Archivi tag: gusto

Parla come mangi

Ieri sera ero fuori a cena e ho ascoltato le ordinazioni dei tre uomini al tavolo accanto al mio. Come antipasto hanno ordinato una schiacciata. Uno di loro ha precisato “Con mezza porzione di prosciutto”, e quelle parole mi hanno quasi reso nostalgico. Non sentivo da molto l’espressione “mezza porzione”, ma il piacere di riascoltarla è stato spazzato dalla richiesta dei primi. “Una tagliatella al ragù”, ha detto uno dei tre alla cameriera. E il secondo ha rincarato la dose, chiedendo “uno spaghetto allo scoglio”. Di ciò che ha chiesto il terzo non ho avuto percezione, da tanto mi sono innervosito (eh, sono fatto così).
Perché la pasta, soprattutto la pasta, ora si nomina al singolare? Perché “uno spaghetto”, “una tagliatella”? Perché se no la zuppa (singolare) si sente assediata? Perché questa stupida moda sta prendendo piede, insieme alle altre perversioni che catalogo qua sotto “The Word”?
Sembra che adottare il singolare, anche in questo caso, “elevi lo status” del parlante esattamente come usare “piuttosto che” per stilare elenchi o simili. Ordinare “una tagliatella” è una variante colta dell’espressione “(delle) tagliatelle”, quindi. Ma non è tutto: in diversi ristoranti ho letto menù che riportavano voci come “La tagliatella al tartufo”, “Il maccheroncino alle noci” e cose del genere. Bizzarro il fatto che, in media, “La tagliatella” costi più delle “Tagliatelle”, a prescindere dal condimento…
Dovendo riassumere, quindi, si va dall’assai plebeo plurale indeterminato al nobilissimo singolare con articolo determinativo, in un’ipotetica scala della (finta) raffinatezza linguistica applicata alla gastronomia.
Ipotizzato, quindi, l’uso “distintivo” dell’aberrazione linguistica, avrà forse a che fare con la mania alla singolarizzazione (passatemelo) che invade ogni campo dove il gusto, qualsiasi cosa voglia dire, dovrebbe farla da padrone? “Il capello quest’anno si porta corto”, “L’occhiale in titanio non si vende più”: espressioni che ho notato numerose volte sulla bocca di tutti.
Rimango senza risposte, e spesso anche senza parole: ma penso sempre che queste, un giorno, si potrebbero vendicare. Attenzione, quindi: praticamente calvi, con un solo (corto: è la moda) pelucchio sul cranio come Charlie Brown, vi immagino aguzzare la vista oltre il monocolo in titanio per scorgere sul piatto la sottile linea rossa di ragù che orna la vostra tagliatella.

2 commenti

Archiviato in The Word

My London from A to Z – 1

London Eye with airplaneAeroporto. L’ultima volta che sono stato a Londra stavo per perdere l’aereo, grazie a quel casino a forma di aeroporto che è Stansted. Per questo viaggio sono atterrato e ripartito da Gatwick, ma anche in questo caso sono stato sorteggiato per il controllo delle scarpe. Non solo: una solerte impiegata britannica mi ha svuotato la borsa che avevo con me, non guardando, peraltro, in una tasca interna. La prossima volta so dove nascondere… scherzo, eh.

Beatles. Prima o poi dovrò andare a Liverpool, ma nel frattempo mi sono accontentato di essere ad Abbey Road esattamente quarant’anni dopo lo scatto della famosa foto finita sulla copertina del disco omonimo. Anzi, quarant’anni e un po’ dopo, visto che mi sono perso l’arrivo dei sosia dei Beatles: li ho visti poi su diversi siti internet. Somiglio di più io ai Beatles: saranno dei raccomandati. Poi però sono finito al Beatles Store, eh sì. E lì ho comprato un po’ di cosine, con le mie due amiche che aspettavano fuori negando di conoscermi.

Cibo. Quando andavo in vacanza studio in Inghilterra non ho mai sofferto, a differenza di miei coetanei, del cibo inglese. Il punto è che a Londra si può mangiare davvero di tutto: il problema sono i soldi. E quindi ecco che nei quartieri più poveri ci sono un sacco di ciccioni che si nutrono di schifezze e nelle zone più ricche tutti sono magri e belli, pur facendo la tara con le possibilità offerte dalla chirurgia estetica. Ma comunque ho mangiato bene, in posti hongkonghesi, brasiliani, italiani, francesi e, soprattutto, da Moro: un mix eccellente di cucina portoghese, spagnola e nordafricana. Peccato per i vini: lì non ci siamo proprio.

Piccadilly (line)Distanze. Non so perché, a differenza di altre metropoli che ho visitato, le distanze a Londra mi sono sembrate maggiori. Il record, comunque, è stato fatto sabato notte, quando abbiamo deciso di prendere un autobus per tornare a casa. Da Piccadilly Circus a Oxford Circus, una distanza che a piedi si fa in dieci minuti, abbiamo impiegato 35 minuti abbondanti. Ancora adesso ho in mente la disposizione degli articoli nelle vetrine di Regent Street. Un incubo.

Elephant&Castle. L’amica S. che ci ospitava ha trovato casa in un quartiere a sud del Tamigi, chiamato Elephant&Castle. La zona dov’è nato Chaplin, per dire. Fama non buona, ma tutto sommato molto vivibile. E, a proposito di Chaplin, è curioso passeggiare e perdersi per le vie del quartiere e riconoscere, sotto gli strati di gentrification, conversioni e interventi del council, proprio le casette piccole e povere che fanno da sfondo a Il monello, che Chaplin ricostruì in studio negli Stati Uniti. Un’emozione non da poco.

Fragole. Uno dei tormentoni della vacanza è stato quello delle fragole del Somerset. Un pomeriggio io e l’amica V., aspettando S., abbiamo guardato un po’ di televisione, incappando in un documentario lunghissimo sulla produzione di frutta del Somerset, sulla BBC2. Non finiva mai, incredibile. Ma ancora una volta mi sono reso conto che nel Regno Unito, seppur sempre di meno, la programmazione televisiva non segue solo criteri di audience. Ehm, certo, magari uno straniero, facendo zapping tra i nostri canali, capita su “Linea Verde”…

Gusto. Fu un pensiero che formulai la prima volta che misi piede in Inghilterra, ormai più di 15 anni fa: il popolo britannico non ha gusto. Nel vestire e nel mangiare soprattutto, ma il discorso può essere esteso all’arredamento e a certi modi di parlare, per esempio. Pare che gli inglesi abbiano riversato tutto il gusto nel giardinaggio. Alcuni pub sembrano negozi di fiori, certi modesti giardini hanno una bellezza incantevole, per non parlare dei parchi. Perché?

Harrods. Una tappa obbligata per turisti, la visita a questi grandi magazzini: ma non ci avevo mai messo piede, fino a ieri. Sono rimasto stupefatto, non tanto dalla grandezza del posto, quanto da alcune cose, come l’orrenda statua di Diana e Dodi con gabbiano posta all’ingresso. Ma tutto è molto alla luce del giorno, in realtà: la sezione cibi è fenomenale: in un tripudio di colori e odori potete spendere 925£ per 125 grammi di Beluga, oppure comprare delle ciliegie americane a 50£ al chilo. Passando ai piani superiori, nella sezione musica, ci sono pianoforti da 100.000£ e impianti stereo da 150.000£ (ma con parti in oro a 24 carati). Ma la cosa più sorprendente è stato un biliardo, tutto intarsiato, creato apposta – immagino – per il giubileo della regina. Prezzo? Un milione di sterline. Scritto così, proprio: 1.000.000£, sul cartellino. E pensare che avrei sempre voluto avere un biliardo. Non ho avuto il coraggio di chiedere uno sconto.

continua, ahivoi

2 commenti

Archiviato in There's A Place

Il grande gioco da tavola di Natale

Il gioco di carte più indicato per le festività!

Per giocare al Grande gioco da Tavola di Natale vi serve principalmente il mazzo di carte di Natale, così composto:

  • le carte-auguri: sono le carte di più basso valore, servono principalmente a ritmare il gioco;
  • le carte-argomento: sono le carte per intrattenere gli altri giocatori. Ce ne sono di più comuni (la “carta-tempo”, quella “carovita”) e di più rare (“il problema della televisione pubblica in Italia”, “la globalizzazione e il mercato del pandoro”), ma attenti ad accoppiarle alla fase di gioco giusta, pena l’incomprensione reciproca, l’accusa di ubriacatura molesta o, la più tremenda, quella di essere un intellettuale di sinistra;
  • le carte-gusto: sono le carte che vi servono per apprezzare quello che state mangiando (esempi: la carta “non ne ho mai mangiato uno così buono” e la carta “mi devi assolutamente dare la ricetta”, molto adatta se il giocatore che la usa è di sesso femminile). Se siete i padroni di casa, avrete in dotazione alcune carte-gusto-modestia&ospitalità (esempi: la carta “c’è troppo sale”, gettonatissima; la carta “ne volete ancora” e quella “mica lo vorrete lasciare lì”, ottima per risolvere strategicamente situazioni stagnanti). Uno dei loro usi migliori è di accoppiarle strategicamente alle carte-cibo;
  • le carte-cibo: quando il tuo avversario è allo stremo, tira fuori la carta “panettone-farcito” o la temibile “spumantino”, potrai avere ottimi risultati!
  • le carte-regalo: ottime per sbarazzarsi di carte che avete in mano da tanto tempo, le carte-regalo possono essere giocate in maniera astuta se fate attenzione a come gli altri giocatori usano le loro carte-argomento; in questo modo potete assecondare e creare alleanze (per esempio giocando la carta “regalo-trendy” alla persona che ha giocato, per esempio, la carta-argomento “gossip”), ma anche distruggere l’altro giocatore (per esempio giocando la carta “libro-di-Vespa” contro un giocatore che si è rivelato essere un intellettuale di sinistra);
  • le carte-jolly, dette anche “bomba”: ce ne sono pochissime, e hanno effetti imprevedibili. Tra queste ricordiamo le due più gettonate: la “sono gay e questo non è il mio amico, ma il mio ragazzo” e la “sono incinta del collega di papà”. Hanno l’effetto di sicuro di bloccare il gioco degli altri giocatori e di farvi prendere tempo, ma hanno effetti collaterali imprevedibili. Possono farvi vincere, ma anche non farvi giocare mai più al grande gioco da tavola di Natale.

Giocatevele bene, le vostre carte. È Natale! Auguri, ma siete pronti a giocare? Via!

9 commenti

Archiviato in I Am The Walrus