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We Want To Take You Higher: intervista a The Horrors

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Sebbene non possa definirmi il loro fan numero uno, gli Horrors mi hanno sempre incuriosito per la cupezza della loro musica: per quanto molto debitrice dell’eredità nazionale, infatti, i britannici hanno sempre messo del loro nei loro dischi, spesso andando controcorrente rispetto ai suoni di moda e talvolta addirittura anticipando ritorni di fiamma e riscoperte. Rispetto ai lavori precedenti Luminous, che esce oggi a tre anni di distanza da Skying, è banalmente – visto il titolo – un disco più solare, ballabile, divertente. Nella chiacchierata che ho fatto ormai un mese fa con Rhys Webb questa volontà traspare a ogni parola, con un entusiasmo palpabile che potete anche sentire nel tono della sua voce, ma mai quanto il nostro si è illuminato parlando di psichedelia. Era una domanda che ovviamente ci stava, ma non sapevo che il musicista non fosse solo un appassionato, ma un collezionista di cimeli lisergici: un colpo di fortuna e, di conseguenza, la risposta più articolata di tutta l’intervista (per cui ringrazio, ancora una volta, Emily Clancy).

L’inizio di Luminous è più o meno questo: quasi tre minuti di percussioni e pad, poi entra la band al completo; ma dobbiamo aspettare ancora quasi un minuto per ascoltare le prime parole del disco, che contiene canzoni lunghe con lunghe parti strumentali: si può affermare che Luminous sia più concentrato sulla musica dei vostri lavori precedenti?
Forse, non saprei. Di certo non l’abbiamo fatto di proposito, ma questi passaggi strumentali ci sono piaciuti, e secondo noi fanno andare al meglio le canzoni. Non pensiamo a pezzi pop concisi, di tre minuti, vogliamo semplicemente esprimere noi stessi e rendere al meglio la canzone, affinché comunichi al meglio le nostre idee.

È una cosa di cui vi siete resi conto mentre lavoravate alle canzoni o non siete davvero interessati a focalizzarvi in questo modo sulle stesse?
No, ce ne siamo resi conto in corso d’opera e che ci siamo goduti. Non volevamo che ogni canzone suonasse così, ma penso che parte del disco abbia a che fare con il coinvolgimento nella [sua stessa] musica, con un’immersione profonda nel groove dell’album. Qualche volta è la canzone a trascinare noi. Tuttavia non è stata una decisione conscia, ma il modo migliore per esprimere noi stessi.

Il titolo è importante e sembra alludere a luci quasi accecanti: pensi che Luminous abbia un aspetto più leggero, positivo e più speranzoso di quanto ci avete fatto ascoltare finora?
Sì, penso di sì: volevamo fare musica che fosse più energetica e piena di ottimismo, che tirasse su ed elevasse gli ascoltatori. Insomma, l’idea è quella del “portarti più in alto”, un’idea che ci è sempre piaciuta. E’ un po’ come quella sensazione che hai quando sei sulla pista, davanti a un dj che mette i dischi: il suo lavoro è continuare a muoversi e a far muovere, a far girare i pezzi. Piace anche a noi farlo, con la nostra musica.

Come mai la scelta di “I See You” come primo singolo? C’è stato un ragionamento, ce lo puoi spiegare?
Sì, “I See You” è stato il primo pezzo che ci ha davvero convinto mentre stavamo scrivendo il nuovo disco. Prima abbiamo scritto molte canzoni che non ci hanno soddisfatto. Quando cominciamo un album è tutto un ricominciare da capo, fare tabula rasa e sperimentare nuove idee: c’è sempre un pezzo che ci entusiasma per primo e questa volta è stato “I See You”. Pensiamo che sia non solo una buona introduzione all’album che le persone ora possono ascoltare, ma anche che rappresenti i suoni e le emozioni che esploriamo nel disco.

Sono d’accordo: rappresenta bene le canzoni del disco anche dal punto di vista della lunghezza…
Sì, è un pezzo “epico”, diciamo. Volevamo che la prima traccia che le persone avessero ascoltato fosse una canzone che ci entusiasmava. Ecco il motivo della scelta.

La vostra attività live ha influenzato il disco in qualche modo?
Sì, in effetti penso proprio di sì. Non abbiamo delle vere e proprie riunioni creative a proposito della direzione che prenderà il nuovo materiale. Semplicemente, in quanto band, cominciamo a suonare insieme: le idee iniziano a scorrere e si vede dove ci portano. Però Skying era un disco delicato, almeno in certi momenti. Noi volevamo fare qualcosa di più intenso, qualcosa… All’inizio l’idea era di creare musica molto più pesante, più orientato al rock e al suono di chitarra. Ma poi, naturalmente, ci siamo mossi verso il lato elettronico. Lo dicevo prima: siamo interessati a pezzi su cui si possa ballare, che si possano ascoltare in un club notturno, ma anche sul palco di un festival o in uno spettacolo dal vivo.

Come avete lavorato con Paul Epworth? Che stimoli vi ha dato?
Abbiamo collaborato solo su una traccia, “Falling Star”: qualcosa di inusuale per noi, che non abbiamo mai lavorato con qualcuno su un pezzo. Non lavoriamo neanche con un produttore, che alla fine diventerebbe una sorta di sesto componente del gruppo, o il numero che vuoi tu. Ovviamente ascolterebbe le nostre cose, le nostre idee, ci darebbe le sue… Un modo di lavorare che non abbiamo adottato negli ultimi due dischi. Comunque, avevamo i pezzi, ci piacevano e stavamo cercando qualcosa che li rinfrescasse un po’, dei nuovi approcci… Faris [Badwan, cantante della band, ndr] ha avuto l’idea di collaborare con Paul, così per provare qualcosa di nuovo e vedere come andava, per rimpallarci delle idee. E’ stato qualcosa di inusuale, di nuovo per noi, ma alla fine il risultato è buono.

Immagino che sia stato scelto anche per il lavoro fatto su due voci come quelle di Adele e Paul McCartney che, piacciano o meno, sono due nomi molto rappresentativi della musica britannica di oggi.
No, non credo che sia stato per il lavoro su Adele: ci è piaciuto Paul McCartney, ma non credo sia solo quello. Questi sono i suoi lavori recenti, è negli ultimi anni che si presenta come “il nuovo entusiasmante produttore”, che ha lavorato in maniere differenti con gente diversa. Ha un background da musicista, anche se ora non mi vengono in mente i nomi delle band con cui ha suonato, ma il punto è che eravamo interessati al suo lavoro e a vedere cosa ne sarebbe venuto fuori.

Luminous è un’invocazione affinché la gente balli: c’era qualche disco su cui ballavate, mentre lavoravate al vostro?
Su cosa ballavo… [ride] Insomma, mi piace ballare, ma vediamo… Mi è piaciuto molto Caramel di Connan Mockasin: non è un disco veloce, ma mi è piaciuto molto quando è uscito l’anno scorso. Sì, sai, noi siamo interessati alla musica che ti fa ballare, non necessariamente ora: l’amiamo in generale, ed è qualcosa che abbiamo pensato di introdurre sempre di più, anche sul disco precedente ce n’era… Diciamo che è come ci siamo sentiti rispetto a certe canzoni sulle quali vorremmo che la gente ballasse: questa volta ci siamo focalizzati ancora di più su questo aspetto e ci siamo chiesti che sarebbe successo con questo nuovo album.

C’è un pezzo che si intitola “Jealous Sun” che potrebbe essere definito la vostra via allo shoegazing: mette insieme i My Bloody Valentine e i Primal Scream! Sono band e generi che vi hanno influenzato? Quando prima hai usato la parola “higher” mi è venuto in mente subito Screamadelica.
Sì, penso che di certo i Primal Scream abbiano un sentire comune con noi: quello di fare festa e divertirsi. Amano le feste come noi e Screamadelica è un disco fantastico perché riprende tutto il fenomeno house dell’epoca: è strabiliante perché è forse il primo album di una band che lavora in quel senso. Non volevamo fare un disco come Screamadelica, ma abbiamo sicuramente in comune quest’interesse dei Primal Scream, la combinazione, le influenze del rock’n’roll sulla musica elettronica: ci emoziona. Mi piace quella band: il loro manifesto è caricarsi e divertirsi e noi non possiamo che essere d’accordo.

Hai parlato di rock, ma credo che in voi e nei Primal Scream ci sia anche la musica nera. “Mine and Yours”, per esempio, ha una struttura molto classica e si sentono anche degli ottoni. Come avete costruito il pezzo e come ci avete lavorato?
Gli ottoni sono suonati da un sintetizzatore, a dire il vero, ma come ci siamo arrivati? Be’, è un momento molto denso del disco, è un pezzo molto rock. Mi sa che è tutto partito dal riff di chitarra, sul quale abbiamo poi lavorato. Su questo disco, a differenza del passato, non abbiamo usato ottoni veri. La nostra musica, le nostre canzoni evolvono sempre. E’ strano da spiegare, perché non c’è uno solo che le scrive: le idee che arrivano poi si evolvono. Volevamo che questo disco fosse anche vario, che non avesse un solo suono: quello di “Mine and Yours” è uno dei momenti in cui la chitarra si fa più dura.

E che mi dici di “So Now You Know”?
“So Now You Know” è una canzone che ha in sé… molto spazio. È un altro dei brani del disco per cui abbiamo lavorato sul groove, sul ritmo. E’ una canzone che ti prende, che ti fa muovere la testa: è stata questa la motivazione che ci ha portati a pensarla così. Rappresenta quello che facciamo meglio, o che ci piace fare: un misto di suoni e influenze diverse. Non è propriamente hip hop, ma ci sono elementi delle ritmiche di quel genere, elettronica, ambient, il tutto in un involucro rock. È un modo per esplorare le musiche che amiamo.

So che non sei tu a scrivere i testi delle canzoni, ma ci puoi dire se c’è qualcosa che lega le parole dei nuovi brani?
Faris a dire il vero non parla molto dei suoi testi, preferisce che la gente si faccia la propria idea quando ascolta le canzoni, ma una cosa che sappiamo e che dice è che ci sono sempre temi ricorrenti all’interno del disco e che sono spesso anche molto personali. In fondo però si tratta di tematiche che hanno a che fare con tutti e preferiamo che ognuno trovi la sua lettura.

Parliamo di qualcosa più generale, come la psichedelia. Si tratta di uno dei generi o sottogeneri da sempre presenti nella musica britannica, ma ultimamente pare che si sia risvegliato un interesse molto più vasto di prima, e in tutto il mondo, nei confronti di questo tipo di musica. Perché, secondo te, questa riscoperta avviene proprio oggi?
Sono d’accordo con te, è qualcosa che è affiorato negli ultimi anni. Sai, io stesso sono un attento collezionista di musica psichedelica che proviene da tutto il mondo: ho dischi britannici, statunitensi, anche roba garage italiana (non amo molto il progressive o altre cose più pesanti), insomma, da ovunque. Come band siamo sempre stati interessati al fenomeno, ma non so bene da dove derivi questa nuova attenzione. Ci sono tonnellate di nuove band, come i Temples, o i Tame Impala, che sono in giro da qualche anno, Connan Mockasin, neozelandese, e poi i Wooden Shjips, la scena statunitense, i Black Angels… Non so: ciò che mi interessa di band come i Toy, per esempio, è che fanno musica psichedelica ma non necessariamente come se fosse degli anni ’60, che assomiglino ai Byrds o anche un po’ ai Beatles… Non ha senso per me vederla così. È più interessante la questione della sperimentazione o dei suoni che espandono la mente. Probabilmente c’è più voglia di superare dei limiti musicalmente, di non limitarsi a suonare rock’n’roll convenzionale basato sulla chitarra: questo è interessante, perché così molte band stanno sperimentando con differenti suoni ed effetti. È musica più bizzarra, più strana, che ti fa sentire qualcosa: in fondo la musica psichedelica dovrebbe farti provare un’esperienza, no? Agli inizi era legata all’assunzione di LSD, all’espansione della coscienza, a un suono che si fa strada nella mente oltre il tempo. Tornando a me, è la musica che amo di più, quindi sono felicissimo che sia suonata da nuove band.

Hai mai pensato che questi tempi siano difficili e che quindi il ritorno della musica psichedelica abbia un valore escapista?
Nella psichedelia c’è un elemento escapista. Non direi che ha a che fare con il clima politico attuale, ma credo che i generi musicali abbiano un po’ la tendenza a muoversi ciclicamente, come sappiamo, e dagli anni ’60 in poi c’è sempre stato un interesse nei confronti di quel mondo musicale e delle influenze di gruppi come 13th Floor Elevators, o i Beatles o anche per band britanniche molto meno conosciute e più oscure, di cui a volte parliamo, come un gruppo inglese che si chiama July. C’è sempre stata attenzione per questi musicisti, anche negli anni ’80: ne sono state influenzati anche band come i My Bloody Valentine o i Ride e in genere tutti i gruppi basati sul suono di chitarra, ma anche chi ha fatto musica elettronica. Non saprei bene rispondere alla tua domanda, ma non penso che questo sia dovuto al fatto che la gente voglia scappare dall’attuale panorama politico e sociale: si tratta, alla fine dei conti, di buona musica.

Qual è il concerto più bello che hai visto di recente?
Il concerto più bello recente… Ah, ho visto il live di un’ottima band originaria della Nuova Zelanda, ma residente a Londra, di cui non sapevo nulla fino a poco tempo fa. Si chiamano Popstrangers, hanno fatto dei concertini a Londra che mi sono piaciuti molto. Ha fatto dei bei live anche Connan Mockasin: ne ho parlato anche prima, ma lui è la sua band sono probabilmente il meglio che si possa vedere dal vivo oggi. Sono un gruppo di pazzi che fanno musica folle: consiglio a tutti di seguirli.

E c’è un concerto che ti sei perso per cui sei ancora arrabbiato?
Mi sono perso il live dei Cramps. Ho avuto diverse opportunità, ce ne sono state: quando abbiamo formato il gruppo hanno suonato a Londra ma eravamo altrove. E anche a New York, quando eravamo negli Stati Uniti, li abbiamo mancati per un giorno. Tutti noi li amiamo e ormai, ovviamente, non potremo vederli più, visto che Lux Interior non è più tra di noi, quindi…  Adoro anche solo il fatto di avere visto dei loro video live, immagino cosa sia stato vederli dal vivo…

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Three Days (a Week)

Il fine settimana appena trascorso lo ricorderò finché campo, a prescindere che io ne scriva o meno: ma voglio comunque annotare qualcosa di queste ore passate (ma dai?) all’insegna della mia grande passione per quei quattro ragazzotti inglesi.

Venerdì 25 novembre – George Harrison: Living in the Material World
Il primo appuntamento con il “Beatles-weekend” è alla Cineteca di Bologna per la prima italiana del documentario su George Harrison (di cui oggi ricorre il decennale della scomparsa). I biglietti sono stati comprati da tempo, non si sa mai, anche perché la Sala Mastroianni dove proiettano il film di Scorsese (a cui è intitolata l’altra sala della Cineteca: una buffa coincidenza che avrebbe divertito non poco anche i Fab Four) non è così grande. Ci sono diverse persone pronte a entrare nella sala, compreso… Walter Veltroni. Ohibò. Entriamo per primi con lo scopo di sederci nella fila di poltrone che permette di stendere le gambe, visto che il film dura quasi tre ore e mezzo, ma su ognuna di quelle poltrone c’è il cartello “Riservato”. Riservato a chi? Ma a Veltroni, all’assessore alla cultura Ronchi e a Red Ronnie. E famiglie. La gente seduta intorno a noi si gira verso la “fila VIP” con sguardo tra il deprecante e il curioso e borbotta battute e lazzi nei confronti dei privilegiati. Si respira una bella aria, tra le poltrone del cinema, c’è attesa. Si spengono le luci e ci immergiamo nel documentario, realmente bello e riuscito. Ci si commuove, si sorride consapevoli per cose già conosciute e ci si emoziona per immagini e aneddoti mai sentiti prima. Come dico nel post che esce oggi su “Seconda Visione” (ne parleremo stasera in onda), l’esperienza che il documentario di Scorsese offre allo spettatore è incredibile anche perché parallela al percorso che Harrison stesso ha fatto nei suoi confronti. Un percorso spirituale di conoscenza, realizzato attraverso un film. Un’impresa difficilissima portata a termine con sobrietà, ironia e profondità. Durante la visione, poi, ogni apparizione sullo schermo di McCartney è accompagnata dal pensiero che tra ventiquattro ore saremo nuovamente in mezzo a persone (cento volte tanto) che la pensano come noi e, finalmente, vedremo Paul. Dal vivo.

Sabato 26 novembre – Paul McCartney “On the Run” tour
All’ora di pranzo arrivano da Roma M. e A. Ovviamente sono in città per il concerto: andando a prenderli in stazione già si avverte nell’aria un’eccitazione generale. Sento qualcuno dei Menlove, che mi dice che Paul è al Baglioni, no, è a Giardini Margherita, macché, è in Piazza Maggiore, ma forse è già al Palasport di Casalecchio. Tutto si rivelerà incredibilmente vero, ma lo scopriremo solo quella notte, tornati a casa, leggendo le cronache dell’incredibile giornata. Alle 17 siano già in fila all’entrata dell’Arena: siamo pressati, già un po’ stanchi, ma con la voglia mostruosa di entrare. Ed eccoci nel parterre. C’è qualcuno vestito come la band in Sgt. Pepper’s, centinaia di magliette dei Beatles, cartelloni, striscioni, sorrisi a trentadue denti. Alle otto e mezzo parte un lungo video di introduzione e la gente già canta le canzoni diffuse dall’impianto e applaude quando un Paul ragazzino, giovane, quarantenne, sessantenne appare sui maxischermi che proiettano l’introduzione al live. Questa è la prima data del tour europeo e ci sentiamo tutti uniti nel privilegio di assistere a un concerto storico già sulla carta, oltre che nell’amore folle, irrazionale e sincero che tutti e tredicimila nutriamo per i Beatles. Alle nove si spengono le luci e inizia uno dei concerti che ricorderò per sempre. Una scaletta fantastica che inizia con “Magical Mystery Tour” e si conclude con “The End” (didascalico? E chi se ne importa) attraverso trentacinque canzoni per lo più prese dal repertorio del quartetto di Liverpool, ma che ha uno dei momenti più alti nella resa letteralmente pirotecnica di “Live and Let Die”. Si salta, si canta, ci si commuove (soprattutto su una “Something” durante la quale compaiono solo foto come questa quassù): ogni tanto mi guardo intorno e vedo solo gente che sorride, si bacia, si abbraccia, urla e agita mani e braccia. Una festa totale, come non credo di avere mai visto prima. Paul è in buona forma: la voce si scalda canzone dopo canzone, fino a osare tantissimo per potenza e altezza, considerata l’età del nostro. Penso che quest’uomo è sul palco ininterrottamente da cinquantaquattro anni, ma mostra un entusiamo puro e contagioso dall’inizio alla fine. Scherza, ride, dice delle frasi in italiano senza nascondere di leggerle. Ci ha in mano. Del resto è Paul McCartney. Lo stordimento per lo spettacolo a cui abbiamo assistito ci entra dentro e non mi ha ancora abbandonato.

Domenica 27 novembre – Band on the Run
Durante il pranzo che precede la partenza di M. e A. quasi non si parla della serata precedente. Che c’è da dire, del resto? Siamo ancora increduli di fronte al concerto che abbiamo visto: non tanto perché non pensavamo che ci saremmo divertiti, ma perché è stata un’esperienza fortissima, difficile da descrivere a parole, come del resto avrete capito leggendo l’esile resoconto di sabato. Sarà la stanchezza o la strana aria che le domeniche portano con loro, ma mi pare di fluttuare lungo la giornata, con leggerezza. Quando cala la sera decidiamo di vedere il documentario allegato all’edizione speciale di uno dei dischi più belli della carriera solista di McCartney, quel Band on the Run uscito quasi quarant’anni fa. E ogni volta che Paul compare, questa volta sullo storto tubo catodico di casa mia, penso che c’era proprio lui, quel ragazzo che abbraccia la moglie Linda e si muove con disinvoltura tra basso, chitarra, pianoforte e batteria, sul palco la sera prima. Mano a mano che il documentario si avvicina alla fine, portando con sé il ritorno alla normalità del lunedì mattina, due sentimenti si accavallano: la nostalgia per quello che è stato (tutto: dalla Beatlemania degli anni ’60, mai vissuta, alla faticosa uscita dal parcheggio del Palasport, più che vissuta) insieme alla gioia per avere dentro di sé immagini, suoni e memorie bellissime e indimenticabili. Da questo contrasto emerge solo una cosa: l’amore per la musica che questi quattro incredibili esseri umani hanno creato, insieme e da soli. Un amore condiviso che abbiamo potuto percepire nell’aria, tutti insieme, in un fine settimana particolare, ma che pulsa ogniqualvolta arrivi all’orecchio di qualcuno una manciata di note di “Day Tripper”, del pezzo che dà il titolo a questo blog, o di qualsiasi altra canzone di Harrison, Lennon, McCartney e Starr. “I Beatles”, si dice, e immediatamente si sorride, perché ci si sente a casa.

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Uno ogni tre giorni

Novembre è spesso un mese di grandi concerti: sarà che il ritmo impacciato dell’inizio della stagione è lontano esattamente quanto la pausa natalizia, ma da venerdì alla fine del mese saranno ben nove i concertini che il tenutario del blog andrà a vedere.
Dagli amici A Classic Education alla curiosità per EMA, dal minimalismo scarnificato di Josh T. Pearson alle sonorità danzerecce dei Junior Boys, dalle grandi aspettative per gli Horrors alla quasi certezza dei Fleet Foxes, dallo struggente desiderio di rivedere John Grant all'”oh, finalmente” dei Pinback. Ah, già: c’è anche Paul McCartney.

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Paul, arrivo

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My Liverpool from A to Z – 1

And the chimneys far awayAnglican Cathedral. Oh my god (appunto). Iniziare con una chiesa? Eh sì, miei piccoli amici, perché quello che ho scoperto (si fa per dire) di Liverpool è che non ci sono le cose dei Beatles e basta. C’è, appunto, anche la cattedrale anglicana, che è la più vasta del mondo, tra gli edifici di quel culto. Iniziata nei primi del ‘900, è stata finita nell’anno in cui sono nato, nel 1978: il tutto ad opera di un architetto cattolico, quel Giles Gilbert Scott che ha disegnato le tipiche cabine telefoniche rosse britanniche. È grandissima, imponente, gigantesca: roba da perdercisi dentro. Ma, soprattutto, è polifunzionale: le sue mura accolgono – tra le altre cose – una caffetteria, diverse cappelle grandi come chiese normali, aule scolastiche, uffici, campane enormi e una torre dalla quale si gode di una vista superba della città. Stupefacente.

Beatles. E vabbè, le cose dei Beatles ci sono, mica no. Tutto è Beatles a Liverpool. E se non è Beatles è Liverpool F.C. o Everton. Bisogna, insomma, andare oltre le sciarpe, le borse, le tute, le magliette, gli adesivi, i memorabilia, i vari tour più o meno posticci, le placche che dicono “Qui per la prima volta…”, le statue bronzee, i souvenir, le cartoline. A quel punto si trovano anche cose belle e interessanti. Sui Beatles. O sulle squadre di calcio della città. No, scherzo: però immaginatevi di avere dato i natali alla band più importante della storia, un po’ cavalchereste l’onda, no? Tra l’altro la seconda Beatlemania è recente, risale alla metà degli anni ’80: ma da allora, in contemporanea con massicci investimenti di stampo turistico e culturale, sono fiorite le insegne che si richiamano ai Fab Four e tutto il seguito di cose e cosine. Niente di male, basta fare attenzione, come si dice quando si attraversano quartieri poco raccomandabili.

Liverpool - Dicembre 2010 -27 - CasbahCasbah Coffee Club. “Ma come, niente Cavern alla “C”?” Eh, no: perché il Cavern di Mathew Street è finto come la plastica, mentre il Casbah, dove effettivamente i Beatles sono nati come gruppo musicale, è autenticissimo. Chiamate: se avrete fortuna vi capiterà di avere come guida nel mini tour di questo clubbino della fine degli anni ’50, come è successo a me, il fratello di Pete Best. Del resto il Casbah è nel seminterrato di casa Best, una bella villa che Mona (la madre) vinse scommettendo su un cavallo dato 33 a uno. I Beatles diedero una mano a decorarlo, dipigendo il soffitto e abbellendolo con stelline argentate disegnate a mano. Lennon era talmente soddisfatto della sua opera che volle incidere il suo nome nel legno nuovo nuovo. Mona lo vide e gli diede uno scappellotto talmente forte che gli volarono via gli occhiali e si ruppero: fu costretto a ripiegare su un paio di occhialini rotondi dati gratuitamente dal servizio sanitario nazionale… Davvero: un posto meraviglioso, piccolissimo e magico. Andateci.

Dock ProspektDock(s). I moli di quello che era il glorioso porto di Liverpool sono l’area cittadina che ha subito una riqualificazione più massiccia e visibile. Ho incontrato due signori che hanno fatto l’università nella città intorno agli anni ’60: guardavano con sospetto e un po’ di disgusto all’Albert Dock e zone limitrofe. Ma per chi non ha subito il fascino del porto come era, la zona dei Dock è una tappa obbligata. La sì trovano la Tate Gallery e il Beatles Story, cioè il museo di… avete capito. E poi i panorami del Mersey sono davvero belli, anche quando ci sono diversi gradi sottozero e l’umidino ti attanaglia in una morsa di ghiaccio, sì.

Echo Arena. La grande arena nella zona dei docks, appunto, inaugurata da qualche anno, ha ospitato il concerto per cui, alla fine, sono andato nella città inglese. La città che ha dato i natali a John ha commemorato il trentennale della sua morte con “Lennon Remembered”: una specie di spettacolo musicale lungo tre ore, che ha visto sfilare sul palco dell’Arena vecchie glorie, come i Quarrymen (i proto-Beatles, diciamo), Tony Sheridan (un musicista inglese che incise ad Amburgo con i quattro) e, quindi, una marea di cose un po’ pacchiane targate (non a caso) Cavern. Una delusione, tocca ammetterlo, sebbene sia sempre emozionante sentire le canzoni dei Beatles suonate dal vivo… da nove persone. Ma come facevano loro in quattro?

LiverpoolFiume. Andate su Google Maps: la foce del Mersey vi ricorda qualcosa? Esatto: sembra la copia dell’illustrazione esemplificativa della “foce a estuario” che avevate sui libri delle medie. Caratteristica di questi sbocchi al mare è che il fiume raggiunge larghezze enormi, tanto che spesso Liverpool pare una città di mare, mentre da un punto di vista strettamente geografico non lo è. Il porto, come si diceva, è andato in forte declino e quindi il Mersey ha ridotto la sua funzione commerciale per aumentare quella paesaggistica: è il luogo dove si posa l’occhio, anche nelle giornate di nebbia per scoprire che, oh!, c’è un’altra sponda e anche piuttosto vicina. Più in là, il mare e poi l’Irlanda. Ma questa è davvero un’altra storia.

Dock ProspektGelo. Non so se e quando tornerò a Liverpool, ma (ora che sono tornato in Italia) sono contento di averla vista in questo periodo dell’anno, stretta nel gelo e nel ghiaccio. Ho rischiato l’assideramento, di scivolare per terra, il mio viso è stato colpito da vento e pioggia fredda, ma ne sono felice (ora, ripeto: là ho sofferto anche io, che pure tollero bene le basse temperature). Perché la nebbia e il freddo hanno un po’ smorzato gli sbriluccichii natalizi, hanno coperto le vetrine… ma non le figliole, che imperterrite girano (indipendentemente dalla taglia che portano) in minigonna e tacco 12, indossando sopra solo un top striminzito. Una domanda continua è stata: ma com’è che i giovini qui non sono tutti con caviglie ingessate e pleuriti galoppanti?

Harrison, George. La visita a Liverpool mi ha confermato il fatto che Harrison è il Beatle meno cagato di tutti. Perché si parla del duo Lennon-McCartney, per ovvi motivi, ma anche di Ringo (anche solo per dire la boiata che non sapesse suonare). George no: non c’è l’Harrison Bar, il George Cafè, né sulla sua casa natale è stata apposta alcuna placca commemorativa. Schivo era e schivo e rimasto, prima, durante e dopo. Strano, no? Cioè, era quello di “Something” e “Here Comes the Sun”. Di lassù lui, ne sono sicuro, sorride noncurante e torna ad esercitarsi al sitar (magari rompendo un po’ le palle agli abitanti dei cieli, ma glielo si permette).

continua

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Appunti sparsi dal Nordest

Venerdì pesce. Sono davvero cose da blog adolescenziale, ma vorrei ringraziare gli dei per il pesce che ho mangiato venerdì sera. Non ho mai mangiato un pesce così buono. Braci fatte dal padrone di casa in giardino, sarde che si mangiavano in un boccone solo, seppie e calamari che si tagliavano sussurrando vicino al piatto parole dolci, pesce spada da applauso. Poi è arrivata la pioggia, il tavolo è finito dal giardino sotto la tettoia e il tonno ce lo siamo mangiati crudo. Memorabile. Da appuntarsi che gli amici salvano, sempre.

Sabato Michael. Con la giornata di ieri arrivano le prime speculazioni sulla morte di Michael Jackson. Il padre ride, i fan piangono, i debiti sono là dietro l’angolo. Parlando sempre con i miei benedetti amici, ci rendiamo conto che, probabilmente, comunque sia andata, anche la morte di Jacko non è stata una cosa decisa da lui. E, senza santificarlo perché musicalmente era ormai orrendo da quasi vent’anni, di colpo Michael Jackson mi fa pena. La cassetta di Dangerous occhieggia tra le altre, ma faccio finta di nulla. Nell’iPod ho Off the Wall. Da appuntarsi che, in fondo, lavorare con Paul McCartney non salva necessariamemente.

Domenica Trip(pa). Tra un’ora prendo un treno e me ne torno a Bologna. Quante volte avrò fatto le quattro ore e passa di strada ferrata (oh yeah) dal 1996 a oggi? Pensateci voi a contarle. Ma la cosa che mi fa strano è che in queste centinaia di viaggi praticamente non ho conosciuto nessuno. Come mai? Perché? Perché una volta che scarti quelle e quelli che leggono “Il Giornale”, “Libero”, “Chi”, “Di Più”, e altro ciarpame, ti rimane poco? Perché abbiamo tutti le cuffiette nelle orecchie che ci proteggono? Ho un aspetto inquietante se posizionato sulle raffinate tessiture dei sedili effeesse? Da appuntarsi che forse per la prima mezz’ora si possono guardare insistentemente i propri vicini-di-sedile, per poi riaccomodarsi su se stessi.

Lunedì gatto. Domani sera, alle 2130 presso Modo Infoshop, presento l’ultimo libro di Giacomo Nanni, Cronachette 2. Sarà presente l’autore, come si dice in questi casi (e Giacomo sarà da me a Maps nel pomeriggio). Curioso presentare questo libro. Avevo presentato il primo volume a Firenze come redattore della casa editrice. Questo secondo mi vede ancora nel colophon, anche se ho lasciato da qualche mese fumettolandia. Uhm. Sarà strano. Chi mi conosce, lo sa (cit.) Da appuntarsi che andarsene da un posto non vuol dire necessariamente esserne esiliato: soprattutto quando sei tu che decidi.

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Piccoli nessi umani

Uno dei piccoli segnali che dimostrano il fatto che io mi stia poco dedicando a me stesso ultimamente è che sono venuto a sapere della pubblicazione di Principianti di Raymond Carver un paio di mesi fa, a libro uscito. Uno dei grandi segnali di quanto mi stia trascurando a vantaggio del lavoro è che ho finito di leggere il libro soltanto oggi.Innanzitutto: Principianti è la nuova versione di Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, raccolta di racconti pubblicata nel 1981 considerata “manifesto del minimalismo letterario”. In realtà si tratta della versione originale del libro: l’editor di Carver, Gordon Lish, aveva pesantemente ripassato le bozze sotto la scure dell’editing, una prima volta in maniera più lieve, una seconda volta arrivando a tagliare il 30, 50, anche 70% di ogni racconto. Einaudi propone quindi la versione del volume “come l’avrebbe voluta Carver” (le virgolette sono d’obbligo), tradotta dal solito bravissimo Riccardo Duranti, con un bel apparato di note e con alcune lettere che Carver mandò in quel periodo al suo editor.
Sapevo da tempo di questa versione, e l’apprendere che esistesse mi ha fatto sorgere alcune riflessioni, diciamo, filologiche. Facciamo un esempio apparentemente distante, ma che riguarda un altro dei miei grandi amori. A settembre usciranno i dischi dei Beatles rimasterizzati: il processo che ha portato a questa riedizione è stato seguito dai membri vivi della band, dalla moglie di Lennon e dal figlio di Harrison. Quindi, diciamo, questo controllo dovrebbe essere garanzia di genuinità, se non altro dal punto di vista della sensibilità filologica (non ho intenzione qui di parlare di sfruttamento intensivo di marchi quale Carver e i Beatles – seppure molto diversamente – sono). Così come questa edizione è tradotta dal migliore conoscitore di Carver in Italia, approvata dalla compagna dello scrittore e dai più importanti studiosi americani della sua opera.
Ma il punto è: il concetto di originalità dell’opera è davvero così slegato dall’hic et nunc in cui l’opera è stata licenziata? O è invece puramente collegato alle questioni della fattibilità tecnica e a quella dell’intentio auctoris?
Una cosa alla volta. Paul McCartney ha detto, in un vecchio numero di “Mojo”, che l’album bianco non ha mai suonato così bene. Ma, d’altro canto, i Beatles, George Martin e i tecnici di Abbey Road non erano proprio gli ultimi in quanto a inventiva e capacità di innovazione. Altro esempio: le riedizioni con aggiunte della prima trilogia di Guerre stellari. Nel presentarle, Lucas ha detto che quei mostri, quella scena, quel fondale erano da sempre nella sua mente, solo che la tecnologia allora disponibile non gli permetteva di ottenerli. D’altro canto, però, i dischi dei Beatles e i film di Lucas sono stati pubblicati (nel senso più ampio del termine) in un certo modo, e proprio in quel modo lì (carente?) sono stati amati, memorizzati, storicizzati.Ovviamente quando si parla di scrittura, la questione tecnologica decade, ma rimane – ed è più pressante – l’intenzione dell’autore. D’altro canto, sempre quando si parla di scrittura, è un nonsense immaginare lo scrittore preso dal fuoco sacro dell’arte. L’editoria è un’industria, con i suoi processi e le sue figure professionali: tra queste, l’editor.
Ora: Gordon Lish non era un fesso qualunque, così come non lo era Carver. E la riconoscenza che lo scrittore dimostra nei confronti dell’editor è evidente e giustificata. Dietro ad ogni buono scrittore c’è un buon editor, per fare una parafrasi. Lish è stato più che utile a Carver, c’è poco da fare. L’ha indirizzato, corretto, lodato: tagliando, aggiungendo, discutendo con lui ha fatto l’editor, punto. Ma è bene distnguere anche il lavoro dell’editor, che si gioca tutto nella misura e nel contesto. Paradossalmente, tagliare un romanzo del 60% è meno grave, a mio parere, che tagliare un racconto del 40. Perché il racconto è un organismo più delicato, più piccolo e fragile di un romanzo: bisogna andarci, insomma, coi piedi di piombo. Se no, tanto vale riscrivere tutto.
Torniamo alla storia: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore esce e spalanca a Carver le porte del successo. L’opera di Lish, per molti versi artificiale come ogni manufatto industriale seppur “alto”, ha funzionato, il minimalismo diventa nuovo canone (e permane come modello ancora oggi, il che ci dovrebbe fare riflettere). Qualche anno dopo esce Cattedrale, ed è un successo ancora maggiore: i critici notano che c’è maggior respiro nei racconti, e iniziano a “indagare” sulla figura di Lish. C’è anche un racconto che è ripreso pari pari dal libro precedente, ma Carver gli cambia il titolo e gli dà aria: per Cattedrale Carver agisce praticamente da solo.
Attenzione, però: Lish, su Di cosa parliamo fa due editing. Il primo, più leggero, è accettato da Carver. Il secondo, quello con le grosse cifre percentuali citate sopra, getta Carver in uno sconforto disumano, ben testimoniato dalle lettere in appendice al volume. Si parla di “paranoia”, per intenderci. Ho finito oggi Principianti, e, ancora una volta, Carver mi ha stretto l’anima e commosso fino alle lacrime. Ma l’ho sentito più vicino di quando ho letto per la prima volta Di cosa parliamo. I personaggi, sebbene risolti magistralmente in poche righe, sono ancora più veri., forse perché le righe invece di essere tre sono sette. I discorsi che fanno sono più reali, forse perché inframmezzati da digressioni e cambi d’argomento, sembra che palpitino sulle pagine le parole che vengono scambiate, e pare di sentire più di prima il vento che batte incessante sulle case dove sono ambientate le storie. Ma per capire di cosa si tratta, cos’è che rende Principianti un libro da leggere e rileggere, è necessario arrivare alle ultimissime pagine. In una lettera a Lish Carver scrive, a proposito della seconda revisione della sua raccolta, poco prima che sia pubblicata:

Lo voglio quel senso di bellezza e di mistero che [i racconti] hanno ora, ma non voglio perdere di vista, perdere il contatto con i piccoli nessi umani che avevo visto nella prima versione che mi hai mandato. In qualche modo sembravano essere più pieni, nel senso migliore, in quella prima revisione.
Raymond Carver,
Principianti, Einaudi, Torino 2009, p. 287. Traduzione di Riccardo Duranti.

Ecco, i piccoli nessi umani, che sicuramente lo stesso Lish aveva tirato fuori all’inizio del suo lavoro. Ecco cosa c’è in più in Principianti e Cattedrale rispetto a Di cosa parliamo. I nessi umani. Qualcosa che non è poco per nessuno, figuriamoci per Carver, che di questi nessi, tessuti in manciate di parole, ha fatto grande la sua scrittura.
Certo, il problema se mi ricomprerò o meno la discografia dei Beatles tra qualche mese permane.

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