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Cattività

Ultimamente mi rendo sempre più conto di quanto le persone, a volte anche quelle vicine, siano diventate scorbutiche, scortesi, ringhianti, non riconoscenti. Persone a cui chiedi al telefono, di persona o in chat “Come va?” e hai una mezza risposta che non comprende quasi mai un “E tu?”. Persone che si sembrano vantarsi di essere cattive, di rimproverare in maniera aspra la gente, di essere dure.

Be’, andate dolcemente a quel paese. Perché non credo che sia questo tipo di atteggiamento a migliorare le cose. Si può avere un riscontro immediato, una reazione di timore (reverenziale?), un problema che momentaneamente viene spazzato via da un tono di voce scortese o aggressivo. Ma ciò che si immette nella giornata propria e degli altri non è qualcosa di positivo. Ora, non prendetemi per buonista, né per buddista, sarebbe un errore: tuttavia affermo fieramente di credere nella cortesia, nell’attenzione verso gli altri e quindi, in buona sostanza, nel fare un passo indietro, nel togliersi dai riflettori per osservare, umilmente e al buio, tutto il resto. Probabilmente questo mio modo di fare non mi renderà mai ricco, potente o importante, ma statene certi: morirò felice e libero. Libero, sì, perché credo che parte di questi atteggiamenti siano imputabili a un malessere, a una costrizione, che sia sociale, psicologica, personale o lavorativa. La bontà è la virtù dei forti, perché per dare bisogna avere. Chi non ha, ruggisce, e il rumore provocato dalla sua stessa voce gli impedisce di ascoltare gli altri.

Sono forse allegorico (ma non barocco), vecchio (ma non vintage), ingenuo (ma non naif)? Pazienza. D’altro canto, credere nella bontà, nella riconoscenza e nel prossimo nel 2011 fa di me istantaneamente un illuso o addirittura un emarginato, o quasi, sebbene io non cerchi per nulla di raggiungere questo stato. Mi ci trovo, talvolta, e quando tutto si fa troppo duro, ricerco nella memoria (recente o remota) i sorrisi, gli attestati di stima e d’amore che ho ricevuto. Forse non sono migliaia, ma sono certo che non siano stati estorti con urla reali o metaforiche: sono stati spontanei. E, proprio per questo, valgono moltissimo.

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Scambi di persona

Ieri sono andato in banca, per controllare alcuni movimenti sul mio conto. Quando compare il mio numero sul display in alto, vado verso la cassa libera. Dietro il bancone c’è un uomo di una cinquantina d’anni: comincio a chiedergli delle informazioni, dandogli ovviamente del lei. Il discorso si infittisce e l’impiegato si rivolge a me dandomi del tu.
Da qualche anno ho deciso che, casi estremi a parte, do del lei alle persone che non conosco (a meno che non siano coetanei, colleghi, sodali o tutte e tre le cose), ma di conseguenza mi regolo su come l’altra persona si rivolge a me. Credo si tratti di una questione di rispetto: non ho più dodici anni.
Quindi ho iniziato a dare del tu all’impiegato.
Per un po’ mi ha risposto dandomi del tu, ma, quando il discorso tra di noi stava per finire, è tornato al lei.
L’ho salutato dicendogli “La ringrazio, arrivederci”.

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