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Three Days (a Week)

Il fine settimana appena trascorso lo ricorderò finché campo, a prescindere che io ne scriva o meno: ma voglio comunque annotare qualcosa di queste ore passate (ma dai?) all’insegna della mia grande passione per quei quattro ragazzotti inglesi.

Venerdì 25 novembre – George Harrison: Living in the Material World
Il primo appuntamento con il “Beatles-weekend” è alla Cineteca di Bologna per la prima italiana del documentario su George Harrison (di cui oggi ricorre il decennale della scomparsa). I biglietti sono stati comprati da tempo, non si sa mai, anche perché la Sala Mastroianni dove proiettano il film di Scorsese (a cui è intitolata l’altra sala della Cineteca: una buffa coincidenza che avrebbe divertito non poco anche i Fab Four) non è così grande. Ci sono diverse persone pronte a entrare nella sala, compreso… Walter Veltroni. Ohibò. Entriamo per primi con lo scopo di sederci nella fila di poltrone che permette di stendere le gambe, visto che il film dura quasi tre ore e mezzo, ma su ognuna di quelle poltrone c’è il cartello “Riservato”. Riservato a chi? Ma a Veltroni, all’assessore alla cultura Ronchi e a Red Ronnie. E famiglie. La gente seduta intorno a noi si gira verso la “fila VIP” con sguardo tra il deprecante e il curioso e borbotta battute e lazzi nei confronti dei privilegiati. Si respira una bella aria, tra le poltrone del cinema, c’è attesa. Si spengono le luci e ci immergiamo nel documentario, realmente bello e riuscito. Ci si commuove, si sorride consapevoli per cose già conosciute e ci si emoziona per immagini e aneddoti mai sentiti prima. Come dico nel post che esce oggi su “Seconda Visione” (ne parleremo stasera in onda), l’esperienza che il documentario di Scorsese offre allo spettatore è incredibile anche perché parallela al percorso che Harrison stesso ha fatto nei suoi confronti. Un percorso spirituale di conoscenza, realizzato attraverso un film. Un’impresa difficilissima portata a termine con sobrietà, ironia e profondità. Durante la visione, poi, ogni apparizione sullo schermo di McCartney è accompagnata dal pensiero che tra ventiquattro ore saremo nuovamente in mezzo a persone (cento volte tanto) che la pensano come noi e, finalmente, vedremo Paul. Dal vivo.

Sabato 26 novembre – Paul McCartney “On the Run” tour
All’ora di pranzo arrivano da Roma M. e A. Ovviamente sono in città per il concerto: andando a prenderli in stazione già si avverte nell’aria un’eccitazione generale. Sento qualcuno dei Menlove, che mi dice che Paul è al Baglioni, no, è a Giardini Margherita, macché, è in Piazza Maggiore, ma forse è già al Palasport di Casalecchio. Tutto si rivelerà incredibilmente vero, ma lo scopriremo solo quella notte, tornati a casa, leggendo le cronache dell’incredibile giornata. Alle 17 siano già in fila all’entrata dell’Arena: siamo pressati, già un po’ stanchi, ma con la voglia mostruosa di entrare. Ed eccoci nel parterre. C’è qualcuno vestito come la band in Sgt. Pepper’s, centinaia di magliette dei Beatles, cartelloni, striscioni, sorrisi a trentadue denti. Alle otto e mezzo parte un lungo video di introduzione e la gente già canta le canzoni diffuse dall’impianto e applaude quando un Paul ragazzino, giovane, quarantenne, sessantenne appare sui maxischermi che proiettano l’introduzione al live. Questa è la prima data del tour europeo e ci sentiamo tutti uniti nel privilegio di assistere a un concerto storico già sulla carta, oltre che nell’amore folle, irrazionale e sincero che tutti e tredicimila nutriamo per i Beatles. Alle nove si spengono le luci e inizia uno dei concerti che ricorderò per sempre. Una scaletta fantastica che inizia con “Magical Mystery Tour” e si conclude con “The End” (didascalico? E chi se ne importa) attraverso trentacinque canzoni per lo più prese dal repertorio del quartetto di Liverpool, ma che ha uno dei momenti più alti nella resa letteralmente pirotecnica di “Live and Let Die”. Si salta, si canta, ci si commuove (soprattutto su una “Something” durante la quale compaiono solo foto come questa quassù): ogni tanto mi guardo intorno e vedo solo gente che sorride, si bacia, si abbraccia, urla e agita mani e braccia. Una festa totale, come non credo di avere mai visto prima. Paul è in buona forma: la voce si scalda canzone dopo canzone, fino a osare tantissimo per potenza e altezza, considerata l’età del nostro. Penso che quest’uomo è sul palco ininterrottamente da cinquantaquattro anni, ma mostra un entusiamo puro e contagioso dall’inizio alla fine. Scherza, ride, dice delle frasi in italiano senza nascondere di leggerle. Ci ha in mano. Del resto è Paul McCartney. Lo stordimento per lo spettacolo a cui abbiamo assistito ci entra dentro e non mi ha ancora abbandonato.

Domenica 27 novembre – Band on the Run
Durante il pranzo che precede la partenza di M. e A. quasi non si parla della serata precedente. Che c’è da dire, del resto? Siamo ancora increduli di fronte al concerto che abbiamo visto: non tanto perché non pensavamo che ci saremmo divertiti, ma perché è stata un’esperienza fortissima, difficile da descrivere a parole, come del resto avrete capito leggendo l’esile resoconto di sabato. Sarà la stanchezza o la strana aria che le domeniche portano con loro, ma mi pare di fluttuare lungo la giornata, con leggerezza. Quando cala la sera decidiamo di vedere il documentario allegato all’edizione speciale di uno dei dischi più belli della carriera solista di McCartney, quel Band on the Run uscito quasi quarant’anni fa. E ogni volta che Paul compare, questa volta sullo storto tubo catodico di casa mia, penso che c’era proprio lui, quel ragazzo che abbraccia la moglie Linda e si muove con disinvoltura tra basso, chitarra, pianoforte e batteria, sul palco la sera prima. Mano a mano che il documentario si avvicina alla fine, portando con sé il ritorno alla normalità del lunedì mattina, due sentimenti si accavallano: la nostalgia per quello che è stato (tutto: dalla Beatlemania degli anni ’60, mai vissuta, alla faticosa uscita dal parcheggio del Palasport, più che vissuta) insieme alla gioia per avere dentro di sé immagini, suoni e memorie bellissime e indimenticabili. Da questo contrasto emerge solo una cosa: l’amore per la musica che questi quattro incredibili esseri umani hanno creato, insieme e da soli. Un amore condiviso che abbiamo potuto percepire nell’aria, tutti insieme, in un fine settimana particolare, ma che pulsa ogniqualvolta arrivi all’orecchio di qualcuno una manciata di note di “Day Tripper”, del pezzo che dà il titolo a questo blog, o di qualsiasi altra canzone di Harrison, Lennon, McCartney e Starr. “I Beatles”, si dice, e immediatamente si sorride, perché ci si sente a casa.

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My Liverpool from A to Z – 2

Idioma. A Liverpool si parla un inglese talmente tipico che, come in altri luoghi del Regno Unito, ha il suo nome: scouse. Non è facile da capire, ma il primo passo è riuscire a dondolarsi a sincrono con il meraviglioso accento che marca la parlata degli abitanti della città (vedi sotto). E poi, per chi come me ha avuto il suo primo contatto con quelle cadenze dai filmati dei Beatles, ogni indicazione ricevuta è una gioia, perché ti sembra che siano loro a dartela.

John Lennon Airport. È il probabile punto di arrivo e di partenza per chi voglia visitare la città. Intitolato da una decina d’anni ad uno dei suoi cittadini più illustri (come piazzare meglio il verso “Above us only sky”, del resto?), lo scalo di Liverpool è preda delle compagnie low-cost. Munitevi quindi di pazienza e trattatelo, soprattutto nel momento della dipartita, come se fosse il JFK di New York: arrivate con largo anticipo, perché le file sono frequenti. Come mi sento un autore Lonely Planet quando scrivo queste cose… Comunque: l’aeroporto si trova nel quartiere (vedi sotto) di Speke, dove nacque Ringo Starr e l’autobus che parte da là per arrivare in centro attraversa Penny Lane e zone limitrofe. Insomma, ci si sente subito immersi nel mondo di quei quattro.

Menomena liveKazimier. Ma non ci sono solo quei quattro a fare musica in città: Liverpool è da sempre un centro musicale fortissimo. Vengono dalla città Arctic Mokeys, Echo and the Bunnymen e Ladytron, giusto per fare tre nomi. E tuttora una marea di artisti internazionali hanno una data a Liverpool: io ho avuto l’onore di vedere una delle band del cuore, i Menomena, in un posto piccolo e confortevole (nonostante quella sera – la prima del mio soggiorno – ci fosse il riscaldamento rotto): il Kazimier. Rotondo, con qualche scalino e una balconata di legno e gestito da gente simpatica (vedi sotto) è davvero uno dei posti più belli dove abbia visto un concerto. Intimo e raccolto: perfetto per i Menomena, sebbene abbiano suonato in cappotto per metà del set.

Liverpudlians. Si chiamano così gli abitanti della città. E sono meravigliosi. Le persone che ho incontrato e che conoscono oltre a Liverpool anche l’Italia, l’hanno sempre paragonata a Napoli. Chiassosa e di cuore. Effettivamente non ho trovato un calore e una disponibilità tale in nessuno dei luoghi della Gran Bretagna che ho visitato. Il consiglio quindi è: attaccate bottone, vi divertirete. Se siete timidi esiste la versione “no sforzo”: state in mezzo alla strada e consultate nervosi una cartina (anche dell’ATAC, eh); vedrete che qualcuno vi offirà il suo aiuto, ma prima vi saluterà, con gentilezza e naturalezza, e vi chiederà come state. Ovviamente non garantisco sulla cortesia di liverpudlians ubriachi: ma si sa che, da quel punto di vista, tutto il mondo è paese.

Close encountersMetropolitan Cathedral. Il cui nome completo, in realtà, sarebbe “Metropolitan Cathedral of Christ the King”, ma si sa che l’inglese tende alla sintesi. Si tratta di un’imponente cattedrale cattolica che fronteggia letteralmente quella anglicana: ed è stata progettata da un anglicano. Un chiasmo perfetto, considerati i natali dell’altra. Eretta intorno alla metà del secolo scorso, doveva essere più grande di San Pietro. Ma poi si sono accorti che ci sarebbero voluti duecento anni di lavori e il prosciugamento totale delle casse della diocesi. Ergo si sono accontentati di un’ottantina di metri di… alluminio. Eh già: sembra incredibile, ma per rientrare nei termini del bando per la sua progettazione, pare che gli architetti abbiano risparmiato sui materiali. The Italian way… Insomma, l’alluminio, visto che ogni temporale che si abbatteva sulla città allagava l’altare, è stato sostituito con l’acciaio, la cui lucentezza fa sembrare la cattedrale un’astronave: dentro e fuori. Realmente bizzarra.

News from Nowhere. In Bold Street, una delle principali vie del centro di Liverpool, c’è una libreria che prende il nome da un (a me sconosciuto) romanzo distopico scritto alla fine dell’800. Si definisce “Liverpool’s Radical & Community Bookshop” e mai definizione è più appropriata. Dentro troverete testi politici lib, ovviamente, ma anche ricettari vegani, tabloid socialisti e marxisti, libri catalogati sotto la voce 9/11 and “terrorism”, con le virgolette… Insomma, avete capito. E’ possibile ordinare un milione e mezzo di libri che arrivano in sede entro dieci giorni. Si respira una bell’aria, dentro: fricchettona, un po’ rigida allo stesso tempo, ma commovente, in questi tempi in cui un compagno di resistenza è prezioso anche a centinaia di chilometri di distanza.

ReflectionONE. È una zona del centro della città che è il risultato di uno dei più imponenti interventi di qualificazione in un centro cittadino europeo. Una specie di cittadella ricolma di ristoranti e negozi, nella quale è stato eretto anche il discutibilissimo monumento europeo alla pace, ovviamente ispirato a John Lennon: immaginate un mappamondo, dal quale partono una chitarra e dei pentagrammi, con delle colombe su questi ultimi. Una monnezza. Ciononostante, è intorno al monumento che si è svolta, nella sera dell’8 dicembre la veglia cittadina in onore di Lennon, a trent’anni dalla morte. Eravamo in due-trecento persone. Una chitarra acustica non amplificata, un microfono, gente con le candele in mano e la voglia di suonare e cantare quelle musiche meravigliose. Una cosa così, insomma. (La foto non c’entra niente, eh: l’ho messa perché mi piace).

Pub(s). Facile: uno va in Inghilterra e parla di pub. Eh no: perché una delle sorprese della città consiste proprio in due pub stupendi. Uno, il Philharmonic, è considerato addirittura uno dei più belli della nazione. A parte l’importanza sociale e culturale che il pub rivestiva, lo splendore di quello e del “Central” è dovuto anche alla crisi economica. I carpentieri delle grandi navi, con meno lavoro, si dedicarono alla decorazione, nei primi del secolo scorso, di queste public houses, creando vetrate, intarsi nel legno e lavori in ferro battuto semplicemente splendidi. Quindi godetevi la vostra birra o il vostro whisky e regalate piacere anche agli occhi. Roba da rimanerci sotto (vedi alla voce: l’annoso problema dell’alcol nel Regno Unito).

Quartieri. Come molte città, anche a Liverpool il fatto di provenire da uno o da un altro quartiere faceva la differenza. E’ rimasto famoso il fatto che zia Mimi non vedesse di buon occhio Paul e George in casa, mentre suonavano e parlavano con il suo John. Provenivano da quartieri poveri, rispetto alla sua Menlove Avenue. Per fortuna che all’epoca non conobbe Ringo: quello veniva da Speke e abitava a Dinge, un quartiere che lo stesso Starr definì “Il Bronx di Liverpool”. Che, come il suo corrispettivo newyorkese, sia ora oggetto di massiccia gentrification? Non lo so, non ci sono andato. Io di Ringo mi fido.

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My Liverpool from A to Z – 1

And the chimneys far awayAnglican Cathedral. Oh my god (appunto). Iniziare con una chiesa? Eh sì, miei piccoli amici, perché quello che ho scoperto (si fa per dire) di Liverpool è che non ci sono le cose dei Beatles e basta. C’è, appunto, anche la cattedrale anglicana, che è la più vasta del mondo, tra gli edifici di quel culto. Iniziata nei primi del ‘900, è stata finita nell’anno in cui sono nato, nel 1978: il tutto ad opera di un architetto cattolico, quel Giles Gilbert Scott che ha disegnato le tipiche cabine telefoniche rosse britanniche. È grandissima, imponente, gigantesca: roba da perdercisi dentro. Ma, soprattutto, è polifunzionale: le sue mura accolgono – tra le altre cose – una caffetteria, diverse cappelle grandi come chiese normali, aule scolastiche, uffici, campane enormi e una torre dalla quale si gode di una vista superba della città. Stupefacente.

Beatles. E vabbè, le cose dei Beatles ci sono, mica no. Tutto è Beatles a Liverpool. E se non è Beatles è Liverpool F.C. o Everton. Bisogna, insomma, andare oltre le sciarpe, le borse, le tute, le magliette, gli adesivi, i memorabilia, i vari tour più o meno posticci, le placche che dicono “Qui per la prima volta…”, le statue bronzee, i souvenir, le cartoline. A quel punto si trovano anche cose belle e interessanti. Sui Beatles. O sulle squadre di calcio della città. No, scherzo: però immaginatevi di avere dato i natali alla band più importante della storia, un po’ cavalchereste l’onda, no? Tra l’altro la seconda Beatlemania è recente, risale alla metà degli anni ’80: ma da allora, in contemporanea con massicci investimenti di stampo turistico e culturale, sono fiorite le insegne che si richiamano ai Fab Four e tutto il seguito di cose e cosine. Niente di male, basta fare attenzione, come si dice quando si attraversano quartieri poco raccomandabili.

Liverpool - Dicembre 2010 -27 - CasbahCasbah Coffee Club. “Ma come, niente Cavern alla “C”?” Eh, no: perché il Cavern di Mathew Street è finto come la plastica, mentre il Casbah, dove effettivamente i Beatles sono nati come gruppo musicale, è autenticissimo. Chiamate: se avrete fortuna vi capiterà di avere come guida nel mini tour di questo clubbino della fine degli anni ’50, come è successo a me, il fratello di Pete Best. Del resto il Casbah è nel seminterrato di casa Best, una bella villa che Mona (la madre) vinse scommettendo su un cavallo dato 33 a uno. I Beatles diedero una mano a decorarlo, dipigendo il soffitto e abbellendolo con stelline argentate disegnate a mano. Lennon era talmente soddisfatto della sua opera che volle incidere il suo nome nel legno nuovo nuovo. Mona lo vide e gli diede uno scappellotto talmente forte che gli volarono via gli occhiali e si ruppero: fu costretto a ripiegare su un paio di occhialini rotondi dati gratuitamente dal servizio sanitario nazionale… Davvero: un posto meraviglioso, piccolissimo e magico. Andateci.

Dock ProspektDock(s). I moli di quello che era il glorioso porto di Liverpool sono l’area cittadina che ha subito una riqualificazione più massiccia e visibile. Ho incontrato due signori che hanno fatto l’università nella città intorno agli anni ’60: guardavano con sospetto e un po’ di disgusto all’Albert Dock e zone limitrofe. Ma per chi non ha subito il fascino del porto come era, la zona dei Dock è una tappa obbligata. La sì trovano la Tate Gallery e il Beatles Story, cioè il museo di… avete capito. E poi i panorami del Mersey sono davvero belli, anche quando ci sono diversi gradi sottozero e l’umidino ti attanaglia in una morsa di ghiaccio, sì.

Echo Arena. La grande arena nella zona dei docks, appunto, inaugurata da qualche anno, ha ospitato il concerto per cui, alla fine, sono andato nella città inglese. La città che ha dato i natali a John ha commemorato il trentennale della sua morte con “Lennon Remembered”: una specie di spettacolo musicale lungo tre ore, che ha visto sfilare sul palco dell’Arena vecchie glorie, come i Quarrymen (i proto-Beatles, diciamo), Tony Sheridan (un musicista inglese che incise ad Amburgo con i quattro) e, quindi, una marea di cose un po’ pacchiane targate (non a caso) Cavern. Una delusione, tocca ammetterlo, sebbene sia sempre emozionante sentire le canzoni dei Beatles suonate dal vivo… da nove persone. Ma come facevano loro in quattro?

LiverpoolFiume. Andate su Google Maps: la foce del Mersey vi ricorda qualcosa? Esatto: sembra la copia dell’illustrazione esemplificativa della “foce a estuario” che avevate sui libri delle medie. Caratteristica di questi sbocchi al mare è che il fiume raggiunge larghezze enormi, tanto che spesso Liverpool pare una città di mare, mentre da un punto di vista strettamente geografico non lo è. Il porto, come si diceva, è andato in forte declino e quindi il Mersey ha ridotto la sua funzione commerciale per aumentare quella paesaggistica: è il luogo dove si posa l’occhio, anche nelle giornate di nebbia per scoprire che, oh!, c’è un’altra sponda e anche piuttosto vicina. Più in là, il mare e poi l’Irlanda. Ma questa è davvero un’altra storia.

Dock ProspektGelo. Non so se e quando tornerò a Liverpool, ma (ora che sono tornato in Italia) sono contento di averla vista in questo periodo dell’anno, stretta nel gelo e nel ghiaccio. Ho rischiato l’assideramento, di scivolare per terra, il mio viso è stato colpito da vento e pioggia fredda, ma ne sono felice (ora, ripeto: là ho sofferto anche io, che pure tollero bene le basse temperature). Perché la nebbia e il freddo hanno un po’ smorzato gli sbriluccichii natalizi, hanno coperto le vetrine… ma non le figliole, che imperterrite girano (indipendentemente dalla taglia che portano) in minigonna e tacco 12, indossando sopra solo un top striminzito. Una domanda continua è stata: ma com’è che i giovini qui non sono tutti con caviglie ingessate e pleuriti galoppanti?

Harrison, George. La visita a Liverpool mi ha confermato il fatto che Harrison è il Beatle meno cagato di tutti. Perché si parla del duo Lennon-McCartney, per ovvi motivi, ma anche di Ringo (anche solo per dire la boiata che non sapesse suonare). George no: non c’è l’Harrison Bar, il George Cafè, né sulla sua casa natale è stata apposta alcuna placca commemorativa. Schivo era e schivo e rimasto, prima, durante e dopo. Strano, no? Cioè, era quello di “Something” e “Here Comes the Sun”. Di lassù lui, ne sono sicuro, sorride noncurante e torna ad esercitarsi al sitar (magari rompendo un po’ le palle agli abitanti dei cieli, ma glielo si permette).

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Capolavoro

Come andò veramente l’incontro tra i Beatles e Bob Dylan.

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La pazzia di Sir George

Sgombriamo subito il campo da equivoci: per me Love è uno dei dischi dell’anno. Non vi sareste mai aspettati un’affermazione così da uno che ha un blog con quel titolo e quel sottotitolo, da uno che ha iniziato ogni singola puntata di una sua trasmissione con una canzone diversa dei Beatles, eh? Ma ho i miei motivi. Oltre al fatto che i Beatles sono la più grande band mai apparsa sulla faccia della Terra. Ovvio.

Prima di tutto: Love è la definitiva consacrazione del genio di George Martin, prima che dei Beatles stessi. Sir George, il quinto Beatle, chiamatelo come volete: c’è lui dietro al risultato del disco. Insieme al figlio Gilles ha avuto in mano tutti (e dico tutti) i pezzetti di nastro che i Beatles abbiano mai registrato. Stiamo parlando di chiacchiericcio, cazzeggio, le linee vocali di un pezzo, una parte di chitarra di un altro, effetti sonori, fruscii, assoli di batteria, tutto. Considerate anche che i quattro, notoriamente prolifici, sono rimasti in studio per anni, da quando hanno smesso di fare concerti. Bene. Martin conosce perfettamente ogni pezzo di nastro: e grazie, li ha prodotti lui, ma non solo. Non era solo il produttore dei Beatles. Insieme a loro li sentiva crescere, comporre, provare e scartare soluzioni, modificarne altre. Dio solo sa l’emozione che lui stesso ha dovuto provare quando si è ritrovato davanti a quelle migliaia di ore di registrato. Però Martin è inglese, quindi avrà nascosto l’emozione e si sarà messo al lavoro. E già questo riprendere dei brani che sono scolpiti nella memoria di tutti e “sconvolgerli”, in qualche modo, non è qualcosa che ti aspetti da uno che ha ottant’anni suonati e che potrebbe tranquillamente starsene in poltrona a sentire la discografia dei Beatles urlando: “L’ho fatta io, ‘sta roba”. E invece no: si ricomincia. Risultato?
Quello che fa Martin con questo disco è dire a tutte le band del pianeta: toh. Un “toh” lungo ottanta minuti e passa. E’ banale, lo so, ma sentite dei passaggi di “Tomorrow Never Knows” e ci ritroverete tutto il neofolk, sentite la chitarra di “I Want You” che spazza via lo stoner, e certi ritmi che anticipano punk, punkfunk, funkpunk, *unk, e altro. Toh. Per non parlare di quello che Martin ha detto con Love ai “mashuppers” del globo (non riferisco, perché sarebbe volgare e quel gentiluomo di Sir George non apprezzerebbe): mischiare la linea di basso di un pezzo con la batteria di un altro, rallentando o velocizzando le tracce, in maniera perfetta e naturale, creando qualcosa di nuovo e riproponendo qualcosa di ben conosciuto, in un rimando continuo e fluido tra le due (o più) parti.

Già, mettendo mano ai pezzettini di nastro: ma in fondo queste erano cose che lui e la band, in studio, facevano sempre, di continuo. La ricerca sulla produzione, oltre che sui timbri e sulla forma canzone, ha sempre fatto parte dei Beatles: in Love è portata ai massimi livelli, viste anche le possibilità che la tecnologia offre oggi. Comprate la versione cd+dvd: sentire questo disco in surround è un’esperienza, davvero, anche senza drogarsi prima. Credo.
Non voglio arrivare a dire che “se i Beatles fossero tornati in studio” eccetera eccetera, no. Ma questo disco è corretto da un punto di vista filologico e, permettetemelo, “spirituale”: non è “muzak”, non ci sono pacchianate: Love è più divertente di un film, coinvolge e appassiona. E, in fondo, è “solo” musica dei Beatles.
No, non tutta, a dire il vero. C’è una singola cosa che non proviene dai nastri di Abbey Road, una sola. Un nuovo arrangiamento per archi per “While My Guitar Gently Weeps”. L’ha scritto George Martin ex novo. Ma del resto aveva scritto anche la partitura per il quartetto di “Yesterday” e il sestetto di “Eleanor Rigby”. Gli sono riusciti abbastanza bene. E sono sicuro che da qualche parte King George approva, ancora una volta.

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