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Referrers – Gente che cerca altro – 16

Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
16. pesce spada postmoderno

“Oggi me ne vado via prima”, aveva detto ai colleghi. “Eh, già”, l’aveva canzonato uno di loro. “Oggi ti porti a casa la dottoressa…”. Gli altri avevano riso, e anche lui si era lasciato andare a una risatina. Perché lo sapeva che era invidia, la loro. Gliel’aveva letto in faccia quando lei era andata al banco per la prima volta, e si era fatta servire di totani e sarde da lui, e da nessun altro. Avevano parlato, mentre lui puliva rapidamente i pesci davanti ai suoi occhi: era in paese per occuparsi dell’apertura di una nuova galleria d’arte. “Arte”, aveva detto lui. “Contemporanea”, aveva aggiunto lei. “Anche se mi sono laureata in storia dell’arte medievale”, aveva concluso. Non gli staccava gli occhi di dosso. Per carità, Salvatore piaceva alle donne, ma… a una laureata? Che cosa mai avrebbe potuto trovarci in uno come lui? E invece la dottoressa, così l’avevano nominata da subito gli altri pescatori, era tornata altre volte, e, tra un foglio di giornale arrotolato e una testa di pesce che guizzava, staccata di netto dal corpo con un colpo secco di coltello, lei e Salvatore parlavano, sorridevano e si guardavano.

Fino a che, qualche giorno prima, lei l’aveva spiazzato. “Vieni a cenare da me? Ma cucini tu, che ne dici?” gli aveva chiesto. L’ultima volta che Salvatore era arrossito faceva le elementari: se lo ricordava benissimo. Maria, la prima della classe, gli aveva detto, davanti a tutti, che era innamorata di lui e che da quel momento lui era il suo ragazzo. Avere voti alti, evidentemente, era un passe-partout invincibile. Lui, allora, aveva abbassato gli occhi senza dire nulla. Di fronte alla richiesta della dottoressa, gli occhi di Salvatore si erano abbassati di nuovo, mentre mormorava un “Magari andiamo a cena da qualche parte?”, abbastanza piano perché lei non sentisse nulla, ma non abbastanza perché un “Sì, vabbè” di risposta non arrivasse da qualcuno dei suoi compagni. “Come?” aveva detto lei. “No, dicevo che porto il pesce spada”, aveva detto lui. Si erano guardati a lungo, prima di accordarsi e dopo, e poi se n’era andata.

Salvatore si era tolto il grembiule e aveva salutato tutti, ma un urlo lo fece tornare indietro. “‘U pisci“, aveva sbraitato uno, agitando un cartoccio con dentro la cena di quella sera. “Grazie”, aveva mormorato Salvatore. “E prego”, aveva detto di rimando quello. “E salutaci tanto la dottoressa, eh”. Salvatore se ne andò sorridendo, ma era attanagliato dalla mattina da un dubbio. Come cucinare quel pescespada? Doveva trovare una ricetta in grado di stupirla, non le solite cose. Qualcosa che lo ponesse sul suo livello, almeno a tavola. Qualcosa di… Ecco, di “contemporaneo”, come aveva detto lei. Ma forse anche qualcosa di più. Rimase a lungo sotto la doccia, fintanto che la puzza di pesce si attenuò per diventare una parte dell’odore della sua pelle, tutt’altro che sgradevole. Poi, vestito con un asciugamano addosso, si mise al computer. Rimase sul pescespada, ma deviò dal “contemporaneo”, andando a casaccio, inserendo parole nel motore di ricerca, senza trovare nulla di convincente, perdendosi tra pagine e pagine che parlavano di tutto, tranne che di cucina di alto livello, per laureati. Si rese conto d’improvviso che era tardi, doveva andare. Ma che fare?

Il giorno dopo l’amico al quale aveva confessato i suoi dubbi culinari, interrogò immediatamente Salvatore. “Allora, come ‘u facisti ‘u pisci?” Salvatore schernì l’amico che gli aveva consigliato di fare pasta e pomodoro (“Quella sapi fàciri, io“) e rispose: “Olio, limone, aglio, origano”, con gli occhi che brillavano di gioia. L’amico rise e iniziò a diffondere tra i banchi del mercato la notizia che Salvatore aveva conquistato la dottoressa con un semplice pesce spada co’ o’ sammurigghiu.

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Referrers – Gente che cerca altro – 15

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15. Educazione pornosentimentale 2.0: un medley con climax finale

Se due si baciano, stanno insieme?
Ormai è fatta, piccola. Vediamo che combini.
Istruzioni per limonare.
Mmm, ma saprai seguirle per bene?
Metodo per limonare.
Già meglio.
Fa male il sesso orale.
Pene dentato o incapacità sua? Passa ad altro, se vuoi, ma informati.
Come si fa a rimanere incinte.
Prego?
Come si fa a rimanere incinte?
Beh, dunque, hai presente le api e i fiori?
Come avere il primo rapporto anale.
Rinunci così? Ma ci sono delle precauzioni…
Rapporto anale prima volta.
Beh, la prima volta non si scorda mai…
Istruzioni sesso anale.
Torniamo da capo?
Lezioni di sesso anale.
Approccio didattico, dunque, iniziamo dalla teoria…
Sesso nell’ano come si fa.
Non vuoi perdere tempo, è chiaro.
Il piacere del sesso anale.
Vuoi conferme o scoprire cos’è mancato?
Solo sesso anale.
Monomaniacale.
Orgasmo d’amore.
Aaah.

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Referrers – Gente che cerca altro – 14

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14. marito ubriaco radicchio mette incinta la ragazza che succede?

Entrò in casa guardandosi attorno in maniera circospetta, come se quella non fosse casa sua, come se qualcuno potesse sbucare all’improvviso e chiedergi la patente e il libretto. Si fermò. Alzò a fatica il ginocchio destro. Portò il pollice della mano sinistra al naso, poi allargò le dita della mano e si abbassò cercando di fare toccare il mignolo con il ginocchio alzato. Mentre lo faceva, lentamente, sussurrò: “Vede, signor agente, non sono ubriaco per niente”. Sorrise per la rima involontaria, e bastò quella piccola contrazione dei muscoli facciali per fargli perdere l’equilibrio e rovinare a terra, con un rumore sordo. Il pensiero corse a sua moglie, nella stanza da letto, che dormiva. Una corsa inutile, visto che, dopo qualche secondo, gli venne in mente che sua moglie non c’era per quel fine settimana. Ecco perché era andato a trovare la sua ragazza. “Amante non mi piace”, gli aveva detto. E allora lui la chiamava “la sua ragazza”. Ovviamente tra sè e sè, perché della storia che aveva con quella donna non sapeva nessuno, non doveva sapere nessuno.
Si diresse, senza capire perché, verso il computer. Urtò il tavolo e la macchina si destò dallo stato di morte apparente: lo schermo si illuminò e la stanza fu invasa da una tinta azzurrina. Solo allora si accorse che non aveva acceso la luce perché pensava che la moglie fosse a casa. Evidentemente un altro pensiero era corso prima, da qualche parte, e chissà se sarebbe mai tornato. Sua moglie, invece, sarebbe tornata, molto più rapidamente di una sinapsi. (Non riuscì neanche a pensare alla parola “sinapsi”: il “ps” per un ubriaco è molto meno facile da immaginare che per uno scrittore di missive distratto.)
La luce del monitor gli timbrò la retina e iniziò a vedere macchioline azzurre ovunque. Una di esse presto assunse una forma oblunga, che sulle prime non riconobbe, ma poi, ecco, iniziò a distinguere sempre più nettamente la forma di un cespo di radicchio. Trevigiano. La sua ragazza voleva preparargli il risotto col radicchio. Invece aprirono il vino (originariamente da usare per il risotto) e iniziarono a bere, e bere ancora, e poi a fare l’amore (“Non mi piace quando dici ‘scopare'”) in maniera sbilenca, fino a che lui prese il cespo di radicchio, e lo usò per soffocare i suoi “No, ma che fai”, ritmati da risatine e sospiri.
Ma aveva usato delle precauzioni, con lei? Cercò nella memoria un momento che lo rassicurasse in qualche modo: sarebbe bastata anche l’immagine di un preservativo che non si srotolava nel verso giusto, del punzecchiamento della confezione dello stesso, l’odore di gomma. Ma io suoi ricordi erano molli e sfocati, e lasciarono presto il posto ad una sensazione di panico, che l’ubriachezza non fece che aumentare.
Si sollevò lentamente, lentamente aprì una finestra del browser. E confessò i suoi peccati ad un motore di ricerca.

Lei lo trovò la mattina dopo addormentato sulla tastiera con, sullo schermo, la pagina di un blog. “Almeno stavolta non è un sito porno”, pensò sua moglie, e andò a disfare le valigie in camera da letto senza nemmeno toccarlo.

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Referrers – Fuori serie

Cosa succede quando hai dei referrers meravigliosi ma non ti viene uno straccio di idea per costruire il raccontino quasi mensile (per chi non sapesse di cosa parlo, si veda la colonna a lato)? Semplice, ti adegui e fai un semplicissimo post di commento alle stringhe di ricerca assurde che hanno portato degli squilibrati a vedere il tuo blog.

come si fa per non scaricare piu le suonerie zed. Dovrebbero esistere dei centri di recupero per uscire dal tunnel della polifonia, credo. Con corsi di “uso del compositore di cellulare”, rilascio di attestato di frequenza, eccetera.
dove comprare pesce oggi 15 agosto a bologna. Hai rimorchiato la turista e vuoi fare colpo preparandole la tua famosa carpa in crosta d’acciughe, eh? Rassegnati. Dille la verità, tutta la verità, di’ giuro e forse si convince e te la dà senza troppi sbattimenti. Forse.
ho visto la nonna in cesso che masturbava il cane. Fattene una ragione, e pensa che, comunque, la nonna sta facendo sesso sicuro. A meno che tu non abbia visto solo i preliminari.
la donna con l’orgasmo. Incorporato, presumo. Beh, tu stai attento e comportati come da manuale. Il peggio che ti può succedere è che ti becchi un orgasmo tarocco.
orgasmi con il cellulare. Pare che la vibrazione funzioni. Ma stai bene attento ad escludere la suoneria zed di cui sopra.
quali alimenti fanno fare cilecca. Mah, non so. Presumo che la peperonella con le cozze e le cotiche e lo stufato di maiale in calce viva non aiutino.
racconti di ragazzi gay testimoni di geova. “Torrione di guardia”? (Lo so, è pessima, abbiate pazienza.)
vuole tagliare pene fidanzato. Non sarebbe la prima.
“scambio di coppia” convincere. Partiamo male. Prova con “dai, può essere che trovi uno/una meglio di me”. Si convincerà immediatamente.
mangiare male a modena. Perché, perché vuoi andare a Modena per mangiare male? Questo, tra l’altro, era il referrer più papabile per il raccontino.
trainer troia. Ho un dubbio. Cerchi qualcuno che ti insegni ad esercitare meglio o qualcuno che ti eserciti e, nello stesso tempo, eserciti?

Bene, e anche agosto ce lo siamo sfangato. Qualche altra annotazione: ovviamente, siccome sono pecora e seguo la massa, mi sono installato anche io Google talk. Potete chiacchierare con me, se proprio siete alla frutta, contattandomi a: adayblogATgmail.com. Ma dopo il dieci settembre. Me ne vado alla Mostra del Cinema per vedere film, parlarne alla radio e scriverne.

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Referrers – Gente che cerca altro – 14

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14. al concerto ho mostrato le mie tette

“L’italiano è una lingua di perifrasi.” Questo fu il suo primo pensiero compiuto di quella mattina, pensiero che faceva fatica a farsi sentire, sommerso dal fischio continuo che le rimbombava nelle orecchie. “Non esiste un equivalente italiano di hangover. Una parola sola, cioè. Lingua meravigliosa, l’inglese.” Poi sentì una fitta allo stomaco, pensò che forse doveva mangiare, le venne da vomitare. Si riprese e si mise a sedere sul letto. Respirò. E iniziò il processo di recupero nella memoria, per rispondere ad una semplice domanda: “Che cosa ho fatto ieri sera?”, domanda che aveva diversi corollari, corrispondenti, più o meno, alle cinque “W” del giornalista. “Who, what, when, where e…” Non si ricordava l’ultima, la più importante. “Why. Perché?”
La sua memoria sbuffò, crepitò e regalò una sensazione al suo cervello: aria sul petto.
Andò in bagno, si chinò sulla tazza, ebbe un déjà-vu poco prima di vomitare le ultime cose che aveva nello stomaco. Liquidi, per lo più. Alcolici.
Aveva abbracciato il cesso anche appena era tornata a casa, quella notte. Il fischio nelle orecchie non diminuì. Qualcuno la stava pensando? No. Era stata ad un concerto.
Ecco, sì. Un concerto. Tentò di focalizzare su quel brandello di ricordo, togliendo tutto ciò che poteva peggiorare il suo stato di post-ubriacatura, concisamente detto “hangover”. Eliminò le luci violente del palco, la calca della gente, il fiato caldo di qualcuno dietro di lei. Si passò una mano sul collo, era sudata. Anche la notte prima era sudata, faceva caldo, ondeggiava la testa, forse anche senza muoverla. Si ricordò di un barista, della sua mano raffreddata dalla birra nel bicchiere di plastica, di una sua amica che le diceva “ancora?”, di lei ipnotizzata dai movimenti del batterista, di lei che sentiva caldo e rideva.
Aveva sollevato la maglietta, mostrando il seno al gruppo.
E anche a qualcuno al suo fianco.
Poi aveva riabbassato la maglietta.
Rivomitò. Evidentemente c’era ancora qualcosa nello stomaco.
Ebbe un’altro flash, di un flash. Cioè rivide proprio il lampo di una macchina fotografica negli occhi. E se qualcuno le avesse fotografato le tette? “Oddio”, pensò. Stavolta la lingua italiana era vantaggiosamente sintetica almeno quanto l’inglese.
Tornò nella sua camera e vide il computer acceso. Aveva scritto un post sul concerto, su tutto. Si affrettò a cancellarlo, senza neanche rileggerlo. Tutto era chiaro, adesso, e anche il fischio nelle orecchie stava diminuendo. Tutto tranne una cosa.
“Why?” La domanda era stampata nella sua mente, e la risposta “ero ubriaca marcia” non la soddisfaceva. E se qualche motore di ricerca avesse memorizzato già quel post?
Digitò in fretta alcune parole e cliccò sul pulsante dei risultati.
Altri blog, altri concerti, altre tette. E si sentì per la prima volta parte di una comunità.

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Referrers – Gente che cerca altro – 13

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13. trucchi per limonare

Quello era il giorno numero tre. La cifra gli si era stampata in mente dalla mattina, quando era andato a scuola, l’aveva vista e, come il giorno uno e due, ma anche come quello zero, meno uno, meno due e meno tremila, non aveva fatto una piega. Lei neanche. Nessuno doveva sapere che stavano insieme.
Quello era il giorno numero tre. “Quello della lingua, stanne certo”, gli aveva detto il suo compagno di banco Mario detto Marione, ripetente, che si faceva la barba, o almeno così diceva: e doveva farsela benissimo, perché non portava alcuna traccia di rasatura. Ma lui si fidava di Marione. E quindi credeva a tutto quello che gli diceva. “Dopo tre giorni si limona, sicuro. Se non limoni dopo tre giorni, sei un coglione.” “No, limono, limono”, aveva detto lui. Ma non si sentiva pronto. E chi aveva mai limonato? L’aveva visto nei film, ma sapeva che i pugni di Terence Hill erano finti e che non bastava aprire la bocca e chiudere gli occhi per limonare. Chiedere a Marione, d’altro canto, sarebbe stato umiliante. Aveva già dovuto pagarlo perché non dicesse a nessuno che stava con lei. E doveva fidarsi del fatto che lui avrebbe mantenuto la parola.
Chiuse la porta della camera, sua madre sonnecchiava sul divano, suo padre al lavoro. Dopo poco avrebbe visto la sua ragazza (oh, come lo faceva sentire grande dire quella parola, e quasi gli dispiaceva di poterla dire solo a se stesso) e avrebbero limonato, cascasse il cielo, perché lui non era un coglione. E poi voleva farlo.
Accese il computer e cercò ispirazione. Avrebbe trovato un’indicazione, un indizio, delle istruzioni, qualsiasi cosa.
Click.
“Eh, magari”, pensò. “Ma lei come le avrà? Più piccole, mi sa.” Si trattenne dal fare quello che faceva di solito quando si addentrava in quei siti, tese l’orecchio per evitare irrimediabili figuracce familiari e andò avanti.
“Chissà se con la sua amica…” Pensò alla sua amica: una cicciona tremenda. Cliccò velocemente e cambiò pagina.
“Un cane?!”. Era sbalordito. E anche un po’ disgustato. Doveva sbrigarsi.
Digitò qualcosa su un motore di ricerca.
Dopo poco uscì di casa, spaventato, ma con un argomento, se non altro, per iniziare la conversazione. Mentre parlavano, sarebbero andati sul fiume e…

Quando si videro, rimasero un po’ imbarazzati uno di fronte all’altro, poi si diedero un bacetto.
“Sai”, iniziò lui con la voce tremante. “Ho letto su un blog, oggi…”
Lei non lo fece finire, avvicinò le sue labbra alle sue, e la vide chiudere gli occhi. Pensò a Terence Hill, scacciò subito quell’immagine, e aprì la bocca.
Dopo un minuto buono, che a lui sembrò lunghissimo, si staccarono. Era stato strano e bellissimo. Lei pareva contenta. “Un coglione, io?”, pensò. Poi le prese la mano e andarono verso il fiume.

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Referrers – Gente che cerca altro -12

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12. cosa fanno i bambini marocchini alle farfalle

Se ne stava seduto vicino alla finestra a guardare fuori, sperando di trovare le parole giuste, là fuori, l’inizio di qualcosa, o anche un motivo per farlo alzare dal computer e andare a farsi una passeggiata. L’aveva fatto altre volte, senza motivo.
Gli sarebbe piaciuto avere qualcuno che aspettava le sue parole, ma, per il momento, erano solo per lui stesso.
Gli sarebbe piaciuto dover staccare il telefono, perché assillato da un editore, da un committente, da un produttore. Ma il telefono era come se fosse staccato: tanto non suonava mai.
Ma sapeva che aveva una storia da raccontare. Questo se lo diceva quando pensava potesse vederlo qualcuno. Sì, perché prima di addormentarsi si diceva che il giorno dopo avrebbe scritto la storia, che le parole sarebbero arrivate, ci voleva solo tempo. Altre volte, invece, non si addormentava affatto, pensando alle parole che non venivano.
Continuava a guardare fuori i bambini del vicino che giocavano. Aveva iniziato tre o quattro volte quello che poteva essere veramente il nuovo romanzo, una storia normalmente multietnica. Avere dei vicini marocchini, magrebini, nordafricani, come avrebbe dovuto scriverlo?, poteva, anzi, doveva essere un vantaggio.
Ma quelli non facevano niente. I genitori andavano a lavorare, i bambini, ormai grandicelli, andavano a scuola e poi stavano a casa a giocare, tra di loro o con i loro amici. La mancanza di integrazione aiuta le storie, non c’è niente da fare.
Ributtò lo sguardo fuori: uno dei bambini, non sapeva neanche il suo nome, stava rincorrendo una farfalla. Pensò che forse era la prima farfalla della stagione, la primavera stava arrivando e forse la farfalla sarebbe sopravvissuta. Guardò lo schermo per un attimo: le stagioni cambiavano col desktop, e sul suo monitor campeggiava ancora un paesaggio innevato. Volse di nuovo la testa verso la finestra, e vide qualcosa di incredibile. Il bambino aveva preso la farfalla e la teneva sulla mano. Sembrava che le stesse parlando. Poi chiamò la sorella, e lei spuntò da dietro la casa con un’altra farfalla sulla mano. Poi, sempre tenendole così, i bambini si misero a correre, senza che le farfalle si muovessero, e li perse di vista.
Il suo stupore durò poco, il tempo di cercare una possibile spiegazione sulla grande rete di quello che aveva visto. Si mise a leggere parole d’altri e perse un’altra occasione per usare le sue.

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Referrers – Gente che cerca altro – 11

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11. mito dell’orgasmo

Di scrivere a Cioè non se ne parlava neanche. Non voleva mischiarsi alle ragazzine che chiedevano se limonando si potesse rimanere incinte, o che pensavano che la vera prova d’amore fosse il sesso anale. E poi lei non era una ragazzina. Aveva ormai vent’anni, e insomma… E poi non poteva leggerlo Cioè. Doveva ammetterlo: le dava fastidio dover ammettere a se stessa che ragazze più piccole di lei, se si doveva credere a quello che scrivevano, avevano avuto una vita sessuale di almeno una decina di volte più intensa della sua, anche se con una partenza simile: la prima volta d’estate, in campeggio (nel suo caso si trattava di un bungalow, ma sono sottigliezze): una tragedia. Solo che lei si era fermata lì. Non era andata da nessuna parte, poi, e non era manco venuta. Arrossì pensando alla stupida battuta che aveva fatto. Non sapeva proprio che cosa fosse l’Orgasmo. Sì, lo pensava anche con l’iniziale maiuscola. Perché è vero che non leggeva più Cioè, quanto meno non in modo partecipante, al massimo lo rubava alla sua cuginetta (lei aveva limonato-e-basta, almeno lei, per fortuna), ma era passata a Cosmopolitan. E si era definitivamente depressa. Orgasmi multipli, clitoridei, vaginali, mentali, tantrici. E lei? Mai niente. Un po’ di piacere, ogni tanto, da sola, ma niente di più. Con le amiche non ne parlava. Loro, a sentire quello che dicevano, gliela mettevano in saccoccia (arrossì di nuovo) alle star del porno. Quando si parlava di sesso, semplicemente, annuiva e rideva quando doveva farlo. Comunque anche le sue amiche non parlavano mai della grande O. O quando ne parlavano usavano lo stesso linguaggio di Cosmo, come lo chiamavano loro. E lei si era convinta che l’orgasmo, semplicemente, non esistesse, ma fosse qualcosa di impalpabile, etereo. Mitico.
Cliccò alcune parole su un motore di ricerca, per avere delle conferme.

Dopo un po’ di frequentazione del mondo dei blog, capì che, nonostante le tutte pippe che questi personaggi su internet si tiravano, non sarebbe riuscita a raggiungere neanche l’orgasmo mentale. Smise di leggere Cosmopolitan e si mise il cuore in pace. Dopo qualche giorno, per caso, venne l’amore.

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Referrers – Gente che cerca altro -10

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10. frasi collega pensione

Gli dispiaceva che il Biraghi se ne andasse in pensione. Se lo meritava, eh, dopo trentacinque anni in quel posto, se lo meritava. Ma sentiva che gli sarebbe mancato, dopo quasi venticinque anni passati vicini. “A te non ti mancherà”, gli aveva detto pragmatica sua moglie. “A te ti scoccia che questo vuol dire che anche tu, dopo il Biraghi, te ne andrai in pensione.” E con un perfetto sillogismo, aveva aggiunto: “Il Biraghi se ne va in pensione perché è vecchio, tu senti che questo vuol dire che anche tu tra un po’ andrai in pensione, quindi anche tu sei vecchio.” “Tra un po’”, aveva aggiunto lui, sottovoce. Ma la frase fu coperta da un forte colpo di tosse della moglie, che proiettò delle goccioline di saliva nella minestra che gli stava mettendo nel piatto. “Comunque, se io sono vecchio, anche tu…”, disse, ma non riuscì a finire. “Ci siamo sposati che io avevo ventidue anni, e tu ventisei, ricordi? Bene, fanno quattro anni di differenza. Io avrò sempre quattro anni meno di te. Ah!”, concluse sua moglie, sedendosi davanti a lui con un sorriso di vittoria.
Mangiò la sua minestra e pensò a che regalo fare al Biraghi. “Un pensierino, un biglietto, qualcosa.”
Chiese a suo figlio di mostrargli come funzionava internet. “Ci trovi tutto in rete”, gli aveva detto con una strana espressione. Lui sapeva a cosa suo figlio si riferiva, ma per quello aveva le pubblicità erotiche di notte, che a volte riuscivano anche a risvegliargli qualcosa là. “Usa gugl” aveva aggiunto suo figlio, e, osservando l’espressione del padre, gli aveva pietosamente mostrato il funzionamento del motore di ricerca.  “Quando hai fatto, dimmelo”, gli disse. Poi uscì dalla stanza. Rimasto solo si sentì vecchio. Suo figlio gli aveva rivolto una frase che era più adatta per un anziano genitore che non poteva più badare a se stesso. O per un bambino piccolo che aveva bisogno di aiuto per il post vasino. Guardò per qualche secondo il monitor, poi digitò qualcosa.

Alla festicciola organizzata per il Biraghi, le persone si dividevano in due gruppi: quelli che pensavano “uno in meno”, e quelli che si dicevano “tra un po’ tocca a me”, con un senso di triste sollievo. Quando venne il suo turno, gli si avvicinò con un biglietto in una busta. Biraghi ringraziò e lesse il biglietto: era scritto fitto, con tantissime istruzioni e parole come “template”, “link” e cose del genere.
“Oh”, disse il Biraghi. “Ma che è sta roba?”. “Leggi, leggi, c’è scritto tutto. Apri un blog – me l’ha spiegato mio figlio – e scrivi quello che fai, così non ti annoi, io ti leggo dall’ufficio, magari commento, ci teniamo in contatto, insomma…”
Silenzio.
“Grazie”, disse il Biraghi. Ma si vedeva che non ci aveva capito nulla.

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Referrers – Gente che cerca altro – 9

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9. eccesso di peluria negli adolescenti maschi

Non ha il coraggio di parlarne con la Debby, no. Sì, è la sua migliore amica, ma da troppo poco. E poi, diciamoglielo, un po’ piaceva anche a lei. No, non gliel’ha rubato, no. Un po’. Forse. Quasi quasi avrebbe preferito parlarne con Marta. Era la più esperta, diciamo. Aveva già fatto almeno almeno uno sega al suo ragazzo. Ma secondo le altre era andata ben oltre. No, non aveva scopato, ne erano sicure, ma ci era andata molto vicino. A Marta piaceva dire in giro cosa faceva col suo tipo, e forse raccontava un po’ troppo, esagerava. Ma forse no. A lei, invece, non andava di dire niente. C’erano dei momenti in cui sembrava che tutte si raccogliessero, come per magia, col solo scopo di parlare di quello che facevano con i loro ragazzi. Chi ce l’aveva, il ragazzo, poi. Sì, perché a questi ristretti circoli partecipavano anche due o tre della compagnia che, si sapeva, non avevano mai oltrepassato il bacio con la lingua. Le loro tette erano rimaste ben chiuse nei reggiseni, per non parlare del resto. Nonostante la loro poca esperienza, partecipavano, forse per apprendere ed imparare. Infatti pendevano dalle labbra di Marta. Le aveva viste una volta da sole che si dicevano che alla fine Marta raccontava un sacco di cazzate, che non aveva fatto la metà delle cose che si vantava di avere provato. Ma il loro sguardo tradiva invidia.
E lei? Lei niente, sorrideva, contenta di stare con uno dei ragazzi più carini della scuola. Punto. Arrossiva quando le venivano fatte delle domande dirette, rivelava poco di sè. Ma quella cosa…
Il problema è che aveva visto Marco nudo. Ed era pelosissimo. Ben diverso dalle foto che aveva visto su Internet, qua e là. Voleva parlarne con qualcuno. Non è che le facessero schifo, quei peli, solo che le sembravano un po’ troppi. Insomma, erano coetanei, lei e Marco. Secondo il suo punto di vista un ragazzo di sedici anni, quasi diciassette, non poteva avere tutti quei peli. Ovunque. Ne avrebbe parlato con qualcuno. Ma prima avrebbe fatto una ricerca lei. Proprio su Internet. Quando provò con “uomini pelosi”, capì due cose. La prima: Marco non era così peloso. La seconda: uomini più pelosi di Marco erano molto molto ambiti. Doveva essere più precisa.
“Eccesso di peluria negli adolescenti”. Ebbe un attimo di esitazione. “Maschi”, aggiunse. Già doveva combattere con i suoi, di peli. Non voleva sapere niente di ragazzine e di peli.

Dopo un paio di giorni un nuovo blog con sfondo fucsia, pieno di faccine e di finestrelle compariva in rete. Il nome? “Mipiaccionopelosi.splinder.com”. Dopo un altro po’ di tempo era una blogstar. Ma soprattutto aveva fatto l’amore prima di tutte le sue amiche.

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Referrers – Gente che cerca altro – 8

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8. mutismo colleghi

Le ultime parole di Bignaghi, che se ne era andato in pensione la settimana precedente, non le aveva sentite nessuno. Lui ci aveva fatto caso, ma solo perché tutto in quell’ufficio era nuovo, ci era arrivato da poco. Eppure in quel momento non riusciva a ricordarsele. Aveva bene in mente com’era vestito Bignaghi, anche dove aveva pronunciato quelle frasi, là, vicino alla porta, si ricordava il modo in cui si era girato per andarsene. Anche il tono di voce gli era rimasto impresso. Tutto tranne quello che aveva detto. Bignaghi. Una delle poche persone con le quali aveva parlato, appena arrivato in ufficio. Si lamentava sempre, come fanno le persone anziane che rimpiangono comunque i vecchi tempi: e come si stava bene prima, e un tempo si lavorava meglio. Ma cosa aveva detto? Come in un sogno, la bocca di Bignaghi si apriva, ma non ne usciva alcun suono.
Non si aspettava una grande accoglienza, appena arrivato. Insomma, era un ufficio, e non era il primo in cui lavorava. Ma da qui a non essere quasi salutato, né ad avere risposta ai suoi saluti, beh, ce ne passava un po’. I colleghi del suo reparto se ne stavano sempre appiccicati al computer, leggevano qualcosa sullo schermo, cliccavano, scrivevano. Ogni tanto qualcuno rideva, o si rivolgeva ad un vicino e gli strizzava l’occhio. Lui non aveva vicini: l’avevano messo in una scrivania un po’ isolata, che guardava le altre. Si sentiva come un maestro sulla cattedra in una classe che non lo considerava minimamente. Ma a cosa poteva essere dovuto questo atteggiamento che portava ad un silenzio di tomba, interrotto solo dal clic del mouse e dal rumore dei tasti premuti? Non riusciva a capirlo.
Anche quel giorno nessuno lo salutò, e decise di protestare a modo suo, non facendo nulla tutto il giorno. Sfogliò quotidiani on-line, fece una decina di test sulla personalità, e giocò a una ventina di Tetris diversi. Poi aprì Google e scrisse nella finestra di ricerca qualcosa a proposito della tremenda situazione che si trovava a vivere in ufficio. Click. Si aprì la pagina di ricerca.

Qualche giorno dopo arrivò in ufficio ed ebbe la sorpresa di trovare la sua scrivania accanto alle altre. Nel suo blog un commento da parte dei suoi colleghi, che gli auguravano il buongiorno. Si sentiva integrato e felice. Come un lampo gli venne in mente quel vecchio coglione di Bignaghi e le sue ultime parole: “Queste macchine vi stanno rovinando la vita! Me ne vado prima che sia troppo tardi!”. Sorrise mestamente e indirizzò un insulto mentale al collega in pensione. Erano le nove e trenta del mattino e stava per fare il primo giro di blog della sua giornata lavorativa.

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Referrers – Gente che cerca altro – 7

Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
7. bon ton fischiettare

Continuava a guardare l’invito e non gli pareva vero. Il suo nome era stampato sulla busta e anche sul cartoncino all’interno. Era proprio lui che volevano. A cena dalla contessa Floris. Una delle donne più importanti del paese. “Del mondo, altro che.”
Era stato un anno magico, culminato con l’esibizione al Radio City Music Hall, solo un paio di settimane dopo la conclusione della tournèe italiana, davanti a cinquantamila persone, allo stadio Olimpico di Roma.
Poteva dire di essere il fischiatore più famoso del mondo. Riusciva ad eseguire di tutto, dalle sinfonie di Mahler ai pezzi dei Cannibal Corpse. Il pubblico batteva le mani, si alzava in piedi, lo invocava. Non fischiava, no, sarebbe stato un affronto.
Tra poco più di un’ora sarebbe stato in mezzo a chissà quali persone importanti, nella splendida residenza estiva della contessa. Sarebbe passata una macchina e l’avrebbe portato alla villa.
Era vestito come al concerto di New York, non se ne sarebbe accorto nessuno: gli stava bene quello smoking rosso. Non troppo fine, è vero, ma doveva distinguersi, in qualche modo. Ma aveva un dubbio: e se la contessa l’avesse invitato per prenderlo in giro? La sua musica era per il popolo, per la gente, mica per i nobili. Fu preso dal panico. Non doveva fare brutte figure. Ripassò tutto quello che sapeva sulle buone maniere a tavola. Si sentiva preparato per consumare alla perfezione una cena da dodici portate, e da dodici posate, anche. La cena sarebbe finita, avrebbero fatto due chiacchiere, o forse neanche quelle, poi se ne sarebbe andato. Si sarebbe congedato, cioè, si dice così.
E se gli avessero chiesto un’esibizione? Avrebbe fischiettato uno dei suoi cavalli di battaglia davanti a tutti? Il suo repertorio era pronto. Avrebbe eseguito il secondo movimento della sinfonia “Jupiter” di Mozart. Gli sembrava una scelta appropriata per quel pubblico.
E se fosse stato un tranello? Guardò l’orologio, c’era tempo. Doveva informarsi: si poteva fischiettare ad una cena? Internet. Un motore di ricerca. Guardò ancora l’orologio. C’era tempo. Si rilassò sulla sedia, attento a non spiegazzare la camicia con gli sbuffi.

Rimase a leggere un blog stupido. Nessuno gli suonò al citofono. Semplicemente, l’autista della contessa Floris, conosceva il bon-ton. Un quarto d’ora di attesa sotto casa del fenomeno da baraccone, come lo chiamava la contessa, era più che sufficiente. Evidentemente il grande fischiatore se la tirava, aveva pensato l’autista.
Il grande fischiatore, invece, quando si rese conto del tempo passato, imprecò ad altissima voce, infischiandosene delle buone maniere e di quello che potevano pensare i vicini. Puntualmente i vicini commentarono con un “Ma insomma!”, che risuonò nell’aria. Lui si vergognò, ma non gli venne da fischiettare per nascondere l’imbarazzo.

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Referrers – Gente che cerca altro – 6

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6. sito setta molto satanica 666 metal

“C’è bisogno di qualcosa di più”, pensava Mirco. “Mirco, con la c, mi hanno chiamato quegli stronzi”, pensava Mirco con la c in un naturale impulso di ribellione adolescenziale verso i suoi genitori. “Manco con la k, che fa fico. Con la c. Se lo venissero a sapere gli altri del gruppo”. Il gruppo, i Satan’s Adepts, era il gruppo black metal di Taràno di Sotto. Anzi, a ben vedere era il gruppo di Taràno di Sotto. L’unico esistente. Concerti all’attivo: uno, alla festa di Giovanni, il cantante, per i suoi diciassette anni. Dopo i primi due pezzi, “Satan is the Lord” e “Evil is the Reason”, la vicina di casa, signora Tebaldi, aveva telefonato per chiedere di abbassare lo stereo. Nessuno aveva avuto il coraggio di rivelarle che quello che l’aveva disturbata era il potente e satanico suono del primo concerto dei Satan’s Adepts, da Taràno di Sotto. Che quello che cantava in maniera così splendidamente gutturale da non riuscire a parlare poi per almeno due ore dopo la fine del concerto era Giovanni, che lei aveva visto nascere. O meglio, era Skull, il cantante dei Satan’s Adepts. E che la batteria con doppia cassa era suonata da Riccardo, sì, il figlio del postino, che si faceva chiamare Bloody Rick, però. Eccetera. Avevano smesso di suonare e basta. Mirco aveva poggiato il basso all’amplificatore, imprecando contro la signora Tebaldi.
Ma i Satan’s Adepts non decollavano. Ovvio, diceva Roberto, il chitarrista (l’unico che non aveva soprannomi: ma del resto era l’intellettuale del gruppo). Bisognava ispirarsi a qualcun altro. Ma a chi?
“Cerca un po’ su internet”, aveva suggerito Giovanni. Roberto si era limitato ad annuire, e aveva acceso una sigaretta. Aveva diciotto anni ed era l’unico che fumava. Anche gli altri avevano provato, ma senza successo. Solo Skull non aveva neanche provato. “Per la voce”, si giustificava.
“‘Setta satanica’ non basta”, pensava Mirco con la c.
Riaprì Internet explorer. La pagina iniziale era quella dei Deicide. Andò su Google e pensò alle parole da mettere. “‘Sito’, sicuramente. Poi ‘setta’. Satanica. Metal, metti che troviamo anche un’altra ispirazione musicale”.
Niente.
“Molto satanica, metti che trovi solo dei pagliacci. E aggiungiamoci anche il sei sei sei”, pensò Mirco.
Sentì una voce. Sua madre lo chiamava per la cena. Guardò una pagina internet tra i risultati del motore di ricerca.
Il giorno dopo anche i Satan’s Adepts avevano un blog. Roberto approvò la scelta, fumando l’ennesima paglia.

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Referrers – Gente che cerca altro – 5

Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
5. “la mia fidanzata nuda gratis”

L’ultima cosa che sentiva e che gli si piazzava nella testa per almeno due ore, era il rumore della porta che sbatteva. Ogni volta che lei se ne andava, sbatteva la porta. Ma forte. E luicontinuava a sentire quel rumore sordo, talvolta accompagnato dalle urla della vicina. “Ma basta sbattere queste porte, insomma!”
Eppure l’amava. Quando si era messo con lei, i suoi amici erano sbiancati. “No. Con lei?” E ogni volta che passavano insieme, attiravano solo sguardi invidiosi. Invidia e desiderio, ecco cosa suscitava la sua donna. Una bellezza perfetta, luminosa, erotica, non volgare. Un cervello, ben piazzato nella scatola cranica, che funzionava a dovere. E tutti gli accessori che si potevano desiderare. Sapete, quelle piccole grandi cose che fanno impazzire gli uomini. Per esempio, saper pronunciare correttamente alcune parole francesi, anche se cadute in disuso da anni. Fanno comunque un certo effetto.
L’amava, nonostante con lei non fossero andati oltre il bacio-con-la-lingua. Non appena lui allungava una mano, lei si irrigidiva. Se lui tentava di andare oltre, facendo finta di non notare l’irrigidimento, ecco che lei si alzava. Se provava a discutere, lei se ne andava. Se tentava di chiamarla, per continuare a discutere, se ne andava, sbattendo rigidamente la porta. Lui piangeva un po’, poi si masturbava, e, alla fine, con la pace dei sensi, pensava “L’amo”.
Quel giorno, però, non ne poteva più. Iniziava ad esserci la primavera, pollini e ormoni nell’aria. Non gli interessavano assolutamente le capacità linguistiche della sua donna. La voleva nuda, cosparsa di venticinque gusti diversi di gelato, magari anche con delle cialde, dei coni, della granella di nocciola, della panna montata e un cucchiaino colorato. No, quello meglio di no. Voleva farci l’amore, voleva. “Ti pago”, le aveva detto quasi piangendo. “Fammi vedere le tette. Ti amo. Quanto vuoi?”. Era impazzito. Lei aveva sbattuto la porta. E lo “sbam” gli risuonava nel cervello, in continuazione.
Accese il computer, sperando di ottenere qualcosa per alleviare le sue pene. Digitò qualche parola in un motore di ricerca.
Quando premette invio, scoprì che la sua ragazza aveva mostrato le sue pudenda, senza chiedere compenso alcuno, ad almeno un fotografo (direttamente) e a qualche centinaio di milioni di persone (potenzialmente). Ma forse i fotografi erano di più, visto che lo stile e la luce delle diverse pose era evidentemente diverso. Per non parlare degli attori che erano con lei. Ma probabilmente si trattava di un fotomontaggio, un fotomontaggio realistico, magistrale.
Poi lesse per la prima volta in vita sua un blog, ma non c’entrava niente. Andò su Splinder, e ne aprì uno anche lui. Dicevano che funziona, per dimenticare donne del genere. Gli rimase solo voglia di gelato. Ma anche quello si doveva comprare.

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Referrers – Gente che cerca altro – 4

Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
4. “frasi x coccole”

“Ekko, c siamo.”
Mica era tanto che stavano insieme, ma per lei era una cosa seria. Era stato il primo con cui aveva fatto l’amore.
“6 sikura?”, le aveva chiesto, un mese prima.
“Ma certo che sono sicura”, aveva risposto lei. E l’avevano fatto. Ed era la prima volta per tutti e due. Ovviamente, non era stato niente di tale. Lui, da buon maschietto, si era subito andato a vantare con gli amici.
“Oh, bella regaz. Ma lo sapete ke ho fatto?”
“Ma che ce ne frega”, avevano risposto loro, partecipi come al solito.
“Oh, la Kiara, quella di terzabì. Abbiamo kiavato” – il poeta.
“Se, adesso la chiaraditerzabì te l’ha data. A te” – gli increduli amici.
A quel punto lui aveva narrato di amplessi formidabili, traendo spunto dai porno che aveva visto da solo. Se avesse preso come ispirazione quelli che aveva visto con i suoi amici, l’avrebbero scoperto. Mica era scemo, lui.
Solo che adesso alla chiaraditerzabì non bastava mica che lui superasse il minuto e trenta di coito. No.
“Beh? Ke hai?”
“Niente”. Anche la chiaraditerzabì stava imparando a fare la femmina.
“Dai, so ke hai qlcs. Dimmi ke hai”
“Niente”
“Kiara, nn t è piaciuto?”
“Ma sì che mi è piaciuto”
“Allora ke hai?”
“Niente” – sfiora il professionismo, la ragazza.
Al quindicesimo “niente”, finalmente rivelò l’arcano.
“Dopo che l’abbiamo fatto non mi fai le coccole. Mai”, aveva detto chiaraditerzabì lasciando il nostro senza parole. Gli amici gli avrebbero dato un consiglio.
“Ovvio. Vuole le coccole. Nei porno non ci sono, ma che c’entra. La vita reale è diversa. La chiaraditerzabì urla di piacere come Jenna Jameson quando la scopi? No. E lo sai perché?”
Risata generale, con corollario di battute sulla presunta microdotazione sessuale del nostro. Il più grande del gruppo fa tornare l’ordine.
“Insomma, accarezzala, dalle i bacini, massaggiala. Ma che te le devo dire io queste cose?”
“No, no. Grazie, sì, ma le faccio, solo ke nn x tanto tempo… Cmq nn ce l’ho pikkolo”, aveva detto lui andandosene.
Il giorno dopo, casa della chiaraditerzabì libera. Amplesso, record stagionale di due minuti e trenta. Istintivamente, subito dopo, il nostro si gira dall’altra parte. Ha fame, ha voglia di un panino con il salame. O di Nutella. O qualsiasi altra cosa. Sente lei che sbuffa.
“Ekko, c siamo”, pensa il nostro. Allora si ricorda dei consigli degli amici, prende la chiaraditerzabì, la carezza, prima in maniera impacciata. Poi gli viene sempre più naturale, gli piace, e piace anche a lei. Tanto che gli sussurra dolce dolce: “Mi dici qualcosa di carino?”
“E adesso?” pensa. “TVB”, le dice.
“Anche io. Poi?”
“TVUKDB”
“Anche io. Ancora.”
“6 trpp karina”
“Hm”
“Ehhh…”. Il panico. Chiaraditerzabì si alza, scocciata. “Mai una parola carina”. La ragazza, ammettiamolo, sta avanti. Il nostro è disperato. Ma come, le coccole non bastano?
Quando torna a casa, quella sera, un po’ triste, pensa a quello che è successo.
“Nn solo le coccole, anke le frasi x le coccole. Kiedo ai miei amici? No”, dice andando sulla pagina di Google.
Ma, purtroppo, capita su un blog, in cui fin dal primo post si bandiscono “k” e “x”. Il nostro inizia a capire che l’amore è sacrificio e fatica. Anke, ma nn solo, intendiamoci. Ops.

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Referrers – Gente che cerca altro – 3

Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
3. “perversione assorbenti”

Quando si erano conosciuti, alla fine dell’università, erano andati subito a letto insieme. E avevano continuato a farlo con ritmi da coniglio, non imitando però le simpatiche abitudini dei roditori. Si erano sposati da dieci anni, ma non avevano figli, e non ne volevano avere. Volevano solo stare insieme e fare sesso. Il sesso: la vera base del loro rapporto. Erano come posseduti, quando si possedevano. Compenetrati quando si compenetravano. Insomma, tutto bene. Dopo un po’, però, capirono che dovevano fare qualcosa di più che fare l’amore. Iniziarono con del blando sado maso, per poi passare allo scatting, whipping, spanking, pissing, bondaging, tickling, lactating, vomiting, shitting, filming, fisting, licking, dancing, camping. Ogni nuova pratica sessuale era fonte di gioia, ogni gioco erotico acquistato era motivo di meraviglia. Ogni tanto uscivano, ma raramente. Non si stufavano mai l’uno dell’altra.
Arrivò anche il momento dello scambio di coppia, con le varianti lesbo, bi, gay, day by day (nel senso che la cosa era ormai quotidiana). Da un po’, strano a dirsi, si erano stancati. Continuavano a piacersi, ma…
Quel giorno lui le mise le mani sul sedere, e lei disse: “Oggi no”. Lui capì, e le fece intendere, accendendo dei riflettori e posizionando la videocamera ad altezza cintola, che c’era comunque sempre una soluzione. Lei, per tutta risposta, stracciò la mascherina da donna gatto che metteva quando si riprendevano durante gli atti.
Era finita? La loro storia, la loro passione, i gemiti. “Anche il matrimonio, in effetti”, pensò lui guardandosi l’anulare.
Ma forse c’era ancora una speranza. La rete, fonte di incontri clandestini, di club di incontri, di clan esibiti ed esibizionisti. Fonte di tini, anche.
Digitò due parole.

Qualche giorno dopo, nonostante sua moglie si strofinasse su di lui vestita solo con del filo interdentale, e lo stereo lanciasse a tutto volume la compilation “Sex-O-Rama”, lui non reagiva. Era davanti al computer, alle prese con il suo nuovo template.

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1. “liquore della corsica a base di castagne”

La cena era pronta. L’avrebbe riconquistata, lo sapeva. Ce l’avrebbe fatta. Aveva preparato tutto, dall’antipasto al dolce. Tutto quello che avevano mangiato quella sera di molti anni fa, in quel paesino corso, era lì pronto per lei. Le cose erano andate male, poi. E non si ricordava nemmeno perché esattamente. Ma si erano rivisti, avevano parlato di quella cena, si erano guardati negli occhi un po’ più di quello che era successo fino a quel momento. Le aveva chiesto: “Vieni a cena da me”. Lei aveva sorriso, era leggermente arrossita, aveva accettato. Lui non poteva sbagliare. Aveva ripassato mentalmente la cena corsa, aveva ricreato tutto.

Poi il dubbio. Cosa avevano bevuto alla fine del pasto?
Non se lo ricordava. Forse lei non avrebbe dato peso alla cosa, ma lui voleva essere perfetto fino al minimo particolare. Come si chiamava quella cosa che avevano bevuto?
Era un liquore di castagne. Ma non sapeva come si chiamava. Aveva provato a chiedere nei negozi, ma senza risultato.

Allora si era messo su Internet, e aveva digitato “liquore della corsica a base di castagne” in un motore di ricerca. Aveva atteso un po’, e aveva trovato un sito strano. Un diario urbano, bla bla bla. Aveva iniziato a leggere qua e là, ma senza trovare il nome del liquore. Aveva trovato qualcosa di incredibile. Nel blog era descritta una cena, nello stesso posto dove erano stati lui e lei. Continuò a leggere. Dimenticandosi delle cose che erano sul fuoco. Lo destò dalla lettura l’odore di bruciato.

Sono andati a cena fuori, quella sera. Le cose tra di loro non sono andate bene. E lui ancora si chiede come si chiami quel liquore. Non lo sa neanche la sua nuova fidanzata.

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