempre di più, anche sul disco precedente ce n’era… Diciamo che è come ci siamo sentiti rispetto a certe canzoni sulle quali vorremmo che la gente ballasse: questa volta ci siamo focalizzati ancora di più su questo aspetto e ci siamo chiesti che sarebbe successo con questo nuovo album.

C’è un pezzo che si intitola “Jealous Sun” che potrebbe essere definito la vostra via allo shoegazing: mette insieme i My Bloody Valentine e i Primal Scream! Sono band e generi che vi hanno influenzato? Quando prima hai usato la parola “higher” mi è venuto in mente subito Screamadelica.
Sì, penso che di certo i Primal Scream abbiano un sentire comune con noi: quello di fare festa e divertirsi. Amano le feste come noi e Screamadelica è un disco fantastico perché riprende tutto il fenomeno house dell’epoca: è strabiliante perché è forse il primo album di una band che lavora in quel senso. Non volevamo fare un disco come Screamadelica, ma abbiamo sicuramente in comune quest’interesse dei Primal Scream, la combinazione, le influenze del rock’n’roll sulla musica elettronica: ci emoziona. Mi piace quella band: il loro manifesto è caricarsi e divertirsi e noi non possiamo che essere d’accordo.

Hai parlato di rock, ma credo che in voi e nei Primal Scream ci sia anche la musica nera. “Mine and Yours”, per esempio, ha una struttura molto classica e si sentono anche degli ottoni. Come avete costruito il pezzo e come ci avete lavorato?
Gli ottoni sono suonati da un sintetizzatore, a dire il vero, ma come ci siamo arrivati? Be’, è un momento molto denso del disco, è un pezzo molto rock. Mi sa che è tutto partito dal riff di chitarra, sul quale abbiamo poi lavorato. Su questo disco, a differenza del passato, non abbiamo usato ottoni veri. La nostra musica, le nostre canzoni evolvono sempre. E’ strano da spiegare, perché non c’è uno solo che le scrive: le idee che arrivano poi si evolvono. Volevamo che questo disco fosse anche vario, che non avesse un solo suono: quello di “Mine and Yours” è uno dei momenti in cui la chitarra si fa più dura.

E che mi dici di “So Now You Know”?
“So Now You Know” è una canzone che ha in sé… molto spazio. È un altro dei brani del disco per cui abbiamo lavorato sul groove, sul ritmo. E’ una canzone che ti prende, che ti fa muovere la testa: è stata questa la motivazione che ci ha portati a pensarla così. Rappresenta quello che facciamo meglio, o che ci piace fare: un misto di suoni e influenze diverse. Non è propriamente hip hop, ma ci sono elementi delle ritmiche di quel genere, elettronica, ambient, il tutto in un involucro rock. È un modo per esplorare le musiche che amiamo.

So che non sei tu a scrivere i testi delle canzoni, ma ci puoi dire se c’è qualcosa che lega le parole dei nuovi brani?
Faris a dire il vero non parla molto dei suoi testi, preferisce che la gente si faccia la propria idea quando ascolta le canzoni, ma una cosa che sappiamo e che dice è che ci sono sempre temi ricorrenti all’interno del disco e che sono spesso anche molto personali. In fondo però si tratta di tematiche che hanno a che fare con tutti e preferiamo che ognuno trovi la sua lettura.

Parliamo di qualcosa più generale, come la psichedelia. Si tratta di uno dei generi o sottogeneri da sempre presenti nella musica britannica, ma ultimamente pare che si sia risvegliato un interesse molto più vasto di prima, e in tutto il mondo, nei confronti di questo tipo di musica. Perché, secondo te, questa riscoperta avviene proprio oggi?
Sono d’accordo con te, è qualcosa che è affiorato negli ultimi anni. Sai, io stesso sono un attento collezionista di musica psichedelica che proviene da tutto il mondo: ho dischi britannici, statunitensi, anche roba garage italiana (non amo molto il progressive o altre cose più pesanti), insomma, da ovunque. Come band siamo sempre stati interessati al fenomeno, ma non so bene da dove derivi questa nuova attenzione. Ci sono tonnellate di nuove band, come i Temples, o i Tame Impala, che sono in giro da qualche anno, Connan Mockasin, neozelandese, e poi i Wooden Shjips, la scena statunitense, i Black Angels… Non so: ciò che mi interessa di band come i Toy, per esempio, è che fanno musica psichedelica ma non necessariamente come se fosse degli anni ’60, che assomiglino ai Byrds o anche un po’ ai Beatles… Non ha senso per me vederla così. È più interessante la questione della sperimentazione o dei suoni che espandono la mente. Probabilmente c’è più voglia di superare dei limiti musicalmente, di non limitarsi a suonare rock’n’roll convenzionale basato sulla chitarra: questo è interessante, perché così molte band stanno sperimentando con differenti suoni ed effetti. È musica più bizzarra, più strana, che ti fa sentire qualcosa: in fondo la musica psichedelica dovrebbe farti provare un’esperienza, no? Agli inizi era legata all’assunzione di LSD, all’espansione della coscienza, a un suono che si fa strada nella mente oltre il tempo. Tornando a me, è la musica che amo di più, quindi sono felicissimo che sia suonata da nuove band.

Hai mai pensato che questi tempi siano difficili e che quindi il ritorno della musica psichedelica abbia un valore escapista?
Nella psichedelia c’è un elemento escapista. Non direi che ha a che fare con il clima politico attuale, ma credo che i generi musicali abbiano un po’ la tendenza a muoversi ciclicamente, come sappiamo, e dagli anni ’60 in poi c’è sempre stato un interesse nei confronti di quel mondo musicale e delle influenze di gruppi come 13th Floor Elevators, o i Beatles o anche per band britanniche molto meno conosciute e più oscure, di cui a volte parliamo, come un gruppo inglese che si chiama July. C’è sempre stata attenzione per questi musicisti, anche negli anni ’80: ne sono state influenzati anche band come i My Bloody Valentine o i Ride e in genere tutti i gruppi basati sul suono di chitarra, ma anche chi ha fatto musica elettronica. Non saprei bene rispondere alla tua domanda, ma non penso che questo sia dovuto al fatto che la gente voglia scappare dall’attuale panorama politico e sociale: si tratta, alla fine dei conti, di buona musica.

Qual è il concerto più bello che hai visto di recente?
Il concerto più bello recente… Ah, ho visto il live di un’ottima band originaria della Nuova Zelanda, ma residente a Londra, di cui non sapevo nulla fino a poco tempo fa. Si chiamano Popstrangers, hanno fatto dei concertini a Londra che mi sono piaciuti molto. Ha fatto dei bei live anche Connan Mockasin: ne ho parlato anche prima, ma lui è la sua band sono probabilmente il meglio che si possa vedere dal vivo oggi. Sono un gruppo di pazzi che fanno musica folle: consiglio a tutti di seguirli.

E c’è un concerto che ti sei perso per cui sei ancora arrabbiato?
Mi sono perso il live dei Cramps. Ho avuto diverse opportunità, ce ne sono state: quando abbiamo formato il gruppo hanno suonato a Londra ma eravamo altrove. E anche a New York, quando eravamo negli Stati Uniti, li abbiamo mancati per un giorno. Tutti noi li amiamo e ormai, ovviamente, non potremo vederli più, visto che Lux Interior non è più tra di noi, quindi…  Adoro anche solo il fatto di avere visto dei loro video live, immagino cosa sia stato vederli dal vivo…

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Vivere d’ascolti: intervista a Joe Boyd

Quando Joe Boyd entra negli studi di Radio Città del Capo, venerdì 7 settembre 2012, indossa una camicia floreale, la stessa che porterà durante l’incontro con il pubblico alla Coop Ambasciatori, sul suo libro Biciclette bianche (Odoya). Qualche minuto prima dell’onda chiacchiero con lui per provare a conoscerlo a microfoni spenti: è disponibile, cordiale senza esagerare, distinto. “Fai tutte le domande che vuoi: al massimo non rispondo a quelle a cui non voglio rispondere”, mi dice prima di iniziare.

“L’ideale per il quale mi adoperavo era ascoltare qualcosa in equilibrio con la melodia suonata in modo chiaro”: questa è la definizione del mestiere di produttore che dà nel libro. Quanto questo “canone” deriva dalla sua formazione folk, blues e jazz?
Credo che ogni lavoro che ho fatto sia in relazione con la mia vita di ascolti. Ho iniziato ascoltando mia nonna che suonava musica classica al pianoforte, ho proseguito da adolescente sentendo in maniera ossessiva jazz, blues e rock and roll. Per diventare uno scrittore è necessario leggere tanto. Se si desidera lavorare in ambito musicale, allo stesso modo, bisogna ascoltare molto.

Lei ha incontrato e, soprattutto, lavorato con tantissimi musicisti che hanno fatto la storia della cultura musicale del XX secolo: che cosa l’ha guidata nell’individuare così spesso dei talenti come quelli che ha scoperto, prodotto e portato in tour?
La risposta è la stessa della domanda precedente: ascoltando. Mi sono sempre chiesto: ascolterò questa musica tra cinquant’anni con lo stesso rispetto che ho per Louis Armstrong, Billie Holiday o Muddy Waters?

Quanto eravate consapevoli di fare la storia del costume, della società? Penso ad esempio all’UFO di Londra…
Quando sei nel mezzo di qualcosa e sei giovane, non pensi a quello che stai facendo, non ti fermi per guardarti indietro e per capire quale sia il tuo ruolo “storico” in una prospettiva più ampia. Credo che fossi conscio della rivoluzione in atto e di esserne una piccola parte, insieme a John Hopkins, Barry Miles, i Pink Floyd e altri. Ma se da giovane sei troppo cosciente di te stesso non fai cose davvero interessanti.

A molti musicisti, dell’epoca e non solo, è stato spesso chiesto (quando ancora non erano famosissimi) quanto pensavano di durare: si è mai chiesto, per esempio, quanto sarebbe durata la faccenda dell’UFO club, per quanto tempo la gente sarebbe continuata a entrare nel locale?
L’UFO ebbe vita breve, si bruciò presto: in tutto fu un’esperienza di nove mesi. Ma se parliamo di fare dei dischi, be’, forse questa è stata una ragione per cui non ho avuto un grande successo commerciale. Pensavo sempre: avrò voglia di ascoltare questo disco tra cinquant’anni? Ero molto consapevole delle registrazioni, della produzione, della loro capacità di durare nel tempo. Si trattava comunque di un pensiero molto intimo, privato: una cosa tutta nella mia testa. Ma questo, forse, è uno dei motivi per cui non ho avuto molte hit.

Tornando all’UFO e parlando del pubblico che lo frequentava, lei lo descrive come “attento a tutto”: come percepisce l’attenzione del pubblico oggi?
Oggi il pubblico è frammentato: grazie a internet e ai tanti tipi di musica pubblicati, c’è un pubblico per ogni genere musicale. Credo che comunque la gente sia ricettiva: ci sono tanti festival in Inghilterra, per esempio, dove c’è classica, etnica e folk mischiate insieme. In qualche modo il pubblico sta tornando a essere aperto com’era negli anni ’60.

Quindi la frammentazione di cui parla non è da considerarsi come un elemento negativo?
Ci sono dei lati negativi e positivi. Nel giugno del 1967 tutto il mondo ascoltava Sgt. Pepper’s: non c’era nessuno che non lo conoscesse, bastava iniziare a canticchiarne una canzone. Cose del genere non accadono più, il che è un peccato. Ma ci sono altri vantaggi.

Qual era il clima culturale che spingeva i giovani londinesi ad assistere a delle maratone psichedeliche come il 14 hour Technicolor Dream
Quello fu un evento unico: era l’aprile del 1967, un momento che rappresenta perfettamente l’esplosione di quella piccola scena underground verso tutto la coscienza del Paese. L’uscita di “Arnold Layne”, che fu un successo, fu d’aiuto nel cambiare profondamente il pubblico inglese: prima c’erano piccoli gruppi dalla mentalità quasi sperimentale, ma dal marzo al maggio 1967 cambiò tutto. Il pubblico diventò grande e curioso: non sapeva molto della scena di cui stiamo parlando, ma era desideroso di farlo.

Cambiamo per un momento anno, luogo e scena: raccontando del famoso festival di Newport, mette in evidenza una resistenza “purista” folk a quello che stava succedendo. Non è accaduto qualcosa di simile con l’ampliamento della scena psichedelica?
Sì, certo, ma i sentimenti erano diversi. A Newport ci fu una specie di rivoluzione, che rovesciò le certezze della vecchia guardia. Due anni dopo a Londra, nella scena psichedelica, volevamo diffondere il più possibile le nostre idee rivoluzionarie, dal punto di vista estetico, filosofico e politico. Solo quando abbiamo avuto successo ci siamo detti: “Oh, abbiamo sbagliato”.

Lei è molto preciso nel ricordare gli eventi: c’è forse un momento individuabile che segna questo “errore”?
Sì: era il settembre del 1967 quando mi resi conto che il pubblico dello UFO club non era più lo stesso. Non c’erano più in giro persone sveglie, curiose, aperte alle esperienze. La mia e la nostra reazione potrebbe essere bollata come elitaria, ma ormai la gente non pensava all’LSD come a un’esperienza sacrale: era diventato solo un modo per stonarsi, per andare fuori di testa: era solo un’esperienza, divertimento. Due anni dopo ci fu la tragedia di Altamont: capimmo allora che avere un mucchio di Hell’s Angels fatti della nostra roba non era una buona cosa.

Leggendo il libro incontriamo veramente una quantità di grandissimi musicisti, che lei descrive spesso con affetto, ma senza sconti. Tra tutti, però, spicca il modo in cui racconta di Nick Drake: ne parla di più di altri , con i quali pure ha lavorato più a lungo. E, leggendo le pagine a lui dedicate, sembra che il tono del libro (spesso divertente e irriverente), si acquieti rispettosamente, come le ultime parole che si dicono prima dell’inizio di un discorso o un concerto che si vuole ascoltare con attenzione. E la musica di Drake sembra risuonare nelle pagine più di quella di altri.
Magari è la traduzione italiana… No, è vero: ciò che racconto di Richard Thompson, Mike Herron, Sandy Denny e Syd Barrett ha a che fare con momenti di svolta nella loro vita o nei loro caratteri, ma non parlo tanto di musica. Anche quando racconto di Nick Drake sono critico: il fatto che non riuscisse a parlare al pubblico e che non fosse così sicuro di sé sul palco sono cose che mi hanno frustrato. Insieme a queste critiche c’è però il rimpianto di avere fallito, di non essere riuscito a renderlo famoso mentre era in vita.

Eppure si percepisce una distanza, come se fosse in fondo impossibile cogliere davvero i tratti del carattere e della sua persona, come se provenisse da un altro pianeta. Pensa ancora a lui, ha ancora degli interrogativi su Nick Drake?
Penso molto a Nick Drake, anche perché ora, che scrivo più di quanto mi occupi di musica, se torno a organizzare concerti si tratta di live con la musica di Nick Drake. Ne ho anche portati un paio in Italia, qualche anno fa. Penso alla sua musica, anche perché stiamo preparando un cd dal vivo, su cui sto lavorando. Penso alla grandezza della sua scrittura, delle sue capacità musicali e quando sento altri cantanti alle prese con le sue canzoni, queste diventano ancora più forti.

Quale fu la prima cosa che pensò quando sentì le canzoni e quale fu la prima quando lo vide suonare?
Rimasi meravigliato dai primi quindici secondi del primo nastro demo di Drake. Ero stupefatto. C’erano tanti cantautori in quegli anni, ma non mi è mai piaciuta la forma che avevano questi borghesi bianchi che cantavano in inglese. Era proprio una categoria che non mi interessava. Quando sentii Nick, però, era diverso, al di sopra di chiunque avessi mai sentito. Passò molto tempo prima di vederlo esibirsi dal vivo davanti a un pubblico, ma suonò per me delle canzoni in una stanza più piccola di quella in cui mi trovo ora, nella quale ogni nota risuonava moltissimo. Suonava la chitarra così bene e così forte, con quelle dita robuste, che nonostante fosse una chitarra acustica, dovetti coprirmi un po’ le orecchie da quanto alto era il volume prodotto.

Ha mai trovato delle similarità tra la fragilità di Syd Barrett e quella di Nick Drake?
Sì, certo, anche se reagivano molto diversamente: Syd era più aperto, ma erano entrambi molto delicati e fragili. Entrambi furono sconfitti da questa fragilità, in maniera diversa ma con gli stessi effetti.
Erano entrambi brillanti e originali.

Qual è stata la più grossa emozione (musicalmente parlando) della sua vita?
Ce ne sono state tante! Nel libro però parlo dell’ultima serata del Blues and Gospel Tour nel 1964: Muddy Waters, Rosetta Tharpe, il Reverendo Gary Davis, Brownie McGhee e Sonny Terry che suonavano tutti insieme al Brighton Dome. Furono fantastici, c’era un clima stupendo e ricordo di essermi detto che se avessi mai ascoltato nuovamente una musica così bella sarei stato fortunato. Lo sono stato perché poi ho ascoltato spesso musica bella quasi come quella, ma mai sempre a quel livello.

Il libro parla degli anni ‘60, ma vorremmo che ci raccontasse qualcosa della produzione di Fables of Reconstruction dei REM, nel 1985.
Fu complesso: mi piacevano i ragazzi, andavamo d’accordo, ma tutto fu fatto di fretta. Erano infelici di stare nella piovosa fredda Londra e non seguirono il mio consiglio di alloggiare in un albergo vicino allo studio. Affittarono invece un appartamento a Mayfare, nel centro della città, e si facevano un’ora di taxi per raggiungere gli studi, ogni giorno. Questo era sufficiente per deprimerli. Anche il missaggio è stata una sfida, perché mi è capitata una cosa più unica che rara. Quando sei al mixer di solito arriva il chitarrista solista che ti sussurra “Puoi alzare un po’ la chitarra?” e il cantante che dice di non riuscire ad ascoltare bene le parole. Con i REM, invece, Michael Stipe diceva “Abbassa la voce” e Peter Buck “Abbassa la chitarra”. Tutti volevano che abbassassi la loro traccia: quando si fa un missaggio, gli elementi sono in relazione tra loro, in una sorta di prospettiva, cosa che sono riuscito ad ottenere a fatica, poiché ogni cosa doveva essere più bassa delle altre. Ho lottato molto ed ero realmente preoccupato che, all’uscita, i fan dei REM lo odiassero. Alla fine il disco ha venduto bene, sebbene il gruppo non ne era così contento. Di recente, però, ho visto la band che mi ha detto di avere cambiato idea: ora lo considerano un bel disco.

Riuscirebbe a descrivere con una pennellata, con due parole, alcuni dei musicisti con i quali ha lavorato? Iniziamo da Muddy Waters.
Pieno di dignità, potente e profondo.

Richard Thompson.
Una sorta di genio della chitarra, curioso di ogni tipo di musica e in grado di suonarle tutte.

Eric Clapton.
Quando lo conobbi era un ragazzo normalissimo, ordinario, che sapeva anche suonare la chitarra. Sembrava un impiegato delle assicurazioni che, al tempo stesso, era un grande della chitarra blues.

Nick Drake.
Molto silenzioso, diffidente, ma completamente dedicato e devoto alla creazione di musiche complesse.

Bob Dylan.
Non ho avuto modo di conoscerlo benissimo. Comunque era antipatico, cinico, ma brillante.

Nel suo libro dice che Bryter Layter di Nick Drake è un disco che tuttora non si stanca di ascoltare. C’è una canzone particolare per lei in questo album?
Sì. Oltre a Nick Drake c’è un altro musicista sul quale non dico nulla di negativo, ma anzi spendo parole di riverenza, sebbene per poche pagine: è il pianista sudafricano Chris McGregor. Uno dei momenti più belli tra quelli passati in studio fu il loro incontro. Le sessioni di registrazione dei due si sovrapposero e quindi Chris McGregor suonò in una canzone di Nick Drake, “Poor Boy”.

Qui l’intervista in formato audio.

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