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E. R. – Medici in prima linea (dove E. R. sta per Emilia-Romagna)

E ad un certo punto mi sono detto: “Ho bisogno di un check-up, devo fare il tagliando, insomma. La situazione economica non è delle migliori, ma, hey!, vivo in un paese che ha ancora la sanità pubblica”, e ho prenotato una serie di visite mediche, analisi, eccetera.
Non starò qui a raccontarvi tutto: mi limiterò alla parte più saliente, coraggiosa e – teoricamente – più vantaggiosa dal punto di vista economico del farsi una serie di controlli all’ASL. Quella che riguarda i miei denti, il loro controllo e manutenzione.
Alla metà di settembre prenoto le varie visite. La prima visita odontoiatrica è il 5 ottobre scorso. Durata della visita: cinque minuti netti. Costo: 18 euro.
Il dentista è un uomo enorme, dall’aria incazzata. Insomma, uno che non vedete l’ora vi infili degli strumenti affilati in bocca. Mi chiede che ci faccia lì, come lo si domanderebbe ad una suora in un night club. Gli rispondo che – incredibile! – sono lì perché vorrei sapere se la mia dentatura è a posto, denti del giudizio compresi, e per fare l’igiene. Solo che lui non capisce quello che dico, perché ha le mani nella mia bocca. (Questa è una caratteristica dei dentisti: perché si ostinano a fare conversazione quando la tua bocca sembra un portapenne? Perché non amano essere contraddetti?)
Il dentista toglie le mani dalla mia bocca e mi prescrive una radiografia. Vado su e giù tra ambulatori e CUP, pago, prenoto, torno su, mi fissa un’altra visita.
Secondo appuntamento: la radiografia, il 21 novembre. Costo: 25 euro.
Terzo appuntamento: ritiro delle lastre, o meglio, del cd con la radiografia, il 29 novembre.
Quarto appuntamento: la seconda visita odontoiatrica, il 30 novembre.
Il dentista è sempre lo stesso, ma deve avere avuto un mese difficile, perché è ancora più incazzato. E anche le sue mani sono diventate più grandi. Gli consegno il dischetto con la radiografia, e intanto mi fa sedere. Non appena prendo posto sulla poltrona, appoggiando i piedi su un cestino pieno di rifiuti medici, parte una sequela di bestemmie, imprecazioni e parolacce. Il dottore non riesce a leggere il contenuto del cd e la cosa lo fa imbestialire. Se la prende con tutti, da Dio al Ministro della Sanità.
Con quello stato d’animo pensa bene di rilassarsi facendomi la pulizia dei denti, con la grazia con cui un muratore bulgaro con la gastrite asfalterebbe il vialetto d’accesso della villa del padrone che lo sfrutta.
In cinque minuti d’orologio ha finito, e torna all’attacco del cd, chiedendo rinforzi. Arriva un collega e con due clic le mie arcate dentarie compaiono sullo schermo del computer del dottore. Mi siedo di fronte a lui, e inizia a scuotere la testa.
– Eh, – dice sospirando – lei deve rivolgersi ad un chirurgo maxillo-facciale.
Io sbianco, i miei denti anche.
– Vede? – continua il medico. – Le radici dei denti del giudizio pescano nel canale mandibolare, dove c’è il nervo. Se io vado ad operare, rischio di fare un danno. E se si arriva ad una lesione di quel nervo, lei rischia di avere la faccia storta tutta la vita. E lei non vuole avere la faccia storta tutta la vita, vero?
Non rispondo neanche. Ma, in un momento di silenzio, mormoro: – Comunque a me i denti del giudizio non danno alcun fastidio.
Il dottore spalanca la bocca. Evito di fare a lui quello che lui ha fatto a me. Poi dice: – Ah, ma davvero? Mo soccia, poteva dirlo prima! Allora tenga mo’ questo dischetto, se poi fa male, ne riparliamo.
Durata totale della visita (imprecazioni, problemi informatici, tutto incluso): quindici minuti. Costo: 19 euro.

Per risparmiare, ho risparmiato, non c’è dubbio. Il check-up continua, tra due settimane, con una visita oculistica. L’ultima volta trovai un oculista greco con tendenze antisemite. Chissà cosa mi riserva la prossima puntata.

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Sangue

Venerdì mattina sono andato a fare le analisi del sangue, per la prima volta da quando sono a Bologna. Mi sono messo seduto in un corridoio, con altra gente, come me a digiuno. Una voce da un altoparlante chiamava le persone per l’accettazione, per nome e cognome. Quando è arrivato il mio turno sono entrato e mi sono messo di fronte ad un tipo seduto dietro ad una scrivania, che ha preso le mie carte e ha iniziato ad inserire i miei dati nel computer. Poco dopo è entrato nella stanza, senza bussare, un uomo che credo fosse pachistano
– Io otto e cinquanta, ma macchina rotta. Posso lo stesso?
L’uomo dietro la scrivania guarda l’ora.
– Sono le nove e cinquanta.
– Rotta macchina – ripete l’altro.
– La chiamiamo dopo – dice l’uomo, e gli fa segno di uscire. Poi si rivolge a me. – Ne hanno sempre una. Sono sempre in ritardo.
Tento di non reagire.
– Ne hanno sempre una – ripete l’uomo, mentre estrae dei fogli da una stampante e me li porge. – Non sono mai puntuali.
– Gli ariani, invece… – dico io.
L’uomo mi guarda, per la prima volta da quando sono entrato.
– Non è mica per. È che non hanno il senso del tempo.
Mi viene in mente l’immagine del selvaggio con la sveglia al collo. Non dico niente.
– Non è razzismo – continua l’uomo. – Sono loro che…
– Quando mi mandate i risultati delle analisi? – lo interrompo.
– Tra qualche giorno – mi risponde l’uomo. Prende una penna e cancella il mio nome da un elenco.

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Mestieri dimenticati: il collezionista di tessere

Ho iniziato con le monete. Avevo anche comprato il catalogo World Coins, e andavo disperatamente alla ricerca delle fantomatiche cinquanta lire del 1958 (forse), che valevano, secondo le quotazioni del catalogo, un botto di soldi. Proprio così c’era scritto: a fuckin’ lot of money. Mi immaginavo di entrare dal numismatico della cittadina da cui provengo, vestito come Bogart ne Il grande sonno, o come John Holmes in The Jade Pussycat. “Ho qualcosa che può interessarla”, avrei detto, sfilando la moneta dalla mia tasca, e mostrando le cinquanta lire allo sbigottito numismatico. Mai trovate, ovviamente. Anche se mi ha fatto piacere, un giorno, vedere che in un negozio vicino a casa mia, c’era un cartello in vetrina che diceva “Cercasi cinquantalire del 1958 (forse)”. Non avevo pezzi pregiati, a parte qualcosina, che ovviamente rivenderò quando sarò povero, per comprarmi al massimo un panino al prosciutto.
Poi ho deciso di collezionare tessere. Ma mica schede telefoniche, dico tessere associative. Il modo più facile per collezionare tessere associative è, lo dice la parola stessa, associarsi. Quindi mi sono iscritto al Rock Club Fuck You, nella bassa bolognese (credo), a Nocturno, all’ASL di Bologna, ad una banca, che mi ha dato non una ma ben due tessere. Mi sono anche iscritto diverse volte all’ARCI, e anche a Rifondazione Comunista, in gioventù. A qualche club inglese, forse. Al ministero delle finanze. Alla Sala Borsa, alla Feltrinelli, a Trenitalia. Alcune di queste tessere sono andate perdute quando mi è stato rubato il portafoglio, qualche mese fa. Ho anche messo un annuncio.
“Offresi lauta ricompensa a chi restituisce un portafoglio di pelle marrone, contenente alcune tessere. I soldi potete tenerveli. P.S. Cerco anche le cinquanta lire del 1958.” Mai nessuno si è fatto vivo.

Da qualche giorno si è aggiunto un pezzo pregiatissimo alla mia collezione. Qualcuno ha tentato di dissuadermi, ma ho fatto di testa mia. Ci sono voluti due anni di tempo e di trattative, e un cospicuo esborso economico. Quattrocento euro circa, mica roba da ridere. Ma per un collezionista di tessere il problema del denaro è secondario.

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