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Profezie

Che Ecce Bombo fosse un film che tuttora va letto e riletto per coglierne la valenza profetica non c’è dubbio. Però (mea culpa) ho scoperto da poco che oltre a Mughini, nel film compare anche Minzolini. Oddio.

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È uscito il trailer di Habemus Papam!

Ma qualcuno non ama proprio quel film, e da tempo.

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Ve l’avevo detto, io

In questi giorni sono terribilmente distratto a proposito di quello che sta accadendo nel mondo e in Italia. Gli impegni di lavoro si accavallano e mi costringono a dare un nuovo significato al concetto di “multitask umano”.
Mi sono accorto ieri, quindi, della polemica sulla mancata messa in onda su RaiTre della scena finale de Il Caimano di Moretti, durante “Parla con lei”.
Allora ho cercato nel blogghe che qui leggete e ho scoperto che, quasi esattamente un anno fa, prima di Ruby e zoccolame vario, avevo scritto questa cosa, riguardo ad altri (ne siamo certi?) problemi del Capo del Consiglio, che si concludeva con…
Va bene. Gli occhiali ce li ho. Per la pelle blu ci stiamo lavorando.
Che è meglio.

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Così è, non vi pare?

Vito Ciancimino inizia a parlare: è da novembre che molti temono le parole del figlio dell’ex sindaco di Palermo. Ovviamente, tra chi è più teso, c’è Berlusconi. Ciancimino, infatti, ha già cominciato a raccontare che, nonostante l’archiviazione (notate bene: archiviazione, cioè sospensione in attesa di nuovi dati, non assoluzione) dei processi in cui Berlusconi è imputato di concorso esterno in associazione mafiosa (notate bene: il reato indica una presenza costante e disponibile di qualcuno nei confronti di mafiosi, sebbene quel qualcuno non sia parte integrante dell’associazione criminale stessa), c’è stato effettivamente qualcosa di poco chiaro nei primi investimenti da palazzinaro del capo di Governo. Qualcosa che ha a che fare con Milano 2. Qualcosa di cui tutti sanno, anche se non ci sono le prove.
E voi direte: ma Silvio B. si è divincolato da tanti processi… Eh sì, ma i processi per mafia sono una cosa diversa. Chi è coinvolto in questi tipi di procedimenti deve dimostrare che ogni nichelino del suo patrimonio non ha alcun tipo di provenienza derivante dalla criminalità organizzata. Volendo, in attesa di riscontri e verifiche, è anche possibile che i magistrati decidano in via cautelativa di congelare – del tutto o in parte – il patrimonio dell’indagato. Ora capite che dramma sarebbe, questo, per Berlusconi. Ma è da novembre che il solito diabolico figuro prepara la controffensiva (qui un articolo del Corriere della Sera), con la solita campagna mediatica che ha agevolato la sua posizione e il mantenimento della stessa da 15 anni e passa a questa parte.

Ora, dicevamo, Ciancimino parla. E Berlusconi gioca d’anticipo. Consiglio dei Ministri a Reggio Calabria, dopo il provvidenziale ordigno (come siamo puntuali in Italia con le bombette, ragazzi…), con tanto di ostensione di un nuovo opuscolo, non dissimile dall’arcinoto Una storia italiana. Titolo: “Lotta alla mafia”. Diretto ed efficace come la pubblicità di uno shampoo antiforfora. E la strategia è solo all’inizio: Berlusconi non ha intenzione di combattere solo politicamente i suoi guai giudiziari (vedi leggi e leggine appena sfornate). Una sua sponda è sempre stato “il popolo”, raggiunto ovviamente con mezzi semplici e grezzi. Populisti, appunto.
Immaginamoci, quindi, che questi processi inizino, o siano sul punto di essere riaperti: Berlusconi potrà ripetere le cose dette negli ultimi mesi e avere, inoltre, la prova provata sotto forma di depliant colorato che lui lotta contro la mafia. Signora mia, c’è scritto qua, eh: le pare che io, se fossi un mafioso, lotterei contro me stesso? Voi direte: e vabbè, ma che c’entra. Che c’entra? La comunicazione politica di Berlusconi è sempre stata così: colorata, manichea, semplice, riassumibile in poche frasi, basata su sillogismi da barzelletta. Perfetta per chi lo ascolta. Quello che Berlusconi vuole, da sempre, è una delegittimazione popolare della magistratura. Una cosa vista alla fine de Il Caimano, insomma (il video è qua sotto). Quindi: ammettiamo che non venga fatta qualche nuova legge ad hoc per salvare il premier dai processi, che l’opinione pubblica si renda conto di quello che succede davvero, che ci sia un minimo di credibilità per i collaboratori di giustizia (per i quali sta arrivando un’ennesima legge prêt-àporter), che i magistrati siano davvero onesti, che gli opuscoli non servano… dobbiamo solo sperare che, almeno, Berlusconi si presenti in aula.

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Che spalle

Questa mattina ho sentito Giovanni Russo Spena, di Rifondazione, intervistato da Radio Popolare, a proposito del terrificante risultato dei partitelli di sinistra in queste elezioni europee. Dall’altra parte c’era anche una rappresentante di “Sinistra e Libertà”.
“Non è andata bene”, ha detto il giornalista.
“Ah, no”, ha detto Russo Spena. “Ma la sinistra radicale in Portogallo ha preso un sacco di voti.” Ambè. Anche negli Stati Uniti ha vinto un democratico. E pare che ai Caraibi ci sia un mare splendido.
Ma la cosa che mi ha fatto più incazzare è che Russo Spena ha tirato fuori ancora una volta la soglia del 4% (che, se uniti, SeL e Rifondazione, avrebbero superato).Ma insomma: che, ve l’hanno detto ieri che c’era questa soglia? Cioè, stavate votando e uno vi ha detto “Cambio! Parappappà, se non arrivate al 4%, nisba”. No. E allora. Poi si può essere d’accordo o meno, con questo limite, ma, santiddio, c’è. Come c’è Berlusconi. E la fame nel mondo. Ora: possiamo continuare così, a perdere, perdere, perdere e poi dire “Eh, ma le regole fanno schifo”? Che senso ha, dico io. Se le regole non ti piacciono, non giochi. O meglio, giochi per poterle cambiare. E invece no. Almeno la palla fosse loro. Potrebbero riportarsela a casa.

Muscoli! Così non ti vengono quelle spallucce vittimiste dei tennisti italiani, che perdono sempre per colpa dell’arbitro, del vento, della sfortuna, del net, sempre per colpa di qualcuno, mai per colpa loro.

(Nanni Moretti, Aprile, 1998, capito? Novantotto)

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“Oggi mi scateno e racconterò questa storia”

Ho accennato, qualche giorno fa, alla gioia che mi ha invaso quando ho visto in libreria un volume con una fascetta che diceva “Raymond Carver inedito”. Il fatto è che sono abbastanza smaliziato da capire quanto le fascette intorno ai libri possano mentire, ma per il momento questo con Carver non avviene: c’è ancora una specie di onestà intorno alla sua scrittura, che pare derivi dalle sue stesse parole, che sia una loro diretta emanazione. E datemi pure dell’ingenuo.
Una recente uscita speciale di Storie contiene effettivamente tre poesie inedite di Carver e due atti unici scritti da lui e dalla sua compagna Tess Gallagher. Le poesie erano rimaste, come sempre, in un archivio di una delle prime case editrici che pubblicò qualcosa dello scrittore, e sono state scritte nel 1975, quando ancora Carver era vittima dell’alcolismo, da cui sarebbe uscito nel 1977, per iniziare la sua seconda vita. E sono poesie eccezionali, soprattutto “Uncle Bob and the Art of Fiction”, in cui Carver si concede di raccontare come si racconta, come farà in anche in “Sunday Night”, inclusa nella sua ultima raccolta, una poesia che fissa la sua estetica o, meno pomposamente, il suo modo di riportare il mondo (la Vita, come diceva) in versi.

Ma non è questa poesia che mi ha immediatamente colpito appena ho aperto il libro e mi ha colto l’odore di carta nuova. Né i vari saggi che lo completano. Mi sono soffermato su un racconto di Riccardo Duranti, il traduttore italiano di Carver, che si intitola “L’incontro”.

Credo fosse il marzo del 2001. Avevo scritto da poco per una rivista di cinema un articolo, che adesso è qua, sul rapporto tra l’ultimo libro di Carver e l’ultimo film di Moretti, e l’avevo mandato a Riccardo, appunto, che l’aveva apprezzato. Da lì ci siamo scambiati delle mail, fino a che, una volta che ero a Roma, abbiamo deciso di incontrarci. Ci siamo visti in un pub vicino a via Barberini. Io ero emozionatissimo, perché conoscere lui era conoscere da più vicino, in qualche modo, Raymond Carver. Lo dice anche Murakami, traduttore giapponese di Carver, in un saggio pubblicato su questo numero speciale di Storie, quando parla di cos’è per lui tradurre i racconti di Ray: “Certe volte, mentre traduco (…) mi sento proprio come se diventassi una cosa sola – corpo e anima – con l’autore. (…) Invece che traduzione, preferirei chiamarlo ‘fare esperienza di Raymond Carver'” (p. 112).
Riccardo mi raccontò, con un magnifico understatement britannico-romano, di quando incontrò Carver per la prima volta, senza sapere che fosse quello scrittore di cui allora si iniziava a parlare anche in Italia: si era solamente visto venire incontro una specie di orso enorme e timido, che lui sapeva essere il compagno della sua amica, la poetessa Tess Gallagher.
Ricordo tutto, di quel tardo pomeriggio, ogni parola che Riccardo mi ha detto, e se ci ripenso, sento ancora i brividi. In quel giorno di quattro anni fa, anche io avevo conosciuto Carver, attraverso le parole di Riccardo, come del resto avevo fatto fino ad allora. Mi lasciò regalandomi un libro, introvabile in Italia, che conservo gelosamente.

“L’incontro” è il racconto di un altro pomeriggio, proprio quello passato da Riccardo prima all’aeroporto di Syracuse, poi nella macchina con un Carver taciturno, poi con l’imbarazzo di un brindisi con l’aranciata (la seconda vita di Ray era già iniziata) e infine con una scoperta. Un racconto che già conoscevo sulla pelle, e che non immaginavo di rileggere su una carta che sapeva di nuovo.
Mi è venuta voglia di scrivere un racconto su quell’incontro, che inevitabilmente conterrà un altro racconto, su un altro incontro.

“Niente di complicato.
Raccontiamola com’è (…).
Oggi mi scateno e racconterò questa storia”
(R. Carver, “Zio Bob e l’arte del racconto”, in Tell It All, LeConte, 2005, p. 10. Trad. di Riccardo Duranti)

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A L’Aquila si stava al fresco. Mica poco.

Dopo essere stato all’Aquila, eccomi di ritorno a Roma. Ovviamente all’Aquila si respirava: mano a mano che ci si avvicinava a Roma, la temperatura esterna saliva. C’è stato un momento in cui ogni volta che guardavo il termometro dell’automobile, la temperatura aumentava di un grado. Ho quindi deciso di smettere di guardarlo.

Sono a casa, adesso, e non oso mettere il naso fuori fino a che il sole non sarà tramontato. Non che questo dia garanzie di freschezza, ma insomma.
Non ero mai stato all’Aquila. È molto carina. Mi sono sentito come Nanni Moretti in Caro diario, quando dice: “Pensavo peggio, Spinaceto”. L’Aquila è un borgo medioevale, abbastanza in alto (circa settecento metri), vicino al Gran Sasso (che, se non mi sbaglio, è la vetta più alta degli Appennini. Speriamo che la mia maestra delle elementari non legga questo blog. Non credo che lo faccia, però. Andiamo avanti). Ho visto un sacco di gente per strada e la cosa mi ha piacevolmente impressionato. E soprattutto faceva fresco. Che sensazione meravigliosa essere invasi dal fresco. Me l’ero dimenticato.

Cose notevoli da vedere all’Aquila: il forte spagnolo, innanzitutto. È una massiccia fortezza con quattro bastioni, di forma quadrata, credo del 1500. L’amica che mi ha ospitato all’Aquila mi ha raccontato una storia buffa. Pare che ad un certo punto gli spagnoli volessero costruire due fortezze uguali, una più piccola all’Aquila e una più grande in Spagna. Solo che si sono sbagliati e hanno scambiato i progetti. Infatti, sebbene io non conosca con esattezza l’importanza strategica che poteva avere la zona nel sedicesimo secolo, mi sembra comunque sproporzionata una fortezza del genere per l’Aquila. Rendetevi conto quanto ci devono essere rimasti male gli spagnoli. Se qualcuno ha notizie su questa vicenda, me lo dica, ché mi è venuta la curiosità.
Altre cose notevoli: passeggiare qua e là per i vicoli, carini e illuminati con gusto (che ci sia lo zampino di Vittorio Storaro, che ha fondato proprio all’Aquila la sua Accademia dell’Immagine?).
Altre cose da fare: mangiare gli arrosticini. Assolutamente. Magari accompagnati da un Montepulciano d’Abruzzo. Credo. Sì.
Purtroppo tutto questo non è valutato e promosso in maniera decente. Pochi conoscono questa città. Insomma, se vi capita di passare, andateci. È carina.

E soprattutto è fresca.

Speriamo che stasera si stia meglio. Ho in programma una serata quasi bohèmienne: una birra con una mia amica attrice a San Lorenzo, che può essere quasi definito il quartiere universitario di Roma (romani che leggete, su, abbiate pazienza e non prendetevela per le mie imprecisioni). Parleremo di quanto è difficile tentare alcune vie in Italia. Mal comune…

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