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(Mal)destro

Poco fa, ad Anno Zero, Storace ha dichiarato: “ci sono molte persone che seguono la trasmissione collegati al mio blog, che fa più contatti di quello di Di Pietro, che sicuramente vi diranno o no, se vogliono Luttazzi in televisione.”
Prima della punch line, due note:
– basta parlare sempre di “Luttazzi-in-televisione” (e con questo non si pensi che io non lo voglia in tv, anzi);
– “io ho il blog più grosso del tuo”? Oh, dio.

Ovviamente nel blog di Storace compaiono, non appena dice quella frase, un sacco di commenti pro-Luttazzi.

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Luttazzi non gioca a dadi

Ieri prima nazionale di Barracuda 2007, il nuovo spettacolo di Daniele Luttazzi (se volete sentire un’intervista che gli ho fatto, andate qua).

Ecco l’intervista!

Ad un certo punto Luttazzi dice che il mondo va male perché Dio, ormai piegato dall’alcolismo e dalla sodomia, l’ha affidato ad un suo cugino scemo, Loris. Subito dopo si sente un prolungato rumoreggiare dalle gradinate del Paladozza, si sente una voce che protesta. Lo spettacolo si interrompe per qualche secondo, poi si vede una signora che se ne va, e lo spettacolo riprende.

Si è scoperto poi che la signora aveva un parente di nome Loris.

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From the morning, till the day is done

Ho passato due interi giorni con Nick Drake, senza neanche uscire di casa. Sono stato a Rangoon, in Birmania, dove è nato, sono andato e tornato più volte con lui nella tenuta di Far Lays, a Tanworth-in-Arden. Ho viaggiato con lui in Francia, Spagna e Marocco. Mi sono innamorato anche io di Françoise Hardy. Sono stato in giro, mentre lo seguivo nei suoi pochissimi concerti dal vivo in piccoli pub e in posti troppo grandi per lui. Ho conosciuto i Fairport Convention, il tecnico del suono John Wood, Paul Boyd, e anche John Cale e John Martyn. Con loro, a Londra, ho assistito alle registrazioni di Five Leaves Left e Bryter Layter. Ho tentato di parlare con lui dopo gli insuccessi di vendite dei primi due dischi, ma non ce l’ho fatta. Nick Drake mi ha sorpreso per l’ennesima volta col suo ultimo album, Pink Moon, registrato in poche ore e consegnato in una semplice busta ai dirigenti della sua etichetta, la Island. Ho visto la boccetta semivuota di Tryptizol, l’antidepressivo che l’ha accompagnato verso la fine.

Ho ascoltato i suoi dischi, ma anche gli “inediti”, contenuti in Time of No Reply e in Made to Love Magic. Ho letto il libro di Stefano Pistolini Le provenienze dell’amore, tutto d’un fiato. E, lo ammetto senza pudori, mi sono commosso più e più volte vedendo il documentario A Skin Too Few e sentendo lo speciale della BBC2 Lost Boy – In search of Nick Drake. Hanno risuonato in me per lungo tempo le parole della madre Molly e del padre Rodney, e la commozione della sorella Gabrielle.

Una canzone di Molly Drake

Ho capito ancora una volta quanto grande e fragile fosse Nick Drake e quanto lieve e possente allo stesso tempo fosse la sua musica.

Cercherò di parlare di tutto questo e di farvi ascoltare il più possibile nella prossima monografia di Sparring Partner, dedicata a Nick Drake, da lunedì. E se non vi piace Nick Drake (possibile?), venerdì c’è Luttazzi.
E se non vi piacciono né Drake, né Luttazzi, che accidenti ci state a fare qua?

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Del senso del termine “blogger”, del blog di Luttazzi e di altre amenità

Questo post trae fiducia e ispirazione da un commento al post sotto, in cui Gianluca parla dell’intervista che ho fatto a Luttazzi, e critica le ragioni che l’hanno portato a chiudere il suo blog. Prima di tutto, è meglio che dica che l’intervista a Luttazzi non doveva, in origine, toccare altro argomento se non il suo spettacolo, come da accordi con il suo ufficio stampa. E inoltre aggiungo che non mi interessava gran che chiedergli del blog. Detto questo, riprendo il commento di Gianluca, che mi sembra interessante, e parlo qui (credo per la prima volta, dopo averlo fatto in un paio di occasioni in pubblico) di alcune cose che riguardano il mezzo stesso su cui sto scrivendo.

Credo che il blog sia uno strumento, un mezzo di comunicazione che tutti possano usare, e il verbo potere qui ha due sensi. Il primo è che tutti hanno le capacità tecniche per aprire un blog, il secondo è che ognuno può usare un blog come gli pare. Il problema, secondo me, sta nella definizione di blogger. Gianluca scrive che “forse Luttazzi blogger non lo è mai stato”. Ma nessuno di noi è un blogger, o lo siamo tutti. Mi spiego: nonostante sia un medium, il blog non è un mass medium, e non è neanche un mezzo di comunicazione istituzionalizzato. Questo, in un certo senso, è uno dei suoi punti di forza, ma anche qualcosa che, visto il doppio significato di “potere” di prima, fa sì che non ci sia alcuna “professionalizzazione” nella figura di chi gestisce un blog, nel blogger, insomma. Anche questo elemento ha due facce: da un lato è un bene, perché rendere professionale (e come, poi?) una figura così sarebbe difficile e potrebbe portare il blogger a piegarsi ai tanti compromessi e ostacoli che caratterizzano qualsiasi figura professionale nell’ambito della comunicazione. Dall’altro lato è un male, perché spesso si fa informazione tramite i blog senza avere minimamente idea delle regole (etiche e, ancora una volta, professionali) che sono necessarie per un’informazione corretta.

Luttazzi mi ha detto, nell’intervista, che si è reso conto come il blogger famoso possa diventare una specie di capopopolo. Questo può essere vero: sebbene io sia d’accordo con Gianluca sull’interazione necessaria con gli utenti, quest’interazione è minoritaria rispetto al “senso di abbandono” che si ha verso le parole di una “guida”. Insomma, diciamolo francamente: prima dello scivolone sulla questione dei contributi statali alla stampa, moltissimi associavano Beppe Grillo alla verità (scomoda), annullando il senso critico che dovrebbe essere alla base di qualsiasi lettura (intesa in senso ampio) di qualsiasi mezzo di informazione, dai giornali, ai blog, ai giornali radio, ai quotidiani.
Ma non è solo questa la preoccupazione da tenere in considerazione, secondo me. C’è anche un altro effetto, che alcuni blog hanno come gli organi di informazione: determinare la cosiddetta agenda-setting, cioè, in parole povere, stabilire cosa è importante e degno di nota e cosa no. Ora, questo sarebbe un bene se i blog fossero considerati davvero, nel nostro Paese. Non lo sono, e questo accade sia per la scarsa qualità generale dei blog stessi, sia per una sorta di spocchia del mondo giornalistico istituzionale verso i nuovi mezzi di comunicazione in genere, soprattutto se “dal basso” come i blog. Il punto è che i blog più letti in Italia parlano (benissimo) di cazzate (e mi ci metterei in mezzo, se non fosse per i miei accessi non enormi e, soprattutto, il “benissimo”). E questo vuol dire che muovono sì l'”opinione pubblica” (occhio alle virgolette: i lettori di quotidiani, in Italia, in confronto ai lettori di blog, sono una massa enorme e sterminata, e voi sapete quanto poco vengono letti i giornali da noi), ma su serie tv, film (talvolta), altri siti, gruppi musicali di nicchia. In tutto questo, intendiamoci, non c’è nulla di male, anzi. Ma di informazione “seria” nei blog italiani ce n’è poca e, quando c’è, è spesso presente anche il “senso di abbandono” di cui sopra.
Torniamo a Luttazzi, quindi. Ha provato ad usare una tecnologia, che, come dice giustamente, non è neutrale, come tutte le tecnologie, e ha trovato delle cose che non vanno, o che non vanno a lui in questo momento. Secondo me non è detto che non ci riprovi, in un futuro. Ma per ora ha deciso di chiudere il suo blog, e capisco il suo gesto.

Update. Luttazzi parla della questione su Repubblica.it.

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Come fare radio causando inutili sofferenze

Come quasi ogni giovedì, anche oggi l’etere bolognese (e lo streaming mondiale) verrà invaso dalla mia voce. Nella puntata di Monolocane di stasera un’intervista a Daniele Luttazzi, con il quale ho chiacchierato del suo nuovo spettacolo Come uccidere causando inutili sofferenze, di satira e informazione e di quello che ho visto scritto sui muri di Bologna.
In più musiche, dediche, rubriche e tanta giovane spensieratezza.

Dalle 22.30 sui 96.3 e 94.7 MHz a Bologna e, cliccando qua, in streaming all over the world.

Ecco l’intervista a Daniele Luttazzi!

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Dodici ore di televisione (e due di radio)

Nelle ultime dodici ore ho guardato la televisione per un’oretta circa. E ho visto…

  • Aldo Busi che parla agli amicidimariadefilippi, che, a quanto ho capito, non hanno letto quello che gli era stato assegnato durante le vacanze di Natale. Lui li insulta, dice (come alle medie!) che se non studiano, quella è la porta, che loro non contano un cazzo e che lui è un frocio (sic), ma soprattutto un grande scrittore, e che non sanno neanche qual è la fortuna che gli inetti hanno ad avere lui come insegnante;
  • il nuovo video dei Gemelli Diversi, ispirato a Ritorno al futuro parte III (almeno è il più scarso della serie);
  • un servizio sul nuovo film della Blue Sky, Robots, in cui apprendo che la voce del protagonista, nella versione italiana, sarà di Dj Francesco;
  • il TG2 delle tredici che ci propone i seguenti servizi: famiglie irachene contente delle prossime elezioni, descritte come “un evento democratico”. Esattamente, immagino, come furono eventi democratici le elezioni nel Vietnam negli anni ’60, in cui saltarono in aria più presidenti che chicchi di mais quando si fanno i popcorn. Non tutti la pensano così, però. Un altro servizio sull’esplosione a Treviso: Unabomber, senza dubbio, senza possibilità di errore. La creatività italiana se n’è andata a farsi fottere: manco un nome nostro da dare ad un bombarolo. Intervistate due persone di Treviso, che dicono (testuale): “Siamo nella morsa del terrore“. Penso a Luttazzi e al suo ultimo spettacolo, quando dice che la vera arma, ormai, è la paura creata ad hoc tra la gente. Mentre scolo la pasta, sento l’annuncio di un servizio sulle donne. Incredibile, pare che anche le femmine ci sappiano fare con viti, stucchi e bricolage: cioè, roba da non credere, anche le donne sanno mettere un chiodo. Intervistata una donna alle prese con un trapano, alla domanda “Ma lei non ha paura di usarlo?”, lascio cavalcare la mia immaginazione, e penso alla donna che sfonda il cranio della giornalista con un trapano a percussione. Domanda finale del servizio: “Ma gli uomini servono ancora?”. Il servizio finisce e io mi dico “Cazzi tuoi, così impari a vedere Costume e società“. Invece no, la simpatica rubrica del TG2 deve ancora arrivare, c’è tempo per un ultimo drammatico servizio. Al telefono un automobilista bloccato dalla neve sull’A3. L’intervistatrice chiede compulsivamente se ci sono bambini, quanti ce ne sono, cosa fanno. E la immagino mentre gode a pensare all’assideramento dei piccini in diretta.

Ho pensato ancora a Luttazzi, e al suo ultimo lavoro che sta per uscire, un disco jazz. Sulle prime non capisco, ma poi penso che tanto vale ballare e ballare fino al totale affondamento. Non che sia solo colpa della televisione, e non che solo lì se ne vedano i sintomi. Comunque io faccio la radio. Stasera, come al solito, dalle 2230, sui 96.3 e 94.7 MHz se vivete in Bononia, oppure in streaming.

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Ra(d)iot

Che dite, la dovrei smettere con questi titoli creativi? Mi servono per esercizio, se mai la poco-nota agenzia di pubblicità dovesse decidersi a chiamarmi…
Continuo ad espletare i miei compiti per casa, e affronto l’argomento Raiot e tutto quello che ne è conseguito.

Come forse sapete, è finito da un’oretta uno spettacolo “sostitutivo” della trasmissione della Guzzanti&Co., che io ho seguito sulle frequenze della mia radio. Lo spettacolo si è tenuto all’Auditorium di Roma ed è stato trasmesso, tramite megaschermi, in molti posti in Italia e, appunto, sulle radio di Popolare Network. Non si è trattato della seconda puntata del programma, che probabilmente mai andrà in onda, ma di qualcosa di più complesso e ricco. Sono intervenuti, tra gli altri, Luttazzi, Grillo, Fo e Rame, addirittura la Mannoia accompagnata al piano da Piovani (!). Oltre allo staff di Raiot.

In molti hanno criticato la prima puntata, che potete trovare qui, dicendo che era un autogol per la sinistra, che non faceva ridere, eccetera. Andiamo con ordine.
Guardo da sempre le trasmissioni della Dandini, dalla TV delle ragazze in poi. E devo notare che, effettivamente, le ultime trasmissioni (diciamo da dopo Tunnel) avevano dei problemi di ritmo, normali nelle prime puntate, ma che potevano infastidire quando si protraevano. Quindi il fatto che la prima puntata di Raiot fosse imperfetta è assolutamente normale. I tempi si affinano volta per volta, e tutto dipende dalle condizioni in cui si crea, si scrive e si può provare uno spettacolo. Non so in che condizioni abbiano lavorato autori e attori, ma non mi sembra un male tremendo.
Dal punto di vista “politico”, invece, mi è sembrato un urlo disperato, ma non di parte. Lo sketch del consiglio comunale di sinistra avrebbe dovuto fare accapponare la pelle a molti compagni, con o senza virgolette. Mi è sembrato un urlo disperato, come se si sapesse già che quella era l’unica e ultima chance per dire delle cose. Non è una cosa bella, me ne rendo conto, ma probabilmente le cose stavano così.
Dario Fo e Franca Rame, e, per certi versi, anche Beppe Grillo, hanno detto che è stato un bene essere censurati, perché così il governo si sputtana. Sono d’accordo, ma fino ad un certo punto.
Idealmente, sarebbe stato strategicamente più efficace iniziare a salire piano piano con i toni, puntata dopo puntata, in modo tale da conquistarsi un pubblico ampio, l’audience nel vero senso del termine, al quale parlare (anche se, diciamolo, la prima puntata ha fatto un bel 18% di share: non male).
Invece è stato scelto il “colpaccio”. Non so se attuare il “piano A” sarebbe stato meglio: forse Raiot sarebbe rimasto un programma di nicchia, di cui parlare “tra di noi”. Così un po’ di rumore c’è stato. Ripeto: non so se questa sia stata la soluzione migliore, entrambe presentano – o avrebbero presentato – pro e contro.

Lo spettacolo di stasera mi ha lasciato con uno strano stato d’animo. Da un lato molto emozionato nel sentire tanta partecipazione e affetto intorno al gruppo. Ma dall’altro la domanda che mi sono fatto (e che mi faccio sempre più spesso) è: quanti siamo? Contiamoci. Quanti siamo veramente? E tutto questo basta?

L’ultimo urlo della Guzzanti (bravissima, lodi e plauso a lei e agli altri) è stato: “Non finisce qua!” Io lo spero, lo spero vivamente. Tutto questo non basta. Sinceramente, e ammetto per primo le mie colpe, non so proprio cosa si possa fare. Boicottare le aziende che comprano gli spazi pubblicitari Mediaset, certo. Firmare questa petizione. Ma soprattutto parlare, parlare, parlare delle cose che questo governo sta combinando. Informandosi e leggendo molto (magari il problema potrebbe essere dove leggere ed informarsi… me ne rendo conto).

Ma non parlarne “tra di noi”, è troppo facile. “Noi” già lo sappiamo che questo Paese sta andando a scatafascio.

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