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Donne sole e cani

Devo ringraziare Matteo per avere comprato e letto Ragioni per vivere di Amy Hempel, un volume edito qualche mese fa da Mondadori che contiene le quattro raccolte di racconti brevi pubblicate dall’autrice americana tra il 1985 e il 2005. Nella sua defunta rubrica su “Linus”, “Shorts”, Bianchi parlava in maniera entusiasta di questa scrittrice, pressocché sconosciuta qui in Italia, al punto di convincermi a comprare il libro senza neanche leggerne la quarta di copertina.

Cominciamo da un dato importante: la Hempel si è formata ai corsi di Gordon Lish, proprio lui, l’uomo che contribuì al lancio di Raymond Carver, di cui abbiamo già parlato. La missione minimalista dell’editor è evidente nel taglio dei racconti della raccolta: alcuni di essi sono brevissimi, davvero di poche righe, ma ci sono anche esempi di testi lunghi. Non è una lettura facile, però: la concentrazione degli scritti ha fatto sì che davvero ogni parola, ogni frase, ogni periodo siano densissimi, e due righe davvero possono chiudere, racchiudere e contenere il senso di un intero racconto (e tutto ciò che è stato scritto prima del finale). Non solo: la Hempel ama entrare nella testa dei suoi personaggi, e non è dolce nell’introdurre il lettore ad essi. Li sbatte là, con tutte le loro insicurezze, il loro passato, la loro storia, sfidando continuamente la capacità d’attenzione e la concentrazione di chi si avventura nelle sue storie.

Come capita spesso negli scrittori americani, i luoghi naturali e urbanizzati sono importantissimi: è raro che le storie della Hempel siano ambientate in grandi città, mentre sovente siamo in mezzo a una delle milioni di cittadine “pompa di benzina più mall più zona residenziale” che, di fatto, costituiscono gli Stati Uniti. Ma il dato più ricorrente in questi testi è che parlano quasi sempre di donne sole. Donne anziane che scrivono dall’ospizio lunghe lettere ad artisti che hanno speso con loro una manciata di minuti, donne che hanno subito uno stupro ma forse senza la dose di violenza necessaria per considerarlo tale, donne che scappano da qualcosa o qualcuno e decidono, semplicemente, di non fermarsi più. Altro punto notevole è che spessissimo queste donne hanno a che fare con animali, per lo più cani: evidentemente la Hempel deve amare molto i quadrupedi, perché racconta alla perfezione non solo i modi che i cani hanno di comportarsi, ma, soprattutto, la relazione quasi simbiotica che si crea con i padroni. Capite poi che, mettendo in scena donne sole, il cane diventa spesso (ed esplicitamente) un simbolo di indipendenza per la donna e, allo stesso tempo, un sostituto della figura maschile, di cui spesso di percepisce l’assenza.

Ripeto: non è un libro facile, ma è denso e intenso come pochi. Non è perfetto, e in realtà nei vent’anni che separano la prima raccolta dall’ultima la Hempel cambia poco, ma ci sono cose come “Nel cimitero dov’è sepolto Al Jolson” (che potete leggere qua in inglese) che ti fanno capire come scrivere un racconto breve così sia una prova di bravura estrema e quasi soprannaturale. Un po’ come fare delle figure a corpo libero in uno sgabuzzino, risultando comunque armonici e aggraziati.

Ogni volta che vedi una bella donna, ricorda che qualcuno è stanco di lei, dicono gli uomini. E io so dove vanno, queste donne, con la loro stanca bellezza che qualcuno non desidera, queste donne che devono vivere come i pini bianchi dell’alta Sierra, lì prima di Cristo, nutriti chissà come dal vento di montagna.
Si dedicano agli animali, giorno dopo giorno, accarezzandoli dentro una gabbia e dicendo: “Come sta il cucciolo della mamma? Si sente solo il cucciolo della mamma?”
Le donne se ne vanno alla fine della giornata, fermandosi a domandare a un guardiano: “Andranno a stare in un bel posto?”. E tornano dopo un giorno o due, chinandosi a osservare un gatto con un occhio solo e chiedendo, come se intendessero adottarlo: “Come faccio a presentare un nuovo gatto al mio cane?”
Ma le adozioni sono rare: la cosa importante è che, quando si lasciano alla spalle le tenere creature che non le lascerebbero mai, le donne abbiano qualcuno da lasciare, sempre che abbiano donato loro il cuore.
(Amy Hempel, “Nel rifugio per animali”, in Ragioni per vivere, Mondadori, Milano, 2009, p. 148, trad. di Silvia Pareschi)

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Ti racconto una storia

Tutti i racconti di Ali Smith potrebbero cominciare così, con un’interpellazione al lettore quasi sgraziata, che qualcuno potrebbe trovare superflua: uno sguardo in macchina proibito dalla grammatica del cinema, e sicuramente usato in maniera ruffiana da qualche scrittore. E invece i racconti che compongono La prima persona, ultima raccolta dell’autrice scozzese, sono puri e semplici come una chiacchierata. Creando un momento completamente surreale in un banale supermercato, o discutendo con la se stessa quattordicenne nella cucina di casa, l’io narrante di queste short stories affascina proprio per il modo che ha di raccontare. Ogni tanto si incontrano delle persone che rendono interessante il più banale degli accadimenti: ecco, Ali Smith, nella vita di tutti i giorni, è sicuramente una tipa del genere. Quando prende la penna, però, il taglio che dà al vituperato e, allo stesso tempo, celebrato quotidiano è illuminante.Illuminante nel senso proprio del termine: dalle righe di questo libro scaturisce la luce, o forse le parole riescono a rifrangerla in maniera tale che il lettore veda le parole e le cose di tutti i giorni in un modo completamente diverso, provando una specie di epifania pagina dopo pagina. Ci siamo tutti, in questi racconti: siamo noi l’operaio che rimane bloccato in un’intercapedine, viene licenziato e cerca un lavoro identico al precedente. Siamo noi quelli che rispondiamo male alla persona che ci ama, e ce ne pentiamo subito dopo per ripetere lo stesso errore. Siamo noi che, in letti e stagioni diverse, abbiamo la sensazione di vivere e rivivere le stesse esperienze, salvo poi non riuscire a farne tesoro e quindi commettere gli stessi sbagli.La Smith, in questo, è davvero eccellente, ma non si limita a rileggere il quotidiano. Il primo racconto della raccolta, per esempio, intitolato non a caso “Vero racconto breve” è un vero e proprio saggio sull’arte e sulla bellezza del racconto: ma di questo ci si accorge solo alla fine, quando l’occhio scorre oltre l’ultima parola del testo e si ferma, per un attimo, sulla pagina bianca che la segue. Fino a un minuto prima il lettore crede di assistere ad una serie di conversazioni tra l’autrice e una sua amica, o origlia con lei le conversazioni in un bar. Poi, si rende conto che è tutto lì, che la cosa più bella di chi narra è il fatto stesso che lo faccia, e ascoltare le parole scritte è pura gioia. Quindi non serve altro se non rispondere “Sì, dai”, quando, tra un racconto e quello successivo, si sente distintamente una voce che dice “Ti racconto una storia”.

Completamente notte adesso fuori casa mia e soltanto le sei di sera. Tutti i lampioni sono accesi. Tutte le macchine nella città oltre questa via stanno andando a casa o allontanandosi da casa, facendo il rumore che fa il traffico in lontananza. Più vicino a casa, nel giardino pubblico non illuminato, sotto un cielo che promette ghiaccio, qualcuno a noi invisibile passa in bici su uno dei sentieri, e grida a squarciagola. Ti amo. Difficile dire se è un uomo o una donna, poi nel buio grida quello che sembra un nome, lo grida nell’aria stellata sopra tutte quelle migliaia di morti antichi, e poi di nuovo le parole ti amo, e poi di nuovo il nome.
La me stessa quattordicenne guarda verso la finestra e lo faccio anch’io.
Hai sentito? diciamo all’unisono.
(Ali Smith, La prima persona, Feltrinelli, Milano, 2010, p. 113. Traduzione di Federica Aceto.)

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