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Neighbours 11

In realtà questo nuovo (e inaspettato) capitolo della saga che racconta le vicende dei miei vicini di casa, è uno spinoff dell’episodio numero nove, perché la protagonista è la stessa.
Caratteristica della mia vicina di casa è che la incontro sempre quando sono di fretta, e lei ha voglia di chiacchierare. Specifico: io, a dire la verità, sono sempre di fretta, e lei ha semprevoglia di chiacchierare. Quando è da sola, parla al telefono. Tantissimo, a voce altissima. D’inverno, chi se ne frega. D’estate, con le finestre aperte, capirete…Comunque, scendo trafelato le scale di casa, dopo avere mangiato qualcosa per pranzo. Un gradino dopo l’altro mi chiedo se quello che ho ingurgitato nei sei fantozziani secondi che posso concedermi tra il lavoro della mattina e quello del pomeriggio sia effettivamente commestibile. Poi mi domando  se, qualunque cosa esso sia, io l’abbia scartato. Passo velocemente la lingua in bocca, non sento traccia di cellophane, e… E lei è lì, davanti al portone del palazzo, apparentemente immobile.

– Ciao Francesco, come va?
– Ciao… Eh, – dico io ansimando – di fretta.
Ma queste parole hanno su di lei l’effetto di un granello di sabbia nel deserto. E la vicina inizia a parlarmi dei cazzi suoi. No, perché poi forse lei lo sa che, essendo inverno, non sento le sue telefonate, e quindi non sono mica aggiornato sulla sua vita. E infatti…
– L’hai sentita la mia cagnetta?
– No – dico io. Del resto è inverno, le finestre sono chiuse. Mi chiedo se la cagnetta, d’estate, farà delle interurbane. Semmai, internazionali, visto che…
– È uno Yorkshire Terrier, piccola così, e ha sempre voglia di giocare…
Il tempo scorre veloce, ma solo per me.
– È un cane piccolo – continua lei, e io capisco che non do l’idea di essere Piero Angela, ma so cos’è uno Yorkshire Terrier. – Pesa poco più di un chilo, ma arriva al massimo a un chilo e sei.
Ecco, alla quantificazione del peso massimo di un essere vivente, io vengo preso dallo sconforto, come se tutto fosse già disegnato, previsto, predetto. Mi immagino Dio che dice: “E questo lo chiamiamo Yorkshire Terrier, ecco, gli mettiamo dei peli qua, dei peli là… Massimo un chilo e sei, eh, che se no non ci stiamo coi conti. Segna.” E se uno Yorkshire Terrier volesse ingrassare fino ai cinque, dieci, mille chili? Non può? Posso prendermela con il Papa, in ogni caso?
Ma la vicina continua.
– Me l’hanno regalato i miei figli per Natale… Ma capisce tutto, anche se è piccolo…
Aridaje, sembra che voglia giustificarlo. Io, intanto, affascinato dalla Licia Colò del piano di sotto, sto perdendo secondi preziosi e autobus, insieme. Di colpo, l’illuminazione: non ho aperto bocca, ma so cosa dire per stroncare la conversazione, ho la frase. Ma la vicina, che ha un master in loquela, mi anticipa.
– Insomma, è un topo.
– Sì – dico io. Sposto il peso in avanti. – Be’, devo proprio andare.Dentro di me penso, mentre salgo sull’autobus: “Un chilo e sei.”

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Bagni (da leggere a stomaco vuoto)

Piccola nota prima di andare a nanna, ché è tardi. Sono andato alla Festa dell’Unità. Ci capito ogni anno, compro delle cassette, ogni tanto vedo dei concerti, bevo qualche birra. Chiacchiero. Non mi entusiasma, ma tant’è. Sono andato nei bagni, ad un certo punto. E, ovviamente, c’era una melma acquitrinosa per terra. Ho iniziato, mentre provvedevo a fare pipì, a chiedermi come mai nei bagni ci sia sempre del liquido per terra. Dico nei bagni dei maschi. Nei bagni delle femmine non so. Non pensate male.
Ora. Noi maschietti siamo tacciati di fare regolarmente la pipì fuori dai bagni. Ma non tutta. Io tento sempre di essere regolare e di farla-dove-va-fatta. Ma quando vedi un bagno completamente allagato, anzi, quando quasi sempre i bagni pubblici che frequenti sono allagati, ti chiedi perché capiti una cosa del genere. Forse la tazza perde? Forse c’è qualche stronzo che decide di farla tutta fuori apposta?

Arrivò davanti alla tazza e si sbottonò la cerniera. Poi ci pensò e disse tra sè e sè: “Ma sai che ti dico?” e fece una mezza giravolta su se stesso.

Preso da questi pensieri sono tornato al tavolo dai miei amici. Le due sedie delle ragazze che erano con noi erano state occupate da due individui.
“Scusate”, dico, “queste sedie sono occupate”. Nessuna risposta. Solo uno sguardo rivolto nella mia direzione. Vitreo. Mi schiarisco la voce. “Ci sono due nostre amiche, qua, sono andate a comprare le sigarette, ma tornano”. Nulla. “Vabbè, quando tornano vi alzate, per favore”. Una reazione. Un sorriso e un cenno del capo. Subito dopo uno schianto. Qualcuno è salito su un tavolino facendolo crollare. Poi arriva un tipo, prende senza dire una parola un pacchetto di sigarette vuoto sul nostro tavolo e ne strappa un pezzettino, probabilmente per farsi un filtro. In un paio di minuti arriva un ragazzo trascinato dal suo cane. Sotto il nostro tavolo, non si sa come, c’erano dei croccantini per cani (o per gatti, non lo so, non me ne intendo e non avevo fame), che ovviamente avevano attirato la bestiola. Il padrone cerca di tirare via il cane, ma il quadrupede insiste. Allora il ragazzo si inginocchia per terra, mette la mano a conchetta e raccoglie i croccantini, mormorando uno “scusate”. Poi un altro schianto. Una ragazza per terra, i suoi amici applaudono e uno ha un pezzo di tavolo in mano e lo brandisce come la scimmia mulina l’osso all’inizio di 2001.

Di colpo ho capito. Quasi tutto.

P.S. I visitatori di questo diario urbano aumentano, e li ringrazio. Mi si cita anche, qua e là. In particolare vorrei ringraziare Il blog della domenica, che però qui dice che io mi credo vittima di una congiura tecnologica. Ma no. E’ solo il caso. Anche se, ogni volta che torno a casa, il mio stereo o il mio videoregistratore si mettono a fischiettare sospetti e si fanno l’occhiolino. E poi dice che non ho i permalink. Con lo stesso tono con cui si potrebbe commentare una cacca in vetrina da Tiffany’s. Gentilmente chiedo aiuto. Voglio anche io i permalink. Attendo spiegazioni.

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Riassunto delle puntate precedenti

Ah, però. È qualche giorno che non scrivo più, ma lo stesso i contatti aumentano. E la cosa non può che farmi piacere.
Anche se non avevo un collegamento internet, però, ho scritto lo stesso, e tanto. Adesso sono a Bologna di nuovo. Non so ancora nulla. Per il momento mi guardo intorno. E mi accorgo che la città si sta risvegliando. Qui sotto, qualche altra mia parola dei giorni passati.

La sua famiglia e i suoi animali (24 agosto 2003)

Va bene, A Day in the Life è un diario urbano, c’è anche scritto lassù in alto. Ma insomma, mi trovo in campagna adesso. Nella casa del padre della mia cara amica, e di sua moglie (del padre, non della cara amica). Una casa immersa nel verde in Toscana (ma non quella Toscana alla quale voi forse state pensando, quella dove abita Sting e altri personaggi più o meno famosi e dove ci sono solo “ibeicasalidellacampagnatoscana”) con un giardino grande grande e le stanze belle e luminose. Animali presenti: tre cani, di cui uno enorme, ma non se ne rende conto. Quando ottanta chili di cane si comportano come un cucciolo, beh, non è facile. Per ora uso il metodo Montessori, poi vediamo. Un pappagallo. Ecco. Stamattina scendo a fare colazione e vedo a tavola il ragazzo della mia amica, il padre della mia amica e sua moglie. Appoggiato sulla sedia di quest’ultima, il pappagallo, che fa colazione con noi. Lei inzuppa dei biscotti nel latte e glieli passa. Lui li prende con la zampa e li sgranocchia guardandosi intorno. Parteciperebbe alla conversazione, ma forse non gli interessa più di tanto. Andiamo avanti. Tre gatti. Uno di questi è un persiano. Che oggi mi si è messo in grembo. Automaticamente ho iniziato a carezzarlo, e sia io che lui non ci siamo curati della mia allergia al pelo felino. Poi ho smesso. E lui mi ha iniziato a battere sulla pancia con la zampa, affinché ricominciassi. Ogni volta che smettevo, lui mi chiedeva di ricominciare. Ad un certo punto io non l’ho più carezzato e lui, dopo un po’, se n’è andato, con l’aria scocciata. Ci sono anche tre conigli, che ancora non ho visto, una gazza e un altro uccellino.
Anche se è la prima volta che vengo qua mi sento a casa. Non so come spiegarlo, non è solo dovuto all’affetto dei miei ospiti. Si tratta di qualcosa di più profondo, che si manifesta e si palesa soltanto poche volte, in maniera strana. In questo caso è stato anche l’odore delle lenzuola, familiare, a farmi stare bene.

Pioggia (25 agosto 2003)

Il pappagallo sembra vagamente depresso, oggi. Lo vedo oltre la finestra, nella sua gabbia. Si guarda intorno annoiato. Mi sono chiesto spesso cosa pensano i cani, in generale, quando non corrono, saltano, abbaiano, mangiano, dormono. In questa casa, dove di animali ce ne sono tanti, il pensiero si è esteso, ovviamente, ad altre specie. Quindi mi chiedo a cosa pensi il pappagallo in questo momento. La mia amica mi ha confermato che i pappagalli sono molto intelligenti. E che questo pappagallo, ora dedito alla pulizia personale, parla.
Strana quest’estate, quasi stereotipica. Ho visto i delfini saltare nel mare. E a un metro da me, c’è un pappagallo che parla, o meglio che potrebbe parlare, ma non ha niente da dire. Immaginatelo, questo pappagallo, non posso mostrarvelo. Immaginatevelo, e, per una volta, lasciatevi andare allo stereotipo. Parla, è verde e sta appollaiato sulla spalla della sua padrona.
I delfini saltano nell’acqua, i pappagalli parlano.
Ma i cani a cosa pensano? In questo momento credo che le specie viventi intorno a me siano semplicemente accomunate da un desiderio di pioggia. O quanto meno mi piace crederlo.

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