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My Liverpool from A to Z – 2

Idioma. A Liverpool si parla un inglese talmente tipico che, come in altri luoghi del Regno Unito, ha il suo nome: scouse. Non è facile da capire, ma il primo passo è riuscire a dondolarsi a sincrono con il meraviglioso accento che marca la parlata degli abitanti della città (vedi sotto). E poi, per chi come me ha avuto il suo primo contatto con quelle cadenze dai filmati dei Beatles, ogni indicazione ricevuta è una gioia, perché ti sembra che siano loro a dartela.

John Lennon Airport. È il probabile punto di arrivo e di partenza per chi voglia visitare la città. Intitolato da una decina d’anni ad uno dei suoi cittadini più illustri (come piazzare meglio il verso “Above us only sky”, del resto?), lo scalo di Liverpool è preda delle compagnie low-cost. Munitevi quindi di pazienza e trattatelo, soprattutto nel momento della dipartita, come se fosse il JFK di New York: arrivate con largo anticipo, perché le file sono frequenti. Come mi sento un autore Lonely Planet quando scrivo queste cose… Comunque: l’aeroporto si trova nel quartiere (vedi sotto) di Speke, dove nacque Ringo Starr e l’autobus che parte da là per arrivare in centro attraversa Penny Lane e zone limitrofe. Insomma, ci si sente subito immersi nel mondo di quei quattro.

Menomena liveKazimier. Ma non ci sono solo quei quattro a fare musica in città: Liverpool è da sempre un centro musicale fortissimo. Vengono dalla città Arctic Mokeys, Echo and the Bunnymen e Ladytron, giusto per fare tre nomi. E tuttora una marea di artisti internazionali hanno una data a Liverpool: io ho avuto l’onore di vedere una delle band del cuore, i Menomena, in un posto piccolo e confortevole (nonostante quella sera – la prima del mio soggiorno – ci fosse il riscaldamento rotto): il Kazimier. Rotondo, con qualche scalino e una balconata di legno e gestito da gente simpatica (vedi sotto) è davvero uno dei posti più belli dove abbia visto un concerto. Intimo e raccolto: perfetto per i Menomena, sebbene abbiano suonato in cappotto per metà del set.

Liverpudlians. Si chiamano così gli abitanti della città. E sono meravigliosi. Le persone che ho incontrato e che conoscono oltre a Liverpool anche l’Italia, l’hanno sempre paragonata a Napoli. Chiassosa e di cuore. Effettivamente non ho trovato un calore e una disponibilità tale in nessuno dei luoghi della Gran Bretagna che ho visitato. Il consiglio quindi è: attaccate bottone, vi divertirete. Se siete timidi esiste la versione “no sforzo”: state in mezzo alla strada e consultate nervosi una cartina (anche dell’ATAC, eh); vedrete che qualcuno vi offirà il suo aiuto, ma prima vi saluterà, con gentilezza e naturalezza, e vi chiederà come state. Ovviamente non garantisco sulla cortesia di liverpudlians ubriachi: ma si sa che, da quel punto di vista, tutto il mondo è paese.

Close encountersMetropolitan Cathedral. Il cui nome completo, in realtà, sarebbe “Metropolitan Cathedral of Christ the King”, ma si sa che l’inglese tende alla sintesi. Si tratta di un’imponente cattedrale cattolica che fronteggia letteralmente quella anglicana: ed è stata progettata da un anglicano. Un chiasmo perfetto, considerati i natali dell’altra. Eretta intorno alla metà del secolo scorso, doveva essere più grande di San Pietro. Ma poi si sono accorti che ci sarebbero voluti duecento anni di lavori e il prosciugamento totale delle casse della diocesi. Ergo si sono accontentati di un’ottantina di metri di… alluminio. Eh già: sembra incredibile, ma per rientrare nei termini del bando per la sua progettazione, pare che gli architetti abbiano risparmiato sui materiali. The Italian way… Insomma, l’alluminio, visto che ogni temporale che si abbatteva sulla città allagava l’altare, è stato sostituito con l’acciaio, la cui lucentezza fa sembrare la cattedrale un’astronave: dentro e fuori. Realmente bizzarra.

News from Nowhere. In Bold Street, una delle principali vie del centro di Liverpool, c’è una libreria che prende il nome da un (a me sconosciuto) romanzo distopico scritto alla fine dell’800. Si definisce “Liverpool’s Radical & Community Bookshop” e mai definizione è più appropriata. Dentro troverete testi politici lib, ovviamente, ma anche ricettari vegani, tabloid socialisti e marxisti, libri catalogati sotto la voce 9/11 and “terrorism”, con le virgolette… Insomma, avete capito. E’ possibile ordinare un milione e mezzo di libri che arrivano in sede entro dieci giorni. Si respira una bell’aria, dentro: fricchettona, un po’ rigida allo stesso tempo, ma commovente, in questi tempi in cui un compagno di resistenza è prezioso anche a centinaia di chilometri di distanza.

ReflectionONE. È una zona del centro della città che è il risultato di uno dei più imponenti interventi di qualificazione in un centro cittadino europeo. Una specie di cittadella ricolma di ristoranti e negozi, nella quale è stato eretto anche il discutibilissimo monumento europeo alla pace, ovviamente ispirato a John Lennon: immaginate un mappamondo, dal quale partono una chitarra e dei pentagrammi, con delle colombe su questi ultimi. Una monnezza. Ciononostante, è intorno al monumento che si è svolta, nella sera dell’8 dicembre la veglia cittadina in onore di Lennon, a trent’anni dalla morte. Eravamo in due-trecento persone. Una chitarra acustica non amplificata, un microfono, gente con le candele in mano e la voglia di suonare e cantare quelle musiche meravigliose. Una cosa così, insomma. (La foto non c’entra niente, eh: l’ho messa perché mi piace).

Pub(s). Facile: uno va in Inghilterra e parla di pub. Eh no: perché una delle sorprese della città consiste proprio in due pub stupendi. Uno, il Philharmonic, è considerato addirittura uno dei più belli della nazione. A parte l’importanza sociale e culturale che il pub rivestiva, lo splendore di quello e del “Central” è dovuto anche alla crisi economica. I carpentieri delle grandi navi, con meno lavoro, si dedicarono alla decorazione, nei primi del secolo scorso, di queste public houses, creando vetrate, intarsi nel legno e lavori in ferro battuto semplicemente splendidi. Quindi godetevi la vostra birra o il vostro whisky e regalate piacere anche agli occhi. Roba da rimanerci sotto (vedi alla voce: l’annoso problema dell’alcol nel Regno Unito).

Quartieri. Come molte città, anche a Liverpool il fatto di provenire da uno o da un altro quartiere faceva la differenza. E’ rimasto famoso il fatto che zia Mimi non vedesse di buon occhio Paul e George in casa, mentre suonavano e parlavano con il suo John. Provenivano da quartieri poveri, rispetto alla sua Menlove Avenue. Per fortuna che all’epoca non conobbe Ringo: quello veniva da Speke e abitava a Dinge, un quartiere che lo stesso Starr definì “Il Bronx di Liverpool”. Che, come il suo corrispettivo newyorkese, sia ora oggetto di massiccia gentrification? Non lo so, non ci sono andato. Io di Ringo mi fido.

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My Liverpool from A to Z – 1

And the chimneys far awayAnglican Cathedral. Oh my god (appunto). Iniziare con una chiesa? Eh sì, miei piccoli amici, perché quello che ho scoperto (si fa per dire) di Liverpool è che non ci sono le cose dei Beatles e basta. C’è, appunto, anche la cattedrale anglicana, che è la più vasta del mondo, tra gli edifici di quel culto. Iniziata nei primi del ‘900, è stata finita nell’anno in cui sono nato, nel 1978: il tutto ad opera di un architetto cattolico, quel Giles Gilbert Scott che ha disegnato le tipiche cabine telefoniche rosse britanniche. È grandissima, imponente, gigantesca: roba da perdercisi dentro. Ma, soprattutto, è polifunzionale: le sue mura accolgono – tra le altre cose – una caffetteria, diverse cappelle grandi come chiese normali, aule scolastiche, uffici, campane enormi e una torre dalla quale si gode di una vista superba della città. Stupefacente.

Beatles. E vabbè, le cose dei Beatles ci sono, mica no. Tutto è Beatles a Liverpool. E se non è Beatles è Liverpool F.C. o Everton. Bisogna, insomma, andare oltre le sciarpe, le borse, le tute, le magliette, gli adesivi, i memorabilia, i vari tour più o meno posticci, le placche che dicono “Qui per la prima volta…”, le statue bronzee, i souvenir, le cartoline. A quel punto si trovano anche cose belle e interessanti. Sui Beatles. O sulle squadre di calcio della città. No, scherzo: però immaginatevi di avere dato i natali alla band più importante della storia, un po’ cavalchereste l’onda, no? Tra l’altro la seconda Beatlemania è recente, risale alla metà degli anni ’80: ma da allora, in contemporanea con massicci investimenti di stampo turistico e culturale, sono fiorite le insegne che si richiamano ai Fab Four e tutto il seguito di cose e cosine. Niente di male, basta fare attenzione, come si dice quando si attraversano quartieri poco raccomandabili.

Liverpool - Dicembre 2010 -27 - CasbahCasbah Coffee Club. “Ma come, niente Cavern alla “C”?” Eh, no: perché il Cavern di Mathew Street è finto come la plastica, mentre il Casbah, dove effettivamente i Beatles sono nati come gruppo musicale, è autenticissimo. Chiamate: se avrete fortuna vi capiterà di avere come guida nel mini tour di questo clubbino della fine degli anni ’50, come è successo a me, il fratello di Pete Best. Del resto il Casbah è nel seminterrato di casa Best, una bella villa che Mona (la madre) vinse scommettendo su un cavallo dato 33 a uno. I Beatles diedero una mano a decorarlo, dipigendo il soffitto e abbellendolo con stelline argentate disegnate a mano. Lennon era talmente soddisfatto della sua opera che volle incidere il suo nome nel legno nuovo nuovo. Mona lo vide e gli diede uno scappellotto talmente forte che gli volarono via gli occhiali e si ruppero: fu costretto a ripiegare su un paio di occhialini rotondi dati gratuitamente dal servizio sanitario nazionale… Davvero: un posto meraviglioso, piccolissimo e magico. Andateci.

Dock ProspektDock(s). I moli di quello che era il glorioso porto di Liverpool sono l’area cittadina che ha subito una riqualificazione più massiccia e visibile. Ho incontrato due signori che hanno fatto l’università nella città intorno agli anni ’60: guardavano con sospetto e un po’ di disgusto all’Albert Dock e zone limitrofe. Ma per chi non ha subito il fascino del porto come era, la zona dei Dock è una tappa obbligata. La sì trovano la Tate Gallery e il Beatles Story, cioè il museo di… avete capito. E poi i panorami del Mersey sono davvero belli, anche quando ci sono diversi gradi sottozero e l’umidino ti attanaglia in una morsa di ghiaccio, sì.

Echo Arena. La grande arena nella zona dei docks, appunto, inaugurata da qualche anno, ha ospitato il concerto per cui, alla fine, sono andato nella città inglese. La città che ha dato i natali a John ha commemorato il trentennale della sua morte con “Lennon Remembered”: una specie di spettacolo musicale lungo tre ore, che ha visto sfilare sul palco dell’Arena vecchie glorie, come i Quarrymen (i proto-Beatles, diciamo), Tony Sheridan (un musicista inglese che incise ad Amburgo con i quattro) e, quindi, una marea di cose un po’ pacchiane targate (non a caso) Cavern. Una delusione, tocca ammetterlo, sebbene sia sempre emozionante sentire le canzoni dei Beatles suonate dal vivo… da nove persone. Ma come facevano loro in quattro?

LiverpoolFiume. Andate su Google Maps: la foce del Mersey vi ricorda qualcosa? Esatto: sembra la copia dell’illustrazione esemplificativa della “foce a estuario” che avevate sui libri delle medie. Caratteristica di questi sbocchi al mare è che il fiume raggiunge larghezze enormi, tanto che spesso Liverpool pare una città di mare, mentre da un punto di vista strettamente geografico non lo è. Il porto, come si diceva, è andato in forte declino e quindi il Mersey ha ridotto la sua funzione commerciale per aumentare quella paesaggistica: è il luogo dove si posa l’occhio, anche nelle giornate di nebbia per scoprire che, oh!, c’è un’altra sponda e anche piuttosto vicina. Più in là, il mare e poi l’Irlanda. Ma questa è davvero un’altra storia.

Dock ProspektGelo. Non so se e quando tornerò a Liverpool, ma (ora che sono tornato in Italia) sono contento di averla vista in questo periodo dell’anno, stretta nel gelo e nel ghiaccio. Ho rischiato l’assideramento, di scivolare per terra, il mio viso è stato colpito da vento e pioggia fredda, ma ne sono felice (ora, ripeto: là ho sofferto anche io, che pure tollero bene le basse temperature). Perché la nebbia e il freddo hanno un po’ smorzato gli sbriluccichii natalizi, hanno coperto le vetrine… ma non le figliole, che imperterrite girano (indipendentemente dalla taglia che portano) in minigonna e tacco 12, indossando sopra solo un top striminzito. Una domanda continua è stata: ma com’è che i giovini qui non sono tutti con caviglie ingessate e pleuriti galoppanti?

Harrison, George. La visita a Liverpool mi ha confermato il fatto che Harrison è il Beatle meno cagato di tutti. Perché si parla del duo Lennon-McCartney, per ovvi motivi, ma anche di Ringo (anche solo per dire la boiata che non sapesse suonare). George no: non c’è l’Harrison Bar, il George Cafè, né sulla sua casa natale è stata apposta alcuna placca commemorativa. Schivo era e schivo e rimasto, prima, durante e dopo. Strano, no? Cioè, era quello di “Something” e “Here Comes the Sun”. Di lassù lui, ne sono sicuro, sorride noncurante e torna ad esercitarsi al sitar (magari rompendo un po’ le palle agli abitanti dei cieli, ma glielo si permette).

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P.I. (Pupazzi Investigator)

Durante il mio viaggio a Londra ho avuto modo di indagare sulla scomparsa di alcuni pupazzi molto popolari, con delle scoperte sconcertanti.Iniziamo dagli innocenti e lisergici Teletubbies. Che fine hanno fatto Tinky Winky, Dipsy, Nu-Nu, Po e La-La? E i loro creatori sono ancora a piede libero? Domande che chiunque abbia visto la popolare serie della BBC si è posto. I Teletubbies nascono nel 1997 e sono protagonisti di 365 episodi che sono andati in onda sulla rete nazionale inglese e in molti altri Paesi, Italia compresa. Un giro d’affari enorme, con pupazzi, dischi, dvd, tutto a base di pupazzi colorati che non parlano o quasi, non fanno niente a parte cantare musichette idiote, si limitano ad essere. e a fare versi Insomma, una boy band per un pubblico in età prescolare. Avete mai provato a vedere una puntata dei Teletubbies? L’effetto è quello di una canna pesantissima quando si è stanchi e fa caldo: annichilimento totale delle capacità cerebrali, azzeramento del senso critico e della percezione dello spazio e del tempo. E il tutto è assolutamente legale. Beh, erano anni che non si avevano notizie dei Teletubbies, ma proprio quando io ero in terra d’Albione, la bomba: i Teletubbies si riformano (il che rafforza il parallelo con una boy band) per un tour che parte questo giovedì e che toccherà diversi centri commerciali (sic) del Regno Unito (non cinema o teatri, centri commerciali, santiddio). Chissà che non arrivino anche da noi: in tal caso si potrebbe fare questo giochino dal vivo.

L’altra notizia riguarda, invece, un pupazzo nostrano, che ha occupato moltissimi dei nostri pomeriggi televisivi, rubando la scena (sembra incredibile dirlo oggi) a Paolo Bonolis e a Licia Colò. Vabbè, quest’ultima considerazione è piuttosto plausibile. Stiamo parlando, l’avrete capito, miei piccoli lettori, di Uan, vero protagonista di Bim Bum Bam, trasmissione iniziata proprio in questo periodo nel 1983. La domanda “che fine ha fatto Uan?” rimbalza da anni da una pagina web all’altra, dopo la fine del programma nel 2000. L’hanno intervistato le Iene, è stato avvistato qua e là, è stato rapito, ma un tratto è stato (finora) comune a tutte queste notizie vere o presunte: il fatto, cioè, che Uan si fosse ritirato dalle scene. Bene, io ho la prova che Uan non è scomparso, anzi. Nella metropolitana londinese, infatti, ho fotografato la locandina che pubblico qui accanto (per vedere la foto ingrandita, cliccateci sopra, ma a vostro rischio e pericolo). Uan, per quanto porti addosso i segni evidenti di un periodo difficile, è vivo e canta insieme a voi, se andrete a vedere la versione italiana di Avenue Q, il cui tour parte tra un mese circa. Nel caso ci andaste, fatemi sapere com’è.

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My London from A to Z – 3

Rough Trade. Sono andato anche in uno dei mitici negozi dell’etichetta inglese. Non ho comprato alcun disco. Indecisione? Segno dei tempi? Non so. Ho scartabellato tra gli scaffali, ma prezzi e/o titoli non mi hanno convinto. Risultato dello shopping? Il nuovo numero di Mojo, due spillette e una borsa di tela. Mmm.

St. Bartholomew the GreatSt. Bartholomew the Great. Ecco, questa è stata la vera scoperta del viaggio londinese. Una chiesa vicino all’ospedale di St. Bartholomew, ovviamente, più o meno nella City, non distante dalla più famosa Temple Church, chiesa dei Templari. Solo che quella è stata abbastanza distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, mentre St. Bartholomew è rimasta più o meno com’era quando è stata costruita, alla fine del 1100. Intendiamoci, sono ateo e materialista, ma entrare in questa chiesa mi ha davvero emozionato, e non succedeva da tanto. A trovarla suggestiva non sono solo io: qui sono state girate scene di Elizabeth: the Golden Age, Shakespeare in Love e Quattro matrimoni e un funerale. E c’è anche qualche simpatico burlone che l’ha definita “la chiesa più infestata (di spiriti) del mondo”. Cliccate sul link, vedete le altre foto che ho pubblicato, ma, soprattutto, se andate a Londra non mancate di visitarla. Davvero spettacolare.

Tamigi. Sembrerà un’osservazione banale, ma questa è stata la visita londinese in cui ho sentito di più il fiume che attraversa la città. Ho passeggiato lungo il South Bank, ho percorso più ponti avanti e indietro, e il marrone, zozzo, affascinante fiume mi è parso fondamentale più che mai, nel panorama di Londra. Ehi, mica uno deve sempre scrivere di folgorazioni o di scoperte. Comunque, non fateci il bagno. Sai mai.

Underground. Sebbene abbia girato molto in autobus, in questo viaggio, non riesco a non amare le metropolitane. Mi piace guardare le stazioni, le mappe colorate, essere portato da una parte all’altra della città in qualche decina di minuti, ma soprattutto amo guardare la gente in metropolitana. Sì, perché, soprattutto i nativi, in metropolitana pensano. E ti sembra, talvolta, di poter indovinare su cosa stiano meditando, dietro gli occhi socchiusi dalla stanchezza della prima mattina o della sera, mentre vanno a lavoro o tornano a casa. E, come al solito, mi incanto davanti alle facce.

Vegetariani. Londra è una città cosmopolita, no? Anche nel cibo, voglio dire. Questo assunto di base ha permesso all’amica V., vegetariana e amica degli animali, di trovare più o meno sempre del cibo per lei. Tranne che nel ristorante brasiliano, la cui poitica era: prezzo fisso e carnazza servita direttamente dallo spiedo alla tavola, di varia provenienza, dall’agnello al maiale, dal vitello al prosciutto. “Avete un menù vegetariano?”, abbiamo chiesto. “No”, ci è stato risposto. “Perché?” E quando abbiamo rivelato l'”handicap” di V., ecco che una bella V verde è stata posta di fronte al suo posto. Vagamente inquietante.

Westminster Abbey. Avrei voluto visitarla, ma… 15 sterline d’ingresso? Per fortuna a Londra, come a New York, i maggiori musei sono a entrata libera. Ho rinunciato alla Chiesa, insomma, ancora una volta.

X. Come è proverbialmente noto, l’incognita in Inghilterra è il tempo atmosferico, che può cambiare anche tre o quattro volte al giorno. La soluzione è il vestiario “a cipolla”, si sa. Comunque ci ha detto bene: pioggia solo un paio di volte, di cui una nel pub di cui ho parlato ieri: l’acquazzone + stata ovviamente l’occasione per intavolare una bella discussione del tempo, argomento di cui i britannici vanno ghiotti. Proverbiale anche questa osservazione, ma talvolta gli stereotipi sono più veri della realtà.

Polka DotsYayoi Kusama. “La mia arte è un’espressione della mia vita, in particolare della malattia mentale.” Così si descrive l’ottantenne artista giapponese, uno dei nomi della mostra che ho visto, “Walking in my mind”. La malattia mentale di Yayoi Kusama si è manifestata molto presto, quando lei aveva dieci anni: a quell’età ha iniziato a vedere dei pois, dappertutto, e lei si è iniziata a sentire un puntino in mezzo a milioni di altri. La sua installazione alla Hayward Gallery (con estensione sugli alberi del lungofiume) è particolarmente emozionante: una stanza di specchi dentro alla quale sono sistemate delle sculture gonfiabili tondeggianti, rosse a pois bianchi. Da rimanerci secchi.

Zzz. Avrei avuto bisogno di vacanze riposanti, ma so che quando vado in una grande città mi prende la frenesia da metropoli. E quindi ho dormito poco. Recupero adesso, con la consapevolezza che dormire poco, macinare chilometri e riempirsi occhi, orecchie e bocca è stata l’unica cosa da fare in una delle città che più amo al mondo.

fine

P.S. Oggi il blogghetto compie sei anni. Lo mandiamo a scuola.

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My London from A to Z – 2

Influenza suina. Sono passati due giorni dal mio ritorno e ancora non ho alcun sintomo, ma aspettiamo ancora un po’, non si sa mai. Comunque, la metropolitana di Londra è piena di cartelli che raffigurano bambini, donne e uomini che starnutiscono spruzzando nuvole di bacilli, creati spero con Photoshop. Il motto è “Catch it, bin it, kill it”: insomma, ti dicono di spruzzare muco e saliva in un fazzoletto, poi di buttarlo e di lavarti le mani appena puoi. Ironia della sorte: qualche giorno dopo il mio arrivo a Londra, ho letto su un free press che uno dei testimonial della campagna (l’uomo) si è preso l’influenza suina. Sfortuna maiala.

Jacko. Londra è ancora sotto shock per la morte di Michael Jackson: la cittadinanza lo dimostra comprando tutto quello che lo riguarda, i commercianti espongono in bella vista t shirt, dischi e dvd del cantante, gli impresari si fregano le mani perché Thriller – The Musical era in produzione prima della scomparsa di Jackson e la O2 Arena, dopo l’ovvio annullamento dei concerti, sta rimpolpando il programma. Insomma, chi ci ha rimesso è il morto, guarda un po’.

Kew GardensKew Gardens. Prima di partire V. mi ha detto: “Facciamo quello che vuoi, ma andiamo a vedere almeno un giardino botanico”. E io l’ho portata ai Kew Gardens, che si vantano di essere i giardini botanici più grandi del mondo. Una meraviglia: serre enormi, piante mai viste o solo sentite nominare, spazi vastissimi. In quasi una giornata abbiamo girato metà dei giardini. C’è la palma più alta del mondo, che detta così fa ridere, ma è davvero impressionante. E poi una passeggiata a venti metri d’altezza, tra le chiome degli alberi, piante che vengono da tutto il mondo, fiori meravigliosi. Uno spettacolo, andateci.

London EyeLondon Eye. È stata una delle nuove costruzioni più criticata di Londra, ma l’immensa ruota panoramica appoggiata alla riva sud del Tamigi è meravigliosa. Dal primo giorno a Londra avrei voluto metterci piede, ma le file, il costo e il fatto che il fattore pacco è alto in caso di tempo non eccellente (e siamo a Londra, quindi non è così improbabile che una giornata di sole si trasformi repentinamente in una fiera dell’uggiosità) hanno fatto sì che potessi vederla solo da sotto. La prossima volta ci vado. Forse.

Monty Python. Sarà che mi sono portato dietro un libro su di loro, ma insomma, insieme ai Beatles, il fenomeno pop che ho avuto in testa durante tutto il viaggio sono stati loro, i Monty Python. Sarà che sono la quintessenza (rovesciata, sbeffeggiata, spernacchiata) del British Way of Life, sarà che girando per Londra ti vengono in mente le location dei loro sketch, sarà anche che sono capitato, grazie all’aiuto inestimabile di Valido, in Neal’s Yard, dove c’è una targa che ricorda che lì i Monty Python hanno creato e lavorato… Beh, insomma, ho detto abbastanza. E ora, qualcosa di completamente diverso.

Workers in LondonNotting Hill. Passeggiando per l’esclusivissimo quartiere, pieno di belle case, begli esseri umani, bei giardini, ho pensato che lì la spazzatura non la riciclano: ci fanno i ripieni per i panini di McDonald’s. A Notting Hill si respira ricchezza, le case sono immacolate, le strade pulite, c’è un buon profumo nell’aria. Sicuramente si annoiano tantissimo, però.

Operai. Ogni tanto, quando vado in giro per il mondo, mi prendono delle fisse fotografiche. Quella del viaggio di Londra è stata immortalare operai. Ce ne sono un sacco, per le strade (in cantiere permanente) della città. Il bello è che, magari per una questione di orari, ho visto sempre gruppi di operai in pausa. Fumavano, mangiavano o non facevano niente. Ma non lavoravano. Avrei voluto fotografarne molti di più, ma, sapete, è gente grossa e incazzata, a vedersi, e io ero in vacanza.

Pub. Cosa c’è di più londinese del pub? Vero, ma quanto è difficile vederne uno vero, di pub. Per nostra fortuna, quando io e V. siamo arrivati in città, l’amica S. che ci ha ospitato era ancora al lavoro. E quindi siamo entrati in un pub vicino casa sua, un pub di quartiere, il Crown&Rose. Beh, immaginatevi la scena: le cinque passate, gli avventori abituali staccano dal lavoro e vanno a farsi una pinta: sono operai, gente normale, ben lontana dai clienti dei pub della City, per dire. Entriamo noi, chiaramente non inglesi, con degli zaini enormi. Inquadrati in un istante. Mentre aspettiamo S., V. e io ci inventiamo storie sull’uomo che è entrato con una spatola, su chi è il padre del bambino pericolosamente attratto dal videopoker, e, sebbene non a disagio, ci sembra di stare in casa d’altri. Ogni tanto qualcuno ci rivolge la parola e parla, ovviamente, del tempo. Mi sembra di essere per la prima volta in Inghilterra.

Q. Nei negozi di dvd, ormai, buona parte della scaffalatura è occupata da cofanetti di serie televisive, inglesi e americane. Incuriosito, allora, chiedo in più posti se hanno Q, una serie di Spike Milligan, riconosciuta come precursore del più famoso Monty Python’s Flying Circus (che ovviamente già possiedo). Non ne sa niente nessuno. Allora concludo questa seconda parte con un video proprio di Q.

continua, ahivoi

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My London from A to Z – 1

London Eye with airplaneAeroporto. L’ultima volta che sono stato a Londra stavo per perdere l’aereo, grazie a quel casino a forma di aeroporto che è Stansted. Per questo viaggio sono atterrato e ripartito da Gatwick, ma anche in questo caso sono stato sorteggiato per il controllo delle scarpe. Non solo: una solerte impiegata britannica mi ha svuotato la borsa che avevo con me, non guardando, peraltro, in una tasca interna. La prossima volta so dove nascondere… scherzo, eh.

Beatles. Prima o poi dovrò andare a Liverpool, ma nel frattempo mi sono accontentato di essere ad Abbey Road esattamente quarant’anni dopo lo scatto della famosa foto finita sulla copertina del disco omonimo. Anzi, quarant’anni e un po’ dopo, visto che mi sono perso l’arrivo dei sosia dei Beatles: li ho visti poi su diversi siti internet. Somiglio di più io ai Beatles: saranno dei raccomandati. Poi però sono finito al Beatles Store, eh sì. E lì ho comprato un po’ di cosine, con le mie due amiche che aspettavano fuori negando di conoscermi.

Cibo. Quando andavo in vacanza studio in Inghilterra non ho mai sofferto, a differenza di miei coetanei, del cibo inglese. Il punto è che a Londra si può mangiare davvero di tutto: il problema sono i soldi. E quindi ecco che nei quartieri più poveri ci sono un sacco di ciccioni che si nutrono di schifezze e nelle zone più ricche tutti sono magri e belli, pur facendo la tara con le possibilità offerte dalla chirurgia estetica. Ma comunque ho mangiato bene, in posti hongkonghesi, brasiliani, italiani, francesi e, soprattutto, da Moro: un mix eccellente di cucina portoghese, spagnola e nordafricana. Peccato per i vini: lì non ci siamo proprio.

Piccadilly (line)Distanze. Non so perché, a differenza di altre metropoli che ho visitato, le distanze a Londra mi sono sembrate maggiori. Il record, comunque, è stato fatto sabato notte, quando abbiamo deciso di prendere un autobus per tornare a casa. Da Piccadilly Circus a Oxford Circus, una distanza che a piedi si fa in dieci minuti, abbiamo impiegato 35 minuti abbondanti. Ancora adesso ho in mente la disposizione degli articoli nelle vetrine di Regent Street. Un incubo.

Elephant&Castle. L’amica S. che ci ospitava ha trovato casa in un quartiere a sud del Tamigi, chiamato Elephant&Castle. La zona dov’è nato Chaplin, per dire. Fama non buona, ma tutto sommato molto vivibile. E, a proposito di Chaplin, è curioso passeggiare e perdersi per le vie del quartiere e riconoscere, sotto gli strati di gentrification, conversioni e interventi del council, proprio le casette piccole e povere che fanno da sfondo a Il monello, che Chaplin ricostruì in studio negli Stati Uniti. Un’emozione non da poco.

Fragole. Uno dei tormentoni della vacanza è stato quello delle fragole del Somerset. Un pomeriggio io e l’amica V., aspettando S., abbiamo guardato un po’ di televisione, incappando in un documentario lunghissimo sulla produzione di frutta del Somerset, sulla BBC2. Non finiva mai, incredibile. Ma ancora una volta mi sono reso conto che nel Regno Unito, seppur sempre di meno, la programmazione televisiva non segue solo criteri di audience. Ehm, certo, magari uno straniero, facendo zapping tra i nostri canali, capita su “Linea Verde”…

Gusto. Fu un pensiero che formulai la prima volta che misi piede in Inghilterra, ormai più di 15 anni fa: il popolo britannico non ha gusto. Nel vestire e nel mangiare soprattutto, ma il discorso può essere esteso all’arredamento e a certi modi di parlare, per esempio. Pare che gli inglesi abbiano riversato tutto il gusto nel giardinaggio. Alcuni pub sembrano negozi di fiori, certi modesti giardini hanno una bellezza incantevole, per non parlare dei parchi. Perché?

Harrods. Una tappa obbligata per turisti, la visita a questi grandi magazzini: ma non ci avevo mai messo piede, fino a ieri. Sono rimasto stupefatto, non tanto dalla grandezza del posto, quanto da alcune cose, come l’orrenda statua di Diana e Dodi con gabbiano posta all’ingresso. Ma tutto è molto alla luce del giorno, in realtà: la sezione cibi è fenomenale: in un tripudio di colori e odori potete spendere 925£ per 125 grammi di Beluga, oppure comprare delle ciliegie americane a 50£ al chilo. Passando ai piani superiori, nella sezione musica, ci sono pianoforti da 100.000£ e impianti stereo da 150.000£ (ma con parti in oro a 24 carati). Ma la cosa più sorprendente è stato un biliardo, tutto intarsiato, creato apposta – immagino – per il giubileo della regina. Prezzo? Un milione di sterline. Scritto così, proprio: 1.000.000£, sul cartellino. E pensare che avrei sempre voluto avere un biliardo. Non ho avuto il coraggio di chiedere uno sconto.

continua, ahivoi

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Fourty-eight hours – Loos, planes and queues

Questo il tempo effettivo in cui sono stato a Londra, alla fine. Anzi, quarantacinque, visto che tre le ho passate in un non luogo per eccellenza, l’aeroporto di Stansted, dove una massa umana italica enorme ha dovuto fare una fila mostruosa prima per il check-in del volo, e poi per i controlli di sicurezza. Efficientissimi, per carità: ero pronto ad un’ispezione anale, e credo ci sia mancato tanto così. Se non altro ho preso l’aereo al volo, come nei film. “You’re lucky”, mi sono sentito dire dall’assistente di volo. Due minuti di orologio dopo l’aereo iniziava a rullare sulla pista.

Il primo impatto con Londra, dopo dieci anni, è stato traumatico: Italia ovunque. Nei ristoranti in giro, nei panini preconfezionati, nei vari caffè, nelle vetrine dei negozi di moda. Mi guardavo intorno meravigliato, rischiando la vita ad ogni incrocio: la guida è rimasta gloriosamente britannica, a sinistra.

Il secondo impatto con Londra è stata la prima pinta in un pub, verso le cinque di pomeriggio di venerdì (sapete, per me erano le sei, quindi quasi ora dell’aperitivo: meraviglie del jet-lag). Entro nel bagno del locale, genialmente posto dopo due rampe di rapidissime scale: praticamente una selezione naturale. Sul muro del cesso la scritta “Pope rules ok”, che faceva curiosamente il paio con quella vista all’aeroporto, appena atterrato a Stansted: quella diceva “protestants” e, sotto, un classicissimo “fuck the pope”. Prima madeleine: quando andavo in vacanza studio in Inghilterra, a metà degli anni ’90 (fa impressione scritto così, eh?) una delle t-shirt che andava di più raffigurava Giovanni Paolo II con uno spinello in bocca e la scritta “I Like the Pope. The Pope Smokes Dope”. Mai comprata. Peccato.

Il giorno dopo, Tate Modern. Mi sono sentito un po’ come Jonathan Rhys-Meyers in Match Point. Scarlett non si è presentata, peccato. Inutile parlare qua delle bellezze esposte (nel senso di opere d’arte, santiddio). Parlerò invece di nuovo di cessi. Stavolta la scritta, geniale, recitava: “I’ve just made a modern fart“.

L’ultima sera, il Vortex, un jazz club dove ho condiviso il tavolino prenotato a suon di dodicisterline con tale mr Foot, annunciato dal suo cartellino di prenotazione (impagabile: quando è arrivato l’omino al tavolo ho sfoderato il mio miglior accento britannico e ho detto “Mr Foot…?”, e giuro che l'”I suppose” è stato ad un passo dall’essere pronunciato). Diciotto euro per vedere un concerto di una simil Dusty Springfield, con metà della voce, e il doppio della mimica. Mr Foot estasiato, io molto molto meno. No, perché va bene l’interpretazione, ma cantare in una canzone “dolphins” e fare il gesto ad ondina con la mano è davvero troppo.

Bene, vado. Stasera, seconda puntata di Seconda Visione. Domani, per chi fosse interessato, a Sparring Partner c’è Massimo Carlotto in diretta.

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