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“Quasi come nella religione”

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Nel numero di Pulp di gennaio/febbraio 2013, da pagina 12, c’è un’intervista di Silvia Arzola a Roberto Innocenti. Innocenti è un illustratore eccezionale, famoso in tutto il mondo, che ha vinto l’Andersen Award, praticamente il Nobel dell’illustrazione: in Italia (dove pure vive e lavora) ha iniziato a vedersi pubblicato solo di recente e unicamente per il proverbiale coraggio di una piccola casa editrice, La Margherita.

La Arzola, durante l’intervista, ipotizza che il termine Artista, per quanto inflazionato, possa essere usato nel caso di Innocenti. Ecco la sua risposta, che dovrebbe essere mandata a memoria da molti, da tutti.

Credo che sarebbe ora, se proprio si vuol usare la parola Arte e la qualifica di Artista, di farlo in modo più parsimonioso e qualitativamente accertato. Meglio come aggettivo o come riconoscimento, o come professione o settore di attività? Ritengo Mozart un artista, su Ramazzotti ho molti dubbi. Anche artigiano, benché chiarisca il necessario rapporto fra mani e cervello, è approssimativo. Illustratore va bene, narratore per immagini va bene, e poi, per le controparti lavoratore produttivo, poiché senza testo e senza immagini gli editori produrrebbero bloc-notes e calendari, non libri. Qualsiasi cosa uno faccia, arte applicata o no, ammesso che esista quella “Pura”, chi arriva ai migliori livelli può essere definito artista. Nessuno nega che io sia un pittore, uno che copre di colori a olio una tela, ma pittore non è sinonimo di “Artista”. Una volta fissato e consacrato il gesto del taglio, le ripetizioni di Lucio Fontana sono ancora “arte” o artigianato seriale neanche troppo raffinato? Se invece si intende per artista (a minuscola) ogni mestiere o professione esercitata sull’espressività umana, come un clarinetto di fila o un attore di teatro o di cinema, va bene, ma bisogna intendersi, ci sarebbero la serie “a” la “b”… e la “z”. “Artista” è inflazionato dalle autoproclamazioni o dalle cortigianerie; anche fra gli architetti ci può essere un artista o un mestierante, un Leon Battista Alberti, un Palladio, e quello che firma gli edifici condominiali come quello di Cappuccetto Rosso. Io lascio che mi definiscano come credono, purché in buona fede. Intorno all’argomento arte è tutto così approssimativo che vi pascolano anche ciarlatani e mistificatori, mitizzati e mitizzatori, quasi come nella religione.

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You Speak My Language

Mi ricordo benissimo quando ho sentito per la prima volta i Morphine: era l’estate del 1995 e un amico mi passò Yes, uscito qualche mese prima. Avevo appena diciassette anni, eppure quei brani mi colpirono tantissimo: erano liberi, del tutto originali, unici nel loro genere. Poco alla volta recuperai la discografia dei Morphine, conclusa con il cd masterizzato di The Night, nel 2000, quando Mark Sandman era già morto da un anno abbondante. Diciassette anni dopo penso ancora che le canzoni dei Morphine siano una specie di unicum.
I Morphine sono ormai per me un metro di paragone inevitabile: non arrivo a dire “se ti piacciono sei mio amico, se no no”, però mi trovo in sintonia con chi li ama. Un po’ come faccio con i Monty Python. In fondo, per capire bene la band di Boston e il gruppo di matti per lo più britannici, bisogna comprendere il loro modo di comunicare e, cosa non da poco, la loro ironia.
I Morphine sono stati, con “Have a Lucky Day”, la sigla finale di Monolocane (la trasmissione notturna che ho condotto tanti anni fa), con “Honey White” (la traccia che apre Yes) il ritorno a quell’estate di metà anni Novanta, con “The Night” il suggello tremendo di qualcosa di meraviglioso che avrebbe potuto essere e che non sarà mai.

Quando, qualche mese fa, ho scoperto che la Gatling Pictures aveva prodotto un documentario sul leader della band, Cure for Pain – The Mark Sandman story, ho sentito che volevo e dovevo fare qualcosa su questo film che ancora neanche possedevo. E ho contattato subito la casa di produzione, il produttore Jeff Broadway e il sassofonista dei Morphine, Dana Colley. Non lo faccio mai: prima di parlarne per lavoro voglio ascoltare, vedere e leggere. Ho rischiato, perché sentivo che il documentario era qualcosa di buono: quando l’ho visto, nonostante tutti questi pregiudizi positivi, il mio stupore è stato grande. I registi di Cure for Pain sono riusciti a realizzare un bel film, da ogni punto di vista, adottando una prospettiva rischiosa (quella della tremenda storia dei Sandman) e portando lo spettatore ad appassionarsi a una storia unica e per lo più misconosciuta.

Finalmente lo speciale su Cure for Pain – The Mark Sandman story è pronto: va in onda questo pomeriggio in Maps e, da domani, potrete riascoltarlo andando qua. Come “regalino” per voi fedeli lettori, vi anticipo il contenuto delle interviste che hanno trovato posto nello speciale, trascritte in forma integrale. Se non volete rovinarvi la sorpresa perché preferite sintonizzarvi su RCdC intorno alle 16 di questo pomeriggio, vi basta non cliccare qua sotto. Per tutti gli altri, buona lettura. Per gli altri che amano alla follia i Morphine, spero che l’ascolto e la lettura siano emozionanti quanto per me preparare questo lavoro; in fondo, tutto questo è che anche per voi: “you speak my language”.

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Non pensate di fare i fotografi: un consiglio di Kevin Cummins

Alla galleria Ono Arte di Bologna, fino al 20 novembre, sono esposte le foto di Kevin Cummins, uno dei nomi che meglio ha saputo raccontare il rock per immagini. Attivo dalla fine degli anni ’70, si fa prima a dire chi Cummins non abbia fotografato, negli ultimi quarant’anni: davanti alle sue lenti sono passati in tanti, da Bowie ai Pistols, dai Joy Division ai Buzzcocks, dai Fall ai New Order. L’ho intervistato per Maps: oggi pomeriggio potrete ascoltare la chiacchierata che abbiamo fatto, ma se siete curiosi, è pubblicata ora sul sito della trasmissione, doppiata e in lingua originale.

Parliamo degli inizi della tua carriera: quando hai scattato quella che secondo te è la prima delle fotografie per cui sei diventato famoso?
Quando studiavo arte a Manchester andavo ai concerti e scattavo delle foto per me stesso: era un modo per entrare gratis, nei primi anni ’70. Scattai una foto a David Bowie durante il tour di Ziggy Stardust: credo che sia stata quella a farmi pensare che fotografare poteva essere un modo per guadagnarmi da vivere. Quindi il mio prima scatto fu proprio Bowie dal vivo.

Com’era passare la barriera del palco? Il backstage è probabilmente uno dei luoghi in cui si può costruire un rapporto più intimo con il musicista.
Quando iniziò il punk, molta della scena era a Manchester. Io avevo sempre la macchina con me e Paul Morley, che scriveva per il New Musical Express, andava a tutti i concerti. Abbiamo pensato di dare alla stampa musicale inglese foto e parole per testimoniare il momento e credo che i Buzzcocks siano stati i primi con cui abbia lavorato a stretto contatto. Andavo spesso a trovarli, scattavo loro molte foto e provavo soluzioni diverse: loro non erano abituati a essere fotografati, io non lavoravo molto nel mondo del rock, quindi sia io che loro abbiamo sperimentato, cercando strade diverse. Un po’ alla volta ho così creato un portfolio. Quindi sì, penso che tutto sia cominciato con i Buzzcocks.

C’erano ostacoli tra te e gli artisti? Voglio dire che un giovane fotografo può incontrare delle difficoltà nell’accedere a luoghi privati…
No, in realtà credo che ci siano più ostacoli ora, in un periodo in cui chiunque può usare il cellulare e fare delle foto. All’epoca ce n’erano meno, anche perché eravamo tutti coetanei e perché avevo studiato fotografia: questo permise a molte band di avere da subito delle foto professionali e i gruppi erano contenti del mio lavoro. Quando ho cominciato a fotografare i Joy Division, ho avuto modo di dare loro qualcosa che allora non si potevano permettere.

Sei molto famoso per le tue fotografie dal vivo, ma hai scattato molte serie di bellissimi ritratti. Qual era il tuo metodo quando dovevi lavorare su quel tipo di fotografia, incontrando un musicista e fotografandolo a lungo?
Credo che il primo passo sia riconoscere quanto valga il loro tempo: intendiamoci, è prezioso quello di tutti, ma i musicisti hanno un’idea abbastanza idiosincratica del tempo. Talvolta si possono aspettare anche tre o quattro giorni prima di fare il primo scatto, fino a che sono felici di averti intorno: allora tiri finalmente fuori la macchina fotografica, rompendo allo stesso tempo la barriera che crea. I musicisti iniziano a reagire a una persona, non più a un obiettivo e non c’è problema se si gira intorno a loro non scattando una foto per ore. Può capitare che sia necessario aspettare una settimana per un grande scatto, ma talvolta ne vale la pena.

C’è qualcuno che hai dovuto fotografare e ne avresti fatto volentieri a meno e, viceversa, c’è qualche musicista che sei sempre felice di riprendere?
Di solito non sono costretto a fotografare persone che non mi piacciono: la mia è una posizione privilegiata. Ho avuto modo di lavorare con tante persone che apprezzavo, instaurando con loro un bel rapporto professionale. Se la band con cui lavori non ha rispetto di te come artista e, allo stesso modo, tu non rispetti loro, non verrà mai fuori una foto decente. L’unica band con la quale ho dovuto lavorare per un servizio del New Musical Express sono stati i Duran Duran: credo che non ri rispettassero l’un l’altro, quindi figuriamoci che rispetto potevano avere per me.

Tra tutti i concerti che hai visto in vita tua, ce ne sono un paio ancora ben presenti nella tua memoria per la loro importanza?
Penso che anche oggi i concerti possano essere interessanti, ma per dire i più ovvi, di certo quello dei Sex Pistols al Lesser Free Trade Hall di Manchester, un paio di concerti dei Joy Division e David Bowie nel periodo di Ziggy Stardust: momenti in cui pensi con enfasi che sia il giorno più bello della tua vita. In realtà, però, ce ne sono stati anche in tempi più recenti: ad esempio quando gli Oasis stavano davvero diventando grandi, andarli a vedere voleva dire esclamare “Mio Dio, c’è una stella enorme sul palco”. Sono cose che affascinano, ma talvolta è lo spettacolo stesso a fare effetto. Ricordo di avere visto Noel Gallagher a Londra un mese fa in un posto piccolissimo, da trecento persone, chiamato Dingwalls. Eppure era come se fosse grandissimo. Il punto è l’emozione: una volta che non c’è più, tanto vale non andare ai concerti.

Hai parlato di fotografia digitale, prima: che ne pensi e cosa pensi dei nuovi fotografi rock?
Io uso il digitale e non ho nulla in contrario. Non capisco però perché le persone si ostinino a usare i loro iPhone per scattare foto ai concerti. Non riusciranno mai a farne una bella così, così come non avranno mai dei video di buona qualità. Ho visto Jack White, sempre un mese fa e sempre a Londra: prima del concerto è salito uno sul palco ha detto di mettere via i cellulari, perché avrebbero pubblicato il concerto in mp3 un paio di giorni dopo insieme a delle foto del live di buona qualità. Insomma, ha detto a tutti di godersi lo spettacolo. E’ stato bellissimo, perché è davvero irritante quando vai a un concerto e davanti a te ci sono trecento persone con il loro telefono: non stanno avendo una bella esperienza live, non stanno nemmeno guardando il concerto, poiché lo fanno attraverso uno schermo. Meglio tenere il telefono in tasca e godersi il concerto.

Quale potrebbe essere un suggerimento per un giovane fotografo intenzionato a una carriera come la tua?
(ride) Non fatelo, non fatelo! Oggi è difficilissimo, perché ci sono così tanti mass media e così tanta gente che non vuole pagare per dei contenuti. Iniziare una carriera del genere per un giovane fotografo è veramente qualcosa di autodistruttivo, che non permette di sopravvivere. Io ho la fortuna di avere un archivio legato a un periodo in cui non si fotografava così tanto, ma oggi è dura, davvero dura.

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Vivere d’ascolti: intervista a Joe Boyd

Quando Joe Boyd entra negli studi di Radio Città del Capo, venerdì 7 settembre 2012, indossa una camicia floreale, la stessa che porterà durante l’incontro con il pubblico alla Coop Ambasciatori, sul suo libro Biciclette bianche (Odoya). Qualche minuto prima dell’onda chiacchiero con lui per provare a conoscerlo a microfoni spenti: è disponibile, cordiale senza esagerare, distinto. “Fai tutte le domande che vuoi: al massimo non rispondo a quelle a cui non voglio rispondere”, mi dice prima di iniziare.

“L’ideale per il quale mi adoperavo era ascoltare qualcosa in equilibrio con la melodia suonata in modo chiaro”: questa è la definizione del mestiere di produttore che dà nel libro. Quanto questo “canone” deriva dalla sua formazione folk, blues e jazz?
Credo che ogni lavoro che ho fatto sia in relazione con la mia vita di ascolti. Ho iniziato ascoltando mia nonna che suonava musica classica al pianoforte, ho proseguito da adolescente sentendo in maniera ossessiva jazz, blues e rock and roll. Per diventare uno scrittore è necessario leggere tanto. Se si desidera lavorare in ambito musicale, allo stesso modo, bisogna ascoltare molto.

Lei ha incontrato e, soprattutto, lavorato con tantissimi musicisti che hanno fatto la storia della cultura musicale del XX secolo: che cosa l’ha guidata nell’individuare così spesso dei talenti come quelli che ha scoperto, prodotto e portato in tour?
La risposta è la stessa della domanda precedente: ascoltando. Mi sono sempre chiesto: ascolterò questa musica tra cinquant’anni con lo stesso rispetto che ho per Louis Armstrong, Billie Holiday o Muddy Waters?

Quanto eravate consapevoli di fare la storia del costume, della società? Penso ad esempio all’UFO di Londra…
Quando sei nel mezzo di qualcosa e sei giovane, non pensi a quello che stai facendo, non ti fermi per guardarti indietro e per capire quale sia il tuo ruolo “storico” in una prospettiva più ampia. Credo che fossi conscio della rivoluzione in atto e di esserne una piccola parte, insieme a John Hopkins, Barry Miles, i Pink Floyd e altri. Ma se da giovane sei troppo cosciente di te stesso non fai cose davvero interessanti.

A molti musicisti, dell’epoca e non solo, è stato spesso chiesto (quando ancora non erano famosissimi) quanto pensavano di durare: si è mai chiesto, per esempio, quanto sarebbe durata la faccenda dell’UFO club, per quanto tempo la gente sarebbe continuata a entrare nel locale?
L’UFO ebbe vita breve, si bruciò presto: in tutto fu un’esperienza di nove mesi. Ma se parliamo di fare dei dischi, be’, forse questa è stata una ragione per cui non ho avuto un grande successo commerciale. Pensavo sempre: avrò voglia di ascoltare questo disco tra cinquant’anni? Ero molto consapevole delle registrazioni, della produzione, della loro capacità di durare nel tempo. Si trattava comunque di un pensiero molto intimo, privato: una cosa tutta nella mia testa. Ma questo, forse, è uno dei motivi per cui non ho avuto molte hit.

Tornando all’UFO e parlando del pubblico che lo frequentava, lei lo descrive come “attento a tutto”: come percepisce l’attenzione del pubblico oggi?
Oggi il pubblico è frammentato: grazie a internet e ai tanti tipi di musica pubblicati, c’è un pubblico per ogni genere musicale. Credo che comunque la gente sia ricettiva: ci sono tanti festival in Inghilterra, per esempio, dove c’è classica, etnica e folk mischiate insieme. In qualche modo il pubblico sta tornando a essere aperto com’era negli anni ’60.

Quindi la frammentazione di cui parla non è da considerarsi come un elemento negativo?
Ci sono dei lati negativi e positivi. Nel giugno del 1967 tutto il mondo ascoltava Sgt. Pepper’s: non c’era nessuno che non lo conoscesse, bastava iniziare a canticchiarne una canzone. Cose del genere non accadono più, il che è un peccato. Ma ci sono altri vantaggi.

Qual era il clima culturale che spingeva i giovani londinesi ad assistere a delle maratone psichedeliche come il 14 hour Technicolor Dream
Quello fu un evento unico: era l’aprile del 1967, un momento che rappresenta perfettamente l’esplosione di quella piccola scena underground verso tutto la coscienza del Paese. L’uscita di “Arnold Layne”, che fu un successo, fu d’aiuto nel cambiare profondamente il pubblico inglese: prima c’erano piccoli gruppi dalla mentalità quasi sperimentale, ma dal marzo al maggio 1967 cambiò tutto. Il pubblico diventò grande e curioso: non sapeva molto della scena di cui stiamo parlando, ma era desideroso di farlo.

Cambiamo per un momento anno, luogo e scena: raccontando del famoso festival di Newport, mette in evidenza una resistenza “purista” folk a quello che stava succedendo. Non è accaduto qualcosa di simile con l’ampliamento della scena psichedelica?
Sì, certo, ma i sentimenti erano diversi. A Newport ci fu una specie di rivoluzione, che rovesciò le certezze della vecchia guardia. Due anni dopo a Londra, nella scena psichedelica, volevamo diffondere il più possibile le nostre idee rivoluzionarie, dal punto di vista estetico, filosofico e politico. Solo quando abbiamo avuto successo ci siamo detti: “Oh, abbiamo sbagliato”.

Lei è molto preciso nel ricordare gli eventi: c’è forse un momento individuabile che segna questo “errore”?
Sì: era il settembre del 1967 quando mi resi conto che il pubblico dello UFO club non era più lo stesso. Non c’erano più in giro persone sveglie, curiose, aperte alle esperienze. La mia e la nostra reazione potrebbe essere bollata come elitaria, ma ormai la gente non pensava all’LSD come a un’esperienza sacrale: era diventato solo un modo per stonarsi, per andare fuori di testa: era solo un’esperienza, divertimento. Due anni dopo ci fu la tragedia di Altamont: capimmo allora che avere un mucchio di Hell’s Angels fatti della nostra roba non era una buona cosa.

Leggendo il libro incontriamo veramente una quantità di grandissimi musicisti, che lei descrive spesso con affetto, ma senza sconti. Tra tutti, però, spicca il modo in cui racconta di Nick Drake: ne parla di più di altri , con i quali pure ha lavorato più a lungo. E, leggendo le pagine a lui dedicate, sembra che il tono del libro (spesso divertente e irriverente), si acquieti rispettosamente, come le ultime parole che si dicono prima dell’inizio di un discorso o un concerto che si vuole ascoltare con attenzione. E la musica di Drake sembra risuonare nelle pagine più di quella di altri.
Magari è la traduzione italiana… No, è vero: ciò che racconto di Richard Thompson, Mike Herron, Sandy Denny e Syd Barrett ha a che fare con momenti di svolta nella loro vita o nei loro caratteri, ma non parlo tanto di musica. Anche quando racconto di Nick Drake sono critico: il fatto che non riuscisse a parlare al pubblico e che non fosse così sicuro di sé sul palco sono cose che mi hanno frustrato. Insieme a queste critiche c’è però il rimpianto di avere fallito, di non essere riuscito a renderlo famoso mentre era in vita.

Eppure si percepisce una distanza, come se fosse in fondo impossibile cogliere davvero i tratti del carattere e della sua persona, come se provenisse da un altro pianeta. Pensa ancora a lui, ha ancora degli interrogativi su Nick Drake?
Penso molto a Nick Drake, anche perché ora, che scrivo più di quanto mi occupi di musica, se torno a organizzare concerti si tratta di live con la musica di Nick Drake. Ne ho anche portati un paio in Italia, qualche anno fa. Penso alla sua musica, anche perché stiamo preparando un cd dal vivo, su cui sto lavorando. Penso alla grandezza della sua scrittura, delle sue capacità musicali e quando sento altri cantanti alle prese con le sue canzoni, queste diventano ancora più forti.

Quale fu la prima cosa che pensò quando sentì le canzoni e quale fu la prima quando lo vide suonare?
Rimasi meravigliato dai primi quindici secondi del primo nastro demo di Drake. Ero stupefatto. C’erano tanti cantautori in quegli anni, ma non mi è mai piaciuta la forma che avevano questi borghesi bianchi che cantavano in inglese. Era proprio una categoria che non mi interessava. Quando sentii Nick, però, era diverso, al di sopra di chiunque avessi mai sentito. Passò molto tempo prima di vederlo esibirsi dal vivo davanti a un pubblico, ma suonò per me delle canzoni in una stanza più piccola di quella in cui mi trovo ora, nella quale ogni nota risuonava moltissimo. Suonava la chitarra così bene e così forte, con quelle dita robuste, che nonostante fosse una chitarra acustica, dovetti coprirmi un po’ le orecchie da quanto alto era il volume prodotto.

Ha mai trovato delle similarità tra la fragilità di Syd Barrett e quella di Nick Drake?
Sì, certo, anche se reagivano molto diversamente: Syd era più aperto, ma erano entrambi molto delicati e fragili. Entrambi furono sconfitti da questa fragilità, in maniera diversa ma con gli stessi effetti.
Erano entrambi brillanti e originali.

Qual è stata la più grossa emozione (musicalmente parlando) della sua vita?
Ce ne sono state tante! Nel libro però parlo dell’ultima serata del Blues and Gospel Tour nel 1964: Muddy Waters, Rosetta Tharpe, il Reverendo Gary Davis, Brownie McGhee e Sonny Terry che suonavano tutti insieme al Brighton Dome. Furono fantastici, c’era un clima stupendo e ricordo di essermi detto che se avessi mai ascoltato nuovamente una musica così bella sarei stato fortunato. Lo sono stato perché poi ho ascoltato spesso musica bella quasi come quella, ma mai sempre a quel livello.

Il libro parla degli anni ‘60, ma vorremmo che ci raccontasse qualcosa della produzione di Fables of Reconstruction dei REM, nel 1985.
Fu complesso: mi piacevano i ragazzi, andavamo d’accordo, ma tutto fu fatto di fretta. Erano infelici di stare nella piovosa fredda Londra e non seguirono il mio consiglio di alloggiare in un albergo vicino allo studio. Affittarono invece un appartamento a Mayfare, nel centro della città, e si facevano un’ora di taxi per raggiungere gli studi, ogni giorno. Questo era sufficiente per deprimerli. Anche il missaggio è stata una sfida, perché mi è capitata una cosa più unica che rara. Quando sei al mixer di solito arriva il chitarrista solista che ti sussurra “Puoi alzare un po’ la chitarra?” e il cantante che dice di non riuscire ad ascoltare bene le parole. Con i REM, invece, Michael Stipe diceva “Abbassa la voce” e Peter Buck “Abbassa la chitarra”. Tutti volevano che abbassassi la loro traccia: quando si fa un missaggio, gli elementi sono in relazione tra loro, in una sorta di prospettiva, cosa che sono riuscito ad ottenere a fatica, poiché ogni cosa doveva essere più bassa delle altre. Ho lottato molto ed ero realmente preoccupato che, all’uscita, i fan dei REM lo odiassero. Alla fine il disco ha venduto bene, sebbene il gruppo non ne era così contento. Di recente, però, ho visto la band che mi ha detto di avere cambiato idea: ora lo considerano un bel disco.

Riuscirebbe a descrivere con una pennellata, con due parole, alcuni dei musicisti con i quali ha lavorato? Iniziamo da Muddy Waters.
Pieno di dignità, potente e profondo.

Richard Thompson.
Una sorta di genio della chitarra, curioso di ogni tipo di musica e in grado di suonarle tutte.

Eric Clapton.
Quando lo conobbi era un ragazzo normalissimo, ordinario, che sapeva anche suonare la chitarra. Sembrava un impiegato delle assicurazioni che, al tempo stesso, era un grande della chitarra blues.

Nick Drake.
Molto silenzioso, diffidente, ma completamente dedicato e devoto alla creazione di musiche complesse.

Bob Dylan.
Non ho avuto modo di conoscerlo benissimo. Comunque era antipatico, cinico, ma brillante.

Nel suo libro dice che Bryter Layter di Nick Drake è un disco che tuttora non si stanca di ascoltare. C’è una canzone particolare per lei in questo album?
Sì. Oltre a Nick Drake c’è un altro musicista sul quale non dico nulla di negativo, ma anzi spendo parole di riverenza, sebbene per poche pagine: è il pianista sudafricano Chris McGregor. Uno dei momenti più belli tra quelli passati in studio fu il loro incontro. Le sessioni di registrazione dei due si sovrapposero e quindi Chris McGregor suonò in una canzone di Nick Drake, “Poor Boy”.

Qui l’intervista in formato audio.

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“Ora so chi sono”: intervista a John Grant (novembre 2011)

John Grant

John Grant rimarrà per sempre associato a una mia grande dimenticanza: ancora oggi mi pento nel non avere preso in considerazione il suo Queen of Denmark a sufficienza, quando uscì. L’ho recuperato dopo, poco prima dello splendido concerto nella chiesa di Castenaso dell’aprile 2011. Da quel momento in poi, però, il disco e i ricordi di quel live mi sono rimasti in testa. Nel novembre del 2011 Grant è tornato a esibirsi in Italia, e ho avuto la possibilità di intervistarlo poco prima della sua data bolognese, insieme a LessTv, che ha fornito l’audio dell’intervista che state per leggere.

Grant mi accoglie disteso sul divano del camerino del Covo: indossa pantaloni e maglietta, e così andrà sul palco poche ore dopo. Sorride, è cordiale. Si scusa per la posizione, ma chiede di rimanere così. Io allora mi accomodo su una sedia all’altezza delle sue spalle e insieme sembriamo un quadretto “paziente-analista”. L’immagine non è peregrina, perché ancor prima che inizi a porre una domanda è lui che inizia a parlare.

“Non mi trovo a mio agio con la gente ricca”, confessa, “forse perché sono di estrazione bassa… o loro credono che lo sia.” Come molte delle frasi pronunciate dal cantante, anche questa è tanto sincera quanto pervasa di ironia: la profonda intelligenza e sensibilità dell’ex-Czars si manifestano in ogni sua espressione. “Sono stato in una scuola di ragazzi ricchi ed erano orribili: erano il male.”

Che mi dici di quando ti sei trovato in situazioni simili, anche di recente, quando hai vinto dei premi?
Non mi dà più fastidio, perché ora so meglio chi sono. Non che sia questo grande affare, ma… Adesso riesco a pensare più logicamente a tutto questo, e capisco che sono solo persone.

Parli spesso di un “ora”: a cosa si contrappone? Cosa c’era nel passato?
In realtà c’è stato un processo graduale negli anni, più che un “adesso” e “prima”. Ho superato la “questione dei ricchi” intorno ai trent’anni. Anche quando vivevo in Germania ero in mezzo ai ricchi, perché uscivo con molti studenti della facoltà di Legge, le cui famiglie erano sfacciatamente ricche. Andavo spesso in queste loro case e non avevo un bel vestito da mettermi. Questo mi metteva a disagio. Non avevo soldi per un vestito, quindi andavo in jeans e camicie scadenti. (fa una lunga pausa per pensare) Credo di avere cominciato a superare tutto questo una decina di anni fa, quando ho smesso con alcol e droghe per diventare sobrio. È stato più di sette anni fa.

Questa partizione è legata direttamente alle tue due fasi musicali?
Sicuramente. Quando ero negli Czars non riuscivo a esprimere vocalmente quello che stavo passando. Non sapevo dirlo a parole. (fa una pausa) Non credo di averci mai pensato prima d’ora, ma probabilmente è stato più facile parlare di me stesso apertamente da quando è morta mia madre. Perché penso che se mia madre fosse viva e ascoltasse il disco (Queen of Denmark, ndr) si arrabbierebbe molto. Non ci avevo mai pensato prima, mi è venuto ora. Non so se sia veramente così, sto pensando a voce alta. Mia madre è morta nel ’95 e noi avevamo appena iniziato. Abbiamo continuato per dieci anni. Davvero troppo…

In molte interviste sei apparso sicuro e tagliente nel giudicare il lavoro fatto con la band. Ma quanto del John Grant musicista, che suonava con gli Czars, c’è in colui che ha fatto Queen of Denmark?
La domanda è interessante. Diciamo che ora mi sento di più me stesso. Ero io anche quando suonavo negli Czars, ma era un periodo duro, bevevo molto… Non volevo avere a che fare con alcunché di serio, con il fatto che stessi crescendo o con la mia confusione sessuale. Quindi ho bevuto, mi sono fatto, ho scopato chiunque potessi avere a tiro, ho vissuto in maniera promiscua per dimenticare. Quindi, tornando alla domanda: ero lì, ma ero coperto da un sacco di merda. Sono la stessa persona, ma non ho più paura di essere me stesso: è più facile esserlo, per quello che so di me. Ammettiamolo: non posso sapere chi sono fino in fondo, ma ora ne ho un’idea migliore. Ripensare a quel periodo mi mette a disagio, perché è stato un momento doloroso.

Pensi che sia stato necessario attraversare quel periodo per conoscerti meglio?
Non so… Quel periodo è stato pura evasione, distrazione, non sapevo cosa stavo facendo. Quando mia madre morì, fu un brutto colpo, ma ero egoista: usai la morte di mia madre per attirare attenzione, per me stesso. E anche questo pensiero è doloroso, perché vuol dire che non in quel momento non stavo realmente pensando a ciò che stava accadendo, a mia madre e alla sua morte, forse perché era troppo difficile. Comunque credo che elaborare quel periodo, parlarne, possa aiutarmi a comprendermi di più: tuttavia non so se ne sono completamente uscito. Quando mi stabilisco da qualche parte cerco subito un analista: è più facile parlare con un medico che annoiare a morte i tuoi amici, fino a farli dire “Non ce la faccio più, va’ in analisi”! (ride) C’è anche da dire che prendo antidepressivi da diciott’anni. Un po’ alla volta sto smettendo con tutte le medicine per la depressione, ma continuo a prenderne una, la più forte. È difficile smetterla perché ti fotte il cervello, quando non la assumi più: bisogna farlo quindi molto molto gradualmente. Sto andando da un dottore e insieme vogliamo cercare di capire chi sia, senza medicine. Le prendo da vent’anni, ma non ho mai avuto a che fare prima con un dottore che mi aiuti a comprendere il perché le prendo. Faccio queste cure da anni senza che nessuno controlli davvero i risultati ottenuti. Forse non so nemmeno cosa succede nella mia testa, e una volta che smetterò di prendere quest’ultima medicina saprò davvero chi sono. Non so che succederà, davvero: sarà interessante.

Queen of Denmark è molto autobiografico. Nei tuoi prossimi lavori continuerai su questa linea o il disco precedente è un romanzo a cui è stata posta la parola “fine”?
No, continuerò su quella strada. Nel nuovo disco ci saranno parti autobiografiche, nuovi stimoli e molta rabbia. Ci saranno molti “vaffanculo”, come in “Queen of Denmark”, ma anche più ironia; rabbia mista allo humor. Credo che solo dopo il prossimo disco potrò pensare ad altre cose, altre storie. Mi piacerebbe cantare in lingue diverse, e quindi potrei fare un disco sui posti dove sono stato: l’Italia, l’Islanda, la Svezia, la Danimarca… Amo la Scandinavia, ma l’Italia e la Spagna hanno qualcosa in più, perché ho passato molta della mia vita al buio, lontano dal sole e dalla luce. L’Italia è davvero un posto diverso, per questo motivo, dai Paesi del nord. C’è un modo diverso di vivere. Ancora non capisco bene l’italiano, perché ho passato qui troppo poco tempo, ma voglio impararlo. E poi c’è una bellezza tale che la mente difficilmente la comprende. Mi chiedo cosa voglia dire essere italiano, perché ho paura che avendo tutta questa bellezza intorno, qualsiasi altro Paese che visitiate sia poca cosa per voi. Oggi pomeriggio pensavo a Monica Bellucci, senza motivo, e mi chiedevo perché abbia dovuto lasciare Roma per Los Angeles: ho pensato però che Roma dev’essere una città difficile da vivere. Ho vissuto anche in campagna, nel Devon: stavo da solo in un piccolo cottage. Scrivevo, passeggiavo, guardavo film e programmi televisivi, studiavo lingue, le grammatiche: ho bisogno di cose come queste, ma anche della gente. La mia vita è in un momento di totale fluttuazione: non ho un posto mio dove vivere da due anni. Sono stato da amici, senza avere un luogo dove mettere i miei libri. Ho libri a Berlino, a Göteborg, a Londra, in Texas, in Colorado, a New York… Ho bisogno di un posto tutto mio dove tenere le mie cose. Negli ultimi due anni, con Queen of Denmark, la mia vita è cambiata completamente. E continuerà così, perché inizierò a registrare il mio nuovo disco alla fine di gennaio (2012, ndr) e si ricomincerà.

Qual è il tuo rapporto tra la tua nazionalità d’origine e tutti gli elementi prettamente americani di Queen of Denmark e le tante culture che hai studiato attraverso le lingue e i Paesi in cui hai vissuto?
Sono contento che tu mi abbia posto questa domanda, perché ti devo dire che amo essere americano e lo sono molto. Proprio il conoscere altri posti mi ha messo a mio agio con il fatto di essere americano. Quando ho lasciato il Paese, a diciannove anni, non ne potevo più: era difficile essere gay negli USA, e andando in Europa ho pensato che sarebbe stato più facile. Be’, non lo è, non lo è per niente. Anzi, in alcuni Paesi è anche peggio, e l’Italia credo che rientri tra questi. In Russia è peggio ancora. Comunque: quando cresci, ti viene insegnato che gli Stati Uniti sono il posto migliore dove vivere, ma appena ho messo piede in Germania sono rimasto assai colpito dalla bellezza, dalla storia, dalla lingua, dalla gente… Ci sono tantissimi posti dove si può essere felici e vivere bene, e questa per me è stata una grande scoperta. Non sono antiamericano: amo gli Stati Uniti, è bello viverci, c’è un clima rilassato ed è più facile fare quello che vuoi. In alcuni Paesi europei si sente molto il peso della tradizione sul futuro dei giovani: in Germania se vuoi frequentare il Gymnasium devi deciderlo molto prima. La direzione da prendere si stabilisce in giovane età, e credo che sia difficile per molti. Tuttavia ci sono moltissime cose che odio degli Stati Uniti. La politica è disgustosa, il sistema sanitario è vergognoso: ci dicono che sia il Paese più bello dove vivere, eppure non si prende cura della sua gente. Ci sono mendicanti e senzatetto a ogni angolo: è triste. Insomma, ci sono cose orribile ovunque. Londra, Londra sì che è dura. Cazzo, c’è dolore, povertà, una gioventù distrutta… Ci sono estremi di bellezza e disperazione: molte delle persone migliori che conosco vengono da lì, ma Londra è un casino, peggio di New York. Ho vissuto anche a New York, per tre anni, ma Londra è più brutale, è gigante, ti sfianca. Comunque, tornando alla tua domanda: sono contento di essere americano, ma non sono sposato agli Stati Uniti. Non mi piace il patriottismo, perché spesso è solo un altro modo per dire nazionalismo, per dire “Il mio Paese non sbaglia mai”, il che è ridicolo. Sono orgoglioso di essere americano, ma amo anche altri posti, parlare altre lingue, vedere altre bellezze… Sono nato per andare in giro per il mondo.

L’ultima domanda è banale: ci dici i tuoi cinque dischi dell’isola deserta?
Odio questo tipo di domande, perché sono difficili, ma in fondo mi divertono. Credo che mi porterei un disco di musica classica, gli Studi per Piano di Chopin. Stella degli Yello. E poi Touch degli Eurythmics, quello con “Here Comes the Rain Again”; Voulez-Vous degli Abba e i Kraftwerk, con The Man Machine.

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Narrare la tensione: intervista a Manuel Agnelli

Non sono mai stato un vero fan degli Afterhours, ma credo che gli album di Agnelli e soci siano tutti molto interessanti, che abbiano sempre qualcosa da dire, che siano mossi da un’urgenza che sempre meno si ritrova, in musica e non solo. Ho ascoltato Padania e ho pensato, ancora una volta, che era un disco degli Afterhours da riascoltare più volte, di cui era necessario leggere le parole e pensarci su, per poi, magari, parlare con Manuel Agnelli di uno dei dischi più importanti dell’anno. L’intervista è andata in onda in Maps di venerdì e la trovate da ascoltare qua.

Qual è il momento in cui avete iniziato a raccogliere suoni, idee e parole di quello che sarebbe diventato il disco più recente degli Afterhours?
Un momento preciso forse no, ma un anno e mezzo fa mi è venuta in mente l’idea di fare un disco molto legato alla realtà sociale che ci circondava. Ci siamo interrogati molte volte sul ruolo che potevamo avere come adulti e come musicisti. Probabilmente abbiamo parlato di noi stessi molto a lungo e probabilmente continueremo a farlo, perché il punto di vista è sempre il nostro, ma forse adesso è arrivato anche il momento di parlare di quello che ci succede intorno. Non è stato un desiderio nato da un episodio o da qualcosa che avevamo visto in particolare: ma continuavamo a incontrare persone che ci raccontavano della loro realtà, che avevamo sotto gli occhi, come tutti in questo periodo. Il fatto di continuare a cantare di cose nostre, solo interiori, legate alla nostra interiorità cominciava a sembrarci un po’ meschino, lontano dalla realtà. C’è stato un periodo, a dire il vero abbastanza breve, in cui ci siamo sentiti dissociati da quello che ci capitava intorno ed è nato il desiderio di riallacciarsi alla realtà.

Raccontata così sembra che ci sia una continuazione della spinta, più musicale, che c’era dietro a Il Paese è reale
Sicuramente, anche se Il Paese è reale aveva una matrice più nettamente musicale, si stava parlando del nostro ambiente, della musica, di come venivano considerati certi gruppi e certi musicisti e un certo tipo di ambito. Qua, invece, si parla più in generale della nostra società, del sociale. Comunque si tratta di cose molto vicine: adulti e cittadini che prendono posizione per qualcosa in cui credono o che lo fanno perché non è solo un loro diritto, ma anche un loro dovere.

Hai detto che non c’è un momento esatto in cui è nato Padania, ma che ci sono state molte storie che vi hanno fatto pensare. Qual è un tratto di queste storie che ha fatto “traboccare il vaso”?
Il fatto che alcune storie erano così grandi e importanti da fare sembrare piccolissime le nostre storie, le nostre polemiche, o le piccole battaglie che combattevamo all’interno del nostro ambiente. Insomma, una volta che, da adulto, hai usato la musica e l’ambiente della musica per trovare la tua personalità, se non completamente te stesso, per realizzarti dal punto di vista interiore, diventa davvero – e lo ripeto – meschino chiudersi in questa torre d’avorio creativa e non guardarsi intorno. Ci sembrava tutto molto piccolo rispetto ai problemi reali che la gente vive. Da qui a fare un album come Padania il percorso è stato molto lungo, perché non abbiamo subito deciso cosa fare. Alcuni prendono posizione in maniera talmente netta, chiara e (perdonami la parola) retorica, che alla fine sono più dannosi che utili: la retorica non fa bene a nessuno di questi tempi, il “chi non salta è” fa più male che bene. Per cui arrivare a definire un discorso a livello estetico che poi potesse avere una forza e nello stesso tempo mantenere una sua sincerità non è stato semplice.

Riprendo ciò che hai detto sull’immediatezza perché il concetto ritorna in Padania, un album che “vuole essere disco” come e più di altri dischi degli Afterhours: insomma, mi sembra che Padania sia un disco da ascoltare “in ordine”…
Hai ragione: Padania ha un filo conduttore, che non è facilissimo da individuare, e che soprattutto magari non sarà lo stesso per tutti. Abbiamo cercato di fare un concept emotivo, emozionale, per cui questo filo conduttore è più emozionale che narrativo. Crediamo nel fatto che narrando degli eventi si possano suscitare delle emozioni molto profonde, ma il compito di un gruppo come il nostro è narrare la tensione. La tensione ha a che fare con il panico, con il disorientamento, l’odio e il rancore, ma anche con la gioia più ingiustificata: sono tutte cose che si possono raccontare, ma rischiando di perdersi l’emozione di queste cose. I pezzi invece più musicali, che non sono costruiti come una canzone, servono proprio a quello, nel percorso del disco. E poi c’è stata la convinzione di fare un disco, e non una serie di pezzi messi insieme su un album: perché noi crediamo ancora nella formula “album”, a dispetto di quello che si dice in giro sulla morte dell’album. Se ti guardi intorno, la musica che sta comunicando di più è contenuta in album che hanno una tematica forte e che sono piuttosto lunghi proprio in termini di durata. Rimanendo al nostro ambiente di posso parlare del disco dei Verdena o di quello del Teatro degli Orrori, che è un album lunghissimo che però alla fine ha un senso in quanto album: è una specie di libro, ti sta raccontando una situazione in maniera molto poco superficiale, proprio perché è analizzata in tante canzoni, quindi attraverso tanti aspetti.

Mi riallaccio a quest’ultima tua osservazione: hai parlato di un libro, che spesso è associato al romanzo e quindi a una densità, a una complessità, alle trame e alle sottotrame. Avete mai pensato a Padania come a una sceneggiatura, cioè come a una serie di storie che si dipanano tra le canzoni?
All’inizio sì, ma poi mi sono reso conto, come ti dicevo prima, che stavo razionalizzando troppo: stavo rischiando di fare un album molto cantautorale, di cantautorato rock, ma tant’è, e non era quello che mi interessava. Volevamo piuttosto spingere sul lato musicale, anche per amplificare il lato emotivo, che ci sembrava e ci sembra tuttora la cosa più importante. Questo non è un disco facile, ma allo stesso tempo vedo che sta arrivando nel modo giusto; non so se la gente lo capisca o meno, e non è importante: non so nemmeno se lo capisco io. Ma il contenuto emotivo, la tensione, arrivano: ed era esattamente quello che non volevamo perdere. Per cui siamo stati molto attenti a preservare la spontaneità delle cose che nascevano, quando erano molto forti: per questo ho scritto i testi in coda al lavoro. Non volevo condizionare la scrittura musicale con le parole e sulle parole, ma fare il contrario. Sono stato attento a metterci degli approdi, dei porti, dei ganci, chiamali come vuoi, più narrativi, che servissero a dare una chiave di lettura in forma canzone, come “Padania” stessa, come “Costruire per distruggere” o “La terra promessa si scioglie di colpo”, o “Nostro anche se ci fa male”. Sono pezzi più tradizionali per costruzione e un po’ più narrativi, perché se no l’album sarebbe diventato davvero troppo claustrofobico e schizofrenico. E il bianciamento tra le canzoni l’abbiamo trovato nel modo più vecchio che ricordavamo: facendoci delle scalette a orecchio. Abbiamo provato a seguire un ordine teorico, ma ci aveva frustrato: non riuscivamo a trovare una sequenza che funzionasse bene. Mettendole in fila, insieme, per gusto, paradossalmente abbiamo trovato una scaletta che funzionava molto bene, paradossalmente, anche razionalmente.

Sono allora curioso di sapere come questo “metodo” sia stato applicato ai pezzi probabilmente più curiosi e inaspettati del disco: i due “messaggi promozionali”. Considerando quello che dicevi prima, sono una sorta di “satira dell’immediatezza”? Sembra che la ruvidezza acida che si sente in tutto il disco esploda in questi momenti…
Sì, è così. Non è facile da spiegare, ma intanto siamo comunque nell’epoca del messaggio promozionale. Qualunque cosa succeda, un bombardamento su una città del Libano, dei bambini rapiti o un’altra tragedia, alla fine ti arriva comunque il messaggio promozionale che spesso è anche in tema con quello che è successo: rapiscono un bambino e lo spot è sui pannolini. Si tratta di una satira, forse non pesante, ma Padania, comeconcept, vuole rappresentare anche questo tipo di situazione. Nelle foto promozionali abbiamo questi visi di cera, quasi inespressivi, come persone che non hanno né anima né sentimento. E nel disco, nel momento emotivo più alto, arrivano degli spot a rompere l’atmosfera, ma sono più simbolici che altro, funzionano in quanto tali più che per il loro contenuto. Tuttavia, il secondo, che parla della vendita di spazi promozionali su cd, il più cinico dei due, alla fine non era una brutta idea!(ride). Eravamo in dubbio se brevettare la cosa e alimentare ancora di più la provocazione: volevamo aprire un numero verde, con una segreteria telefonica, e vedere – facendo lo spot in maniera più seria di come è finito sul disco – quanta gente avrebbe creduto che gli Afterhours erano davvero disposti a vendere degli spazi pubblicitari sui dischi. Però poi abbiamo avuto un po’ paura… Paura della gente…

Paura dell’eventuale reazione o di come gestire le chiamate?
Di come gestire le chiamate… Insomma, parliamoci chiaro: la gente non sempre dimostra un grande umorismo. Anche nei nostri confronti, e la cosa talvolta mi fa un po’ male, non sempre c’è stata fiducia in quello che avevamo fatto. Quindi questa cosa poteva diventare davvero difficile da spiegare, alla fine, nel suo essere provocatoria. Ma la cosa che ci ha fatto più paura è che rischiava di fare passare in secondo piano cose molto più importanti del disco e quindi abbiamo deciso di ridimensionarla. Comunque le questioni della sintesi, della velocità è uno dei temi del disco, perché sono cose che stiamo soffrendo. Di certo la cosa è generazionale: il progresso avanza e la vecchia generazione soffre la velocità della nuova generazione. Certo è vero che la velocità delle comunicazioni di oggi, con la rete e altri dispositivi, ha abbassato le capacità di analisi delle persone, la pazienza che si deve avere per giungere a un concetto, e quindi la disponibilità delle persone ad ascoltare la musica. Ed è veramente un peccato: non tutta la musica deve arrivarti come un pugno in faccia, ma se non lo fa è perché magari ci sono delle cose da scoprire, ed è molto bello farlo, io sono abituato così. Per questo abbiamo fatto un disco del genere, che credo non sia molto immediato: ci piacerebbe che la gente andasse a scoprirlo, questo disco, magari con il tempo.

Faticare per ascoltare può portare a un ascolto più pieno e, eventualmente, a una critica più fondata: ma Padania arriva come una manata in faccia, anche solo dal punto di vista musicale. C’è un lavoro stratificato, sui feedback, sullo spessore del suono: è qualcosa nata in studio o già i musicisti hanno portato un’idea sonora di questo tipo?
No, è qualcosa che è nato in studio. All’inizio volevamo organizzare il lavoro come abbiamo fatto ultimamente, cioè suonando tutti insieme nella stessa stanza: così avevamo l’illusione di mantenere una certa naturalezza. Ma è una modalità che non sempre è funzionale: magari una soluzione che viene al momento è mediamente buona per quel pezzo, ma non è detto che perché l’hai trovata lì in studio sia la migliore. Spesso le cose migliori vengono fuori ragionando, riflettendo, cambiando, eccetera. Dopo un po’ ci siamo resi conto che le cose migliori venivano dagli spunti su cui ognuno lavorava a casa propria e poi portava in sala prove, per cui abbiamo deciso di continuare a lavorare così. Ognuno ha lavorato ai propri spunti da solo, per poi portarli in sala prove affinché gli altri potessero lavorarci a loro volta da soli. Per farti un esempio: se Giorgio Ciccarelli faceva un riff di chitarra particolarmente interessante, io poi a casa facevo un cantato sopra, lo strutturavo e lo passavo a Giorgio Prette, che a casa ci faceva una parte di batteria, eccetera. Il tutto senza essere nella stessa stanza. Secondo me questa cosa ha giovato tanto, perché noi tutti abbiamo provato a fare delle cose che forse non avremmo fatto davanti agli altri. Io stesso mi sono fatto tutte le voci in sala prove da solo, cosa che non credo avrei fatto di fronte agli altri, non sempre con grandi risultati (ride). Il settanta per cento delle cose che ho fatto, per fortuna, non sono finite nel disco, ma quel poco che hofatto mi soddisfa molto, perché è un po’ diverso da quello che avevo fatto nel passato. E così credo che sia per tutti gli altri.

Per concludere, torniamo da dove abbiamo incominciato. Ascoltando ciò che mi hai detto ho ripensato al concetto di impotenza dell’uomo protagonista della canzone “Il Paese è reale”, e il tuo menzionare lo smarrimento e il disorientamento hanno come relativo fisico la pianura, che spesso provoca queste sensazioni. Quanto spesso e come vieni preso anche tu da questo senso di smarrimento, impotenza e frustrazione che credo siano elementi di spicco dello spirito del Paese, non solo adesso?
Sì, hai detto bene: sono caratteristiche del Paese da tanto tempo a questa parte, e anche io ci casco molto spesso, devo dire. Nel nostro ambiente, poi, è molto facile essere presi dallo smarrimento e dalla frustrazione, non solo perché le cose fanno fatica a funzionare per tutti, ma anche perché c’è una mentalità veramente meschina: c’è tantissima invidia, c’è rancore, ma soprattutto c’è tantissimo immobilismo. E internet, che pure ha tanti vantaggi nell’ambito della comunicazione e che anche io uso tantissimo magari per riascoltarmi delle cose di catalogo, ha peggiorato questa situazione: tiene a casa le persone, non le fa essere presenti e sicuramente le rende più innocue, da un certo punto di vista. E invece di sfogare la rabbia e il rancore con le invettive che si leggono in rete tutti i giorni, non fa altro che alimentarle, perché nutre l’immobilismo e non provoca alcun tipo di reazione. Non sono l’unico, purtroppo, a provare queste sensazioni, adesso come adesso. Però sto anche vedendo delle reazioni molto importanti (e parlo sempre del mio mondo, quello della musica e dell’arte, perché non voglio fare il tuttologo): il Teatro Valle occupato a Roma, ma soprattutto il Teatro Coppola a Catania, un vero gesto di responsabilità civile. La gente è andata a ristrutturare gratuitamente un teatro per ridarlo ai cittadini, non per tenerselo e occuparlo per scopi personali. Io credo che la gente abbia ricominciato a capire che la partecipazione reale, quella fisica, è il futuro, per quanto possa sembrare una cosa preistorica. Quando ci sono state le amministrative a Milano, a detta dell’amministrazione stessa il momento della svolta è stato il concerto di piazza Duca d’Aosta, dove 25000 persone si sono trovate fisicamente insieme nello stesso posto e si sono rese conto che eravamo in tanti e valeva la pena comunque di provarci: da lì è stata una spirale positiva. Quindi credo che queste cose stiano tornando, che soprattutto la giovanissima generazione si sia resa conto che la partecipazione può essere una via di fuga dall’immobilismo e dalla rabbia e dal rancore che ne derivano.

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Gotico texano: un’intervista a Josh T. Pearson

Josh T. Pearson esce dai camerini del Locomotiv Club di Bologna con pantaloni scuri, camicia scura aperta sul davanti e una pelliccia. È il 16 novembre scorso e fa freddo.

“L’ho comprata a Parigi per 20 euro”, mi dice. “È poco, non trovi? I ragazzi oggi non comprano cose così, perché è vera pelliccia. Ma…”, esita e mi guarda con due occhi profondi, ispirati e terribilmente tristi al tempo stesso. “Io sono del Texas”, conclude. E quest’affermazione in sé racconta già moltissimo di Josh T. Pearson e della sua carriera, iniziata sfortunatamente con i Lift to Experience, ma più che affermata grazie all’osannato (e ostico) debutto solista Last of the Country Gentlemen, uscito nel marzo del 2011. Un cristiano del Texas: quattro parole che aprono un mondo e un immaginario non sempre tranquillizzante, anzi. E il nostro, pur emanando una sorta di ancestrale e terricola sacralità, è garbato nei modi e acutamente ironico nella conversazione. Un vero gentiluomo del Sud, appunto, che non si vergogna a dire che per quanto possa affermare che il suono dell’album, interamente in acustico, sia volutamente rarefatto e intimo, dipende anche dal fatto che non poteva permettersi una band. “Gli studi costano un sacco”, dice meditabondo.

Cominciamo dall’artwork del disco e dalle foto sul tuo sito web: abbiamo fucili, nudità, ambienti rurali. Cos’hanno in comune tutte queste cose?

L’amore, direi. L’amore che ci rende tutti uguali, ci unisce, fa nascere i bambini. E la ragazza sulla copertina rappresenta quasi un ideale platonico di bellezza: l’abbiamo truccata per renderla quasi irreale, di plastica. Le foto con i fucili, invece, mostrano l’archetipo del vero uomo, rispettato e autoritario. Mi piacciono i concetti di amore, onore e rispetto.

C’è molta religione nei testi dell’album: si parla spesso di salvezza. Da chi o cosa bisogna essere salvati e come?

(ride) È una domanda difficile! Si può essere salvati da molte cose: dalla musica, per esempio, o da una persona, un’idea o una speranza. Ma si può essere salvati anche dal raggiungimento di un obiettivo. Io credo in Dio, negli angeli e in tutte quelle cose, sono un credente, un prigioniero del Signore. Non c’è niente che io possa fare, non posso fuggire. Vorrei poter cantare così forte da poter scardinare le porte, ma purtroppo le viti sono troppo strette.

C’è anche un lato più legato all’amore, al sesso, all’erotismo, al femminino. In particolare mi ha colpito un verso di “Woman, I’ve raised hell”, quando dici: Honey you are the Queen / But you had better leave or I will be forced to be King. Usi “force”, obbligare, e questa scelta mi trasmette un senso di minaccia nella canzone…

Ho faticato per un paio di mesi su quella frase. Non ero sicuro di usare la parola “forced”o “to see the return of a terrible king”. Mi piaceva la parola “forced” perché questo obbligo fa parte della nostra natura: non ne siamo contenti, ma fa parte del nostro essere animali, e non abbiamo alcuna opportunità per contrastarlo. È un istinto naturale che emerge. “Woman…” è una canzone d’amore, ma sarebbe stupido, da vigliacchi, affermare che nell’amore non si sperimenta anche la rabbia. Fa parte dei nostri limiti. Comunque ci ho messo un paio di mesi a lavorare su quelle parole e sono contento che qualcuno le noti e se ne sia interessato. Adesso dal vivo canto “see the return of a terrible king” e lo faccio perché mi piace come le parole rotolano sulla mia lingua.

Last of the Country Gentlemen è un disco profondamente statunitense, in molti l’hanno associato al concetto di “gotico americano”, ma ha anche legami con l’Europa, dove è stato registrato. Come si sono mischiate le tue radici texane con l’esperienza europea?

Be’, sono americano e ne sono felice. In trenta e passa anni l’America mi ha dato molto e non me la si può togliere da dentro… Sono legato all’idea di vastità e romanticismo di alcuni posti del Texas dove sono cresciuto. Però me ne sono anche allontanato molto: ho passato un paio di anni a Parigi, altri due a Berlino, forse uno a Londra, posti diversi tra loro, ma lontanissimi dai miei. Sono anche stato a New York, che non è così distante dal Texas, ma è una città rutilante e frenetica, a differenza delle metropoli europee. Mi piacciono perché c’è tempo per pensare e infatti in Europa ho avuto modo di riflettere sulla mia musica e sulla scrittura… Ma a proposito di “gotico”: chiamiamolo “gotico texano”: non che ci sia questa grande differenza, ma mi suona meglio (ride).

Il tuo sito è molto bello…

… ah, ma di quello si occupa l’etichetta…

Sì, lo immagino: ma penso che sia stato tu a decidere che, cliccando nella sezione intitolata “Bad news” si arrivi sul sito di Fox News. Uno è concentrato sulle tematiche del disco e trova, in maniera inaspettata e divertita, questo link…

(ride sorpreso) Ho chiesto loro di farlo e l’hanno fatto! Pensavo fosse divertente. Avrei potuto anche linkare The Economist e l’avrei trovato comunque buffo. Ma sai, alla gente piace prendere per il culo Fox News e quindi… ho giocato facile prendendomela con l’informazione di destra. Ma credo che negli Stati Uniti la sinistra sia più conservatrice della sua controparte.

Politicamente come ti collochi?

Proprio al centro. Per molto tempo non pensavo alla politica, sebbene leggessi The Economist ogni settimana, e lo faccio anche ora, specialmente in tour. Forse sono più vicino alle posizioni conservatrici in ambito fiscale, ma sono scandalizzato dal dibattito sull’assistenza sanitaria. D’accordo che è politica, ma è un vero prodigio che gli evangelici possano essere contrari alla gratuità dell’assistenza sanitaria. Proprio nel Nuovo Testamento si dice di donare i propri vestiti ai poveri, di porgere l’altra guancia… È stupefacente come riescano a convincere l’elettorato a votare in maniera contraria ai loro principi. Gesù è venuto per guarire i malati, per ridare l’udito al sordo e la vista al cieco… e questi li convincono del contrario. È un trucco messo a punto da gente malvagia… Ma sento che, non solo negli USA, le cose possono cambiare, c’è aria di rivoluzione, sebbene il momento non sia semplice. Lentamente stiamo diventando forse un po’ più intelligenti e aperti. O almeno, lo spero.

Grazie a Jonathan per la prima traduzione

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