Archivi tag: intervista

Un altro offMaps

Domani a Bologna dovevano esserci gli Happy Mondays, ma niente, il concerto è stato annullato. Siamo però qui pronti a darvi un’alternativa: a Leggere Strutture, in via Ferrarese, con la complicità dell’Officina Letteraria Ultima Sigaretta, ci sarà un nuovo appuntamento con offMaps. Si tratta di una “trasferta” della trasmissione radiofonica che conduco ogni pomeriggio: rimane la formula della chiacchiera libera e del minilive, ma tutto viene fatto dal vivo, e non irradiato. Insomma, o siete là presenti, dalle 21 circa, o ciccia.

L’ospite di offMaps@Leggere Strutture sarà Marco Parente, che da qualche mese ha pubblicato il suo disco La riproduzione dei fiori. Chiacchiererò con lui del suddetto disco e di altre amenità, e lui suonerà dei brani del disco in una speciale versione acustica, con voce, chitarra e piano. Marco sarà ospite di Maps domani pomeriggio.

Insomma, siateci. Gli Happy Mondays, comunque, non vi meritavano.

Lascia un commento

Archiviato in Eight Days A Week, I'm Happy Just To Dance With You

Back to the USA

Considerando che non posso permettermi un nuovo viaggio negli Stati Uniti, mi riferisco al fatto che Maps, la trasmissione che conduco dal 2007, è di nuovo sbarcata in America, con l’intervista a Mark Stewart di cui ho parlato anche in questo blog. Il ringraziamento va ovviamente a J. (ora in tour proprio colà) e a P. che è stato al mio fianco, camera in mano, a sopportare tutto quanto.

Lascia un commento

Archiviato in Eight Days A Week, Things We Said Today

Words disobey me

Intorno alla metà del 2010 siamo venuti a conoscenza che il Pop Group era tornato e che avrebbe suonato una delle pochissime date di un mini-tour a Bologna. Con la redazione di Maps ci siamo, ovviamente, messi a caccia di Mark Stewart, uno dei personaggi più bizzarri e potenzialmente controversi della musica degli ultimi trent’anni.
Eravamo davvero emozionati dalla possibiità di vedere la band dal vivo e di realizzare una delle prime interviste con Stewart di nuovo alle prese con il Pop Group, una band che ha realmente avuto un effetto devastante sulla musica cosiddetta “post punk” relativamente ai due soli album prodotti, nel 1979 e 1980.

Settembre 2010: è il giorno prima del concerto e abbiamo appuntamento al Locomotiv, il club che ospiterà il live. L’appuntamento per l’intervista (richiesta e ottenuta come intervista video) salta. Panico. Arriva la telefonata da uno degli organizzatori: “Tra dieci minuti va bene?”. No, non ce la possiamo fare fisicamente. Chiediamo un posticipo e lo otteniamo. Ma l’incontro è da tenersi in una lavanderia a gettone. “Eh?”, dico io. “Eh”, dicono dall’altra parte e mi danno l’indirizzo del posto.
Arriva il fido P. e saltiamo in macchina, diretti al Locomotiv, quando arriva un’altra telefonata: Mark Stewart è ancora nel locale che fa le prove. Lo intervistiamo là. Il Pop Group è sul palco, ma mi costringo a non prestare troppa attenzione a quel che sento, perché non voglio rovinarmi la sorpresa della sera.
Mark Stewart è enorme: non come statura artistica, ma fisica. Sapevo che fosse imponente, ma non credevo lo fosse a tal punto. Un omone, che scende dal palco, non saluta nessuno, vede P. che fa prove di esposizione con la macchina digitale e gli dice molto bruscamente che non vuole scatti. P. dice che non sta facendo una foto, ma Stewart lo interrompe ancora e se ne va.
Arriva il fonico del concerto, un amico: “Simpatico, eh? Lo stavo mandando a quel paese, prima, per come mi ha risposto.”
Benissimo: questo primo approccio non è buono, per usare un eufemismo.
Gi organizzatori ci dicono che l’intervista si svolgerà fuori dal locale. Noi ci sediamo a un tavolino, aspettando Mark Stewart, che non si sa dove sia. Finalmente arriva, ordina un tè, sempre senza degnare nessuno di uno sguardo, capisce che l’intervista è video e dice di non poterla fare, perché non ha magliette pulite. Noi cerchiamo di ribattere, ma lui dice che lo possiamo portare in una lavanderia (quella del primo appuntamento, ecco perché!) e fare l’intervista là. Ci alziamo quando il povero organizzatore esce dal bar vicino al club con un vassoio e un tè. Stewart riesce a dire al tour manager “Pagalo” e poi ci guarda, come per ordinarci di affrettare il passo.
In macchina Stewart mi chiede di anticipargli delle domande. Sono domande normali, a mio avviso: mi sentivo preparato, poi, che c’entra, sono il giornalista che sono. Comunque: l’omone, seduto sul sedile posteriore, mi costringe a torsioni del collo per comunicargli le domande. Dopo la prima, mi dice “Rubbish”. Monnezza. Non risponde neanche. “Passa alla seconda”, dice, con aria di sufficienza.
Ma anche quella non gli va bene. Al terzo rifiuto, mi altero io. “Scusi”, gli chiedo, “ha intenzione di essere collaborativo o no? Perché quest’intervista non è obbligatoria.” Per la prima volta Stewart si ammorbidisce un po’, e, in pratica, mi spiega perché secondo lui le mie domande erano monnezza.
Il mio errore era stato usare termini a sproposito che identificavano la mia visione del mondo (sbagliata) come assai lontana dalla sua (giusta). In quel momento, sentendolo mentre esponeva le sue visioni, ho pensato ad alcuni articoli di “Lotta Comunista”: in confronto alle parole di Stewart mi sembravano pericolosamente riformisti. Mentre ci fa il bignami del pensiero leninista, Marx Stewart ci dice anche che percorso (stradale, oltre che politico) fare, scocciato perché secondo lui avevamo sbagliato strada. Io vivo a Bologna da quasi quindici anni e P., alla guida, la conosce in lungo e in largo, perché è nato poco fuori. Ma con noi c’era Maps Stewart: lui sapeva dove andare.
Arrivati nei pressi della lavanderia, ci ha chiesto di farlo scendere e di portargli un caffè, una volta che avessimo trovato parcheggio.
Quando è uscito dalla macchina, abbiamo pensato sinceramente di andarcene, di piantarlo lì. Tanto sarebbe tornato facilmente, no? E inoltre la voglia di assistere al concerto si era molto affievolita.
Invece abbiamo deciso di raggiungerlo in lavanderia (senza portagli il caffè) e, una volta accesa la camera digitale l’omone è diventato un altro: uno showman capace, tosto di carattere, a suo modo quasi affascinante. E il concerto è stato bellissimo.

Pubblichiamo oggi su Maps e SentireAscoltare la prima intervista mondiale sul nuovo corso del Pop Group. Lo dice lui alla fine del filmato, non io, che è la prima. Fatemi sapere se ne è valsa la pena. E soprattutto se sono irrimediabilmente diventato un lurido borghese conservatore anch’io.

1 Commento

Archiviato in I Me Mine, I'm Happy Just To Dance With You, Things We Said Today

Buona televisione

Ho vissuto il fine settimana precedente a quello che ci siamo appena lasciati alle spalle in una strana condizione. ISBN Edizioni mi aveva fatto avere il cofanetto di Avere Ventanni appena in tempo, appunto, per il week-end, e sapevo che avrei avuto solo quei giorni per preparare l’intervista a Massimo Coppola. Venticinque ore di documentari in meno di cinque giorni. Sono sei ore al giorno. Mica poco. Ma ce l’ho fatta, a discapito della mia presenza nel mondo reale, come succede sempre quando ci si immerge in qualcosa di totalizzante.
Vedere Avere Ventanni con questa modalità non è una cosa che posso consigliarvi di fare: rischierei la denuncia per ipnosi indotta. Ma vedere di seguito le tre serie andate in onda su MTV tra il 2004 e il 2006 ha anche diversi vantaggi. Il primo è percepire sensibilmente gli aggiustamenti di rotta degli autori (oltre a Coppola ci sono Giovanni Giommi, Alberto Piccinini e Latino Pellegrini) nelle prime puntate della prima serie. Coppola all’inizio prova a fare il suo alter ego (talvolta fastidioso) che c’era in Brand:new o in Pavlov, ma la realtà lo supera a destra. Comincia quindi giustamente a pensare che è un altro Coppola che deve porsi di fronte ai ventenni che incontra in giro per l’Italia: usa allora il retroterra filosofico, ma nel senso più pragmatico possibile. Coppola, quindi, inizia a domandare cose semplici e d’ordine quotidiano agli “eroi” delle puntate: cosa fanno, qual è il mestiere dei genitori, quanto guadagnano, se sono fidanzati. Entra nelle case, nelle stanze degli studentati, nei karaoke bar, nei cantieri, negli androni dei palazzi, nelle macchine, negli uffici. Spesso va in un posto per parlare con qualcuno e scopre che la storia di un altro è molto più interessante: l’obiettivo cambia repentinamente, libero da ogni pesantezza produttiva, considerando che tutto è realizzato con tecnologie digitali portatili. Infine Coppola e i suoi ascoltano, con curiosità e partecipazione, ma senza compatimenti. E, quando arriva la compassione, quando neanche gli autori riescono a trattenere il dolore e la tristezza, semplicemente, abbassano la camera e la spengono.

Interrompere una registrazione è un atto realmente rivoluzionario, in ambiti intimi come quelli raccontati da Avere Ventanni. Nell’intervista potete ascoltare cosa Coppola pensa di quella che ho chiamato “etica della videocamera”, e di cui ho parlato spesso qua sul blog. Che senso ha zoomare sulle lacrime, infilare obiettivi tra le sbarre di cancelli chiusi, nominare ripetutamente le persone uccise, domandare tenendo attaccato il microfono all’altoparlante di un citofono? Nessuno. Eppure è così che la televisione italiana intende l’informazione, nella maggior parte dei casi. Già per questo Avere Ventanni ha un valore programmatico fortissimo ma, ahinoi, del tutto inascoltato. Il pudore e l’intelligenza di questi documentari sono un episodio occasionale e isolato nell’ambito televisivo italiano.
Ma l’importanza di Avere Ventanni va oltre l’aspetto etico e formale a cui ho accennato. Vedere decine di ore di girato in pochi giorni mi ha illuminato sulla rilevanza storico-documentale che questo cofanetto ha. Ricordo ancora quando, nelle prime lezioni di storia delle superiori, il professore ci spiegò che cosa si intendesse per “documento” in quell’ambito. Scorrendo le storie raccontate nel cinque dvd, mi è tornato in mente il significato primo di questo termine molto usato (e quindi spesso abusato): effettivamente queste puntate sono un documento storico importantissimo per l’Italia contemporanea, ogni minuto e ogni inquadratura è portatrice di significato e ben contestualizzata. Assenza di riferimenti politici, disgregazione sociale, povertà, disillusione, ignoranza, violenza. “Erano anni dolorosi”, mi ha detto Coppola, usando il passato solo per coerenza, visto che gli stavo chiedendo di quei primi anni zero in cui Avere Ventanni è stato girato: le cose non sono poi così tanto cambiate. Attenzione, però: si potrebbe obiettare che l’obiettivo dell'”indagine” degli autori fosse la condizione giovanile di quel periodo. Nonostante questo io credo che, alla fine, Avere Ventanni parli del Paese tutto: perché, sebbene le classi dirigenti italiane facciano di tutto per negarlo o ignorarlo, sono i ventenni che iniziano a costruire, ricostruire ed eventualmente a cambiare una nazione. Proprio quelli che oggi stanno abbandonando in massa l’Italia e che, solo sei anni fa, avevano ventanni.

Lascia un commento

Archiviato in Glass Onion, I'm Happy Just To Dance With You

Confessional Poetry

Sapevo solo vagamente chi fosse Robert Lowell, a cui è intitolata la prima traccia del nuovo disco dei Massimo Volume, Cattive abitudini. Ho scoperto che è stato il fondatore della “Poesia confessionale”, ma è divertente (e bellissimo) che la pagina Wikipedia dedicata al poeta parli di “poesia confusionale“.
Non c’è nulla di confusionale, in Cattive abitudini: le linee di chitarra traggono forza dal rumore e leggerezza dai silenzi, quando sono più o meno rarefatte. La batteria è una sicurezza, amalgamata al basso: insomma, sono tornati i Massimo Volume, come ce li ricordavamo, e come li abbiamo visti dal vivo dal 2008 a oggi. Dentro e fuori dall’onda ho parlato molte con Mimì, Vittoria, Egle e Stefano:  la reunion è stata un successo e i live ne sono la conferma, ma il disco? La domanda, insomma, che sicuramente oltre che da a me gli è stata posta da tanti altri. “Tanto vale dirlo subito, confessarlo“, avranno pensato.

chi l’avrebbe mai detto
di ritrovarci qui,
giugno 2010
in un pomeriggio
di pioggia e di sole
seduti di fronte
alle nostre parole?

(“Robert Lowell”)

Forse è vero, forse nessuno di voi l’avrebbe detto, ma eccoci, il disco è già iniziato da qualche secondo e sono loro, proprio loro, non c’è dubbio. Non si sono fatti tentare da impasti di riverberi, basi elettroniche più o meno raffinate, né dai sorrisi della gente sotto il palco più giovane di quando loro stessi avevano iniziato a suonare, vent’anni fa. Si sono chiusi in uno studio sulle rive del Po, quest’estate, e hanno tirato fuori un’ora di musica potente e lucida, su cui e con cui Clementi, ancora una volta, racconta storie popolate da luci e sensazioni che in una manciata di righe ti si piantano nella testa. I testi sono scritti su carta intestata di diversi alberghi, dalla Svizzera a Londra, da Rimini a Venezia, e il libretto riporta, oltre ai bellissimi disegni di BJ, solamente quelli e qualche nota tecnica. Mi è venuto voglia, ascoltando il disco, di prendere un atlante e immaginare dei viaggi, seguendo quegli alloggi temporanei con nomi altisonanti, ma le parole mi hanno riportato a loro con pressante dolcezza. E così sono stato a “Coney Island” ,in una stanza chiusa a chiave, tra i deliri di Leo e le asprezze delle donne descritte da Clementi, l’ossessione del tempo, scandito da arpeggi e distorsori, fino al letto di morte di qualcuno, trasfigurato nei ricordi e nella fantasia di un impossibile ritorno.

te ne sei andato docile
tra le mie braccia
nella tua arida notte
che un giorno sarà la mia

(“Mi piacerebbe ogni tanto averti qui”)

E d’accordo, a nessun poeta o scrittore piace sentirsi rivolgere la domanda “Ma quanto c’è di autobiografico in tutto questo”, però l’idea che Lowell fosse messo là in cima non per caso è arrivata, ma è stata subito spazzata via da un’apertura melodica e armonica che i Massimo Volume hanno raramente mostrato. Un trio femminile (Vittoria Burattini e Marcella Riccardi, una titolare e una “ex”, e Angela Baraldi) accompagna e innalza la consapevolezza, il cui dolore sfocia poi in “Fausto”, disperata e urlata: non a caso quest’ultimo brano contiene una citazione da “L’urlo” di Ginsberg, dove però la distruzione della generazione del poeta avveniva per follia; nel nostro “mondicino” basta scegliere di apparire per una serata in tv per perdersi rimanendo vestiti (lontani dalla nudità primitiva e folle di Ginsberg), “intonando il vestito al tema della puntata”.
Ma lo si può anche non fare: si può anche scegliere di ricordare, di non tradire. Così come si può tornare, quasi dieci anni dopo essersene andati, perché si ha davvero qualcosa da dire. E lo si fa alla perfezione.

(Ancora una volta avrò i Massimo Volume ospiti a Maps, venerdì 15 ottobre alle 16. E neanche a dirlo, Cattive abitudini è il nostro disco della settimana).

2 commenti

Archiviato in I'm Happy Just To Dance With You

Bustone sorpresa

Ultimi guizzi, amici, e non nel senso acquatico del termine. Due regali, chiamiamoli così, per chi ancora non è andato in vacanza.

Il primo lo trovate qua: si tratta di un’intervista fatta a Michael Palin durante il Biografilm Festival: chiedo perdono fin d’ora per la mia faccia ebete, ma sapete che quando uno incontra uno dei miti della sua vita…

Il secondo, invece, è qua: oggi inizia l’ultima settimana di programmazione di Maps e, come di consueto, vi regaliamo un doppio cd con il meglio dei live fatti in trasmissione.

Fatemi sapere se i regali sono di vostro gradimento.

Lascia un commento

Archiviato in Eight Days A Week

La lingua e la terra

Ogni volta che leggo un libro di Omar Di Monopoli rimango avvinto, oltre che dalla trama, dal modo che Omar ha di raccontare. Questo terzo romanzo edito per ISBN, La legge di Fonzi, non è da meno. La storia, ambientata in una Puglia cruda, selvaggia e cattiva, assai diversa da come l’ente turismo e i giornali ce la vogliono mostrare, è una vicenda violenta, di delitti e vendette, con dei personaggi che non possono scappare dal loro destino di colpa: non si salva nessuno. Ma è il modo di narrare che affascina: il lessico di Di Monopoli è ricchissimo di sfumature, si contagia e sfocia talvolta nel dialetto vero e proprio, con imprechi smozzicati, commistioni con un improbabile italiano, senza in questo essere minimamente ammiccante. Non si tratta, qui, di un’etnicità da salotto, ma di una lingua dura come la terra arsa dal sole, che esclude chi non la capisce, che non fa sconti né regali, come i personaggi che la parlano. Le parole e le espressioni che l’autore sceglie riescono ad essere sinestetiche, multisensoriali: il suono di certe consonanti sfrega sulla pagina come le macchine che sgommano sull’asfalto arso, le maledizioni che lo sfasciacarrozze Skùppetta lancia rimangono appiccicate sul foglio come i suoi scaracchi, si riesce a percepire la povertà delle case e la disperazione. C’è un’attenzione rara alla lingua, insomma, che di per sè varrebbe il prezzo del libro, senza che, tuttavia, il romanzo si riduca a un esercizio di stile.

In tutto questo, però, La legge di Fonzi non racconta di un mondo atemporale, ma di qualcosa che è ben radicato nei modi d’oggi: a differenza delle altre due, quest’ultima parte di una possibile trilogia è quella in cui il mondo esterno penetra di più nelle vicende. Un mondo che vorrebbe essere luccicante, dell’immagine edulcorata e sorridente, dei VIP, del potere. Un mondo che cozza con il paese di Monte Svevo dove il romanzo è ambientato, e in cui pare che ci sia quasi una forza soprannaturale che tende a mantenere tutto così com’è, rigettando con impeto tutto quello che di nuovo, giovane e pulito possa arrivare, e facendo letteralmente deflagrare ogni tentativo di includere la sua comunità in un contesto più ampio. Come suggello a questa immobilità, Di Monopoli fa campeggiare nei dintorni del paese un cavalcavia, parte di una superstrada mai completata, che incombe come monito sugli abitanti di Monte Svevo.

E nemmeno se lo volessi potrei spiegarle quanta disperazione ci sta, negli occhi di quelle persone [gli abitanti di Monte Svevo, n.d.r.]. Brava gente che magari ha sacrificato una vita per far studiare i propri ragazzi pensando di offrire loro un futuro. E invece quel futuro semplicemente non c’è. Non qui. E non per loro. (…) Quando mi hanno mandato qui, tutti non facevano che ripetermi che la Sacra Corona Unita sarebbe stata l’ultima delle mie preoccupazioni. Lo Stato è intervenuto, dicevano, e l’organizzazione smantellata. Eppure in giro vedo tante di quelle storture, tanto di quel veleno, che a volte penso che quella era solo una sigla, niente di più. Un nome di comodo a uso e consumo dei giornali. (…) Non importa il nome che le diamo, quaggiù il problema più grosso tutta questa rabbia che resta in circolo è, perché come una giostra non fa altro che farci girare su noi stessi, a vuoto, senza arrivare mai da nessuna parte…
(Omar Di Monopoli, La legge di Fonzi, ISBN Edizioni, Milano, 2010, pp. 124-125)

(Domani intervisterò Omar Di Monopoli in diretta a Maps: se volete ascoltare qualcosa sui suoi libri precedenti, cliccate qua e qua).

Lascia un commento

Archiviato in Eight Days A Week, Paperback Writer

Un altro appuntamento con Off Maps @ Modo Infoshop!

Dopo quel che era stato a ottobre, noi di Maps ci trasferiamo di nuovo nelle accoglienti stanze del Modo Infoshop, per un incontro con Luca Trambusti, autore di Consapevolezza, un bellissimo libro (edito da Arcana) sugli Area e Demetrio Stratos.

Ma domani non parleremo soltanto di questo: insieme a Michele Orvieti della Trovarobato e Oderso Rubini, storico produttore italiano, parleremo di cosa vuol dire creare un progetto discografico e capiremo come e quando si interseca con il contesto socioculturale in cui nasce.

Per saperne di più, andate qua: in ogni caso ci vediamo domani alle 2130 da Modo.

P.S. Se vi va, questo pomeriggio, sì, proprio oggi intorno alle 16 a Maps abbiamo ospiti Ninni Bruschetta e Francesco Pannofino: già, Duccio Patanè e Renè Ferretti di Boris. La terza stagione inizia il primo marzo e che, ce la vogliamo perdere una chiacchierata con loro?

Lascia un commento

Archiviato in Eight Days A Week, I'm Happy Just To Dance With You, Paperback Writer, Things We Said Today

Gipi(s)

Una delle cose che ricordo con più piacere di quando lavoravo per la nota-editrice-di-fumetti è stato contribuire all’uscita di quel capolavoro che è La mia vita disegnata male di Gipi. Ne abbiamo parlato in radio, ne ho parlato con Gipi stesso poche ore dopo che ci aveva mandato la prima versione del volume in redazione.

Ho affrontato quindi la lettura del nuovo lavoro del fumettista con un misto di nostalgia e curiosità nei confronti di questa raccolta intitolata Diario di fiume e altre storie: storie lunghe, brevi e brevissime, raccolte nel tempo. Qualcuna inedita, qualcuna no. Che dire? Che è l’ennesima conferma del talento di narratore, oltre che di fumettista (termine un po’ riduttivo), di Gipi, che rimbalza, oltre che tra i formati e il respiro diverso dei racconti, tra una serie di opposti: è ironico e tragico, disegna e scrive a penna, cancellando le parole e riscrivendole, creando figure tremolanti, come solo lo possono essere nei ricordi che si tenta disperatamente di fissare. Altre volte, invece, i suoi acquerelli sono lirici e quasi panici, certe tavole paiono davvero uscire dalla carta, per farsi acqua, cielo, alberi, strade. E spesso, libero da ogni riserva, come ogni artista dovrebbe essere (e solo il cielo sa quanto poco uso questa parola), Gipi irride se stesso e noi, rivolgendosi direttamente al lettore, mostrando trucchi, o celandoli appena, con un ghigno che conosco bene. Talvolta, infine, mescola tutto: e allora, come uno sbordare del pennello fa finire una tinta liquida sul segno di una penna, o come uno sbuffo di biro macchia un campo di colore, ci si ritrova completamente nelle sue mani a ridere, piangere, incazzarsi.

Non ha senso paragonare Diario di fiume a opere complete e strutturate (pur sembrando improvvisate o quasi) quali S. o LMVDM: ma qua, tra le pagine di questa raccolta, appare (e scompare con una pernacchia) il Gipi più vero. Anzi, i Gipi. Ne parliamo domani alle 1545 a Maps. Con Gipi. Almeno uno.

Lascia un commento

Archiviato in Paperback Writer

Off Maps @ Modo Infoshop

Come siamo giovani, io e Jonathan, eh? Quando, qualche mese fa, ci è venuta l’idea di “esportare” la nostra trasmissioncina, il nome è venuto abbastanza presto. Quindi siamo andati da Modo, dove abbiamo immediatamente trovato disponibilità e ospitalità. E stasera si inizia.

Insomma, primo appuntamento per Off Maps @ Modo Infoshop, che vuole essere una serie di incontri dove ricreiamo il salottino radiofonico nel salottino (reale e davvero comodo) della libreria-e-non-solo di via Mascarella.
Questa sera parliamo con Luca Castelli de La musica liberata, un volume edito da Arcana che fa il punto sulla “rivoluzione musicale” degli ultimi dieci anni. Da Napster a In Rainbows, insomma. E questo pomeriggio, ovviamente, Luca è ospite a Maps.

Prossimo passo: la conquista della Kamchatka.

4 commenti

Archiviato in Eight Days A Week, Paperback Writer, Things We Said Today

Dalla prima all’ultima carrozza – Express Festival 2009

Sette concerti in dodici giorni, band diverse tra loro, due location e infiniti cambi di temperatura. Ehm, cercherò di essere breve. Se cliccate sulle fotine, ne potete vedere delle altre. Pensate un po’.

Lydia LunchDal 1977 con amore – Lydia Lunch (20 maggio)

L’avevo intervistata nel pomeriggio a Maps, e aveva concluso la telefonata dicendo letteralmente “portatevi le palle, perché avrò il pisello di fuori”. Questa è Lydia Lunch. Un personaggio che è entrato a gamba tesa nella no wave newyorchese e che lì è rimasta, ben sapendolo. Una carriera fatta di dischi fondamentali e altri decisamente meno riusciti. Sul palco del Locomotiv dice “siamo nel 1977”: prendere o lasciare. Vestita in maniera improbabile, tortura la sua chitarra, ma tira fuori uno spettacolo divertente e consapevole di essere qualcosa di altro, che viene da un altro tempo. Pubblico variopinto e composito, ma quelli, anzi, quelle più truccate non erano nate quando la giovane Lydia faceva comunella con James Chance. Decisamente un bell’inizio.

Sweat, sex, rock’n’roll – Boss Hog e Micragirls (21 maggio)
Cristina MartinezSeconda giornata del Festival all’insegna del sesso e del sudore. Le Micragirls sono tre finlandesi giovanissime, che fanno un garage rock sghembo e scanzonato, divertente. Poi salgono sul palco i Boss Hog: Cristina Martinez non si risparmia, così come Jon Spencer e gli altri della band. Pantaloni di pelle, repertorio preso dai dischi dei Boss Hog, con canzoni che sembrano non vedano l’ora di uscire da bocche, chitarre e tamburi, dopo otto anni di assenza della band dai palchi. Uno dei migliori concerti dell’anno. Giudizio che, lo ammetto, potrebbe derivare anche dal fatto che l’ho seguito tutto in prima fila, a una spanna di distanza da quella meraviglia che è (ahimè) la moglie di Jon Spencer. Eccezionali.

Genesis P-OrridgeMutations – Psychic TV (28 maggio)
La band di Genesis P-Orridge inaugura la seconda tranche dell’Express, all’Arena Puccini. Come nel caso di Lydia Lunch, siamo trasportati altrove, in una dimensione altra, data prima di tutto dall’ormai avvenuta mutazione di Orridge nella sua scomparsa signora. Caschetto biondo, occhi perennemente sgranati, movenze che tentano di essere sexy e provocanti. Ms Genesis ce la mette tutta, e così la sua band. Quello che tirano fuori è uno spettacolo divertente, ma sfuggente, talvolta poco compatto. Rimane, però, una sensazione di divertissement, di intrattenimento che, alla fine, ripaga. Certo, un po’ più di energia non avrebbe guastato, ma in fondo la signora ormai ha una certa età, sebbene sembri comunque più a suo agio a fare le mossette su un palco che a servire il te delle cinque.

Torsten KinsellaSpace Trip – God Is an Astronaut e Nicker Hill Orchestra (29 maggio)
La Nicker Hill Orchestra suona un post rock diligente e ben fatto, ma forse deve ancora acquisire forza e compattezza per risultare efficace. Dopo di loro, finalmente vedo la band irlandese, al chiuso del Locomotiv Club. Ed è uno dei live che vale la pena di vedere in quanto concerto dal vivo. Mi spiego: i tre tirano fuori sul palco dei suoni infinitamente migliori che su disco, e danno ancora senso all’abusata espressione “post rock”. Non lasciano un attimo di tregua, affascinano e coinvolgono, senza avere paura di cadere, in certi momenti, in squarci di riff e ritmi quasi-metal, per poi risollevarsi eterei su nel cielo, portandoci un po’ dove vogliono loro. Quando, dopo un’ora e passa, il concerto finisce, si è quasi storditi, e si vorrebbe fare un altro giro, subito. Un solo appunto: è lodevole l’idea dei God Is an Astronaut di associare dei visual ad ogni brano, è buona parte dello spettacolo, ma molti dei video sembrano davvero visti e rivisti. Peccato, no?

Matmos liveMinimalia – Matmos e Macchine sonore (30 maggio)
Macchine sonore è un progetto di Dario Neri, che, usando materiali industriali (telai, ruote di acciaio, martelletti) e vari pedali, crea loop ipnotici e affascinanti. Forse la location dell’Arena Puccini, in questo caso, non ha aiutato, ma comunque il progetto è da tenere d’occhio. Dario rimane sul palco anche quando ci salgono i Matmos. Il duo è spiritoso, simpatico e decisamente a suo agio. Il set che propongono, però, si rivela alla fine un po’ noioso. Certo, i Matmos riescono a tirare fuori suoni davvero da tutto: il momento davvero memorabile del concerto è una partita a dadi (con dadi da venti, i nerdacci che sono) che diventa una base per un brano musicale. Ma non mi basta, che vi devo dire?

Akron/Family liveIndiegestione – Akron/Family, Women e His Clancyness (31 maggio)
Penultimo giorno del Festival dedicato più di altri alla musica indie, qualsiasi cosa questo termine ormai voglia dire. A patto che voglia dire qualcosa. Del progetto di Jonathan dico solo bene: ormai ha acquisito una sua forma e dimensione, con brevi brani sognanti e eterei, che si reggono bene sulle trame di chitarra e voce e su loop di batteria. Ma la vera sorpresa sono i Women. La band canadese, lo ammetto, su disco non mi aveva convinto gran che. Brani che sembravano essere complicati ad hoc, con suoni creati apposta per tenere a distanza l’ascoltatore. Dal vivo i Women si riscattano ai miei occhi: la sezione ritmica è semplicemente incredibile, e anche le canzoni sembrano concedersi un po’ di più, senza perdere la loro complessità. Pubblico entusiasta, e credo che questa soddisfazione sia derivata davvero, più che da “ehi, dopo avere ascoltato il loro disco d’esordio mille volte me li vedo finalmente dal vivo”, da un “ma chi accidenti sono questi? Ehi! Vado a scaricarmi il disco (siamo nel 2009, facciamocene una ragione)”. Infine, Akron/Family. Beh, partiamo dal presupposto che non li ho mai amati molto, è la prima volta che li vedo dal vivo e mi fanno una certa impressione. Sono eccezionali a suonare, hanno una coesione invidiabile tra di loro, ma dopo un’ora di concerto sono semplicemente stanco. Stanco, sì, non ho più voglia di seguirli, hanno dato a sufficienza in sessanta minuti. Invece lo show dura per altri venti, almeno. Che i fan della band non me ne vogliano, ma qua bisogna togliere, avere il coraggio (sempre a mio parere) di fare set più corti, e magari più efficaci.

Sunn O))) liveOmbre e nebbia – Sunn O))) (1 giugno)
L’Express Festival si conclude di nuovo dentro il caro, vecchio Locomotiv Club, con uno dei concerti più attesi dell’anno. I Sunn O))), che hanno appena pubblicato Monoliths and Dimensions, per me già uno dei dischi dell’anno, tornano in Italia con un tour che celebra i dieci anni dall’uscita di The Grimmrobe Demos, rifacendo il disco per intero dal vivo. Lo potete vedere dalle foto: il Locomotiv completamente ricolmo di fumo, le figure incappucciate di Stephen O’Malley e Greg Anderson che si intravvedono appena sul palco, l’aria che risuona di accordi bassissimi e potenti per più di un’ora. I Sunn O))) portano all’estremo l’idea di concerto, e forse anche di musica: assistere a un loro concerto, chiamiamolo così, è davvero un’esperienza sensoriale, fisica, che prova e sconquassa. E’ qualcosa di vicino a una performance di arte contemporanea, più che altro. Ma i due sanno decisamente il fatto loro: ascoltare l’ultimo disco per credere (o per ricredersi). Una serata memorabile.

Ecco qua, insomma. Le ultime parole di questo lungo post vanno, però, al Locomotiv, il posto dove ho passato, anche quest’anno, un sacco di tempo, dove ho messo i dischi, visto concerti, bevuto e chiacchierato. Dove mi sono divertito e consolato. E quindi grazie a tutti quelli del Locomotiv, a Gabriele, Michele e i ragazzi del bar, e i fonici, e tutti, davvero: perché ci vuole coraggio, di questi tempi, in credere in quello che fate. Bravi. Non vedo l’ora che sia settembre per ricominciare.

1 Commento

Archiviato in I'm Happy Just To Dance With You

Noi e loro

Il mondo non è dei giovani, tanto meno è degli adolescenti: gli adolescenti ci sono, ma vengono sfruttati, forse più di altri segmenti di mercato, come puri e semplici consumatori. Non determinano, vengono determinati. Non è colpa loro, o almeno non del tutto.
Il nuovo libro di Andrea Bajani, Domani niente scuola, non dice mai queste cose esplicitamente, ma il suo approccio è un modo diverso e originale di parlare di adolescenza. Qui siamo lontani dalle notizie dei telegiornali, in cui capi redattori eccitati dalle nuove tecnologie potevano sperimentare l’ebbrezza di mandare un video di YouTube in prima serata: vi ricordate, c’era un periodo in cui le scuole italiane venivano rappresentate come un incrocio tra l’Iraq e un bordello. Sex&violence, una formula vincente da sempre, sotto la quale stavano le “notizie” dei ragazzi che davano fuoco, toccavano culi, fumavano in classe, “notizie” che davano la stura all’esercito dei Crepet e a usi e abusi dell’espressione “disagio giovanile”.

Bajani, invece, che fa? Segue, o meglio, si mette in mezzo a tre classi di liceali in gita: va due volte a Praga e una a Parigi. Osserva, chiacchiera, ascolta con loro la musica (a questo proposito, se vi interessa, qui c’è un’intervista che gli ho fatto a Maps). Ma, intelligentemente, evita ogni pruderie, e non entra nelle loro camere. Perché? Ma perché la privacy – seppure condivisa con i compagni di classe – è fondamentale a quell’età, e non solo). Parla con loro, ma non li interroga, ci chiacchiera, ma non li intervista. Sta in pullman insieme a ragazze e ragazzi, ma non fa finta di essere uno di loro. Quello che viene fuori è un bel libro, dentro al quale c’è un ritratto (chiaramente parziale) del nostro oscuro oggetto, gli adolescenti. Ma cosa sono, quindi? Sono tutto: c’è chi si interessa di politica e chi no, chi è timido e chi è sempre sotto i riflettori, chi ama la musica commerciale e chi ne preferisce altra. Un’ulteriore prova della veridicità del ritratto e dell’onestà intellettuale di Bajani.

Il libro è divertente, molto divertente. E tenero: attenzione, tenero, non pietistico. La tenerezza è un sentimento puro, che non va perso, credo. Se ne proverete mentre sfogliate le pagine di Domani niente scuola, beh, c’è ancora speranza. Potete ancora fidarvi di voi stessi e quindi, forse, degli altri.

“(…) è una fissazione degli adulti, quella di cercare riparo dalla pioggia, di pensare all’acqua come a una minaccia. E’ una fissazione degli adulti, esattamente come è una fissazione degli adulti quella di smettere di cantare a voce alta, o di smettere di correre. O come quella di smettere di fidarsi.”
Andrea Bajani – Domani niente scuola – Einaudi, Torino, 2008, p. 140

4 commenti

Archiviato in Paperback Writer

Tutta colpa di Ghareeb

Dalla mailing list legata a Baldoni, mi arriva la segnalazione di un’intervista fatta a Maurizio Scelli, che nel 2004, quando Enzo fu rapito e ucciso, era il commissario straordinario della Croce Rossa Italiana in Iraq. Prendetevi cinque minuti e leggetela. Riporto qua sotto una delle ultime domande e la seguente risposta di Scelli.

Recentemente il quotidiano arabo Al Haiat, ha pubblicato la foto di Saad Erebi al Ubaidy, a capo nell’agosto del 2004 dell’Esercito Islamico che attuò e rivendicò, l’assassinio di Baldoni, seduto accanto al comandante delle Forze Usa in Iraq, il generale David Petraeus e il vice premier iracheno Bahram Saleh. Ci sono gli estremi per aprire un’inchiesta?

Dubito molto che in Iraq, oggi come oggi si possano fare delle inchieste volte ad accertare chi abbia realmente rapito e ucciso Enzo Baldoni e il suo autista Ghareeb, del quale fece molto male a fidarsi e credo che ne sia il principale responsabile al punto da essere stato eliminato in quanto testimone scomodo.

Capito? Scelli mette l’ennesima pietra sopra al caso Baldoni. Evita la domanda, più che legittima, e chiosa con un goffo tentativo, dando la colpa all’autista di Enzo. Fatemi capire: Ghareeb consegna Enzo a qualcuno (qualcuno che poi è stato visto con gli americani, ma nel casino dell’Iraq odierno non solo tutto è possibile, ma tutto pare naturale). E poi viene eliminato in quanto testimone scomodo di una cosa che ha fatto lui stesso?

Ancora una volta, dopo tre anni e mezzo, sono triste e senza parole.

2 commenti

Archiviato in Taxman, Tomorrow Never Knows

Ad alzo zero

Ho chiesto all’Einaudi l’ultimo libro di Vitaliano Trevisan, Il ponte – Un crollo, subito dopo avere letto un’intervista allo scrittore vicentino su “Il Venerdì” di Repubblica. In quell’articolo, pubblicato due o tre settimane fa, Trevisan sparava a zero su tutto e tutti, con una lucida rabbia che mi aveva davvero sorpreso. Vorrei essere più preciso, ma purtroppo ho buttato quella copia del giornale.

Non appena ho iniziato a leggerlo ho pensato a due cose. La prima: voglio intervistare Trevisan. La seconda: ho paura di farlo. Non mi capita spesso di avere paura di fare qualcosa: sul lavoro, al massimo, ho avuto una sorta di timore reverenziale nel telefonare o incontrare qualcuno.
E più andavo avanti nella lettura più questi due sentimenti contrastanti aumentavano, alimentandosi l’uno con l’altro.

Il ponte è una sorta di lunga confessione mentale di un uomo, nato a Vicenza, ma che ha lasciato da una decina d’anni l’Italia e tutto lo schifo che la forma. Trevisan, attraverso le sue parole fitte (nella parte centrale del romanzo, più di cento pagine, c’è solo un salto di paragrafo e due “a capo”, alla faccia della presunta “poesia delle pagine bianche” di cui parlavo qualche settimana fa) esprime qualcosa che è più di un generico disprezzo del nostro paese: in fondo, chi è che non si lamenta di come vanno le cose in Italia? La rabbia di Thomas, il protagonista del libro, è diretta e cristallina come quella espressa da Trevisan in quell’intervista, nonostante Thomas parli continuamente di una malattia, che forse lo eleva a diverso e lo stacca dalla massa dalla quale ha tentato di isolarsi fisicamente trasferendosi in Germania. Nel suo lungo monologo, il narratore si interroga sulla scrittura, sulla famiglia, sulla politica, sulla società e sulla cultura italiana, sul suo cedimento ormai definitivo, già preannunciato, con la consueta brillante lungimiranza, da Pier Paolo Pasolini trenta e passa anni fa.
E non è un caso che Pasolini torni come punto di riferimento, come unico possibile interlocutore italiano, oltre a Thomas Bernhard. Ma non “da morto”, bensì da vivo, attraverso le sue parole, che possono essere solo rilette, senza riesumazioni di sorta.
A questo proposito Trevisan fa dire al suo protagonista delle parole lapidarie a proposito della morte, il vero tema centrale del romanzo:

“(…) i morti sono tutti uguali, si è detto, e dunque vanno onorati tutti nello stesso modo, ed è così: i morti sono tutti uguali, ma il giudizio dovrebbe riguardare solo quanto hanno fatto, o non hanno fatto, da vivi. I morti sarebbe meglio lasciarli dormire, e invece essi vengono riesumati e ricomposti di continuo, e usati di continuo per gli scopi più bassi e meschini, col risultato che si continua a raccontare sempre e soltanto la storia di un fallimento dopo l’altro, a cui manca sempre la parola fine, cioè manca sempre un responsabile. In fondo, pensai, è esattamente quello che faccio anch’io. Cercare di dare un senso al mio proprio frammento di presente in quanto presente in cui il passato non smette di crollare (Vitaliano Trevisan, Il ponte – Un crollo, Einaudi 2007, pag. 115)

Ecco l’intervista a Vitaliano Trevisan!

9 commenti

Archiviato in Paperback Writer, Things We Said Today

Roma paranoica

Il primo rap italiano, per me, era quello di Napoli, dei Bisca e dei 99 Posse. Ma il primo vero grande disco di rap italiano che ho comprato è stato sicuramente Conflitto degli Assalti Frontali, più di dieci anni fa.
Quello, molto più della produzione dei 99 Posse, è un disco che dura nel tempo, e credo che questo sia in buona parte dovuto alla produzione di Don Zientara (Fugazi), senza nulla togliere ai beat e alle rime degli Assalti.
Quello era un disco fortemente metropolitano, che vedeva le zone grigie di una città che si attraversava come un oceano, una città che ha un’immagine talmente diffusa di luce e sole (anche fra gli insospettabili), da rendere impossibile il trovarci ombre quotidiane, ben diverse dalle lunghe ombre del Potere che da sempre turbano e formano Roma.
Era un disco maturo e di passaggio allo stesso tempo: e in fondo era quella l’età che attraversavano gli Assalti Frontali e anche io. Identificazione: et voilà, la magia è fatta.

Ho temuto sia quando ho sentito il disco successivo degli Assalti (HSL – Hic Sunt Leones), sia quando è uscito quello dopo ancora, Mi sa che stanotte. Ma ho visto che, sebbene con incertezze, qualche pensiero politicamente non così vicino ai miei, gli altri testi – sempre più personali e meno direttamente politici – mi ritrovavano appieno.

Ho conosciuto, invece, la musica del Colle der Fomento molto meno di dieci anni fa: ma in Odio Pieno e soprattutto in Scienza Doppia H ho trovato di nuovo uno sguardo diverso sulla città. Sono passati otto anni dall’ultimo disco, ed ecco che esce Anima e Ghiaccio. Lo sento con attenzione, ma il primo ascolto di un disco rap è sempre complesso. Verso la fine, però, vengo colpito da un verso, neanche il più bello del pezzo, nel ritornello.

RM Confidential, dove se becco qualche amico in giro ormai è solo coincidenza
Roma paranoica, dove la gente vive e si trascina solo per sopravvivenza
RM Confidential, dove se becco qualche svolta in giro ormai è solo confidenza
Roma paranoica, dove conta solo la facciata, conta solo l’apparenza

Ecco, “RM Confidential” è il negativo de “Il cielo su Roma”, è la sua versione con la leggera disillusione dei trent’anni. Basta questo per dirvi che Anima e Ghiaccio è un disco tanto grande quanto scuro. E vicino a molti, a me di sicuro.

Colle der Fomento – Myspace
Colle der Fomento – Wikipedia
“Il cielo su Roma” – testo
Un’intervista a Militant A su Mi sa che stanotte

4 commenti

Archiviato in I'm Happy Just To Dance With You

Ciò che basta per non dimenticarsene

Mi capita per lavoro di leggere una buona quantità di libri di autori italiani contemporanei, e una rapida occhiata alla sezione “Ho letto”, quassù, e soprattutto il suo tasso di cambiamento, lo confermano. Spesso si è trattato di libri interessanti, divertenti, curiosi. Ma altrettanto spesso, dopo aver finito di leggerli, ho avuto la sensazione che mancasse qualcosa alla scrittura che mi aveva intrattenuto – magari anche piacevolmente – fino a là. Sentivo che spesso le storie che leggevo erano forzatamente ironiche, o costrette in “spazi” minimali, timide, quasi, ridotte in qualche parte.

Quando ho terminato la lettura di Perduto per sempre, ho pensato: “Oh, finalmente un romanzo con le palle“, e ho esordito allo stesso modo, con picchi di finezza inaudita, quando ho chiamato al telefono Roberto Moroni, l’autore.
Il suo romanzo non ha paura di niente, neanche di sbagliare: e le piccolissime imperfezioni che lo punteggiano raramente sono del tutto coperte dallo spazio, appunto, che il romanzo occupa. Lo spazio temporale, visto che abbraccia un periodo di venti anni e più nella vita degli Steiner, focalizzandosi negli occhi di Luigi, seguendo la sua vita da bambino fino all’età adulta. Pur iniziando alla fine degli anni ’70, Perduto per sempre (altro pregio) non sguazza nella forma-revival che, più o meno in filigrana, affligge molti dei romanzi italiani recenti. Non vuole fare una storia della cultura popolare, del costume, della società del nostro paese in un passato recente. Quello che importa è il tempo e i personaggi, una relazione che è sufficiente per strutturare un romanzo. Ecco, nel libro di Moroni c’è quello che serve, senza però scomodare assiomi “minimalisti” (le virgolette sono obbligatorie). Ci sono personaggi forti, e li sentiamo mutare pagina dopo pagina; le parole che dicono sono quelle che ci aspetteremmo di sentire, senza alcuna fastidiosa tendenza al discorso alto, alla chiosa, all’eco di un monologo interiore che aggiunga, o sia costretto a spiegare.
D’altro canto la storia non è originale, non si serve di colpi di scena, ha poco sesso, poca violenza (esplicita, almeno), pochissimo rock’n’roll, zero droga. Eppure Perduto per sempre c’è, esiste e si impone al lettore e alla lettura. Un libro che non si dimentica è un libro che, comunque, è una tacca sopra quelli di cui ci siamo scordati quasi tutto.

Ne parlerò in diretta con Roberto Moroni giovedì a Sparring Partner.

10 commenti

Archiviato in Paperback Writer, Things We Said Today

Luttazzi non gioca a dadi

Ieri prima nazionale di Barracuda 2007, il nuovo spettacolo di Daniele Luttazzi (se volete sentire un’intervista che gli ho fatto, andate qua).

Ecco l’intervista!

Ad un certo punto Luttazzi dice che il mondo va male perché Dio, ormai piegato dall’alcolismo e dalla sodomia, l’ha affidato ad un suo cugino scemo, Loris. Subito dopo si sente un prolungato rumoreggiare dalle gradinate del Paladozza, si sente una voce che protesta. Lo spettacolo si interrompe per qualche secondo, poi si vede una signora che se ne va, e lo spettacolo riprende.

Si è scoperto poi che la signora aveva un parente di nome Loris.

2 commenti

Archiviato in Act Naturally, I Am The Walrus, Things We Said Today

Un semplice divenire

Non ho mai parlato su queste pagine della mia passione per Ludovico Einaudi: sinceramente credo di averlo scoperto grazie al film Fuori dal mondo, in cui c’erano alcuni suoi pezzi. Mi aveva conquistato la semplicità con la quale riusciva ad affascinare l’ascoltatore, e ho iniziato a procurarmi i suoi dischi e i suoi spartiti. Una melodia reiterata con la mano destra, mentre la mano sinistra andava e tornava sulle note fondamentali dell’accordo. Einaudi non è facile da suonare bene davvero, ma dà soddisfazioni enormi anche ad un principiante come me.
In tutta questa ammirazione ho sempre messo da parte qualcosa che, invece, salta agli occhi di chiunque si avvicini (giustamente) alla sua musica in maniera “laica”. E’ difficile contrastare qualcuno quando dice che, in fondo, quello che scrive Einaudi è un po’ tutto uguale. Ho avuto quest’impressione anche io sentendo uno dei suoi ultimi dischi, Una mattina, uscito nel 2004.

L’ultimo disco di Ludovico Einaudi, ha un titolo azzeccatissimo: Divenire. Non c’è più solo lui col piano. In numerosi brani è coinvolta la Royal Liverpool Philarmonic Orchestra e c’è un uso per una volta funzionale dell’elettronica. Questo fa sì che il piano lasci spazi ad altri timbri, ad altri strumenti: sono le sezioni di archi o i loop a gestire alcuni tratti caratteristici delle composizioni, come il divenire (appunto) di terzine in quintine e poi settimine. Scusate, mi sono lasciato trasportare. Non c’è forse bisogno di appellarsi a nozioni teorico-armoniche per sentire davvero un disco del genere: ancora una volta la semplice musica di Einaudi arriva dentro, da qualche parte, e stringe, o abbraccia, a seconda dei casi.
Un altro punto essenziale sono le influenze: se qualcuno vi dicesse che è uscito nel 2006 un disco di musica “classica” che però ha richiami precisi (tanto per dirne due) a Radiohead da un lato e a Vivaldi dall’altro, che ne direste? Vi verrebbe subito in mente qualche orrendo pasticcio di un cinquantenne che vuole rifarsi una verginità musicale senza scontentare i maestri del conservatorio. Niente di tutto questo: il disco è perfettamente in equilibrio: i richiami sono richiami, non scimmiottamenti. Sono suggestioni che Einaudi controlla benissimo, e, soprattutto, inserisce nella sua musica, rendendola davvero nuova, in mutazione verso qualcos’altro, ma senza intellettualismi o facili concessioni. Appunto, in divenire.

Ludovico Einaudi – Divenire – La primavera da confrontare con
Antonio Vivaldi – Le quattro stagioni – L’estate, terzo movimento: presto

Ludovico Einaudi – Divenire – Uno da confrontare con i suoni di Kid A e Amnesiac

Potrete sentire un’intervista a Ludovico Einaudi nella puntata di giovedì 7 dicembre di Sparring Partner: lo stesso giorno il pianista si esibirà con un sestetto d’archi e con strumenti elettronici all’Arena del Sole, nella data bolognese del “Divenire tour”.

Ecco l’intervista!

7 commenti

Archiviato in I'm Happy Just To Dance With You, Things We Said Today

O mio Dio, un post a punti

Per evitare di parlarvi sempre di radio, che ne avrete anche le palle piene (però l’intervista con Luca Sofri, oggi, è stata piuttosto divertente), ecco alcune considerazione sparse, scritte qui con l’unico scopo di non farvi dire: “E ma però non scrive più, quel simpatico imbecille.”

  • La home page di Repubblica, in occasione della Giornata Mondiale della Lotta all’Aids, linka un simpatico video in cui Clinton (uno dei più grandi caratteristi potenziali della storia del cinema, secondo me) dialoga della malattia con un “Muppet sieropositivo”. Ovviamente non si parla di preservativo, ma, in un avviluppo metatestuale abbastanza ipocrita, si raccomanda ai genitori di parlare ai figli della malattia. Ah, già, poi si dice anche che bisogna abbracciare i sieropositivi. Clinton se la cava abbracciando un pupazzo. Bah.
  • Stasera Raf tiene un concerto in centro a Bologna, praticamente a venti metri da dove vivo. Tornando a casa l’ho visto: assomiglia in modo impressionante a Rocco Siffredi, da lontano. Queste somiglianze con le pornostar mi sconvolgono: avevo un professore di educazione fisica veramente identico a John Holmes. Di viso, sicuramente. Il resto non mi è dato di sapere, per fortuna.
  • Poco fa ho telefonato a Tony Binarelli, per motivi che scoprirete. Ho trovato un numero di telefono sul suo sito, ho chiamato, mi sono presentato, ho chiesto chi ci fosse dall’altra parte del telefono. “So’ Tony Binarelli”. Magia, ho pensato.
  • Sempre per motivi di lavoro (saprete caro, saprete tutto), ho cercato un contatto con Il Divino Otelma: il suo sito consiste solo della homepage. Non resisto: è scomparso. (Uccidetemi).

13 commenti

Archiviato in I Am The Walrus

Partners

No, giusto una breve nota per dirvi che domani a Sparring Partner c’è Paolo Sorrentino che chiacchiererà con me, Fede MC e con voi del suo ultimo film L’amico di famiglia. Non al telefono, proprio negli studi della radio. Se avete domande, usate la sezione “contatti” di Sparring Partner. Se arrivate tardi c’è il podcast e anche l’archivio audio. Non dite che non eravate stati avvisati.

Poi mercoledì c’è al telefono Giampaolo Felici degli Ardecore.

Ecco l’intervista!

E poi inizierò anche a scrivere sul blog di Sparring Partner. Appena la Clone Inc. mi consegna un altro me, che si occuperà anche di rispondere a mail piacevoli, scrivere regolarmente qua, riprendere il fotoblog, andare a bere le birre.

Ultim’ora: Paolo Sorrentino ha la febbre, quindi, come da scaletta, oggi si parla di Caravaggio. Butta via.

Ma alla fine l’intervista a Sorrentino l’ho fatta…

Lascia un commento

Archiviato in Act Naturally, Eight Days A Week, Things We Said Today