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Le parole di altri

È da giorni che penso a Renzi e allo show alla Leopolda di Firenze, ma non trovo le parole per dire, ancora una volta, quanto sia deluso da tutto: dall’elegante vuoto pneumatico, da personaggi messi là perché “Oh, hai visto, c’è anche _____”, da mancanza di contenuti. Per fortuna le parole le ha Leonardo:

Forse è un’esigenza mia: io, di fronte a Renzi, vorrei concentrarmi sui contenuti. La cosa mi risulta faticosa perché tutt’intorno a Renzi continua a vorticare una coreografia che magari è irrilevante, eppure sembra studiata apposta per dar fastidio a me: cioè è proprio come se dietro la Leopolda ci fosse un team di strateghi della comunicazione che, per nessun motivo al mondo, si fossero detti: mettiamoci dentro tutto quello che può risultare molesto a Leonardo, avete presente? Quel blog che fa sì e no mille accessi. Per cui: Jovanotti. L’autocoscienza di Baricco, uno che si presenta ciao non voglio fare il presidente. E meno male, sennò al Teatro Valle Occupato dovresti mandarci i carri armati. Il frigorifero Smeg che fa pendant col Mac. (Donde il dubbio: ma la Smeg ha capito tutto perché fa i frigoriferi a forma di Mac o è Steve Jobs che…) Potrei andare avanti a lungo, però non vorrei farne una questione estetica. Anche Veltroni aveva intorno a sé un’estetica che mi urticava, ma non era quello il suo problema. Il problema non era il suo ridurre il Novecento a figurine: in fondo era una cosa anche simpatica, funzionale a un certo tipo di divulgazione eccetera. Il problema è che sotto la figurina non c’era niente: che quando Veltroni si ritrovò a dirigere il PD, per sei mesi non fece niente. Io vorrei capire cosa farebbe Renzi e non m’interessa se Jovanotti gli piace o no.

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Carver Country

Quando tenevo i miei corsi di scrittura, si finiva spesso per discutere della delusione che solitamente provoca la visione di un film tratto da un libro che abbiamo amato. L’immagine, si può dire, ri-inquadra l’immaginario evocato dalla semplice lettura o ascolto di un racconto, talvolta assecondandolo, talvolta tradendolo, ma comunque “inscatolandolo” per lungo tempo. Io, per esempio, non ho mai letto un libro di Harry Potter, ma mi risulta difficile immaginare che un lettore della saga della Rowling, dopo aver visto il primo film, abbia mantenuto la “sua” fisionomia per il maghetto.
Forse è per questo timore che, nonostante abbia tutto quello che ha scritto Carver, e anche di più, ho comprato solo la scorsa settimana Carver Country, uscito negli Stati Uniti vent’anni fa: si tratta, infatti, di un libro fotografico di Bob Adelman sui luoghi dove lo scrittore ha vissuto buona parte della sua vita, principalmente nello stato di Washington, accompagnato da suoi racconti e poesie (già pubblicate altrove).
Il libro è stato ristampato da poco dalla Contrasto e ha una brutta fascetta con frase ad hoc di Baricco e “La biografia fotografica di Raymond Carver” come “strillone”: per fortuna è altro.
Comincia tutto da una lettera dello stesso Carver ad Adelman: il via al lavoro del fotografo è una sorta di guida personale dell’area di Yakima, dove lo scrittore ha vissuto per i primi vent’anni, per poi iniziare una serie di americanissime girovagazioni per il Paese e tornare, infine, a morire duecento chilometri più a ovest, a Port Angeles. Adelman inizia a girare nei dintorni e scatta foto a torrenti e radure a cui si accenna in una poesia o un racconto, ma immortala anche abitazioni e strade: è strano vedere “come sia fatta” la casa di Chef o il tratto di un torrente immortalato in qualche racconto. E’ difficile riconoscere i luoghi, si sorride senza che nulla venga in realtà smosso.
Poi, però, compaiono i volti: non solo parenti e amici dello scrittore, ma anche passanti, meccanici, operai. Compare anche Carver stesso: quasi sempre da solo, spesso intento a scrivere (sarà stata una posa? E lui, si sarà divertito a mantenerla?), sorridente e con lo sguardo nell’obiettivo per la maggior parte delle volte. Così simile, nei tratti, ai volti di quei pensionati, infermieri, cameriere.
E si capisce che il Carver Country è tutto in quelle facce, spesso segnate dal tempo o dalla fatica: ma sembra che quelle rughe e pieghe della pelle servano ad orientarsi, che siano lì apposta per percorrerle e che, anzi, dettino l’unica strada possibile per scoprire quella persona: e subito vuoi conoscerne la storia.
Si innesta quindi un prezioso e raro cortocircuito: le parole rafforzano le immagini che, a loro volta, ti fanno tornare sulle parole. Una prova in più dell’incredibile potere della scrittura di Carver e, per me, la scopterta della bravura di Adelman: sembra che scatti con precisione ma, allo stesso tempo, guardando il mondo ad altezza d’uomo, senza porsi su un piedistallo, né tantomeno atteggiandosi in maniera servile nei confronti dei soggetti. C’è pudore e rispetto, negli scatti. C’è, insomma, tutto lo stile narrativo di Carver.

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