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Due medium

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I do know why

Quando li ho sentiti nominare per la prima volta, intorno a marzo di quest’anno, mi chiedevo che razza di nome fosse Fleet Foxes. Appena ho sentito il loro primo ep, Sun Giant, me ne sono sbattuto dell’onomastica e ho iniziato ad ascoltare a ripetizione le loro canzoni (secondo Last.fm sono la band che ho ascoltato di più, dopo Beatles e Nine Inch Nails, il che per me è un po’ come dire che è la cosa che ho fatto più frequentemente nella vita oltre mangiare e dormire). A Maps quell’ep è diventato il disco di una settimana corta: cinque pezzi, ci stava benissimo. Ma ho sempre avuto la sensazione che, forse, avevo in qualche modo sacrificato il loro talento. Sensazione confermata quando, poco dopo, ho avuto modo di ascoltare tutto il disco. Quando è stato eletto disco del mese da Mojo ero contento come se fosse stato il mio lavoro ad essere stato scelto. Insomma, miei piccoli lettori, amore allo stato puro.

RobinPotevo quindi perdermi la data di ieri a Milano? No, non potevo. E sapevo anche che sarebbe stato un concerto eccezionale, che avrei avuto i lucciconi per tutto il tempo, che le loro armonie vocali sarebbero state scintillanti dal vivo come su disco. Quello che non sapevo è che, alla fine del concerto (con un preambolo durante il concerto) avrei scoperto che condivido con un membro della band una passione in comune, quella per Dario Argento, e che questo ci avrebbe fatto chiacchierare fitti fitti (sebbene per una decina di minuti) e scambiarci le mail, per continuare a distanza il discorso.

Insomma, ci sono serate perfette, dal viaggio in macchina con una delle mie band preferite, fino agli ultimi saluti: so il perché.

Fleet Foxes live@Magazzini Generali – Set fotografico

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Fatto cose, visto gente

Riemergo dalla latitanza con un orrendo post a punti. Ecco che ho fatto negli ultimi giorni:

  • sono tornato all’insegnamento, dopo qualche anno, e ho constatato orrendamente che il luogo comune che stiamo peggiorando in regressione geometrica è orrendamente vero;
  • ho lavorato al sito di Maps, con molta soddisfazione: approfittatene e scaricatevi l’impossibile;
  • ho lavorato a questo (e ancora ce n’è da fare, prima del 24);
  • ho visto La terza madre: ma tanto il mio “senso del brutto” è crollato prima perché sono andato a vedere anche Profondo Rosso – Il musical (per la serie: facciamoci del male);
  • ho ricevuto una lettera che, in sostanza, diceva che avrei dovuto pagare entro la metà di dicembre, per spese varie, esattamente la stessa cifra che sto cercando di mettere da parte con lavori e lavoretti vari; visto che il numero è di tre cifre, li divido e mi gioco un ambo al lotto, che dite?
  • ho visto un concerto bellissimo, con due band in gran forma…

… e se penso a quel post, che funge quasi da paletto, beh, ho appena iniziato. Sono a pezzi per la stanchezza, ma proseguo.

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All Work and No Play…

Suona il cellulare.
“Pronto, sono XY di Donna, del Corriere della Sera. Parlo con Francesco?”
“Sì”, dico io. E già mi immagino di varcare i portoni di via Solferino vestito come un giornalista anni ’30.
“Il suo numero mi è stato dato da [xy], la rivista di cinema su cui scrive. Lei ha intervistato Argento…”
“Sì”, dico io. Mi immagino davanti ai portoni di via Solferino, in attesa.
“Senta, non è che ha un recapito di Argento?”
Non dico niente. E mi immagino a scrivere con lo spray frasi oscene sui muri di via Solferino.
“Le posso dare solo il numero della casa di produzione, non…”
“Ah… Certo, certo, mi dica”
Dopo averle passato il numero, non ho resistito.
“C’è sull’elenco telefonico di Roma, comunque…”
“Me lo ripete? Zero sei… poi?”

Mi arriva una mail dalla rivista [xy]. “Ti inseriamo tra i collaboratori fissi, ma devi firmare la liberatoria che ti allego e rimandarmela.”
Con la liberatoria mi impegno a non essere pagato. Firmo.
Mi immagino come Tafazzi, impegnato a battermi le palle con un numero di [xy] arrotolato.

Infine, mi è arrivato l’sms di Berlusconi.

La mia immaginazione ha dei limiti.

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Tosse

Il primo giorno di gennaio, il primo giorno dell’anno duemilaequattro, l’ho saltato. Molto semplice, basta fare così. Svegliarsi, come ormai mi capita, con degli incubi. Rimanere nel piumone. Alzarsi, leggere quello che ha detto Ciampi il giorno prima e capire che diventerà il prossimo testimonial Unieuro, con scommessa. Guardare l’orologio, mandare degli sms a caso, di risposta o meno, ad auguri o meno. giorno. Tanto è tutto chiuso, per andare a bere una birra bisogna andare direttamente vicino a Springfield, dove fanno la Duff. Il richiamo del piumone è forte, quindi è quella la zona attorno alla quale gravitare, sembra evidente. E cosa c’è davanti al piumone? Il televisore e il videoregistratore. E, in uno scaffale della libreria, ci sono da mesi e mesi le videocassette di Bertolucci, durata complessiva cinque ore e un quarto. A quel punto basta munirsi di generi di conforto minimi (dati i bagordi del giornoseranotte prima), inserire la cassetta rossa (atto primo) e premere play.
Conclusioni provvisorie: non mi è sembrato un capolavoro, ma è molto emozionante (talmente intriso di comunismo che, a mostrarlo oggi, metterebbero a ferro e fuoco regista, attori, spettatori, produttore). Preferisco decisamente il Bertolucci di Ultimo tango L’assedio (i sognatori lasciamoli perdere, decisamente). Mi sono completamente invaghito di Dominique Sanda.

Conclusioni definitive dell’inizio: ho un po’ di tosse e tanta voglia di fumare. Il mio stereo non vuole più leggere i cd masterizzati, in un eccesso di snobismo. Se sono le lenticchie, secondo la tradizione, a portare soldi, ciò vuol dire che non ne avrò di soldi, in questo 2004, visto che non ne ho mangiate. Il che, facendo dei paragoni con la situazione economica del 2003, mi porta all’orrida e paradossale conclusione che non solo non avrò soldi (anche) quest’anno, ma ne darò in giro.
Vado a vedere Il Cartaio, in ansia come sempre quando esce un film nuovo di Argento. L’ansia è quella di avere un parente sotto i ferri. Ma ne parlerò altrove.

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