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Personae

Quando ho letto la notizia che nel PdL circola l’ideuzza di abbassare il limite della maggiore età, sono stato scosso da un brivido. Poi ho riso, istericamente. Poi mi sono ripreso e ho capito.

Ha ragione lui: la gente è invidiosa, tutti vorremmo essere come lui, soprattutto chi non sta bene. Perché lui ci sta benissimo, in questo Paese: sta facendo dell’Italia il posto adatto per lui (ad personam, no?), non importa se ci sono altri cinquanta milioni di individui. Berlusconi non sta trattando lo Stato come un’azienda (vi ricordate il 1994? “Se è così bravo con le sue attività, lasciamolo fare!”), ma come il suo salotto da arredare. Non importa se quella stanza dovranno viverla altre persone: a lui piace che in tal angolo ci sia un caminetto di marmo nero con rifiniture in oro e radica? Così è. Punto. E di queste finezze d’arredo stiamo parlando, perché Berlusconi ha i gusti di un cafone arricchito. La maschera (dramatis persona) è caduta in terra, ma la rappresentazione non si ferma comunque, anche se l’attore principale esce dal ruolo. Perché? Questo è il nostro problema, tanto quanto l’ormai palese delirio (inteso in termini medici) è il suo.

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Piccolo genio guastatori

Finalmente, dopo settimane di telefonate a vuoto e incontri mancati, D., il precedente proprietario della casa in cui vivo, è passato da me a prendere la posta che ancora gli arriva al suo vecchio indirizzo. D. scrive, disegna, traduce, e, visto che gli pare poco, ha anche costruito per metà la sua casa, ora mia. Ha fatto la cucina in muratura. Ha realizzato una bellissima libreria su misura, che si è portato via – tanto che sospetto che la sua nuova casa sia stata scelta solo perché c’entrava perfettamente la libreria – e, soprattutto, ha posato il parquet.

Ed è stato proprio il pavimento la prima cosa che D. ha notato, esclamando, con accento britannico (mica per posa, è proprio inglese): “Che meraviglia!”, mentre, dietro di lui, appariva il suo pargolo quattrenne. Un bimbo bello, ma un po’ chiuso, spesso imbronciato: neanche il gelato alla fragola che stava mangiando riusciva a farlo sorridere. D., nel frattempo, era praticamente fermo nell’ingresso (che è ancora in fase di sistemazione) e continuava a fare commenti estasiati sul lavoro che ha fatto l’omino del parquet. “È più bello di quando l’avevamo messo noi, ma complimenti, che bello, complimenti.” Ad un certo punto, per rompere l’imbarazzo, offro da bere a padre e figlio, e mostro loro camera e sala-cucina. E anche lì D. dice che gli piace molto tutto. Io sono contento: insomma, ci ha vissuto per anni, l’appartamento l’ha rimesso a posto lui, mi sento quasi orgoglioso. Do un bicchiere d’acqua al bimbo e preparo un paio di cose per me e per D. Sto per passargli il bicchiere, quando sento un rumore sordo, seguito da un rumore liquido. Inequivocabile.

Il bimbo ha vomitato sul mio bellissimo, lucentissimo, apprezzatissimo parquet. A getto. Il vomito, non il parquet. L’inglese, allora, l’ho fatto io: con perfetto aplomb sono andato a prendere straccio e secchio, mentre i conati del pargolo si tramutavano in urla disperate e invocazioni alla mamma. Ho evitato di dire: “Il gelato alla fragola vomitato di fresco nutre il legno”. Ho preferito stare in silenzio, per impedire che lo spirito di Erode mi prendesse.

Infine ho accompagnato il desolato e imbarazzato padre e il congestionato figlio alla porta: entrambi mortificati e sporchi di vomito. E D. si stava anche dimenticando di prendere la sua posta.

P.S. D., se dovessi leggere queste parole: it’s dramatization. Comunque: do not try this at home. Not mine, anyway.

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L’indivia e il pene

Sono appena tornato dal concerto di Ani Difranco. Ma non è di questo che voglio parlare. Andiamo con ordine. Ha aperto il concerto un duo che si chiama Bitch and Animal. Sulle prime mi sono sembrate delle lesbiche incazzatissime, fin troppo. Non tanto nella musica, quanto nei testi. Poi, invece, quando si sono unite ad Ani nel bis, cantato in italiano (“Voglio mangiare una donna”) mi sono reso conto dell’ironia che ci sta sotto. Per fortuna.

Sapete, sono estremamente tollerante, anzi, di più. Come molte persone della mia generazione, non vedo differenza tra omosessualità, bisessualità ed eterosessualità. Ma è l’intolleranza che non tollero.

“Ma che stai dicendo? È un controsenso. Oh! Mi ascolti? Ehi! Bah…”

Avevo, qui a Bologna, due amiche lesbiche. Ne ho tuttora, e anche più di due, ma è di queste che voglio parlare. Io conoscevo una delle due, che, ad un certo punto, si è messa con una ragazza molto bella, molto affascinante, molto intelligente. A parte il fatto che odiava gli uomini. Questo, però, l’ho saputo dopo, perché dalle prime volte che sono andato a casa loro ho trovato questa ragazza aperta, disponibile e simpatica nei miei confronti. Certo, un bel po’ radicale, ma insomma. Una volta ho pranzato con loro. E, per dare loro una mano, mi sono messo a pulire l’insalata, dell’indivia (o lattuga), appunto. Passa da casa loro un mio amico, che conosceva come me la mia amica, ma non la sua ragazza. Rimane là per un po’, e mi accorgo che la ragazza lo tratta male, o meglio, non lo considera affatto. Non capisco e continuo a pulire l’indivia. Dopo un po’ entra in cucina la mia amica, e le chiedo il perché di quell’ostilità.

“Ce l’ha coi maschi, lo sai”. La guardo con aria interrogativa. “Ah, ma lei pensa che tu sia gay”. Guardo il cespo di insalata. Lei mi dice che avrebbe continuato lei. Prende il coltello e inizia a tagliarlo.

Sono immediatamente andato in bagno a ritoccarmi il mascara.

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