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Società Italiana Anziani Emeriti

La SIAE: se la sola pronunzia di questo nome vi fa venire in mente qualcosa, miei piccoli lettori, si tratterà certamente di un’immagine cupa, foriera di dolore. Perché infrangete il diritto d’autore, perché avete messo dei dischi masterizzati a una festa, perché avete fotocopiato dei libri, perché dovete riscuotere diritti esigui, perché siete stati negli uffici della società e vi è parso di entrare in una scena di Le dodici fatiche di Asterix, perché avete ricevuto una visita di un ispettore della società stessa.
Be’, per chi non lo sapesse: è tutto vero.
Non solo. Chi di voi ha mai compilato un modulo SIAE per la ripartizione dei diritti musicali dei brani messi durante una serata danzante? Be’, sappiate che per ogni voce compilata male, cioè quando il nome dell’autore non è chiaro, o è sbagliato, il contributo relativo fa in un fondo comune. Questi soldi, alla fine dell’anno, sono distribuiti tra gli artisti che hanno più diritti. Quindi, tra quelli che hanno più successo, che vendono ancora dischi, quelli che campano di SIAE. Tipo, che ne so, i Pooh. Ah, toh: nel CdA della SIAE c’è Roby Facchinetti. Sembra una specie di premio di maggioranza. Una norma bizantina?
Del resto la SIAE ha 130 anni di storia e il suo modus operandi non è cambiato di una virgola, a parte quando, nel 1941, è stata approvata la Legge 633 sul Diritto d’autore, che tuttora disciplina la materia, in gran parte. E, soprattutto, i dirigenti della società sono legati all’anno di fondazione, il 1882, visto che sono nati intorno a quella data.
Per questo, forse, dobbiamo salutare con entusiasmo la nomina di Gian Luigi Rondi (su proposta di Bondi e Berlusconi) a commissario straordinario della Società. In fondo ha solo novantadue anni. Avanti così, geriatricamente.

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Produci, consuma, crepa

Ancora una volta mi trovo in bilico con uno dei miei lavori. Intendiamoci, niente di imprevisto o di illegale: semplicemente, mi scade un contratto. Credo che, in dieci anni di lavoro, sia la decima volta che mi scade un contratto il cui rinnovo è incerto. Una situazione logorante, che condivido con molti di voi, e che noi abbiamo in comune con tante altre persone che conosciamo. Ma non con tutte.
Eh già: perché chi come me lavora in ambiti che vanno dal giornalismo all’intrattenimento, dai media alla pubblicità, dal cinema al teatro ha una tara in più. Noi, semplicemente, non siamo produttivi. I libri, le trasmissioni radiofoniche, le sculture, le personali di pittura non aumentano il PIL. Gli articoli di giornale non si mangiano, i dischi non procurano carburante, non ci si può vestire con un copione teatrale. Una minuscola parte di questi prodotti viene scambiata a cifre altissime (vedi il budget plan provvisorio della sezione fiction RAI 2010 postato nel blog della SACT), ma per il resto, non ci sono che briciole.

Niente di male, eh. Voglio dire che è del tutto ovvio che un medico (che salva vite umane e quindi mantiene la forza lavoro) venga pagato più di uno sceneggiatore televisivo: ma quello che manca, a chi lavora nel campo culturale, è la dignità. La dignità viene tolta accettando di scrivere cose per altri senza il diritto di firma, sopportando (perché non c’è altra scelta) stipendi ridicoli, non avendo contratti, continuando a subire soprusi nel nome di un “mestiere” che, in quanto “divertente” e non legato a orari (secondo le logiche comuni), può essere fatto gratis. Ma perché, dico io. Qualunque mestiere dovrebbe avere dignità: lo dice la Costituzione, no? Poi, non è detto che chiunque abbia il diritto di fare tutto: dovrebbe entrare in campo la meritocrazia. Io ho il diritto di studiare medicina, poniamo, ma se i risultati che conseguo non sono sufficienti, bene che vada (e non è detto) andrò a fare l’infermiere. Non tutti sanno scrivere, per fare un altro esempio, c’è che si farlo meglio di altri, e va bene. Però è corretto, eticamente, che chi scrive, per dire, e lo fa con merito (un traguardo che è ben lungi dal raggiungimento, per quello che mi riguarda), abbia un compenso adeguato a una vita dignitosa. E invece mille euro al mese sono spesso un miraggio: non è un’esagerazione.

Ma, giusto, ho parlato di meritocrazia, la grande assente (assieme a molti diritti) nel panorama nazionale. D’altro canto, direte voi, se uno è bravo, e quindi offre un prodotto di qualità, perché non mantenerlo: conviene, giusto? Certo, se della qualità importasse davvero qualcosa a qualcuno in Italia. Ormai nel Paese la prospettiva che hanno le classi dirigenziali è quella di un miope stanco che ha perso gli occhiali. Non si riflette sul lungo termine, ma neanche sul medio: gli investimenti (che parolona) si fanno sull’hic et nunc, si pensa a rattoppare di continuo, senza considerare l’idea che mille toppe costano più, a conti fatti, di un rifacimento totale della struttura (qualunque essa sia, rimanendo nella metafora da carpentiere). E perché accade questo? Perché gran parte delle decisioni viene presa da persone che hanno davanti a loro, considerando la media dell’aspettativa di vita italiana, da dieci a vent’anni per scorrazzare su questo mondo. Non importa se il prodotto è più scarso di prima, l’importante è che costi meno, e che quindi i margini di guadagno siano più alti, per garantire ricche vecchiaie, sostanziose eredità e onorevoli funerali a chi comanda. Quindi è facilissimo, in questi campi di lavoro che dall’esterno paiono così divertenti e fichissimi, che tu venga sostituito da uno che ne sa molto meno di te, ma è disposto a lavorare per la metà di quello che prendi, sebbene il tuo salario sia già una cifra ridicola. E se si guarda bene, nella fila che si srotola fuori dalla porta del tuo ufficio (se ce l’hai), forse c’è qualcuno che farebbe gratisquello che fai tu, anche se non sa come si usa un congiuntivo.

Non leggete quello che ho scritto come uno sfogo personale: io, per alcuni versi, sono fortunato. E gli esempi che faccio esulano dal mio quotidiano, sebbene non siano del tutto distanti dalle mie esperienze. Ma io, come tanti altri, sono uno che produce qualcosa di impalpabile. “Un cazzo”, direbbe Brunetta, con il suo imprescindibile savoir faire, ed è questa l’idea che ormai passa. Chi fa cultura non fa un cazzo. Vero, tanto più che questo è un Paese dove ormai la panza ha soppiantato del tutto l’anima: a che servono i libri, i film, le canzoni non da Sanremo? A che serve investire sulla creatività giovanile, dare spazio a chi ha meno di trent’anni (e con la scuola così ridotta, i giovani si mantengono ignoranti, che genialata)? A chi importa di curare chi può portare delle nuove idee (da quanto tempo l’Italia non produce idee innovative, per non parlare di tutto il resto?): è la panza che va nutrita. E io, sempre di più, mi sento uno stuzzicadenti usato per togliere i resti di carne dalla bocca di chi (ci) mangia.

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“I giovani: farei di tutto per danneggiarli”

La frase del titolo è un citazione dall’ultimo libro del caro Gipi, e mi è venuta in mente qualche giorno fa, per l’ennesima volta, sfogliando la rivista dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna. Nell’ultimo numero c’è uno speciale sul giornalismo culturale: è un bel servizio, molto lungo e articolato, in cui, tra ricostruzioni storiche e interviste, viene fuori un profondo senso di insoddisfazione riguardo al modo in cui i giornali (e non solo) trattano la cultura in Italia. E su questo, come non essere d’accordo? Anche solo per essere contrari alle parole di Brunetta, io sono orgoglioso (e mi sento fortunato) a lavorare da anni nel campo della cultura. E ce la metto tutta per fare del mio meglio.

Ma, a un anno di distanza da uno dei post che, a quanto dicono, meglio rappresentano cosa vuol dire lavorare in questo campo, sono costretto a tornare sugli stessi discorsi, da una prospettiva diversa, quasi matematica.

Nello speciale di cui parlo, come dicevo, vengono intervistati diversi personaggi che, evidentemente, sono considerati rappresentativi del panorama culturale odierno italiano. Sono (in ordine di apparizione) l’attore Ivano Marescotti, Dario Fo, Franco Maria Ricci (fondatore di FMR), Oliviero Toscani, Vittorio Sgarbi, Natalia Aspesi, Lucio Mazzi (storico giornalista musicale), Gianni Manzella (direttore di Art’O), Giuseppina La Face (docente universitaria), Ivano Dionigi (docente e rettore dell’Università di Bologna), Angelo Guglielmi (ex assessore alla cultura del Comune di Bologna e noto dirigente RAI), Gianluca Farinelli (direttore della Cineteca), Stefano Benni, Gabriele Cremonini (giornalista e scrittore), Roberto Roversi e Francesco Guccini.
Sedici personaggi: ho trovato le date di nascita di 13 di loro. Sapete qual è la media? Quasi sessantotto anni.
Ora, capiamoci: il giochino aritmetico è stupido, ma secondo me significativo del fatto che in Italia chi conta è vecchio. Un altro modo di vederla? Chi è giovane non ha spazi. I nomi citati sono di persone più o meno importanti, relativamente al panorama nazionale. Ma perché non intervistare qualcuno intorno ai trent’anni o, magari!, anche meno? Perché pensare che rughe, voce rotta e immobilismo (generalizzo) siano sinonimi di autorevolezza e saggezza? Badate bene: non ce l’ho con alcuno dei personaggi citati (non è vero, ma il discorso è un altro). Dico solo che è angosciante il panorama che ci si profila.

D’altro canto, è notizia recente, a chi è stata affidata la regia di un megaspot di venti minuti su Roma, con la Bellucci nel cast, distribuzione mondiale, soldi spesi qua e là a manate? A Franco Zeffirelli, classe 1923.
Mi faccio coraggio: se continuo così, tra una quarantina d’anni, con la freschezza, la vivacità e l’entusiasmo tipica del settantenne, potrò dire la mia.

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Come distruggere l’inconscio collettivo superiore di una generazione

Queste righe non sono per voi, persone che mi conoscete, che mi frequentate, che condividete con me luoghi di lavoro, di divertimento, amicizie e affetti.
Questo post è per chi non ha idea di chi ci sia dietro a queste pagine, se non intuitivamente: dico tutto questo perché chi mi conosce ha sentito le parole che seguono migliaia di volte.
Per tutti: questo è un post serio. Cominciamo.

Da qualche anno a questa parte, quando mi confronto (profondamente o superficialmente) con i miei coetanei, maschi o femmine che siano, sul vago tema del lavoro, del futuro, delle aspettative, quello che incontro è principalmente sconforto, depressione, malumore, frustrazione. Questi sentimenti sono più che diffusi soprattutto tra chi, come me, lavora in ambito culturale, ma in realtà – sebbene con modalità diverse – sono davvero comuni a tutta la mia generazione di più-o-meno trentenni. Badate bene che questo sentire è limitato al lavoro e agli ambiti di cui ho parlato, e non ha nulla a che fare, almeno in prima battuta, con la sfera affettiva ed emotiva.
Insomma: siamo tutti sottopagati, attaccati a lavori poco gratificanti, o gratificanti ma svolti praticamente gratis, non abbiamo prospettive di carriera, se abbiamo un contratto (se) è a tempo determinato. E di solito scade in una manciata di mesi, e poi chissà.

Dal punto di vista politico-economico, non sarò di certo io a dirvi che conseguenze abbia questo malessere. Ma rendiamoci conto che questo stato d’animo sta minando psicologicamente una generazione intera. Qual è questa generazione? Beh, essendo il nostro un Paese di vecchi, in cui l’unica forma costante di potere che esiste e si riproduce è quella della gerontocrazia, noi non siamo neanche lontanamente la “classe dirigente”. Se resisteremo, lo saremo tra una ventina d’anni come minimo. Una ventina d’anni in cui, con ogni probabilità, continueremo a sopravvivere attraverso le solite frustrazioni, delusioni, fragilità.
Supponiamo ora che, dopo questo faticosissimo iter, uno arrivi ad occupare una qualsiasi “posizione di potere”: quanta forza d’animo ci vorrebbe per rendersi conto di essere vecchio, inadeguato, naturalmente non più al passo coi tempi, per tirarsi indietro almeno un po’? Tanta, tantissima, e probabilmente questa forza sarà stata prosciugata da tutti gli anni di fatica, quindi non ne rimarrà neanche l’ombra. Risultato? Anche noi perpetueremo uno dei grandi mali d’Italia, la gerontocrazia, appunto.

Ma anche nel presente, nel quotidiano che viviamo ogni giorno, questo stare male si ripercuote su quello che produciamo. Pur sapendo che il lavoro è fatica, sempre, questo stato d’animo diffuso evidentemente ci fa comunque rendere meno: un eventuale calo di risultati diventa quindi un’ulteriore “riprova” del fatto che “ne abbiamo ancora da imparare”. E di nuovo il sistema gerontocratico si autoalimenta.

Secondo Jung, l’inconscio collettivo superiore, opposto a quello inferiore, legato al passato, è direttamente connesso al futuro. Il futuro. Quale futuro? Io, sinceramente, non sono un pessimista, ma non riesco davvero a pensare al mio futuro. Non ho alcun tipo di sicurezza, fare le cose bene non mi garantisce nulla (meritocrazia, cos’era costei), il sistema premio-punizione, alla base della socializzazione non solo primaria dell’individuo, è stato scardinato da un bel po’. Quindi si sta come sugli alberi le foglie, come diceva quel poeta che tanto amo; ma lui parlava d’autunno: io credo invece che la nostra caducità sia perenne. Anche per questo tanti miei amici hanno gastriti, soffrono di insonnia, di broxismo, sublimano la loro condizione con dipendenze di vario tipo. Questo, direte voi, è sempre successo. Sì, ma non in queste proporzioni, non con questa frequenza, non con questo riscontro globale, per cui si incontrano delle persone in vacanza, diversissime per estrazione, aspirazioni, studi, e dopo cinque minuti si parla di certe cose come se si condividesse da anni lo stesso ufficio.
E non riusciamo neanche più a protestare, e questo è il vero dramma, perché siamo terrorizzati che la sediolina sulla quale stiamo, rotta, scomoda, sporca, potrebbe essere l’ultima che ci viene concessa.

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