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Una leggera corrispondenza

Dopo le sciocchezze fini a se stesse, riprendiamo l’antica usanza di fare del blog un luogo di autopromozione.
Inaugura domani allo Spazio Meme di Carpi Una leggera corrispondenza. Si tratta di una mostra che unisce le foto di Giuseppe De Mattia, detto Peppino, e i miei testi. Non solo: come già è successo per alcuni dei miei racconti, a mettere la musica su queste coppie di oggetti c’è Egle Sommacal, i cui brani saranno ascoltabili attraverso un lettore mp3 e delle cuffie.

Qui trovate tutte le informazioni, ma dopo il salto potete leggere un’intervista fatta a me e Giuseppe dalla curatrice Francesca Pergreffi e un intervento critico di Pier Francesco Frillici sulla mostra. Se non riuscite a passare domani alle 19, sappiate che la mostra rimane allestita almeno per un mese.

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Archiviato in Eight Days A Week, Paperback Writer

Manca solo la musica…

Se qualche band di black metal fosse senza nome, copertina e titolo del disco, fornisco tutto io.
(Grazie a Peppino, in verità, e a ZombieBooth.)

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The Ikea Experience: I don’t like Mondays (but they do)

Sono passati otto mesi da quando ho scritto l’ultima volta dell’Ikea. Ci sono tornato una volta, all’inizio dell’estate. E ieri. Tra l’altro con V., che faceva parte della truppa del primo capitolo (G. detto Peppino, se mai ve lo stiate chiedendo, sta bene e lo vedrò domani a cena, anche se è a dieta: riso in bianco per tutti). Missione: liberare gli ultimi libri dagli scatoloni, grazie all’acquisto e successiva costruzione di libreria Ivar (sì, proprio come la prima volta, preciso).

V. ha scoperto che l’Ikea ieri sarebbe rimasta aperta fino alle 23. “Ci sono i saldi, è vero, ma avremo tempo.”
Siamo partiti verso le sette e mezzo. Siamo arrivati alle otto meno dieci in prossimità dell’Ikea. Ho visto i primi cadaveri alle otto meno cinque. Alle otto e cinque, ormai dentro all’enorme scatolone svedese, ho pensato che avrei dovuto fare testamento, o lasciare almeno un messaggio diverso da “scongela”, sul tavolino, per ricordarmi di tirare fuori delle cose dal frigo.
II punto è che ieri all’Ikea iniziavano i saldi e, udite udite, in quel giorno (e sono quello) sarebbe stato applicato un ulteriore sconto del 20% sulla merce già in offerta. Quando l’abbiamo scoperto, io e V. ci siamo guardati in faccia e, senza dirci niente, ci siamo chiesti: “Perché?”. Troppo tardi. Mi sono rassegnato. “Intanto che aspetto l’arrivo dei caschi blu”, mi sono detto, “tanto vale provare a comprare.”

Incastrati tra carrelli, passeggini, donneincinte, tamarri e matitine appena temperate (dalla punta aguzza e dolorosa), abbiamo proceduto a passo d’uomo per i primi trenta metri. Poi un impiegato di banca è crollato e siamo riusciti a muoverci più speditamente: su di lui. È stato subito riciclato come oggetto d’arredo in un salotto ricolmo di libri di cartone e cd vuoti. “Comodo da morire, quel divano”, ha commentato uno accanto a me, segnando il numero di scaffale sull’apposito foglio-note.
D’un tratto, una voce.
“Ehi, ciao, sono Matteo! E oggi ci sono un sacco di occasioni all’Ikea! Giovanna, dove sei?”
“Ehi, ciao Matteo! Sono Giovanna! Ma lo sai che oggi al ristorante Ikea potete mangiare con soli 70 centesimi?”
Come le scimmie di 2001 davanti al monolite, le persone intorno a noi hanno iniziato a saltare, indecise se mangiare al ristorante svedese o comprare dei mobili. In quel momento sono iniziati i primi scontri, con sedie “Ossen” brandite come armi. Io e V. ci siamo rifugiati là vicino.
“Ehi, viviamo in una casa di 30 metri quadri!” recitava un cartellone che indicava una soluzione-Ikea (cheiddiomiperdoni) per una famiglia costretta in quello spazio. E lì ho capito perché l’Ikea è una delle poche cose che ha vinto sul pur resistente costume italico: perché nessuno ha scritto “Cazzi vostri” sotto il cartellone, neanche con le apposite matitine.

Placatisi gli scontri, siamo usciti, e ci siamo diretti verso la zona-librerie.
“Ci siamo”, ho detto a V., schivando un set di posate.
Ho visto da lontano la libreria che cercavo.
Ho tirato fuori il foglio-note facendo il passo del giaguaro.
Mi sono avvicinato alla libreria.
Ho guardato meglio un cartellino appeso al montante.
“Momentaneamente non disponibile”

“Ehi!”, mi ha detto Matteo di Radio-Ikea. “Gentile cliente Ikea, oggi ci sono i saldi! E al ristorante-Ikea vi tirano la roba addosso! Che meraviglia i cibi svedesi. Però io non so pronunciarne i nomi! E tu, Giovanna?”
“Li pronuncio di brutto! E col 20% di sconto, ma solo per oggi! Anzi, da adesso in poi, sai cosa faccio, Matteo? Pronuncio tutto con il 20% in meno! E al rist sved lo sform di truciolat si montda sol!”
“Ehi, Giovanna! Sembra proprio che parli svedese! Tutti al ristorante!”

“Momentaneamente non disponibile”
La missione è cambiata: il nome in codice è “Uscirne vivi”. Un uomo tenta di azzopparmi con un carrello: solo quando straccio il foglio-note davanti a lui capisce che non sto scherzando, che io non c’entro nulla con questa brutta storia. Vedo V. alle prese con una cassettiera: è una trappola. Da dentro il modello “Tombal” sbuca una mamma rifatta e tenta di strangolare il povero V. Tramortisco la donna con un sacchetto di viti e scappiamo verso l’uscita, non degnando neanche di uno sguardo le offerte del settore bagno: solo prendiamo due assi da cesso e le usiamo come scudi, fino a che siamo all’aria aperta.
Mentre saliamo in macchina, sentiamo ancora provenire da dentro il magazzino il vociare di Radio-Ikea, ma non capiamo se Giovanna stia facendo un ulteriore sconto a se stessa o se qualche cliente sia salito in postazione e la stia strangolando con un metro di carta.

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I’ve read the news today, oh boy: pauperismo oggi

Attenzione, italiani. Il vostro stipendio non vale più niente! Lo dice una ricerca dell’Eurispes pubblicata ieri. Nessuno riesce più a risparmiare un cacchio, e qualcuno manco a comprare qualcosa. Ma il tutto è riferito a chi percepisce uno stipendio. Io non percepisco uno stipendio. Mi pagano, ogni tanto, qua e là. G. detto Peppino, manco quello. E la sua ragazza è lontano a fare l’Erasmus. G. detto Peppino non mangia, sta al telefono. La cosa mi interessa, perché io e G. detto Peppino abitiamo insieme e il telefono è spesso occupato. Abitando insieme, a volte, mangiamo insieme. E un paio di giorni fa siamo andati a fare la spesa insieme. La spesa per modo di dire. Dovevamo solo comprare del pane e della carta igienica.

“Che mangiamo a cena?” mi chiede Peppino, fiducioso.
“Cazzo vuoi mangiare? Pasta con il pomodoro. Non c’è altro e non abbiamo sold.i”
Peppino annuisce e trattiene un lacrimone tipo cartone animato giapponese. Entriamo nel supermercato. Io vado al banco carne, prendo in mano una confezione di qualcosa e guardo il prezzo: quattro euro e settanta.
“Vedi? Questo vale esattamente quanto l’intero ammontare dei miei averi depositati in banca”, dico a Peppino. Che però non capisce… Mormora cose come “mmmmbuon” e indica i grossi grani di pepe verde che decorano squallidamente la carne.
“Quattro euro…”
“…e settanta” aggiungo io.
“Però c’è anche il pepe”, mormora Peppino.
Prendiamo il pane e andiamo alla cassa. In due con un pezzo di pane e quattro rotoli di carta igienica. Neorealismo puro. Il cliente prima di noi paga con dei buoni pasto, ma la cassiera dice che non bastano. Allora, come se nulla fosse, tira fuori una banconota da cinquecento euro. Peppino ed io (e anche la cassiera) sbarriamo gli occhi. Non avevamo mai visto una banconota da cinquecento euro… Io faccio mentalmente un calcolo, paragonandola al mio conto in banca. Stavolta sono io a trattenere a stento il lacrimone. Ci passano per la mente, in maniera netta ma fugace, piani di rapina rapida che consistono, grosso modo, nel tramortire la cassiera a testate e poi fuggire col malloppo. Anzi, per un momento pensiamo di applicare la tecnica a tutti gli esercizi della zona. Già ci immaginiamo i titoli sui giornali: “La banda delle testate colpisce ancora”. Non prendiamo neanche la busta di plastica (che qui si chiama “sportina”): quindici centesimi sono quindici centesimi (e un trentesimo circa dei miei averi).

Usciamo dal supermercato, e Peppino ha un momento di insofferenza, passando davanti ad un fruttivendolo. “Compriamo anche un peperone, almeno diamo sapore al sugo”. Mi sta bene. Mentre aspettiamo il nostro turno, noto delle cipolle bruciacchiate in una cesta e, quando il negoziante si rivolge a noi, gli chiedo che cosa siano.
E lui inizia (da leggere con pesante accento bolognese): “Ah, quelle… Quelle sono zipolle cott’al forn’. Zioè, un tempo le fazevamo noi fruttivendoli, adesh le fanno quelli che producon le zipolle… Noi, quando chiudevamo, mettevamo delle grandi lashtre e poi zi mettevamo shopra le zipolle e poi andavamo nei forni a farle rishcaldare… Un profumo! E poi inveze adesh non le fazziamo mica più noi… bla bla. Ma cos’è che volevate?”
Peppino scandisce bene: “Un peperone, rosso”. Il fruttivendolo prende un peperone rosso, piuttosto piccolo, e lo pesa. “Altro?”. E qui a Bologna, se non si vuole nient’altro, bisogna dire “altro”. Ma anche se dici “no” ti capiscono. “No, grazie”, dice Peppino, che è educato. Io guardo le cipolle, rapito.
“Un euro e venticinque.”

Nel tragitto fino a casa l’unica cosa che Peppino ha detto è stata: “Un euro e venticinque. Un peperone. Un euro e venticinque”. Credo abbia mormorato anche qualcosa come: “Ma lo sai dove te le metto io le lastre per le cipolle?”, ma non ricordo bene.

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Everything in its right place

Qualcuno mi ha scritto o mi ha detto che non vedeva l’ora di leggere quanto io sarei stato goffo nel montare i mobili dell’Ikea che mi sono arrivati oggi. Ebbene, mi dispiace deludervi, ma non li ho montati io. Si sono prestati all’opera, infatti, V. e G. detto Peppino (e li ringrazio infinitamente). E si sono divertiti pure. Le persone come me, che sono poco pratiche per la maggior parte delle cose, si incazzano, perdono la pazienza e le viti. Cosa grave, tra l’altro, perdere delle viti dei mobili Ikea, perché ce n’è solo il numero strettamente necessario. Appena l’ho saputo, mi è venuta subito l’ansia. Ci sono altre persone, invece, che ci godono a creare le cose. Io ho avuto successo con il Lego, ma già il Meccano mi faceva incazzare. Tanto per dirvi che persona sono. Io, nel frattempo, preparavo la cena (niente ricetta, solo rigatoni alla salsiccia. Senza panna, ma col pomodoro. E senza semi di finocchio, ahimè, finiti).

Ma il bello è venuto dopo, quando ho dovuto pensare a rimettere a posto libricdcose da me tolti dalla stanza prima, mentre V. e G. detto Peppino giocavano, felici come bambini, con assi, viti, martelli. I cd: facile. Ma i libri? E le riviste? E gli appunti che uso per fare questo e quest’altro? Ad un certo punto ho iniziato a mettere tutto per terra. Poi mi sono seduto sul mio nuovo divanolettofuton, mi sono acceso una sigaretta e ho guardato il mucchio informe di roba. Ho pensato che non ce l’avrei mai fatta, che si sarebbero moltiplicati, gli oggetti, fino a soffocarmi. Poi li ho presi di sorpresa, e, con una certa ripresa (d’animo), li ho sistemati.

Spostare i mobili, fare queste azioni radicali di riordinamento è salutare. Un gesto che a volte serve. Quando invece lo si fa troppo spesso, è sintomo di paranoia schizoide. Sì, conviene chiamare qualcuno. Un dottore, intendo, non un arredatore. Io lo faccio poche volte, pochissime, ma a volte capita di trovare delle persone…

“Ehi, ciao, come va? Che fai?” “Ah, non mi dire. Ho spostato tutti i mobili della stanza” “Ma non l’avevi fatto una settimana fa?” “Sì, ma non mi piaceva la sistemazione. Scusa, hai da accendere?” “Ma non avevi smesso di fumare?” “Sì, vabbè” “E quella bottiglia di gin? Ma che fai, sono le due del pomeriggio…” “Vabbè, se ci siamo visti perché mi facessi la predica, torno a casa. Mi sa che metto un po’ a posto la stanza…”

E ovviamente quando si sistemano le cose, si butta. Via questo, via quello. Ci si rende conto di avere tenuto oggetti e altro che non hanno utilità. E’ liberatorio buttare via. Ma non butto mai  le cose che mi hanno scritto altre persone. Lettere, biglietti… Neanche le parole delle persone che sono passate per caso vanno buttate. Neanche quando una storia finisce malissimo. Non buttatele mai, se vi posso dare un personalissimo consiglio. Piuttosto mettetele in fondo al cassetto. In uno scomparto lontano dai sogni, mi raccomando.

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The Swedish Experience

Care e cari, l’ho fatto. Con due validi accompagnatori, V. e G. (detto Peppino – se scrivevo “detto P.” non aveva senso: mi espongo alla sua querula querela), sono andato all’Ikea. Partenza prevista ore 10 a.m. Partenza effettiva: ore 10.30. Impossibile utilizzare navetta, in quanto il servizio funziona solo nel pomeriggio. Adottiamo la soluzione autobus. Risultato: viaggio lunghissimo. Vorrei farla breve, ma forse anche no.

L’autobus ci scarica non esattamente vicini al luogo magico, ma abbastanza da vedere la scritta gialla e blu troneggiare. Io ho catalogo e appunti, esattamente come viene suggerito.

Preparati.
Fai una lista di tutto quello di cui hai bisogno per la tua casa. Sarai sorpreso dalla varietà dell’offerta dei negozi IKEA. Prendi le misure degli spazi che desideri arredare. C’è abbastanza spazio nella tua macchina? Lo utilizzerai tutto!

Non ho la macchina. Ma sono pronto per l’IkeaExperience. Un solo motto: comprare solo quello che mi serve. Guardo i miei accompagnatori: sappiamo che la missione è dura. Verso le 1145 entriamo.

Dopo quindici secondi V. e G. detto Peppino sono persi a guardare degli oggetti di gomma in una grande cesta: li palpano, mormorano “costa poco” e “che carino”. Li trascino via a forza. “Abbiamo una missione”, dico loro. Permetto loro di prendere la borsa gialla (il carrello no), dei metri di carta, dei blocchetti e delle matite e andiamo avanti verso il primo obiettivo: letto nuovo, modello divano-futon. Nome: Grankulla. Con la “k”. Ma lo sapevo. Vuol dire che ci dormikkierò sopra. Appena arrivato nella zona-divaniletto i miei due accompagnatori si svelano per essere uno pessimista (V.), l’altro più accondiscendente (G. detto Peppino). I due litigano tra di loro e non mi assistono nella difficile scelta e nell’iter di acquisto. Mi rivolgo allora ad una signorina Ikea che mi dice come fare. Sono ancora lì a litigare, quando passo al secondo obiettivo: la libreria.

Ora, la libreria del vero giovane è modulare: compri i pezzi e te l’aggiusti come ti pare. Però devi calcolare prima la composizione. Per questo i gentili svedesi mettono a disposizione dei banchetti con matitine e calcolatrice. Quest’ultima è avvitata al banchetto. Vabbè che sono svedesi, ma noi siamo italiani, no? Una calcolatrice a energia solare fa gola un po’ a tutti. Ma io non ne ho bisogno. Ho già fatto i conti a casa. Quindi controllo che ci siano tutti i pezzi e seguo la stessa procedura per l’acquisto del letto. I pezzi si ritirano alla fine. Nome della scaffalatura: Ivar. Segni particolari: semplice.

Andiamo avanti. Terzo ed ultimo obiettivo: varie ed eventuali. Grucce e biancheria da letto con cuscino. La scelta delle grucce solleva un dibattito politico tra i miei accompagnatori. V. sostiene che siccome io mi sono laureato e non sono più uno studente sono diventato un lussuoso capitalista spendaccione, un gaudente che non si accontenta più delle cose di plastica. La causa di tutto questo è l’acquisto del set di grucce Bumerang con la “u”. Roba da fare impazzire i sociologi e gli economisti di tutto il mondo.
Alla fine riesco anche a comprare le lenzuola che mi servono.

Io arrivo alle casse trionfante. Ho solo preso quello che mi serviva. G. detto Peppino mi ha detto che lo scopo per cui mi accompagnava era di prendere degli asciugamani. È arrivato alle casse con un portacd. Senza asciugamani, ovviamente. Do il bancomat alla cassiera, che me lo restituisce esanime. Il bancomat, non la cassiera.

Passiamo le casse… e cado anche io nel tranello. G. detto Peppino si allontana e torna con del cibo. Tre minuti più tardi addentavo un würstel e bevevo una nota bibita gassata. Ho guardato il würstel. C’era scritto che era stato fabbricato con materiale biodegradabile e che per produrlo non era stato abbattuto neanche un albero.

Ho capito, adesso, cos’è l’IkeaExperience.

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