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Assistenzialismo

Sono abituato malissimo, come voi credo, con le assistenze tecniche, gli help desk e tutto ciò in cui mi mette una situazione di bisogno perché non so fare una cosa. Spesso, quindi, ho raccontato piccole tragedie da camera (Kammertragödien, per i colti maccheronici) svolte in linea con operatori o messe in scena in negozi e simili. Ma molto più di frequente ve le ho risparmiate, un po’ per evitare di farvi pena, un po’ per evitare di farmi pena.

Talvolta, però, succede che tu hai un problema tecnico, non sai come fare, e sei costretto a mandare una mail a help@.
E loro ti rispondono.
E no, non è una risposta automatica di cinque parole le cui iniziali lette in verticale formano l’imperativo P.U.P.P.A. Ti rispondono davvero e provano a risolvere il problema, chiedendoti di mandare il file. Allora tu, sprezzante dell’imminente delusione, mandi il file e aspetti, sentendoti come il naufrago che vede il brillare della bottiglia con il messaggio dentro mentre si riempie d’acqua, a largo.
Ma loro ti scrivono di nuovo, dicendoti di provare questo e quest’altro. E tu lo fai, ma, ohibò, il problema non si risolve. Con il cuore in gola, lo comunichi, con una mail che trasuda timidezza e martirio. Sai che quello che stai vivendo non è reale, è inconcepibile. Ti è già successo una volta, e queste sono cose che la vita concede una tantum. Lo senti: arriveranno sventure bibliche per avere ottenuto quelle risposte. Ma, anche senza scomodare il caro vecchio Testamento (che tutti sanno si tratta in realtà di una novelization di un vecchio film in Technicolor redatta senza editor), semplicemente ti senti in colpa per avere ottenuto un servizio. Anzi, ti senti un parassita rompicoglioni. Come stai messo. Ma ormai è troppo tardi: la mail è partita.
Una nuova risposta, con in allegato il tuo file rimesso a posto da loro. E il problema è quasi risolto.

Ringraziate quindi, con me, il prode team di WordPress. E concentrate le vostre maledizioni su Groupalia, che mi ha fregato venticinque euro. Ho un altro help desk da contattare, un’altra missione da compiere. E si ricomincia.

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La rivolta degli oggetti

Dopo il mio portatile, che ho tentato di distruggere e in parte ce l’ho fatta, altri oggetti tecnologici mi dichiarano la guerra. Il mio telefonino, per esempio, ha smesso di suonare. E il nostro ligio eroe che fa? Va al Nokia Point (brivido e raccapriccio) vicino a casa sua…

…ma che cacchio, disse un lettore del blog. ma tutto vicino a casa sua? il notolocale, la notagelateria, il notonokiapoint…

… per tre volte. Eh sì. Perché evidentemente ci sono milioni di utenti Nokia a Bologna e nel mondo, fatto sta che il Nokia Point è sempre pieno e dentro c’è una sola persona. O almeno così pare. Se poi nascondono gli altri impiegati nel retrobottega, non lo so. Siccome già mi sentivo scemo ad andare al NP (basta scriverlo per esteso, ché mi viene l’orticaria), quando vedevo pieno me ne andavo. Alla fine ieri ce l’ho fatta.

Il ragazzo che mi serve è gentile, ma di quei tecnici che sembra che aggiungano a qualsiasi cosa essi dicano una specie di riferimento stabile, come se esistesse un catalogo universale dei danni-tipici-del-telefonino. È solo per una loro gentilezza che ti dicono “deve cambiare la batteria”, invece che qualcosa come “A4T56 /bis”. Insomma, do il mio telefonino e dico che non si sente più la suoneria. La prima cosa che fa è smontarlo in due nanosecondi (io ci metto minimo un paio di minuti) e dire “Bisogna riprogrammarlo”. Che mi sa tanto di Philip Dick. Prima che faccia un’altra mossa lo fermo e gli spiego meglio il problema. Allora lui si blocca, smonta ulteriormente il mio telefonino e nel frattempo dice qualcosa, con aria grave, come: “Quando questo cellulare smette di suonare, vuol dire una sola cosa”. Con perfetto tempismo mi apre davanti il cellulare. Dentro c’è una macchia marrone. Un bel marrone chiaro, ambrato, per me inconfondibile.

“È annegato”, dice. Poi odora il cellulare. “Vino o caffè”. Poi, come il più consumato dei sommelier, aggiunge. “Ma direi vino”. Due donne sulla trentina ridacchiano. Io anche.
Ma quello non era vino. Era Jack Daniels.
Solo che non mi andava di dirlo in un Nokia Point.

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