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Imponi un posto a tavola – 2

La seconda cena viene affrontata con il bagaglio di conoscenze del giorno prima: sappiamo che per sopravvivere dovremo evitare ogni contatto con i campani, altrimenti è provocazione, e tentare di trovare un posto alla fine di un tavolo, per sentirci meno oppressi della sera precedente. Decidiamo quindi di presentarci alla sala da pranzo prima dell’ora concordata: se nel giorno prima alle otto e sei minuti i posti liberi erano già pochissimi, forse l’orario di cena non è così rigido.
Lo è: alle otto meno dieci B., io e altri sette o otto ospiti ronziamo intorno alle porte chiuse della sala da pranzo come coyote. Mi viene in mente il film Sette chili in sette giorni, e quello sarà l’inizio di una serie continua di rimandi tra quello che sto vivendo e alcune scene di commedie italiane. Appena si aprono le porte, sciami di persone iniziano a confluire sul buffet da ogni direzione. Mentre prendiamo posto (in angolo!) a un tavolo, ci nota un cuoco (pure lui campano) che commenta sornione la nostra immobilità: “Fate bene ad aspettare…”.
La cena scorre tranquilla: possiamo chiacchierare liberamente, nessuno si è seduto al nostro fianco. Notiamo che le coppie che erano con noi al tavolo il giorno prima hanno fatto amicizia. Il sosia di Al Pacino partecipa, pur con sguardo vagamente stordito, alle conversazioni e, forse, sbircia nella scollatura della commensale di mezza età alla sua destra, incurante dello sguardo della moglie. Era quindi il nostro imbarazzato silenzio a mettersi d’ostacolo a nuove conoscenze, ma non importa, perché possiamo parlare tra noi a un tono normale, mentre le nostre parole si confondono indistinte a quelle dei gruppi (sono compagni di viaggio o si sono conosciuti all’agriturismo?) e ai silenzi di coppie intimorite come lo eravamo noi solo ventiquattr’ore prima. Andiamo a letto, quella sera, con pensieri baldanzosi sulla colazione del giorno dopo.

Alle sette e quaranta del mattino udiamo dei suoni emessi dal bambino nostro vicino, ai quali presto risponde l’altro bambino, convincendo infine ad unirsi al chiacchiericcio i quattro genitori: i campani si sono svegliati.
Quando arriviamo nella sala da pranzo, sono già in molti a fare colazione: decidiamo di sederci vicino a una coppia di ragazzi giovani che, poco dopo il nostro arrivo, hanno questo scambio di battute.
Lei: “A Miami fa troppo caldo…”
Lui: “E allora non rompermi i coglioni quando vado alle Barbados”.
Finiamo in fretta di mangiare: se sanno che al massimo ce ne andiamo in vacanza in Croazia, noialtri, va a finir male.

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Imponi un posto a tavola – 1

“Non si finisce mai di imparare” e “Al peggio non c’è mai fine”: se dovessi riassumere l’ultima esperienza conviviale che ho vissuto, userei questi due modi di dire. Banali quanto volete, ma veritieri. Ma cominciamo dalla cornice: un agriturismo della campagna umbra nel quale ho passato il ponte appena trascorso. Ci spiegano che la cena viene servita alle otto e ci mostrano la sala da pranzo: un refettorio, con tavoli lunghi e sedie tutte intorno ad essi. “Siamo un po’ francescani nello spirito”, ci dicono. Siamo a due passi da Assisi: cosa si vorrà mai essere?

Arriva l’ora di cena: o meglio, io e B. nella stanza attendiamo con pupille e stomaci dilatati le otto di sera. Decidiamo di presentarci alle otto e cinque: la sala da pranzo è quasi completamente piena, con un nugolo di persone che si aggira intorno al tavolo del buffet. Ci viene incontro uno dei camerieri e ci indica due posti liberi: siamo a un tavolo con altre due coppie. Una è formata da due quasi sessantenni: lei è volgarotta nei tratti, esibisce generosa scollatura e catenina; lui è abbastanza anonimo. L’altra coppia è formata da poco più che quarantenni: lei abbastanza anonima, lui stranamente somigliante ad Al Pacino, ma in brutto, e con un’espressione stordita perennemente stampata sul volto. B. e io siamo imbarazzatissimi: non è avere un tavolo con due sconosciuti molto vicino, è condividerne uno con quattro sconosciuti. Mormoriamo per comunicare e così fanno gli altri, ma non tutti si comportano allo stesso modo: ci sono gruppi di quattro o sei persone che chiacchierano amabilmente tra loro. Sono gruppi preesistenti, compagni di viaggio, o si sono formati spontaneamente? Molte coppie, però, hanno un’aria quasi penitenziale, mentre mangiano. Probabilmente l’abbiamo anche noi.

Il giorno dopo, a colazione, si ripete lo stesso meccanismo: troviamo però un posto più isolato così che riusciamo a scambiare qualche parola: la notte non è stata delle migliori, perché le pareti delle stanze sono sottili e dietro di noi c’è una famiglia campana con bambino piccolo. Ci siamo capiti. Forse per la stanchezza, forse per la forza dell’inconscio, ma indovinate su chi B. ha rovesciato del latte, durante quella prima colazione? All’amico del nostro vicino. Anche lui campano, anche lui con figlio piccolo, che alloggia un po’ più in là della nostra stanza. Mentre noi minimizziamo l’accaduto con gli altri compari, il nostro non dice nulla. Ci fissa con occhi glaciali e noi capiamo che, per i cinque pasti che ci rimangono, avremo un nemico da cui guardarci.

continua

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