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Immaginazione

Quindi, Google ha creato un motore di ricerca per immagini. Come funziona? Ve lo spiegano qua. Comunque, il principio è lo stesso di un motore testuale: si mette un’immagine nella casella delle stringhe di ricerca (copiandone il link o caricandola) e Google trova immagini simili, se non uguali, e il nome del posto raffigurato nella foto, o dell’opera d’arte, eccetera eccetera. Incuriosito, ci ho provato anche io.
Prima di tutto ho caricato una fotografia scattata in vacanza, l’anno scorso: si tratta di una veduta di una spiaggia vicino ad Alghero. I “risultati” di Google sono stati la foto di spiaggia venezuelana e… delle macchine (cliccate se volete vedere la foto ingrandita).

Poi ho incollato l’URL di una piccola immagine aerea del castello della mia città natale (questa): stavolta Google ci ha beccato, mostrandomi copie della stessa immagine panoramica… che però assomiglia molto a un rospo (o altro animale) sull’erba.

Quindi ho messo la foto che uso nel profilo di qualche social network e mi ha beccato in pieno, nome e cognome. Infine ho provato con il Puffo Quattrocchi: Google lo riconosce benissimo, ma ha visto solo la versione iberica del cartone. La parola che compare è “pitufi”, che è davvero il nome dei Puffi in Spagna.

E infine ho fatto la prova dello specchio con questa foto presa dalla rete.

Il soggetto si riconosce benissimo.

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L’altro me, secondo Google

Ce ne sono due, in realtà, di miei omonimi: ma uno credo sia un ragazzino toscano particolarmente dotato nella corsa. Insomma, un mio opposto. Di persone che invece compaiono digitando il mio nome su Google, ce n’è una che mi incuriosisce, e che ultimamente sta toccando da vicino la mia vita.

L’altro me è un professore di scuola superiore calabrese che, per arrotondare, affitta anche una casa sulla costa tirrenica. Cercandomi su internet (dai, è come la masturbazione: tutti lo fanno, nessuno lo dice) ho carpito più o meno queste informazioni sul mio omonimo, oltre ad avere trovato con un click alcuni dati sensibili (la privacy? Mah).
L’altro giorno mi ha chiamato un’addetta stampa recentemente assunta da una casa editrice con cui ho avuto e ho a che fare. Sapeva tutto di me, e fin qua niente di strano: questo fa anche parte del suo lavoro. Quando ha verificato i miei dati, però, l’unica cosa non corretta era la mail: la prima parte dell’indirizzo era giustamente “nome.cognome”, ma il provider era un altro. Quello della mail dell’altro me.

E poi l’altro giorno: mi arriva nella casella di posta elettronica una mail in cui mi si chiede il via libera per inserire in un sito immobiliare le tariffe di locazione di una villetta (molto bella, ci sono anche le foto in allegato) sulla costa tirrenica calabrese. Per come stanno le cose, io ve lo confido, piccoli lettori: se in autunno mi rendo conto che qualcuno ha versato l’affitto di agosto sul mio conto, faccio finta di niente.

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Referrers – Gente che cerca altro – 16

Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
16. pesce spada postmoderno

“Oggi me ne vado via prima”, aveva detto ai colleghi. “Eh, già”, l’aveva canzonato uno di loro. “Oggi ti porti a casa la dottoressa…”. Gli altri avevano riso, e anche lui si era lasciato andare a una risatina. Perché lo sapeva che era invidia, la loro. Gliel’aveva letto in faccia quando lei era andata al banco per la prima volta, e si era fatta servire di totani e sarde da lui, e da nessun altro. Avevano parlato, mentre lui puliva rapidamente i pesci davanti ai suoi occhi: era in paese per occuparsi dell’apertura di una nuova galleria d’arte. “Arte”, aveva detto lui. “Contemporanea”, aveva aggiunto lei. “Anche se mi sono laureata in storia dell’arte medievale”, aveva concluso. Non gli staccava gli occhi di dosso. Per carità, Salvatore piaceva alle donne, ma… a una laureata? Che cosa mai avrebbe potuto trovarci in uno come lui? E invece la dottoressa, così l’avevano nominata da subito gli altri pescatori, era tornata altre volte, e, tra un foglio di giornale arrotolato e una testa di pesce che guizzava, staccata di netto dal corpo con un colpo secco di coltello, lei e Salvatore parlavano, sorridevano e si guardavano.

Fino a che, qualche giorno prima, lei l’aveva spiazzato. “Vieni a cenare da me? Ma cucini tu, che ne dici?” gli aveva chiesto. L’ultima volta che Salvatore era arrossito faceva le elementari: se lo ricordava benissimo. Maria, la prima della classe, gli aveva detto, davanti a tutti, che era innamorata di lui e che da quel momento lui era il suo ragazzo. Avere voti alti, evidentemente, era un passe-partout invincibile. Lui, allora, aveva abbassato gli occhi senza dire nulla. Di fronte alla richiesta della dottoressa, gli occhi di Salvatore si erano abbassati di nuovo, mentre mormorava un “Magari andiamo a cena da qualche parte?”, abbastanza piano perché lei non sentisse nulla, ma non abbastanza perché un “Sì, vabbè” di risposta non arrivasse da qualcuno dei suoi compagni. “Come?” aveva detto lei. “No, dicevo che porto il pesce spada”, aveva detto lui. Si erano guardati a lungo, prima di accordarsi e dopo, e poi se n’era andata.

Salvatore si era tolto il grembiule e aveva salutato tutti, ma un urlo lo fece tornare indietro. “‘U pisci“, aveva sbraitato uno, agitando un cartoccio con dentro la cena di quella sera. “Grazie”, aveva mormorato Salvatore. “E prego”, aveva detto di rimando quello. “E salutaci tanto la dottoressa, eh”. Salvatore se ne andò sorridendo, ma era attanagliato dalla mattina da un dubbio. Come cucinare quel pescespada? Doveva trovare una ricetta in grado di stupirla, non le solite cose. Qualcosa che lo ponesse sul suo livello, almeno a tavola. Qualcosa di… Ecco, di “contemporaneo”, come aveva detto lei. Ma forse anche qualcosa di più. Rimase a lungo sotto la doccia, fintanto che la puzza di pesce si attenuò per diventare una parte dell’odore della sua pelle, tutt’altro che sgradevole. Poi, vestito con un asciugamano addosso, si mise al computer. Rimase sul pescespada, ma deviò dal “contemporaneo”, andando a casaccio, inserendo parole nel motore di ricerca, senza trovare nulla di convincente, perdendosi tra pagine e pagine che parlavano di tutto, tranne che di cucina di alto livello, per laureati. Si rese conto d’improvviso che era tardi, doveva andare. Ma che fare?

Il giorno dopo l’amico al quale aveva confessato i suoi dubbi culinari, interrogò immediatamente Salvatore. “Allora, come ‘u facisti ‘u pisci?” Salvatore schernì l’amico che gli aveva consigliato di fare pasta e pomodoro (“Quella sapi fàciri, io“) e rispose: “Olio, limone, aglio, origano”, con gli occhi che brillavano di gioia. L’amico rise e iniziò a diffondere tra i banchi del mercato la notizia che Salvatore aveva conquistato la dottoressa con un semplice pesce spada co’ o’ sammurigghiu.

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Referrers – Gente che cerca altro – 15

 Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
15. Educazione pornosentimentale 2.0: un medley con climax finale

Se due si baciano, stanno insieme?
Ormai è fatta, piccola. Vediamo che combini.
Istruzioni per limonare.
Mmm, ma saprai seguirle per bene?
Metodo per limonare.
Già meglio.
Fa male il sesso orale.
Pene dentato o incapacità sua? Passa ad altro, se vuoi, ma informati.
Come si fa a rimanere incinte.
Prego?
Come si fa a rimanere incinte?
Beh, dunque, hai presente le api e i fiori?
Come avere il primo rapporto anale.
Rinunci così? Ma ci sono delle precauzioni…
Rapporto anale prima volta.
Beh, la prima volta non si scorda mai…
Istruzioni sesso anale.
Torniamo da capo?
Lezioni di sesso anale.
Approccio didattico, dunque, iniziamo dalla teoria…
Sesso nell’ano come si fa.
Non vuoi perdere tempo, è chiaro.
Il piacere del sesso anale.
Vuoi conferme o scoprire cos’è mancato?
Solo sesso anale.
Monomaniacale.
Orgasmo d’amore.
Aaah.

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Googlisms

(Non scrivo da una settimana abbondante, perché sono sempre a lavorare. Che scusa banale, eh? Il punto non è mica solo il tempo: è che quando uno fa poco altro, a parte lavorare, appunto, e prendersi l’influenza, di che deve scrivere? O di muco nasale o di cose-che-succedono-al-lavoro. Vi è andata bene.)

Poco prima della pausa pranzo di oggi: radio quasi deserta, a parte delle colleghe, con le quali scambio pareri e consigli (“Francesco, mi serve una canzone sulla banalità…” “Charmless Man dei Blur” “Bene, ma una italiana?” “Una vita da mediano di Ligabue”: in quattro battute un vortice di metatestualità, e considerando come ho riportato questi dialoghi, la banalità si espande ad ogni livello. Fermiamoci qua.) Insomma, ad un tratto suona il telefono in cabina di regia. Nessuno sta trasmettendo in quel momento: vado a rispondere. È una voce di donna.

– Pronto, salve, scusi, la chiamo per un’informazione.
– Mi dica, anche se questo è il numero della diretta.
– Ah, eh, ma c’era solo questo sul sito.
– Beh, intanto mi dica, poi magari la indirizzo a qualcuno di più specifico.
– Eh, dunque, io devo trovare Neri Marcorè, e quindi cerco il numero del suo agente, Beppe Caschetto.
– …
– È il suo agente.
– Sì, ma questa è una radio.
– Lo so – continua la signora – ma…
– Non so se abbiamo il numero di Neri Marcorè, e anche se ce l’avessi non potrei darglielo.
– Sì, ma io sto cercando il numero del suo agente, Beppe Caschetto.
– Anche se avessi quello di Beppe Caschetto…
– No, è che ho fatto una ricerca su internet e siete comparsi voi, e allora…

Seguendo questo ragionamento, presto mi arriverà una richiesta sul blog a proposito di una ragazza che fa rutti di sei minuti: se la conosco, lo so, mi innamoro. Ti aspetto. Buuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuurp.

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Referrers – Gente che cerca altro – 14

Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
14. marito ubriaco radicchio mette incinta la ragazza che succede?

Entrò in casa guardandosi attorno in maniera circospetta, come se quella non fosse casa sua, come se qualcuno potesse sbucare all’improvviso e chiedergi la patente e il libretto. Si fermò. Alzò a fatica il ginocchio destro. Portò il pollice della mano sinistra al naso, poi allargò le dita della mano e si abbassò cercando di fare toccare il mignolo con il ginocchio alzato. Mentre lo faceva, lentamente, sussurrò: “Vede, signor agente, non sono ubriaco per niente”. Sorrise per la rima involontaria, e bastò quella piccola contrazione dei muscoli facciali per fargli perdere l’equilibrio e rovinare a terra, con un rumore sordo. Il pensiero corse a sua moglie, nella stanza da letto, che dormiva. Una corsa inutile, visto che, dopo qualche secondo, gli venne in mente che sua moglie non c’era per quel fine settimana. Ecco perché era andato a trovare la sua ragazza. “Amante non mi piace”, gli aveva detto. E allora lui la chiamava “la sua ragazza”. Ovviamente tra sè e sè, perché della storia che aveva con quella donna non sapeva nessuno, non doveva sapere nessuno.
Si diresse, senza capire perché, verso il computer. Urtò il tavolo e la macchina si destò dallo stato di morte apparente: lo schermo si illuminò e la stanza fu invasa da una tinta azzurrina. Solo allora si accorse che non aveva acceso la luce perché pensava che la moglie fosse a casa. Evidentemente un altro pensiero era corso prima, da qualche parte, e chissà se sarebbe mai tornato. Sua moglie, invece, sarebbe tornata, molto più rapidamente di una sinapsi. (Non riuscì neanche a pensare alla parola “sinapsi”: il “ps” per un ubriaco è molto meno facile da immaginare che per uno scrittore di missive distratto.)
La luce del monitor gli timbrò la retina e iniziò a vedere macchioline azzurre ovunque. Una di esse presto assunse una forma oblunga, che sulle prime non riconobbe, ma poi, ecco, iniziò a distinguere sempre più nettamente la forma di un cespo di radicchio. Trevigiano. La sua ragazza voleva preparargli il risotto col radicchio. Invece aprirono il vino (originariamente da usare per il risotto) e iniziarono a bere, e bere ancora, e poi a fare l’amore (“Non mi piace quando dici ‘scopare'”) in maniera sbilenca, fino a che lui prese il cespo di radicchio, e lo usò per soffocare i suoi “No, ma che fai”, ritmati da risatine e sospiri.
Ma aveva usato delle precauzioni, con lei? Cercò nella memoria un momento che lo rassicurasse in qualche modo: sarebbe bastata anche l’immagine di un preservativo che non si srotolava nel verso giusto, del punzecchiamento della confezione dello stesso, l’odore di gomma. Ma io suoi ricordi erano molli e sfocati, e lasciarono presto il posto ad una sensazione di panico, che l’ubriachezza non fece che aumentare.
Si sollevò lentamente, lentamente aprì una finestra del browser. E confessò i suoi peccati ad un motore di ricerca.

Lei lo trovò la mattina dopo addormentato sulla tastiera con, sullo schermo, la pagina di un blog. “Almeno stavolta non è un sito porno”, pensò sua moglie, e andò a disfare le valigie in camera da letto senza nemmeno toccarlo.

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Referrers – Gente che cerca altro – 14

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14. al concerto ho mostrato le mie tette

“L’italiano è una lingua di perifrasi.” Questo fu il suo primo pensiero compiuto di quella mattina, pensiero che faceva fatica a farsi sentire, sommerso dal fischio continuo che le rimbombava nelle orecchie. “Non esiste un equivalente italiano di hangover. Una parola sola, cioè. Lingua meravigliosa, l’inglese.” Poi sentì una fitta allo stomaco, pensò che forse doveva mangiare, le venne da vomitare. Si riprese e si mise a sedere sul letto. Respirò. E iniziò il processo di recupero nella memoria, per rispondere ad una semplice domanda: “Che cosa ho fatto ieri sera?”, domanda che aveva diversi corollari, corrispondenti, più o meno, alle cinque “W” del giornalista. “Who, what, when, where e…” Non si ricordava l’ultima, la più importante. “Why. Perché?”
La sua memoria sbuffò, crepitò e regalò una sensazione al suo cervello: aria sul petto.
Andò in bagno, si chinò sulla tazza, ebbe un déjà-vu poco prima di vomitare le ultime cose che aveva nello stomaco. Liquidi, per lo più. Alcolici.
Aveva abbracciato il cesso anche appena era tornata a casa, quella notte. Il fischio nelle orecchie non diminuì. Qualcuno la stava pensando? No. Era stata ad un concerto.
Ecco, sì. Un concerto. Tentò di focalizzare su quel brandello di ricordo, togliendo tutto ciò che poteva peggiorare il suo stato di post-ubriacatura, concisamente detto “hangover”. Eliminò le luci violente del palco, la calca della gente, il fiato caldo di qualcuno dietro di lei. Si passò una mano sul collo, era sudata. Anche la notte prima era sudata, faceva caldo, ondeggiava la testa, forse anche senza muoverla. Si ricordò di un barista, della sua mano raffreddata dalla birra nel bicchiere di plastica, di una sua amica che le diceva “ancora?”, di lei ipnotizzata dai movimenti del batterista, di lei che sentiva caldo e rideva.
Aveva sollevato la maglietta, mostrando il seno al gruppo.
E anche a qualcuno al suo fianco.
Poi aveva riabbassato la maglietta.
Rivomitò. Evidentemente c’era ancora qualcosa nello stomaco.
Ebbe un’altro flash, di un flash. Cioè rivide proprio il lampo di una macchina fotografica negli occhi. E se qualcuno le avesse fotografato le tette? “Oddio”, pensò. Stavolta la lingua italiana era vantaggiosamente sintetica almeno quanto l’inglese.
Tornò nella sua camera e vide il computer acceso. Aveva scritto un post sul concerto, su tutto. Si affrettò a cancellarlo, senza neanche rileggerlo. Tutto era chiaro, adesso, e anche il fischio nelle orecchie stava diminuendo. Tutto tranne una cosa.
“Why?” La domanda era stampata nella sua mente, e la risposta “ero ubriaca marcia” non la soddisfaceva. E se qualche motore di ricerca avesse memorizzato già quel post?
Digitò in fretta alcune parole e cliccò sul pulsante dei risultati.
Altri blog, altri concerti, altre tette. E si sentì per la prima volta parte di una comunità.

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Referrers – Gente che cerca altro – 13

Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
13. trucchi per limonare

Quello era il giorno numero tre. La cifra gli si era stampata in mente dalla mattina, quando era andato a scuola, l’aveva vista e, come il giorno uno e due, ma anche come quello zero, meno uno, meno due e meno tremila, non aveva fatto una piega. Lei neanche. Nessuno doveva sapere che stavano insieme.
Quello era il giorno numero tre. “Quello della lingua, stanne certo”, gli aveva detto il suo compagno di banco Mario detto Marione, ripetente, che si faceva la barba, o almeno così diceva: e doveva farsela benissimo, perché non portava alcuna traccia di rasatura. Ma lui si fidava di Marione. E quindi credeva a tutto quello che gli diceva. “Dopo tre giorni si limona, sicuro. Se non limoni dopo tre giorni, sei un coglione.” “No, limono, limono”, aveva detto lui. Ma non si sentiva pronto. E chi aveva mai limonato? L’aveva visto nei film, ma sapeva che i pugni di Terence Hill erano finti e che non bastava aprire la bocca e chiudere gli occhi per limonare. Chiedere a Marione, d’altro canto, sarebbe stato umiliante. Aveva già dovuto pagarlo perché non dicesse a nessuno che stava con lei. E doveva fidarsi del fatto che lui avrebbe mantenuto la parola.
Chiuse la porta della camera, sua madre sonnecchiava sul divano, suo padre al lavoro. Dopo poco avrebbe visto la sua ragazza (oh, come lo faceva sentire grande dire quella parola, e quasi gli dispiaceva di poterla dire solo a se stesso) e avrebbero limonato, cascasse il cielo, perché lui non era un coglione. E poi voleva farlo.
Accese il computer e cercò ispirazione. Avrebbe trovato un’indicazione, un indizio, delle istruzioni, qualsiasi cosa.
Click.
“Eh, magari”, pensò. “Ma lei come le avrà? Più piccole, mi sa.” Si trattenne dal fare quello che faceva di solito quando si addentrava in quei siti, tese l’orecchio per evitare irrimediabili figuracce familiari e andò avanti.
“Chissà se con la sua amica…” Pensò alla sua amica: una cicciona tremenda. Cliccò velocemente e cambiò pagina.
“Un cane?!”. Era sbalordito. E anche un po’ disgustato. Doveva sbrigarsi.
Digitò qualcosa su un motore di ricerca.
Dopo poco uscì di casa, spaventato, ma con un argomento, se non altro, per iniziare la conversazione. Mentre parlavano, sarebbero andati sul fiume e…

Quando si videro, rimasero un po’ imbarazzati uno di fronte all’altro, poi si diedero un bacetto.
“Sai”, iniziò lui con la voce tremante. “Ho letto su un blog, oggi…”
Lei non lo fece finire, avvicinò le sue labbra alle sue, e la vide chiudere gli occhi. Pensò a Terence Hill, scacciò subito quell’immagine, e aprì la bocca.
Dopo un minuto buono, che a lui sembrò lunghissimo, si staccarono. Era stato strano e bellissimo. Lei pareva contenta. “Un coglione, io?”, pensò. Poi le prese la mano e andarono verso il fiume.

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Referrers – Gente che cerca altro -12

Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
12. cosa fanno i bambini marocchini alle farfalle

Se ne stava seduto vicino alla finestra a guardare fuori, sperando di trovare le parole giuste, là fuori, l’inizio di qualcosa, o anche un motivo per farlo alzare dal computer e andare a farsi una passeggiata. L’aveva fatto altre volte, senza motivo.
Gli sarebbe piaciuto avere qualcuno che aspettava le sue parole, ma, per il momento, erano solo per lui stesso.
Gli sarebbe piaciuto dover staccare il telefono, perché assillato da un editore, da un committente, da un produttore. Ma il telefono era come se fosse staccato: tanto non suonava mai.
Ma sapeva che aveva una storia da raccontare. Questo se lo diceva quando pensava potesse vederlo qualcuno. Sì, perché prima di addormentarsi si diceva che il giorno dopo avrebbe scritto la storia, che le parole sarebbero arrivate, ci voleva solo tempo. Altre volte, invece, non si addormentava affatto, pensando alle parole che non venivano.
Continuava a guardare fuori i bambini del vicino che giocavano. Aveva iniziato tre o quattro volte quello che poteva essere veramente il nuovo romanzo, una storia normalmente multietnica. Avere dei vicini marocchini, magrebini, nordafricani, come avrebbe dovuto scriverlo?, poteva, anzi, doveva essere un vantaggio.
Ma quelli non facevano niente. I genitori andavano a lavorare, i bambini, ormai grandicelli, andavano a scuola e poi stavano a casa a giocare, tra di loro o con i loro amici. La mancanza di integrazione aiuta le storie, non c’è niente da fare.
Ributtò lo sguardo fuori: uno dei bambini, non sapeva neanche il suo nome, stava rincorrendo una farfalla. Pensò che forse era la prima farfalla della stagione, la primavera stava arrivando e forse la farfalla sarebbe sopravvissuta. Guardò lo schermo per un attimo: le stagioni cambiavano col desktop, e sul suo monitor campeggiava ancora un paesaggio innevato. Volse di nuovo la testa verso la finestra, e vide qualcosa di incredibile. Il bambino aveva preso la farfalla e la teneva sulla mano. Sembrava che le stesse parlando. Poi chiamò la sorella, e lei spuntò da dietro la casa con un’altra farfalla sulla mano. Poi, sempre tenendole così, i bambini si misero a correre, senza che le farfalle si muovessero, e li perse di vista.
Il suo stupore durò poco, il tempo di cercare una possibile spiegazione sulla grande rete di quello che aveva visto. Si mise a leggere parole d’altri e perse un’altra occasione per usare le sue.

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Referrers – Gente che cerca altro – 11

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11. mito dell’orgasmo

Di scrivere a Cioè non se ne parlava neanche. Non voleva mischiarsi alle ragazzine che chiedevano se limonando si potesse rimanere incinte, o che pensavano che la vera prova d’amore fosse il sesso anale. E poi lei non era una ragazzina. Aveva ormai vent’anni, e insomma… E poi non poteva leggerlo Cioè. Doveva ammetterlo: le dava fastidio dover ammettere a se stessa che ragazze più piccole di lei, se si doveva credere a quello che scrivevano, avevano avuto una vita sessuale di almeno una decina di volte più intensa della sua, anche se con una partenza simile: la prima volta d’estate, in campeggio (nel suo caso si trattava di un bungalow, ma sono sottigliezze): una tragedia. Solo che lei si era fermata lì. Non era andata da nessuna parte, poi, e non era manco venuta. Arrossì pensando alla stupida battuta che aveva fatto. Non sapeva proprio che cosa fosse l’Orgasmo. Sì, lo pensava anche con l’iniziale maiuscola. Perché è vero che non leggeva più Cioè, quanto meno non in modo partecipante, al massimo lo rubava alla sua cuginetta (lei aveva limonato-e-basta, almeno lei, per fortuna), ma era passata a Cosmopolitan. E si era definitivamente depressa. Orgasmi multipli, clitoridei, vaginali, mentali, tantrici. E lei? Mai niente. Un po’ di piacere, ogni tanto, da sola, ma niente di più. Con le amiche non ne parlava. Loro, a sentire quello che dicevano, gliela mettevano in saccoccia (arrossì di nuovo) alle star del porno. Quando si parlava di sesso, semplicemente, annuiva e rideva quando doveva farlo. Comunque anche le sue amiche non parlavano mai della grande O. O quando ne parlavano usavano lo stesso linguaggio di Cosmo, come lo chiamavano loro. E lei si era convinta che l’orgasmo, semplicemente, non esistesse, ma fosse qualcosa di impalpabile, etereo. Mitico.
Cliccò alcune parole su un motore di ricerca, per avere delle conferme.

Dopo un po’ di frequentazione del mondo dei blog, capì che, nonostante le tutte pippe che questi personaggi su internet si tiravano, non sarebbe riuscita a raggiungere neanche l’orgasmo mentale. Smise di leggere Cosmopolitan e si mise il cuore in pace. Dopo qualche giorno, per caso, venne l’amore.

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Referrers – Gente che cerca altro -10

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10. frasi collega pensione

Gli dispiaceva che il Biraghi se ne andasse in pensione. Se lo meritava, eh, dopo trentacinque anni in quel posto, se lo meritava. Ma sentiva che gli sarebbe mancato, dopo quasi venticinque anni passati vicini. “A te non ti mancherà”, gli aveva detto pragmatica sua moglie. “A te ti scoccia che questo vuol dire che anche tu, dopo il Biraghi, te ne andrai in pensione.” E con un perfetto sillogismo, aveva aggiunto: “Il Biraghi se ne va in pensione perché è vecchio, tu senti che questo vuol dire che anche tu tra un po’ andrai in pensione, quindi anche tu sei vecchio.” “Tra un po’”, aveva aggiunto lui, sottovoce. Ma la frase fu coperta da un forte colpo di tosse della moglie, che proiettò delle goccioline di saliva nella minestra che gli stava mettendo nel piatto. “Comunque, se io sono vecchio, anche tu…”, disse, ma non riuscì a finire. “Ci siamo sposati che io avevo ventidue anni, e tu ventisei, ricordi? Bene, fanno quattro anni di differenza. Io avrò sempre quattro anni meno di te. Ah!”, concluse sua moglie, sedendosi davanti a lui con un sorriso di vittoria.
Mangiò la sua minestra e pensò a che regalo fare al Biraghi. “Un pensierino, un biglietto, qualcosa.”
Chiese a suo figlio di mostrargli come funzionava internet. “Ci trovi tutto in rete”, gli aveva detto con una strana espressione. Lui sapeva a cosa suo figlio si riferiva, ma per quello aveva le pubblicità erotiche di notte, che a volte riuscivano anche a risvegliargli qualcosa là. “Usa gugl” aveva aggiunto suo figlio, e, osservando l’espressione del padre, gli aveva pietosamente mostrato il funzionamento del motore di ricerca.  “Quando hai fatto, dimmelo”, gli disse. Poi uscì dalla stanza. Rimasto solo si sentì vecchio. Suo figlio gli aveva rivolto una frase che era più adatta per un anziano genitore che non poteva più badare a se stesso. O per un bambino piccolo che aveva bisogno di aiuto per il post vasino. Guardò per qualche secondo il monitor, poi digitò qualcosa.

Alla festicciola organizzata per il Biraghi, le persone si dividevano in due gruppi: quelli che pensavano “uno in meno”, e quelli che si dicevano “tra un po’ tocca a me”, con un senso di triste sollievo. Quando venne il suo turno, gli si avvicinò con un biglietto in una busta. Biraghi ringraziò e lesse il biglietto: era scritto fitto, con tantissime istruzioni e parole come “template”, “link” e cose del genere.
“Oh”, disse il Biraghi. “Ma che è sta roba?”. “Leggi, leggi, c’è scritto tutto. Apri un blog – me l’ha spiegato mio figlio – e scrivi quello che fai, così non ti annoi, io ti leggo dall’ufficio, magari commento, ci teniamo in contatto, insomma…”
Silenzio.
“Grazie”, disse il Biraghi. Ma si vedeva che non ci aveva capito nulla.

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Referrers – Gente che cerca altro – 9

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9. eccesso di peluria negli adolescenti maschi

Non ha il coraggio di parlarne con la Debby, no. Sì, è la sua migliore amica, ma da troppo poco. E poi, diciamoglielo, un po’ piaceva anche a lei. No, non gliel’ha rubato, no. Un po’. Forse. Quasi quasi avrebbe preferito parlarne con Marta. Era la più esperta, diciamo. Aveva già fatto almeno almeno uno sega al suo ragazzo. Ma secondo le altre era andata ben oltre. No, non aveva scopato, ne erano sicure, ma ci era andata molto vicino. A Marta piaceva dire in giro cosa faceva col suo tipo, e forse raccontava un po’ troppo, esagerava. Ma forse no. A lei, invece, non andava di dire niente. C’erano dei momenti in cui sembrava che tutte si raccogliessero, come per magia, col solo scopo di parlare di quello che facevano con i loro ragazzi. Chi ce l’aveva, il ragazzo, poi. Sì, perché a questi ristretti circoli partecipavano anche due o tre della compagnia che, si sapeva, non avevano mai oltrepassato il bacio con la lingua. Le loro tette erano rimaste ben chiuse nei reggiseni, per non parlare del resto. Nonostante la loro poca esperienza, partecipavano, forse per apprendere ed imparare. Infatti pendevano dalle labbra di Marta. Le aveva viste una volta da sole che si dicevano che alla fine Marta raccontava un sacco di cazzate, che non aveva fatto la metà delle cose che si vantava di avere provato. Ma il loro sguardo tradiva invidia.
E lei? Lei niente, sorrideva, contenta di stare con uno dei ragazzi più carini della scuola. Punto. Arrossiva quando le venivano fatte delle domande dirette, rivelava poco di sè. Ma quella cosa…
Il problema è che aveva visto Marco nudo. Ed era pelosissimo. Ben diverso dalle foto che aveva visto su Internet, qua e là. Voleva parlarne con qualcuno. Non è che le facessero schifo, quei peli, solo che le sembravano un po’ troppi. Insomma, erano coetanei, lei e Marco. Secondo il suo punto di vista un ragazzo di sedici anni, quasi diciassette, non poteva avere tutti quei peli. Ovunque. Ne avrebbe parlato con qualcuno. Ma prima avrebbe fatto una ricerca lei. Proprio su Internet. Quando provò con “uomini pelosi”, capì due cose. La prima: Marco non era così peloso. La seconda: uomini più pelosi di Marco erano molto molto ambiti. Doveva essere più precisa.
“Eccesso di peluria negli adolescenti”. Ebbe un attimo di esitazione. “Maschi”, aggiunse. Già doveva combattere con i suoi, di peli. Non voleva sapere niente di ragazzine e di peli.

Dopo un paio di giorni un nuovo blog con sfondo fucsia, pieno di faccine e di finestrelle compariva in rete. Il nome? “Mipiaccionopelosi.splinder.com”. Dopo un altro po’ di tempo era una blogstar. Ma soprattutto aveva fatto l’amore prima di tutte le sue amiche.

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Referrers – Gente che cerca altro – 8

Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
8. mutismo colleghi

Le ultime parole di Bignaghi, che se ne era andato in pensione la settimana precedente, non le aveva sentite nessuno. Lui ci aveva fatto caso, ma solo perché tutto in quell’ufficio era nuovo, ci era arrivato da poco. Eppure in quel momento non riusciva a ricordarsele. Aveva bene in mente com’era vestito Bignaghi, anche dove aveva pronunciato quelle frasi, là, vicino alla porta, si ricordava il modo in cui si era girato per andarsene. Anche il tono di voce gli era rimasto impresso. Tutto tranne quello che aveva detto. Bignaghi. Una delle poche persone con le quali aveva parlato, appena arrivato in ufficio. Si lamentava sempre, come fanno le persone anziane che rimpiangono comunque i vecchi tempi: e come si stava bene prima, e un tempo si lavorava meglio. Ma cosa aveva detto? Come in un sogno, la bocca di Bignaghi si apriva, ma non ne usciva alcun suono.
Non si aspettava una grande accoglienza, appena arrivato. Insomma, era un ufficio, e non era il primo in cui lavorava. Ma da qui a non essere quasi salutato, né ad avere risposta ai suoi saluti, beh, ce ne passava un po’. I colleghi del suo reparto se ne stavano sempre appiccicati al computer, leggevano qualcosa sullo schermo, cliccavano, scrivevano. Ogni tanto qualcuno rideva, o si rivolgeva ad un vicino e gli strizzava l’occhio. Lui non aveva vicini: l’avevano messo in una scrivania un po’ isolata, che guardava le altre. Si sentiva come un maestro sulla cattedra in una classe che non lo considerava minimamente. Ma a cosa poteva essere dovuto questo atteggiamento che portava ad un silenzio di tomba, interrotto solo dal clic del mouse e dal rumore dei tasti premuti? Non riusciva a capirlo.
Anche quel giorno nessuno lo salutò, e decise di protestare a modo suo, non facendo nulla tutto il giorno. Sfogliò quotidiani on-line, fece una decina di test sulla personalità, e giocò a una ventina di Tetris diversi. Poi aprì Google e scrisse nella finestra di ricerca qualcosa a proposito della tremenda situazione che si trovava a vivere in ufficio. Click. Si aprì la pagina di ricerca.

Qualche giorno dopo arrivò in ufficio ed ebbe la sorpresa di trovare la sua scrivania accanto alle altre. Nel suo blog un commento da parte dei suoi colleghi, che gli auguravano il buongiorno. Si sentiva integrato e felice. Come un lampo gli venne in mente quel vecchio coglione di Bignaghi e le sue ultime parole: “Queste macchine vi stanno rovinando la vita! Me ne vado prima che sia troppo tardi!”. Sorrise mestamente e indirizzò un insulto mentale al collega in pensione. Erano le nove e trenta del mattino e stava per fare il primo giro di blog della sua giornata lavorativa.

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Referrers – Gente che cerca altro – 6

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6. sito setta molto satanica 666 metal

“C’è bisogno di qualcosa di più”, pensava Mirco. “Mirco, con la c, mi hanno chiamato quegli stronzi”, pensava Mirco con la c in un naturale impulso di ribellione adolescenziale verso i suoi genitori. “Manco con la k, che fa fico. Con la c. Se lo venissero a sapere gli altri del gruppo”. Il gruppo, i Satan’s Adepts, era il gruppo black metal di Taràno di Sotto. Anzi, a ben vedere era il gruppo di Taràno di Sotto. L’unico esistente. Concerti all’attivo: uno, alla festa di Giovanni, il cantante, per i suoi diciassette anni. Dopo i primi due pezzi, “Satan is the Lord” e “Evil is the Reason”, la vicina di casa, signora Tebaldi, aveva telefonato per chiedere di abbassare lo stereo. Nessuno aveva avuto il coraggio di rivelarle che quello che l’aveva disturbata era il potente e satanico suono del primo concerto dei Satan’s Adepts, da Taràno di Sotto. Che quello che cantava in maniera così splendidamente gutturale da non riuscire a parlare poi per almeno due ore dopo la fine del concerto era Giovanni, che lei aveva visto nascere. O meglio, era Skull, il cantante dei Satan’s Adepts. E che la batteria con doppia cassa era suonata da Riccardo, sì, il figlio del postino, che si faceva chiamare Bloody Rick, però. Eccetera. Avevano smesso di suonare e basta. Mirco aveva poggiato il basso all’amplificatore, imprecando contro la signora Tebaldi.
Ma i Satan’s Adepts non decollavano. Ovvio, diceva Roberto, il chitarrista (l’unico che non aveva soprannomi: ma del resto era l’intellettuale del gruppo). Bisognava ispirarsi a qualcun altro. Ma a chi?
“Cerca un po’ su internet”, aveva suggerito Giovanni. Roberto si era limitato ad annuire, e aveva acceso una sigaretta. Aveva diciotto anni ed era l’unico che fumava. Anche gli altri avevano provato, ma senza successo. Solo Skull non aveva neanche provato. “Per la voce”, si giustificava.
“‘Setta satanica’ non basta”, pensava Mirco con la c.
Riaprì Internet explorer. La pagina iniziale era quella dei Deicide. Andò su Google e pensò alle parole da mettere. “‘Sito’, sicuramente. Poi ‘setta’. Satanica. Metal, metti che troviamo anche un’altra ispirazione musicale”.
Niente.
“Molto satanica, metti che trovi solo dei pagliacci. E aggiungiamoci anche il sei sei sei”, pensò Mirco.
Sentì una voce. Sua madre lo chiamava per la cena. Guardò una pagina internet tra i risultati del motore di ricerca.
Il giorno dopo anche i Satan’s Adepts avevano un blog. Roberto approvò la scelta, fumando l’ennesima paglia.

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Referrers – Gente che cerca altro – 3

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3. “perversione assorbenti”

Quando si erano conosciuti, alla fine dell’università, erano andati subito a letto insieme. E avevano continuato a farlo con ritmi da coniglio, non imitando però le simpatiche abitudini dei roditori. Si erano sposati da dieci anni, ma non avevano figli, e non ne volevano avere. Volevano solo stare insieme e fare sesso. Il sesso: la vera base del loro rapporto. Erano come posseduti, quando si possedevano. Compenetrati quando si compenetravano. Insomma, tutto bene. Dopo un po’, però, capirono che dovevano fare qualcosa di più che fare l’amore. Iniziarono con del blando sado maso, per poi passare allo scatting, whipping, spanking, pissing, bondaging, tickling, lactating, vomiting, shitting, filming, fisting, licking, dancing, camping. Ogni nuova pratica sessuale era fonte di gioia, ogni gioco erotico acquistato era motivo di meraviglia. Ogni tanto uscivano, ma raramente. Non si stufavano mai l’uno dell’altra.
Arrivò anche il momento dello scambio di coppia, con le varianti lesbo, bi, gay, day by day (nel senso che la cosa era ormai quotidiana). Da un po’, strano a dirsi, si erano stancati. Continuavano a piacersi, ma…
Quel giorno lui le mise le mani sul sedere, e lei disse: “Oggi no”. Lui capì, e le fece intendere, accendendo dei riflettori e posizionando la videocamera ad altezza cintola, che c’era comunque sempre una soluzione. Lei, per tutta risposta, stracciò la mascherina da donna gatto che metteva quando si riprendevano durante gli atti.
Era finita? La loro storia, la loro passione, i gemiti. “Anche il matrimonio, in effetti”, pensò lui guardandosi l’anulare.
Ma forse c’era ancora una speranza. La rete, fonte di incontri clandestini, di club di incontri, di clan esibiti ed esibizionisti. Fonte di tini, anche.
Digitò due parole.

Qualche giorno dopo, nonostante sua moglie si strofinasse su di lui vestita solo con del filo interdentale, e lo stereo lanciasse a tutto volume la compilation “Sex-O-Rama”, lui non reagiva. Era davanti al computer, alle prese con il suo nuovo template.

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Referrers – Gente che cerca altro – 2

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2. “il calcio e il wrestling per sociologi”

Lo sapeva che avere un nome avesse il suo peso, ma non fino a quel punto. Era ormai disperato, nonostante avesse una vita di allenamento alle spalle: stavolta vendere fumo non sarebbe stato facile. Ricordava la telefonata, le parole ancora gli rimombavano nelle orecchie.
“Professore, buongiorno. Sì, sono io. No, non abbiamo rinviato la trasmissione, solo cambiato l’argomento. No. No, guardi, delle problematiche giovanili non gliene frega più un accidente a nessuno. Scusi il termine. Si era preparato sulle droghe, eh? Le aveva provate tutte? No, sì, la battuta è… Sì, abbiamo cambiato… No, lasci stare, se non le dispiace. Lo so che registriamo domani, ma un luminare come lei… L’argomento nuovo? Ha mai sentito parlare della SWF? No, lo immaginavo. Beh, strano comunque…”
E il redattore della trasmissione gli aveva raccontato della Sociological Wrestling Federation, una lega sportiva amatoriale, alla quale appartenevano sociologi che, invece di incontrarsi in noiosi congressi, i vari etnometolodogi, teorici del conflitto, superstiti della scuola di Francoforte, molto semplicemente, se le davano di santa ragione su un ring, con tanto di arbitro. Il tutto avveniva solo tra sociologi affermati: chi non aveva almeno una pubblicazione non poteva neanche permettersi di guardare gli incontri. Proprio come nel wrestling – sport di cui lui veniva a conoscenza solo in quel momento – di solito un sociologo sfigato, poco conosciuto o in declino, sfidava un nome noto. Scontata la vittoria di quest’ultimo.
“Bene, secondo noi della redazione, questo sport verrà portato alla ribalta molto presto. Lo sa che già si vocifera di leghe di lotta libera tra avvocati, di circoli di kickboxing di cui fanno parte solo notai e commercialisti… No? Beh, glielo dico io, professore. Ecco, allora il tema della puntata sarà… No, no, niente sulle disfunzioni alimentari, ascolti: un nuovo conflitto di classe. I poveracci continuano a giocare a calcio e le classi abbienti, invece, riscoprono il fascino maschio del contatto fisico nella lotta. Un confronto. Che ne dice?”
Niente, ecco che diceva. Ma che argomento era? E perché nessuno gli aveva detto niente di queste leghe? Digitò su un motore di ricerca qualche parola a caso, giusto per vedere se compariva qualcosa. In quel momento, squillò il telefono.
“Pronto? Oh, Alberto. Venerdì? Perché? Come, una cena? Posso portare anche… Da solo? E chi viene? Ah. Anche il preside del dipartimento… Solo colleghi, insomma.”
Si girò verso il computer e vide la schermata dei risultati. Cliccò su uno dei link che erano apparsi. Il suo collega, al telefono, aveva un tono sempre più strano, che lo inquietava molto. Guardò quello che era apparso sullo schermo. “Alberto, scusa un attimo… Ma che cos’è un blog? Ah. Cosa? Ma certo che ho una tuta. Scusa? Una cena in tuta? Ah. La porto, va bene, la porto…”

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1. “liquore della corsica a base di castagne”

La cena era pronta. L’avrebbe riconquistata, lo sapeva. Ce l’avrebbe fatta. Aveva preparato tutto, dall’antipasto al dolce. Tutto quello che avevano mangiato quella sera di molti anni fa, in quel paesino corso, era lì pronto per lei. Le cose erano andate male, poi. E non si ricordava nemmeno perché esattamente. Ma si erano rivisti, avevano parlato di quella cena, si erano guardati negli occhi un po’ più di quello che era successo fino a quel momento. Le aveva chiesto: “Vieni a cena da me”. Lei aveva sorriso, era leggermente arrossita, aveva accettato. Lui non poteva sbagliare. Aveva ripassato mentalmente la cena corsa, aveva ricreato tutto.

Poi il dubbio. Cosa avevano bevuto alla fine del pasto?
Non se lo ricordava. Forse lei non avrebbe dato peso alla cosa, ma lui voleva essere perfetto fino al minimo particolare. Come si chiamava quella cosa che avevano bevuto?
Era un liquore di castagne. Ma non sapeva come si chiamava. Aveva provato a chiedere nei negozi, ma senza risultato.

Allora si era messo su Internet, e aveva digitato “liquore della corsica a base di castagne” in un motore di ricerca. Aveva atteso un po’, e aveva trovato un sito strano. Un diario urbano, bla bla bla. Aveva iniziato a leggere qua e là, ma senza trovare il nome del liquore. Aveva trovato qualcosa di incredibile. Nel blog era descritta una cena, nello stesso posto dove erano stati lui e lei. Continuò a leggere. Dimenticandosi delle cose che erano sul fuoco. Lo destò dalla lettura l’odore di bruciato.

Sono andati a cena fuori, quella sera. Le cose tra di loro non sono andate bene. E lui ancora si chiede come si chiami quel liquore. Non lo sa neanche la sua nuova fidanzata.

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