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Magri bottini

Cara Befana,

di tutti i personaggi che popolano questi giorni (Babbi Natali, GesùGiuseppiMarie, Re Magi) sei di certo quella che ho sempre considerato di meno. Ma spiegalo ai miei genitori che (giustamente pieni di orgoglio anticonsumista) hanno sempre fatto finta che non c’eri. Ero abituato a non ricevere regali per la Befana a tal punto che mi ricordo con assoluta certezza quelli che ho ricevuto, o almeno di due ho un ricordo nitido.

Il primo è arrivato perché, probabilmente, in quel Natale passato coi cugini di Messina, c’è stata una specie di amnistia generale dell’austerity e quindi ho ricevuto l’ambito “veicolo superostacoli” di Big Jim. Ritrovarlo su e-Bay, con un prezzo accessibile e definito, non so se mi ha fatto bene o male. Quello che mi ricordo di quel veicolo era la tremenda lentezza. Sì, d’accordo, era studiato per superare gli ostacoli, ma si muoveva come se ce ne fossero comunque, a prescindere che arrancasse su un terreno accidentato o se si facesse una passeggiata su un pavimento domestico tirato a lucido. Una specie di tartaruga, che probabilmente col senno di ora potrei trovare quasi rilassante, con il suo incedere ronzante.
Il secondo mi è stato donato, se non ricordo male, perché ho rotto tantissimo le scatole: e giustamente mi è arrivato un bel robottino-roulette. Ho considerato pochissimo la roulette in quanto tale (forse dimostrando già un carattere pavido di fronte all’azzardo – giochi d’), poiché era evidente che si trattasse di una qualche potentissima arma il cui sparo aspettava solo di essere sonorizzato sputazzando qua e là.

Però, nonostante l’assenza di regali, il giorno della Befana (a meno di ponti come in questo 2012 appena iniziato) era davvero quello che si portava via tutte le feste. E quando non se le portava via per bene, lasciando qualche decorazione e alberello superstite in giro, erano traumi, come ho raccontato qualche anno fa su queste pagine. Quest’anno, cara Befana, le feste sono state davvero rapide, seppure intense, e per me sono finite già da qualche giorno. Quindi non mi dai l’idea di esserti portata via un bel niente. D’altro canto non mi hai neanche mai portato nulla, quindi mi permetto di chiederti qualcosa io, visto che agli altri due personaggi bene in vista non credo, e – per rimanere nei detti popolari – tentare non mi nuoce. Non ti chiedo un oggetto, però: più passa il tempo più penso che non ne abbiamo così bisogno. A parte i libri, i dischi, i film, qualche pupazzo-gadget, e l’indispensabile per cucinare e… Ok, abbiamo bisogno degli oggetti, ma io per ora sto bene così e comunque non ti chiedo nulla di materiale: nella calza (a questo punto immateriale anch’essa) ti chiedo di portare serenità a me e a tutti i miei cari, per questo 2012. Mica poco, lo so: ma io ci provo. E ti assicuro che, se questa serenità arriva a tutti, il prossimo anno scriverò un post per celebrare il terzo regalo della Befana che ho ricevuto in vita mia: stavolta spero di non avere nulla da linkare su eBay, perché se fossi sul punto di dovere fare un’asta on line per avere un po’ di serenità, be’, cercherei di vincerla con ogni mezzo, usando anche il robottino e la temibile macchinona di plastica.

Finalmente tuo,
Francesco

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Settegennaio, ovvero l’orrore della fine delle vacanze

Quando andavo a scuola dovevo attraversare sempre una piccola galleria commerciale nel centro della mia città di nascita: durante le feste natalizie era sempre addobbata a festa, con tristi alberi di Natale, fiocchetti e un tappeto rosso con scritto “Buone Feste!” (sì, con due maiuscole, un punto esclamativo e, forse, numerose facce di babbonatale da pestare: essendo un tappeto…).
La galleria per me non significava niente durante le feste: ignoravo alberi e fiocchetti e pestavo naturalmente la faccia al vecchio grassone.
Ma il sette gennaio, quando si tornava a scuola, passare attraverso quella galleria era dolorosissimo: infatti rimaneva adobbata a festa anche dopo l’Epifania, per qualche giorno, e le faccione ormai grigiastre e tumefatte sul tappeto si prendevano la rivincita su noi ragazzini che tornavamo a scuola, in discesa libera verso le forche della fine del primo quadrimestre.

Era da tanto tempo che non sentivo quella sensazione. Oggi in radio ho preso una pausa, sono andato alla macchina del caffè, ho premuto un pulsante ed è venuto fuori un bicchiere con decorazioni di campanelle, bacche e agrifogli. Mi si è stretto lo stomaco. Ho preso il bicchiere e ho fatto per berne il contenuto. Le macchie sulla superficie della bevanda avevano una forma che ricordava tanto il viso di un vecchio con la barba che sogghignava.

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