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Ferramenta

Non ci andavo mai, in ferramenta. Ho iniziato a frequentare quei negozi quando ho cambiato casa, ma sempre con la frenesia e la fretta di chi ha veramente tanto altro da fare: in quel particolare caso si trattava della ricerca impossibile di un fermacassetto dell’Ikea. Detta così sembra un congegno inventato da Q di 007, invece no. Fondamentalmente è una vite, ma non ce l’ha nessuno, tranne il mobilificio svedese. E quindi aspetto da mesi e mesi un pacchetto prepagato con dei fermacassetti Ikea. Nel frattempo i cassetti sono stati fermati da italicissimi chiodi.
Insomma, ieri sono andato con calma in ferramenta, per fare delle copie delle chiavi di casa, da dare a persone care. Ho dovuto aspettare un po’, e mi sono guardato intorno, realizzando alcune cose. Prima di tutto che non ho idea quale sia la funzione (ma neanche l’entità) della maggior parte delle cose esposte. Cioè, immagino stiano da qualche parte, e presumo che ne sia quotidianamente circondato, ma questo accade anche per le polveri sottili, i bacilli e quelli che votano Forza Italia. Ci sono, ma non si vedono, o (come talvolta ha voluto la natura per proteggerli) non si fanno vedere.
La seconda cosa che ho realizzato in ferramenta è che mi sono dovuto trattenere da un desiderio inarrestabile di comprare le cose di cui capivo l’uso, o per un mio innato (e inedito) istinto, o semplicemente perché ho letto i cartelli e i cartoncini sopra gli oggetti stessi. Lo Svitol, e una specie di tampone per togliere la muffa dalle intersezioni delle piastrelle della doccia (nove euro, vi pare tanto?). Cutter di precisione che non assomigliano per niente a cutter, ma piuttosto a strumenti nati dalla fantasia di Moebius, e poi tante, tantissime forbici di vario tipo. Tutte della stessa marca, che immagino sia leader nazionale nella produzione di oggetti da taglio.

Nella ferramenta dove sono andato, in via Farini, a Bologna, per chi volesse darci un’occhiata, c’è un’aria di antico. Dietro il bancone, una parete fatta tutta a cassettoni di legno, che mostrano campioni del loro contenuto: sui cassetti sono incollate (avvitate, fissate, brugolate, che cacchio ne so) un’infinità di manigline, tiranti, pomelli, cerniere, chiavi, tondini, dadi e dadini. E i clienti chiedono sicuri, indicano, confrontano e scelgono. I clienti insicuri, invece, vanno incontro a due sorti diverse: se si mostrano umili, vengono guidati nel mondo degli oggetti a me sconosciuti. Se invece fanno i gradassi e sbagliano nomi o funzioni, vengono liquidati con rapidi gesti. Le clienti donne, invece, possono essere di due tipi. Ieri è entrata una donna incinta, molto carina. Il titolare l’ha accolta con un grande sorriso, così come tutto il resto del personale e della clientela. Mi sono accorto che aveva il naso malamente rifatto solo quando ha scelto un orrendo pomellino di cristallo per la sua vetrinetta. C’era anche un’altra cliente: una signora anziana che però non si rassegnava al passare del tempo, e neanche alla misura delle chiavi che il commesso le proponeva. Ha optato per una soluzione di ripiego, un taglia e cuci, per entrambi i suoi problemi.

Mi piace andare in ferramenta, mi piace vedere i commessi che fanno i conti sulla carta da pacchi, la stessa che poi usano per avvolgere viti e vitine. Mi piace il rumore della macchina che fa le chiavi, che altro non è che un incisivo fortissimo sul silenzio che di solito regna tra gli scaffali. Mi piace il fatto che tutto sembra vecchio e funzionante, anche il miniventilatore made in China, che si sentirà un pesce fuor d’acqua e non vedrà l’ora di sollazzare per qualche minuto la faccia di qualcuno, prima di amputargli il naso con una pala di plastica.

E., una meravigliosa persona, frequentatrice e commentatrice di questo blog, e amica speciale di lunga data, ne ha aperta un’altra, di ferramenta, e ha reso pubblico il fatto a tutti noi amici proprio mentre io ero nel negozio che ho descritto. Nel suo, di negozio, non ci sono orari. La sua ferramenta è sempre aperta, qua.

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Quando inizi a lavorare, le vacanze si chiamano ferie – Da costa a costa in pochi giorni

Prologo – Bologna, 12 agosto
Rimanere in città in agosto non è drammatico, su. Si fa amicizia con l’unico tabaccaio aperto nel giro di sei chilometri, anche se non si fuma, e si progettano fughe d’amore con la tristissima e sottopagata cassiera del supermercato vicino casa, che continua a dirti “Ma io ti ho già visto da qualche parte”, e pare brutto dirle “Già, cinque minuti fa mi aggiravo nella zona biscotti e ci siamo urtati”. E poi ci sono tante iniziative: concerti in piazza, cinema in piazza, teatro in piazza, arene estive, lotta nel fango nei parchi, combattimenti truccati di zanzare tigri.
Il problema è che ad agosto in città è la follia umana a farla da padrona. Non passa minuto che non accada qualcosa di grottesco. L’ultima sera a Bologna prima della settimana di ferie non ha fatto eccezione.
Decidiamo di andare a bere qualcosa praticamente sotto le torri. Al tavolo accanto al nostro tre individui intorno alla quarantina che bevono e scherzano tra loro. Ad un certo punto uno di questi si alza e, prima di andarsene, dà delle pacche in testa e delle strizzatine alle palle di quello che ha la faccia più da pazzo. Dopo la decima accoppiata pacca-strizzatina, il malcapitato si ribella, si alza di colpo, prende una sedia di plastica (la sua) e fa per scaraventarla sulla schiena dello strizzatore che se ne va. Il terzo uomo non dice una parola e non fa una mossa. Beve. Lo strizzato si siede. Beve anche lui. Poi si alza e viene verso il nostro tavolo.
“Avete una sigaretta?”
Gliela do.
“Ne avete una anche per il mio amico?”
Gliene viene data un’altra.
I due fumano e bevono, ma non si parlano.
Ad un certo punto il terzo uomo, diventato secondo dopo l’abbandono dello strizzatore, sbocca. Vomita a getto al lato del tavolo, schizzando anche l’amico, che si alza di colpo e inizia a pulirsi i pantaloni. Il vomitatore si alza, ma la sua forza interiore è troppo forte. Appena in piedi, via, un’altra vomitata. Tenta di allontanarsi, e lo fa con ritmo. Due passi, una vomitata, due passi, una vomitata. Nel frattempo l’altro, vedendo la situazione disperata, si dilegua senza dire una parola. Il vomitante riesce a raggiungere un vicolo buio con la sua folcloristica camminata e scompare, lasciando numerose tracce del suo passaggio.
Vedendo la scena mi viene in mente un’atroce possibilità: quello che ha fatto conoscere lo strizzante, lo strizzato e il vomitatore è stata solo la solitudine, il caldo e un tavolino fuori da un locale. Le persone che sono con me prima bocciano l’idea, poi ci pensano e rimangono in silenzio.

Epilogo del prologo. E. rimane a dormire da me, non intende affrontare la città folle e deserta. Appena arrivati a casa mia, le arriva una telefonata da P. E. ride come una pazza.
“Che succede?” le chiedo appena finisce di parlare.
“P. mi ha detto che ha appena visto uno con addosso solo mutande e cappello. Sta venendo da queste parti.”
Corriamo alla finestra, ma non c’è nessuno. Forse l’uomo nudo ma con cappello era già passato? O la follia aveva contagiato anche P.? (musica de paura).

Sarnano, 13 agosto
Il viaggio in treno da Bologna a Civitanova Marche prevede l’ormai rituale guasto dell’aria condizionata dopo circa mezz’ora. Il controllore dice con aria serafica che non c’è nulla da fare. Dà a C. la chiave multiuso per aprire dei finestrini, bloccati per l’ipotesi di aria condizionata. Con quello strumento magico, si può smontare un treno completamente. Il controllore si accorge abbastanza presto del potere che ci ha lasciato e viene a riprendersi il prezioso attrezzo. Da Ancona in poi ogni volta che il treno si ferma, si diffonde misteriosamente un odore di fogna misto a zolfo. Incurante dell’indizio luciferino un uomo sbotta e impreca contro le Ferrovie dello Stato (che è molto più bello come bersaglio che Trenitalia). Dopo qualche minuto scompare nel nulla. Si sente di nuovo odore di zolfo.

La casa di E. (che è un’altra E. rispetto a quella del prologo) a Sarnano è bellissima. Un’enorme casa dei primi del ‘900 immersa nel verde. Fa fresco. Si aprono le Olimpiadi, e penso che sono le settime da quando sono nato. Contare le età in Olimpiadi può essere svantaggioso, a volte.
Come dice Woody Allen, la campagna dopo un po’ mi fa venire l’orticaria, ma per qualche giorno va più che bene. Verde, fresco, insetti, pomodori, colline, cieloblù.
Tanto la prossima tappa è Roma. Grigio, caldo, insetti, giapponesi e americani, i sette colli, giallorosso.
Di sera andiamo a farci un giro nel delizioso paesino medioevale. Fino a che siamo in alto sulla rocca non incontriamo nessuno. Quando scendiamo, però, iniziamo ad incrociare famiglie e gruppi di tardoadolescenti molto, molto tamarri. E. si innamora di uno di questi: continua a dire che bello è bello, ma è anche tamarrissimo. Però è bello. Eccetera. Finiamo in una piazza dove c’è uno spettacolo che è una via di mezzo tra la pubblicità di una palestra, che si chiama – giuro – “PaleXtra”, e un saggio di danza. Sul palco si muovono legnose donne dai sei ai vent’anni, che pensano di fare del “funky step” la nuova arte espressiva del ventunesimo secolo. La scelta delle canzoni usate per commentare gli esercizi è pazzesca: “Superstar”, “Who wants to live forever”, un pezzo degli Inti Illimani, “Kiss Me Licia”. Andiamo a bere una birra, e affascino la cameriera facendo il verso del grillo.

Sarnano, 14 agosto
Il Palio del Serafino è l’evento dell’estate. Le quattro contrade di Sarnano, Abbadia, Brunforte, Castelvecchio e Poggio, si sfidano su quattro prove. Il tiro alla fune, la corsa con le brocche, l’abbattimento del tronco, e la salita sul palo. La corsa con le brocche è l’unica in cui partecipano le donne. La brocca in realtà è un’orcia enorme che va messa sulla testa. Le donne corrono con ‘sta cosa piena d’acqua e il loro passo ricorda un po’ la danza del pinguino in amore. Dopo che il pinguino si è fatto sei birre medie. Il taglio del tronco è emozionante: due omaccioni per contrada prendono ad asciate un tronco. Vince a chi fa prima a buttarlo giù. Questa sono le uniche gare che prevedono che le quattro contrade gareggino insieme. Le altre competizioni sono fatte uno contro uno. Alla quinta tirata di fune e salita sul palo volevo travestirmi da tronco e farmi abbattere. Però la contrada a cui appartiene E. ha iniziato a vincere, e mi sono sentito anche io facente parte dello storico Poggio. Alla fine urlavo come un invasato e prendevo per il culo gli altri contradaioli, bullandomi della mia appartenenza da generazioni alla contrada vincente.
Tornando a casa mi sono interrogato sul profondo significato storico del Palio e delle competizioni. Mi sono immaginato rudi boscaioli all’opera sulle pendici dei monti intorno a Sarnano, donne che portavano preziosi orci d’acqua su e giù per le stradine del paese, ragazzini che salivano sugli alberi per mangiare fresche uova di rapaci. Ma il tiro alla fune: perché?

Sarnano, 15 agosto
Il giorno di Ferragosto arrivano alcuni parenti anziani di E. a pranzo. Per anziani intendo gente che ha visto tutte e due le guerre: Crimea e terza guerra di indipendenza. È un discreto tripudio di “la società va ad un’altra velocità”, “questa modernità” e “però Cavour era di un’altra levatura”. Dopo avere mangiato tantissimo, rimaniamo in stato di coma apparente fino a sera. Quindi rimangiamo, ma un po’ meno, perché il cibo del pranzo avanzato è quello che è.
Di sera, per darci una botta di vita, andiamo a giocare a minigolf. Sono cose che si fanno soltanto in vacanza, no? Entusiasmarsi per un mercatino di libri a prezzi duplicati, spendere milioni per l’affitto di mezzi di trasporto insoliti (canoe, pedalò, deltaplani), mangiare cibi fluorescenti e giocare a giochi stupidi. Il minigolf di Sarnano è complicatissimo. Un tripudio di scivoli, falsipiani, campi minati, buchi neri, spirali e varchi spazio temporali. Il tutto condito da bambini rompicoglioni che parlano in maceratese strettissimo, hanno l’aria minacciosa e mulinano in aria le loro mazze con indifferenza. Il minigolf, più che un gioco, è il prodromo alla follia. Quando la pallina non entra nel mulino dopo dieci tentativi, inizi a prendere a mazzate la maledetta costruzione in ferro, e tenti di mangiare la pallina, insultandola nel peggiore dei modi. Solo dopo ti accorgi che c’è una famiglia bellissima di stranieri che ti guarda. I loro occhi azzurri sono il netto opposto ai tuoi iniettati di sangue. Sorridi, segni “dieci” sul cartellino segnapunti, sputi con discrezione i pezzi di pallina che ti sono rimasti tra i denti, e ti riprometti, per l’ennesima volta, di smettere di bere caffè, di diminuire il numero di sigarette e di iscriverti ad un corso di yoga.

Roma, 16 agosto
L’autista che guida il pullman per Roma è il fratello tamarro di David Lee Roth. Capello lungo e biondo, camicia bianca aperta sul davanti, occhiale scuro, stivaletto pitonato a punta. E parla con forte accento maceratese.
Di sera vado a mangiare in un ristorante che ha anche il menù scritto in inglese. La pasta cacio e pepe diventa “pasta with many different cheese (sic) and black pepper”; le tagliatelle ai porcini diventano “pasta with special muschrooms (sic)”. Mi immagino orde di adolescenti americani che tornano in patria e raccontano che in Italia ci sono ristoranti che ti danno pasta con funghi allucinogeni. Però, siccome sempre di Italia si tratta, ti fregano, e non fanno effetto.
Di sera passo a rivedere il quartiere Coppedè, costruito dall’omonimo architetto negli anni Dieci del secolo scorso. Pare che questo Coppedè fosse anche un alchimista, e che abbia inserito particolari simboli e figure in tutte le abitazioni che ha progettato. Le case sono bellissime, e con le luci della notte sembrano provenire da un altro mondo. L’atomosfera fiabesca viene interrotta da alcuni ragazzi che tentano di uccidere un topo enorme. A colpi di casco. Sì, di casco, quello che si mette per andare in moto. Il topo scappa, e forse si rifugia nella sua tana nei villini delle fate. Solo lì può mettersi in ciabatte e leggere in pace il giornale.

Roma, 17 agosto
Tutti vanno a Roma per vedere il Colosseo, per entrare nella basilica di San Pietro, per mangiare pizzappepperoni. Ma pochi conoscono la grattachecca, in particolare quella di Sora Maria. Partiamo dalla grattachecca. Niente a che vedere con il cartone animato che sta all’interno dei Simpson, no. La grattachecca è un bicchierone di ghiaccio tritato condito con sciroppi di frutta e pezzetti di frutta. Quando è fatto bene. Se no, è una schifezza. Pare che il nome derivi dalla Sora Checca, una delle prime grattacheccare romane, che veniva incitata, appunto, a grattare il ghiaccio. Ma forse è una leggenda mertropolitana. La grattachecca di Sora Maria, come diciamo noi giovani, spacca. Non aspettatevi un negozio enorme, insegne o cose del genere. Si tratta di un anonimo baracchino su un marciapiede di una strada nel quartiere Prati. Quando Sora Maria è aperta, si riempie la strada, ma completamente, tipo folla che aspetta che si aprano i cancelli per un concerto. Ma alle tre donnine del baracchino (chi sarà Sora Maria, ci sarà ancora? Mah…) non importa. Veloci ed efficienti sfornano grattachecche di continuo, sorridono, fanno tutto con precisione e leggiadria. La grattachecca supermista è splendida: sciroppi e pezzetti di cocco, limone, frutti di bosco. D’estate è una meraviglia: è come farsi una doccia dentro, rinfresca le budella e fa tornare il sorriso.
Dopo averla comprata, sono andato a mangiarla seduto sui gradini di una chiesa di una strada vicina. Seduto a pochi passi da me, un uomo con un cane. L’uomo parla al cane come se fosse una persona, richiama la sua attenzione su un gatto che sta dall’altra parte della strada, predice le sue mosse e si compiace coll’animale, che, ad un certo punto, mi guarda. L’espressione che assume è umanissima ed univoca: sembra voler dire “che vuoi farci, il mio padrone è fatto così, abbi pazienza”.

Epilogo, Roma – Bologna, 18 agosto
(mi sono dimenticato di scriverlo allora, lo scrivo adesso) Di mattina mi sveglia un numero sconosciuto. Barcollo verso il cellulare, scusandomi col letto e promettendo un rapido ritorno. Dall’altra parte una voce inglese: ITV vuole ancora una volta un mio intervento in diretta, stavolta sulla bomba trovata a pochi passi dalla casa sarda di Silvio B. Rifiuto allegramente, dicendo che sono in una casa in campagna e che non so nulla del mondo. Mi sa che mi sono giocato il contatto con la reale rete televisiva… E arriva il momento di partire.
Lasciare casa di M. è sempre triste, ancora di più quando lui non c’è. Ma insomma, torno a Bologna, pensando alle belle cose che ho visto e a come sono stato bene. Sull’Eurostar su cui scrivo queste righe faccio conoscenza di due americani. Si chiamano Bob e Susan, nomi da “Indovina chi?”. Lui ha la faccia da sfigato-del-college cresciuto, ma non ha la faccia da nerd. Lei è una giovane donna un po’ bambolesca e, credo, vagamente rifatta. Ovviamente si parla dell’Italia, dell’undici settembre, di come vengono visti gli americani nel mondo. Lui ha una visione ingenua e buonista della situazione, lei lo contraddice sempre. Io do ragione a lei, un bel po’ più acuta del suo compagno. Legge un libro di Susan Sontag, o meglio, fa finta di leggerlo, perché appena lui dice una cazzata, lei interviene e lo atterra. Alla fine Bob arriva alla conclusione geniale che gli americani hanno avuto una storia diversa, quindi sono diversi. Susan aggiunge con un mezzo sorriso: “Sì, ma abbiamo grandi macchine e grandi frigoriferi e centri commerciali enormi.” Io le sorrido, sorrido anche a Bob. Poi penso che la percezione che hanno di me questi due americani è che comunque io sia rappresentato da uno con una bandana in testa.
E decido che voterò per Hulk Hogan alle prossime politiche.

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