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Brian di Liverpool

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Di fronte a quello che può sembrare l’ennesimo libro sui Beatles, è più che legittimo domandarsi che bisogno ci sia anche di Una cantina piena di rumore, l’autobiografia di Brian Epstein pubblicata in questi giorni da Arcana. Innanzitutto è bene precisare che qui non si parla solo dei quattro di Liverpool: i Beatles, infatti, sono di certo il gruppo più famoso tra quelli gestiti da Epstein, ma non l’unico. Diverse pagine sono dedicate alle altre band che il giovane uomo d’affari di origini ebraiche aveva a libro paga: da Derek and the Dominos a Cilla Black, l’unica che compete con i Fab Four in quanto ad affetto dimostrato nel libro. Ma c’è forse un motivo più importante per leggere Una cantina…: in esso il clima dell’epoca è colto secondo una prospettiva diversa da quella solitamente analizzata in tanti altri titoli; si parla (e non potrebbe essere altrimenti) di music-business, un settore commerciale giovanissimo, così come erano giovani i soggetti che lo animavano ai tempi. Nel 1964, l’anno in cui il libro è stato pubblicato per la prima volta nel Regno Unito, i Beatles avevano tra i 21 e i 24 anni, Epstein 30, George Martin meno di 40 e Derek Taylor (il ghost writer del volume, nonché ufficio stampa dei Beatles) 32. Si percepisce, riga dopo riga, l’entusiasmo e la riconoscenza di Epstein per quello che gli sta succedendo: si rende conto che il mondo sta cambiando anche grazie a quei musicisti, ma (per quanto è chiaro che un’autobiografia non sia per forza veritiera anche quando è scritta senza altre persone) rimangono ben saldi alcuni principi che provengono dai decenni precedenti, dalla ricca famiglia a cui Brian apparteneva, da un mondo che aveva dei parametri rigidi (tavolta troppo) e una sua moralità anche negli affari. Un mondo che vedeva in quegli anni la sua fine, non senza timore.

Spesso Epstein “valuta” il suo lavoro e la sua condotta, contrapponendoli ai primi segnali di pan-spettacolarizzazione della società che verranno propriamente analizzati criticamente solo negli anni seguenti, dalla fine del decennio. Racconta di offerte rifiutate, di come le richieste di cachet non venissero gonfiate dopo la firma degli accordi, per quanto le “azioni” di molti musicisti (Beatles in testa) aumentassero di valore settimana dopo settimana. Parla apertamente della fauna musicale: band, certo, ma anche discografici, giornalisti, dj. Non fa finta di disconoscere la beatlemania, anzi: la ritiene però uno dei fattori con cui lui e i “ragazzi” devono fare i conti, ben conscio che fama e ricchezza portano a costrizioni della libertà personale.
E di personale, appunto, nel libro cosa c’è? Di certo il modo tenerissimo con cui Brian guarda George, Paul, John e Ringo: cerca di essere distaccato, ma alla fine non resiste e spesso dichiara apertamente l’affetto che prova per loro. Un affetto su cui si è ricamato tantissimo: la questione dell’orientamento sessuale di Epstein è stata menzionata più volte, spesso in maniera del tutto pretestuosa, ma nel libro non ve n’è traccia, o quasi. Risulta infatti curioso come spesso il narratore “classifichi” alcuni dei personaggi menzionati facendo riferimento (brevissimamente, quasi in un soffio) alla loro avvenenza: un accenno, qualche parola, niente di più; eppure è una caratteristica che si nota. È facile capire il perché di questo velo se torniamo all’anno di pubblicazione del libro, il 1964. Se da un lato i Beatles hanno conquistato Gran Bretagna, Europa e Stati Uniti, contribuendo a portare nel mondo un’aria nuova e per certi versi rivoluzionaria, i Paesi e le nazioni sono ben più difficili da cambiare davvero, nel loro complesso, anche quando molte teste di chi li popolano sono coperte da capelli sempre più lunghi e piene di idee sempre meno affini a quelle del passato. Nel 1964, per dire, secondo l’ordinamento britannico è illegale essere omosessuali. Già la sessualità è vissuta in maniera assai particolare dai sudditi della Regina, figuriamoci “l’andare contro natura”. Epstein, come molti altri, ovunque, si trova in una condizione di estrema difficoltà, ma sappiamo che la cerchia più stretta di amici era a conoscenza della sua omosessualità, Beatles compresi: per quanto fossero dei postadolescenti cazzoni di una città portuale della provincia britannica, quando firmarono il contratto con Epstein, nel gennaio del 1962, sapevano, ma hanno sempre dichiarato che non gliene importava nulla. Quello che contava, tra Epstein e i suoi musicisti, i suoi colleghi, era l’onestà e l’etica del lavoro: anche questo fa parte dei tanti ingredienti magici che hanno creato quel fenomeno musicale, sociale e culturale che in dieci anni ha rivoluzionato il mondo.

Ci si chiede sempre cosa sarebbe successo se Epstein non fosse morto, nell’agosto del 1967 (pochi mesi dopo l’omosessualità sarà depenalizzata nel Regno Unito…). Avrebbe spinto i ragazzi a continuare a fare dei tour? Avremmo così avuto le sperimentazioni da studio dei mesi successivi? Sarebbe stato ancora un collante forte, quasi familiare, tra i quattro, al punto da impedirne lo scioglimento? Non lo sappiamo. Leggendo però Una cantina piena di rumore si comprende come il ruolo di Brian Epstein sia stato spesso sottovalutato, nel leggere ciò che accadde alla musica negli anni ’60. Partendo da una piccola impresa familiare di provincia quest’uomo arrivò (grazie a un’intelligenza e un gusto sopraffini e a un fiuto infallibile) a Londra, alla televisione americana, sconvolgendo le classifiche di vendita (così presenti nel libro da segnare una cesura evidente con il nostro mondo musicale), arrivando a cambiare il modo di vivere di noi tutti. E, soprattutto, raggiungendo questi obiettivi con onestà, semplicità e un commovente, inguaribile ottimismo.

Suppongo che potrei essere enormemente ricco, ma non capisco che me ne verrebbe di buono. Vivo bene, spendo tanto e compro tutto ciò che voglio, ma l’ho sempre fatto e se domani dovessi smettere di guadagnare, potrei facilmente ridimensionare il mio tenore di vita e avere ancora una vita agiata. È vero, adoro mangiare e bere al Caprice di Londra, tanto per fare un esempio, ma mi sento contento anche in un piccolo ristorante di periferia.
Se è vero che ho socializzato con persone grandi e famose, preferisco ancora un tranquillo pomeriggio con George Martin e sua moglie Judy, a cercare di vincere qualche bigliettone alle corse di Lingfield Park. E più di tutto, al di là di quello che mi può comprare il denaro, adoro appoggiare i miei gomiti alle transenne del backstage e guardare il sipario che si alza su John, Paul, George e Ringo, su Gerry, Billy, Tommy e Michael, o su quel meraviglioso uccellino che è la figlia di uno scaricatore del porto di Liverpool, battezzata Priscilla Maria Veronica White, la quale ha stupito il mondo come Cilla Black.
Domani?
Credo che domani splenderà il sole.

Brian Epstein, Una cantina piena di rumore, Arcana edizioni, Roma 2013, pp. 161-162, traduzione di Rosario Rox Bersanelli

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La pazzia di Sir George

Sgombriamo subito il campo da equivoci: per me Love è uno dei dischi dell’anno. Non vi sareste mai aspettati un’affermazione così da uno che ha un blog con quel titolo e quel sottotitolo, da uno che ha iniziato ogni singola puntata di una sua trasmissione con una canzone diversa dei Beatles, eh? Ma ho i miei motivi. Oltre al fatto che i Beatles sono la più grande band mai apparsa sulla faccia della Terra. Ovvio.

Prima di tutto: Love è la definitiva consacrazione del genio di George Martin, prima che dei Beatles stessi. Sir George, il quinto Beatle, chiamatelo come volete: c’è lui dietro al risultato del disco. Insieme al figlio Gilles ha avuto in mano tutti (e dico tutti) i pezzetti di nastro che i Beatles abbiano mai registrato. Stiamo parlando di chiacchiericcio, cazzeggio, le linee vocali di un pezzo, una parte di chitarra di un altro, effetti sonori, fruscii, assoli di batteria, tutto. Considerate anche che i quattro, notoriamente prolifici, sono rimasti in studio per anni, da quando hanno smesso di fare concerti. Bene. Martin conosce perfettamente ogni pezzo di nastro: e grazie, li ha prodotti lui, ma non solo. Non era solo il produttore dei Beatles. Insieme a loro li sentiva crescere, comporre, provare e scartare soluzioni, modificarne altre. Dio solo sa l’emozione che lui stesso ha dovuto provare quando si è ritrovato davanti a quelle migliaia di ore di registrato. Però Martin è inglese, quindi avrà nascosto l’emozione e si sarà messo al lavoro. E già questo riprendere dei brani che sono scolpiti nella memoria di tutti e “sconvolgerli”, in qualche modo, non è qualcosa che ti aspetti da uno che ha ottant’anni suonati e che potrebbe tranquillamente starsene in poltrona a sentire la discografia dei Beatles urlando: “L’ho fatta io, ‘sta roba”. E invece no: si ricomincia. Risultato?
Quello che fa Martin con questo disco è dire a tutte le band del pianeta: toh. Un “toh” lungo ottanta minuti e passa. E’ banale, lo so, ma sentite dei passaggi di “Tomorrow Never Knows” e ci ritroverete tutto il neofolk, sentite la chitarra di “I Want You” che spazza via lo stoner, e certi ritmi che anticipano punk, punkfunk, funkpunk, *unk, e altro. Toh. Per non parlare di quello che Martin ha detto con Love ai “mashuppers” del globo (non riferisco, perché sarebbe volgare e quel gentiluomo di Sir George non apprezzerebbe): mischiare la linea di basso di un pezzo con la batteria di un altro, rallentando o velocizzando le tracce, in maniera perfetta e naturale, creando qualcosa di nuovo e riproponendo qualcosa di ben conosciuto, in un rimando continuo e fluido tra le due (o più) parti.

Già, mettendo mano ai pezzettini di nastro: ma in fondo queste erano cose che lui e la band, in studio, facevano sempre, di continuo. La ricerca sulla produzione, oltre che sui timbri e sulla forma canzone, ha sempre fatto parte dei Beatles: in Love è portata ai massimi livelli, viste anche le possibilità che la tecnologia offre oggi. Comprate la versione cd+dvd: sentire questo disco in surround è un’esperienza, davvero, anche senza drogarsi prima. Credo.
Non voglio arrivare a dire che “se i Beatles fossero tornati in studio” eccetera eccetera, no. Ma questo disco è corretto da un punto di vista filologico e, permettetemelo, “spirituale”: non è “muzak”, non ci sono pacchianate: Love è più divertente di un film, coinvolge e appassiona. E, in fondo, è “solo” musica dei Beatles.
No, non tutta, a dire il vero. C’è una singola cosa che non proviene dai nastri di Abbey Road, una sola. Un nuovo arrangiamento per archi per “While My Guitar Gently Weeps”. L’ha scritto George Martin ex novo. Ma del resto aveva scritto anche la partitura per il quartetto di “Yesterday” e il sestetto di “Eleanor Rigby”. Gli sono riusciti abbastanza bene. E sono sicuro che da qualche parte King George approva, ancora una volta.

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