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Lo scorno dei matusa

Non è la prima volta che parlo di gerontocrazia su queste pagine, ma ogni volta che credo di scorgere i segnali del progressivo soffocamento delle giovani generazioni, non resisto. Non è neanche una novità notare che una specie di “Consiglio dei Saggi” è l’organo multiforme convocato ogniqualvolta ci sia bisogno di un parere autorevole (e tempo fa avevo scritto anche di questo). Ma con il video che potete vedere quassù, abbiamo sfiorato il ridicolo, con una serie di errori dal punto di vista comunicativo da fare accapponare la pelle. Andiamo con ordine.

Il filmato è commissionato dalla FEM, la Federazione Editori Musicali, e vede una serie di musicisti italiani che raccontano (con voce grave e partecipata) dei rischi e dei danni della condivisione telematica deregolamentata di opere d’ingegno. Insomma, si parla di pirateria digitale. I testimonial sono immersi in una sorta di penombra seriosa e vagamente funerea, con qualche tocco di colore qua e là (c’è un’arancia, in particolare… sì, un’arancia, che assume quasi la forza del punctum fotografico di Roland Barthes). In sottofondo un brano per archi e pianoforte. Un paratesto adatto a una campagna sulla lebbra, alla sensibilizzazione sul dramma dei profughi, alla raccolta fondi per scongiurare sviluppi tragici di una carestia. E invece si parla di musica.
Ma quali personaggi sono stati scelti? Franco Battiato, Enrico Ruggeri, Gino Paoli, Ron, Mario Lavezzi, Roberto Vecchioni, Caterina Caselli, Ludovico Einaudi e Mauro Pagani. Siete curiosi di conoscere l’età media dei soggetti? Sono qua per voi: è di sessantaquattro anni. L’età da testimonial di adesivi per dentiere. Ma non c’è solo questo: la caratura di questi artisti li rende probabilmente beneficiari dei soldi che finiscono nel cosiddetto “calderone” della SIAE di cui si è dibattuto molto (ma mai a sufficienza) in rete e sui giornali. Insomma, per i nostri il collegamento tra pirateria informatica e perdite economiche (una relazione che, per carità, esiste) è diretto, immediato.
Anche il testo ha dei problemi: non tanto per il tono con cui è recitato, ma per l’approssimazione dei contenuti. Siamo sicuri che la pirateria digitale abbia fatto perdere da sola 22000 posti di lavoro in Italia, come si afferma nel video? I tagli alla cultura, la generale crisi economica (tanto per citare senza alcuna fantasia due fattori non secondari) non hanno contribuito? Quei dati da dove provengono?

Ma supponiamo che il “pacchetto testuale” sia fatto e concluso: in quel modo quei personaggi parlano di quegli argomenti. La domanda elementare e ovvia è: a chi parlano questi testimonial? Dovrebbero rivolgersi ai giovani e giovanissimi, telematicamente alfabetizzati, consumatori culturali e solitamente senza una lira: sono loro che scaricano e veleggiano sul web con minacciose bandiere nere. Ma come può un ragazzo o una ragazza di, mettiamo, diciott’anni recepire queste parole tetre pronunciate da anziani i quali, nonostante le puntuali scritte che accompagnano il debutto nel video di ogni personaggio, sono con ogni probabilità irriconosciuti, se non irriconoscibili? Oppure il prodotto si rivolge a sessantenni smanettoni che distruggono a colpi di clic l’economia culturale italiana?
Non è finita. Forse per spostare il peso della bilancia sulla categoria “giovani”, il testo inanella una serie di banalità (distribuite pure male) che, più che offrire spunti, sembrano vogliano fare accendere nello spettatore delle lampadine, attraverso interruttori concepiti come “parole chiave”: vengono quindi nominati, per esempio, “megaupload” e “Steve Jobs”, e più volte si ripete, come un mantra, l’espressione “ma io non sono contro la rete”.

Insomma, un disastro vero e proprio, causato da un modo di comunicare (e di pensare la comunicazione) miope, poco ragionato, poco attento alla realtà vera. Un modo di comunicare vecchio che ha influenzato (o forse formato, non possiamo saperlo) i due autori, uno del 1970, l’altro del 1961 (tanto per continuare a giocare sui dati anagrafici). Me li immagino fornire idee migliori, più rischiose, acute, che vengono respinte al mittente, o piegate fino a conformarle alla concezione iniziale del committente. Anzi, spero che gli autori abbiano lottato: perché l’impressione che ho è che questo sia l’ennesimo risultato della censura preventiva che sempre più spesso agisce nelle teste di chi, nel nostro Paese, si ostina a tentare di fare qualcosa.

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Produci, consuma, crepa

Ancora una volta mi trovo in bilico con uno dei miei lavori. Intendiamoci, niente di imprevisto o di illegale: semplicemente, mi scade un contratto. Credo che, in dieci anni di lavoro, sia la decima volta che mi scade un contratto il cui rinnovo è incerto. Una situazione logorante, che condivido con molti di voi, e che noi abbiamo in comune con tante altre persone che conosciamo. Ma non con tutte.
Eh già: perché chi come me lavora in ambiti che vanno dal giornalismo all’intrattenimento, dai media alla pubblicità, dal cinema al teatro ha una tara in più. Noi, semplicemente, non siamo produttivi. I libri, le trasmissioni radiofoniche, le sculture, le personali di pittura non aumentano il PIL. Gli articoli di giornale non si mangiano, i dischi non procurano carburante, non ci si può vestire con un copione teatrale. Una minuscola parte di questi prodotti viene scambiata a cifre altissime (vedi il budget plan provvisorio della sezione fiction RAI 2010 postato nel blog della SACT), ma per il resto, non ci sono che briciole.

Niente di male, eh. Voglio dire che è del tutto ovvio che un medico (che salva vite umane e quindi mantiene la forza lavoro) venga pagato più di uno sceneggiatore televisivo: ma quello che manca, a chi lavora nel campo culturale, è la dignità. La dignità viene tolta accettando di scrivere cose per altri senza il diritto di firma, sopportando (perché non c’è altra scelta) stipendi ridicoli, non avendo contratti, continuando a subire soprusi nel nome di un “mestiere” che, in quanto “divertente” e non legato a orari (secondo le logiche comuni), può essere fatto gratis. Ma perché, dico io. Qualunque mestiere dovrebbe avere dignità: lo dice la Costituzione, no? Poi, non è detto che chiunque abbia il diritto di fare tutto: dovrebbe entrare in campo la meritocrazia. Io ho il diritto di studiare medicina, poniamo, ma se i risultati che conseguo non sono sufficienti, bene che vada (e non è detto) andrò a fare l’infermiere. Non tutti sanno scrivere, per fare un altro esempio, c’è che si farlo meglio di altri, e va bene. Però è corretto, eticamente, che chi scrive, per dire, e lo fa con merito (un traguardo che è ben lungi dal raggiungimento, per quello che mi riguarda), abbia un compenso adeguato a una vita dignitosa. E invece mille euro al mese sono spesso un miraggio: non è un’esagerazione.

Ma, giusto, ho parlato di meritocrazia, la grande assente (assieme a molti diritti) nel panorama nazionale. D’altro canto, direte voi, se uno è bravo, e quindi offre un prodotto di qualità, perché non mantenerlo: conviene, giusto? Certo, se della qualità importasse davvero qualcosa a qualcuno in Italia. Ormai nel Paese la prospettiva che hanno le classi dirigenziali è quella di un miope stanco che ha perso gli occhiali. Non si riflette sul lungo termine, ma neanche sul medio: gli investimenti (che parolona) si fanno sull’hic et nunc, si pensa a rattoppare di continuo, senza considerare l’idea che mille toppe costano più, a conti fatti, di un rifacimento totale della struttura (qualunque essa sia, rimanendo nella metafora da carpentiere). E perché accade questo? Perché gran parte delle decisioni viene presa da persone che hanno davanti a loro, considerando la media dell’aspettativa di vita italiana, da dieci a vent’anni per scorrazzare su questo mondo. Non importa se il prodotto è più scarso di prima, l’importante è che costi meno, e che quindi i margini di guadagno siano più alti, per garantire ricche vecchiaie, sostanziose eredità e onorevoli funerali a chi comanda. Quindi è facilissimo, in questi campi di lavoro che dall’esterno paiono così divertenti e fichissimi, che tu venga sostituito da uno che ne sa molto meno di te, ma è disposto a lavorare per la metà di quello che prendi, sebbene il tuo salario sia già una cifra ridicola. E se si guarda bene, nella fila che si srotola fuori dalla porta del tuo ufficio (se ce l’hai), forse c’è qualcuno che farebbe gratisquello che fai tu, anche se non sa come si usa un congiuntivo.

Non leggete quello che ho scritto come uno sfogo personale: io, per alcuni versi, sono fortunato. E gli esempi che faccio esulano dal mio quotidiano, sebbene non siano del tutto distanti dalle mie esperienze. Ma io, come tanti altri, sono uno che produce qualcosa di impalpabile. “Un cazzo”, direbbe Brunetta, con il suo imprescindibile savoir faire, ed è questa l’idea che ormai passa. Chi fa cultura non fa un cazzo. Vero, tanto più che questo è un Paese dove ormai la panza ha soppiantato del tutto l’anima: a che servono i libri, i film, le canzoni non da Sanremo? A che serve investire sulla creatività giovanile, dare spazio a chi ha meno di trent’anni (e con la scuola così ridotta, i giovani si mantengono ignoranti, che genialata)? A chi importa di curare chi può portare delle nuove idee (da quanto tempo l’Italia non produce idee innovative, per non parlare di tutto il resto?): è la panza che va nutrita. E io, sempre di più, mi sento uno stuzzicadenti usato per togliere i resti di carne dalla bocca di chi (ci) mangia.

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