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La timidezza della disperazione

Secondo giorno di lavoro dopo il rientro dalle vacanze: buona parte di me è ancora e l’umore non è proprio ai massimi livelli. Ricordo che sul sito di Repubblica, nella famigerata colonnina di destra, avevo letto un titolo sul “trauma da ritorno”, ma mi pare esagerata come ipotesi.
Mi ferma una persona, per strada, con una cartina della città in mano. Noto che sulla mappa è evidenziato l’Ospedale Maggiore, ma l’uomo mi chiede, in un italiano stentato, come si arriva in via Corticella. Gli faccio notare che è da tutt’altra parte rispetto all’Ospedale Maggiore, ma l’uomo insiste, in inglese, dicendo che vuole andare proprio in via Corticella. Istintivamente, allora, inizio anche io a parlare in inglese, e finalmente lui si allarga in un sorriso. “Sei la prima persona che parla inglese che incontro, oggi”. Sorrido anche io, e gli spiego che sarebbe meglio se prendesse un autobus, per raggiungere le zone che mi ha indicato, ma lui ribatte dicendo che no, ci andrà a piedi. “Ho problemi, qui a Bologna. Io vengo dall’India, la mia famiglia è a Napoli, moglie, e due bambine”, continua, indicando con il palmo orizzontale rispetto al terreno l’altezza delle figlie. “Sono qui per lavorare”, dice. Io prendo in mano la cartina per fargli vedere con il dito la strada da percorrere, quando noto che l’uomo ha gli occhi lucidi. Nello stesso momento in cui me ne accorgo, lui si porta al viso il fazzoletto di carta che tiene in mano e asciuga un principio di lacrima, tornando subito a interessarsi alle mie indicazioni.
E allora penso che già mollare tutto è difficile, che lasciare moglie e figli lo è ancora di più e che questo continuo non essere capiti, aiutati, compresi, dev’essere insostenibile. Ma ci vuole comunque un coraggio quotidiano a sopportare tutta la fatica e il dolore, e non è da tutti: perché anche tra quelli che vengono qui a trovare lavoro ci sono i deboli, i sentimentali, i fragili, quelli che della loro disperazione non riescono a farsene una ragione (e come non capirli?) eppure devono metterla da parte e andare avanti.
Mi ha salutato benedicendomi, e io ho mentalmente mandato a fanculo me stesso, il trauma da ritorno, la colonnina di destra di Repubblica e la mia finta, ipocrita ed egoista leggerissima infelicità.

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Domenica

Chi mi conosce lo sa (per citare illustri concittadini): io odio le domeniche. Non so perché non le sopporto.
Bologna, di domenica, si trasforma ulteriormente. Famiglie che si tengono per mano (una a una: nessuna catena umana) e vanno a prendere il gelato in centro. Oppure si prende l’autobus e si va dalla periferia verso il centro. E allora si vedono coppie che vanno a pranzo dai genitori o, molto più spesso, signori anziani che vanno a pranzo dai figli. Con, ovviamente, il padre che ha in mano una bottiglia di vino e la moglie un vassoio di paste. Vestiti bene, si chiedono per quanto ancora andranno a trovare i figli. E magari pensano che la nuora, o il genero, proprio non gli è mai piaciuto. Ma non lo dicono, lo pensano.
Bologna, di domenica, è la città dei Giardini Margherita con gente che pattina, gioca a calcio, suona, fuma o va semplicemente a leggere il giornale. E nei prati si trovano le comunità di stranieri: i russi, per esempio. Si siedono per terra, o su qualche panchina e chiacchierano chiacchierano chiacchierano.
A Bologna, di domenica, è quasi tutto chiuso. Rimangono aperti soltanto i negozi dei pakistani, in centro. I clienti sono pochissimi. E finalmente i pakistani possono parlare tra di loro nella loro lingua, e magari smetterla di sorridere (sono sempre sempre gentili e sorridenti: cosa rara negli esercizi commerciali del centro, a parte rari casi) e condividere preoccupazioni, nostalgie, cose buffe successe nei giorni passati.
Fuori dalla stazione, nel piazzale centrale, le cose non cambiano quasi mai. Ma di domenica si ritrovano spesso immigrati dell’est. Stanno lì e chiacchierano. Mi sono sempre chiesto perché si ritrovino davanti alla stazione, con tutti i posti che ci sono a Bologna. A volte penso, in maniera ingenuo-romantica, che queste persone hanno lo spostamento nel sangue. E quindi non c’è luogo più familiare del non-luogo per eccellenza, la stazione.

Non mi piacciono le domeniche. Ma oggi sento che mi fanno tenerezza. Uscirò, forse, per guardarmi in giro. Oppure no, terrò queste mie parole e farò finta che siano quello che c’è fuori.  Buona domenica a tutti voi che mi leggete. Posso ringraziarvi, ancora una volta, per le cose carine che mi scrivete? Grazie.

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