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Trattamento di fine rapporto

Un'immagine usata per una campagna della Volkswagen può assumere altri sensi oltre che l'imperativo "comprate le nostre auto"

Sul sito di Repubblica si parla dell’ultima indagine di EURES sui suicidi in Italia. I risultati (che possono essere scaricati qua) parlano di un nesso sempre più evidente tra aumento di suicidi (con un’inversione di tendenza rispetto al passato) e crisi economica. Insomma, la gente (soprattutto gli uomini) si uccide per motivi legati alla perdita dell’impiego, sempre di più. Questo dato (provato con cifre e statistiche) segna un ulteriore risultato tangibile di quello che succede in Italia in questo periodo. Ma davvero da questo periodo di crisi bisogna partire, quando si analizzano le relazioni tra un fenomeno di disagio sociale come il suicidio, e uno dei pilastri del vivere sociale, il lavoro, appunto?

Non solo, a mio avviso. Il punto è che è cambiato da tempo il rapporto con il lavoro e con il denaro, nel nostro Paese come in altri. Il meccanismo di creazione di bisogni (assai più antico della crisi economica ma ad esso strettamente legata), intanto, è sfuggito di mano sia da un punto di vista materiale (si produce troppo) sia psicologico, nel senso che è ormai impossibile “stare dietro” a ciò che è lì per essere desiderato. Nessuno, ovviamente, si toglie la vita perché non ha i soldi per l’iPhone, ma di certo alcuni oggetti (nonostante la crisi) continuano a essere venduti e quindi, prima ancora, bramati. Ci si arriva a indebitare, talvolta, per accessori.

Ma non è tutto: è importante pensare anche che si lavora molto di più, o meglio, si è costretti a lavorare più ore per portare a casa uno stipendio decente. Certo, ci si può interrogare su cosa sia il livello di decenza, senza parlare delle “soglie” fissate (ad esempio) dall’ISTAT, ma a prescindere dai bisogni di cui sopra si guadagna meno di prima. Ecco quindi lo scollamento psicologico (e il logoramento fisico) che deriva da un attrito tra desideri, potenzialità e tempo. La mia storia lavorativa, abbastanza tipica nella sua atipicità, non è più lunga di dodici anni: ciononostante io stesso ho percepito, nel mio piccolo, la frustrazione che deriva (per esempio) dal non vedere raggiunti degli obiettivi minimi di indipendenza economica, sulla quale – a un certo punto, se si ha qualcuno alle spalle – è bene anche passare sopra, proprio per una questione di salute.

E quando mancano alcuni fattori e altri ben più gravi si sommano? Non me la sento di dire che la solitudine (c’è notoriamente una maggiore incidenza di suicidi tra gli uomini separati o vedovi), la mancanza di prospettive, la frustrazione e l’umana debolezza non siano probabilmente ragioni terribilmente sufficienti a uccidersi.

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Il vero ultimo giorno di lavoro

Lo so, lo so: mettere i dischi è qualcosa di talmente divertente che chiamarlo lavoro è esagerato. Però rientra in quelle categorie di attività legate a orari, obblighi e comportamenti che è assimilabile a un lavoro.
Quindi, dopo l’ultima giornata di lavoro-della-mattina il 28, l’ultima puntata di Maps del 29, l’ultima puntata di Pigiama Party del 31, eccoci all’ultimo dj-set della stagione. Insieme al prode Michele Restuccia, sempre nel quadriportico felsineo di Vicolo Bolognetti, stasera avrò l’onore e il piacere di muovere gli astanti restanti dopo il concerto di The Thermals e Polvo. I Polvo. E chi se li ricordava più?
Danze dionisiache per dire “benvenute” alle vacanze. Aspettovi.

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La linea sottile

Quando ci sentiamo al telefono, F. e io parliamo spesso di lavoro. Abbiamo lavorato per molto tempo insieme, poi, come capita, le nostre strade si sono divise: F. se n’è andato da Bologna per una bella opportunità lavorativa che, purtroppo, è scomparsa in maniera disgustosa da un giorno all’altro. Ci siamo trovati, quindi, a parlare di quel mondo magmatico del precariato culturale al quale apparteniamo.
Spesso, purtroppo, nelle nostre telefonate si narra di comportamenti pessimi, meschini o irrispettosi di chi offre lavoro: talvolta, poi, queste pessime maniere caratterizzano anche persone che, sulla carta, dovrebbero essere contro questo modo di porsi, se non altro perché pubblicamente lo attaccano.
E allora, ancora una volta, mi chiedo dove stia questa linea sottile, ma inequivocabilmente esistente, della coerenza e soprattutto quando e perché la si passa.
Che io possa cadere in miseria, pur di continuare (come davvero cerco sempre di fare con tutte le mie forze) a comportarmi in maniera gentile e onesta con tutti quelli con cui ho a che fare, ogni giorno, al lavoro e nella vita.

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Positive thinking

Repubblica titola “Niente lavoro sopra i 35 anni” e io penso che me ne vado in pensione tra poco.

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Produci, consuma, crepa

Ancora una volta mi trovo in bilico con uno dei miei lavori. Intendiamoci, niente di imprevisto o di illegale: semplicemente, mi scade un contratto. Credo che, in dieci anni di lavoro, sia la decima volta che mi scade un contratto il cui rinnovo è incerto. Una situazione logorante, che condivido con molti di voi, e che noi abbiamo in comune con tante altre persone che conosciamo. Ma non con tutte.
Eh già: perché chi come me lavora in ambiti che vanno dal giornalismo all’intrattenimento, dai media alla pubblicità, dal cinema al teatro ha una tara in più. Noi, semplicemente, non siamo produttivi. I libri, le trasmissioni radiofoniche, le sculture, le personali di pittura non aumentano il PIL. Gli articoli di giornale non si mangiano, i dischi non procurano carburante, non ci si può vestire con un copione teatrale. Una minuscola parte di questi prodotti viene scambiata a cifre altissime (vedi il budget plan provvisorio della sezione fiction RAI 2010 postato nel blog della SACT), ma per il resto, non ci sono che briciole.

Niente di male, eh. Voglio dire che è del tutto ovvio che un medico (che salva vite umane e quindi mantiene la forza lavoro) venga pagato più di uno sceneggiatore televisivo: ma quello che manca, a chi lavora nel campo culturale, è la dignità. La dignità viene tolta accettando di scrivere cose per altri senza il diritto di firma, sopportando (perché non c’è altra scelta) stipendi ridicoli, non avendo contratti, continuando a subire soprusi nel nome di un “mestiere” che, in quanto “divertente” e non legato a orari (secondo le logiche comuni), può essere fatto gratis. Ma perché, dico io. Qualunque mestiere dovrebbe avere dignità: lo dice la Costituzione, no? Poi, non è detto che chiunque abbia il diritto di fare tutto: dovrebbe entrare in campo la meritocrazia. Io ho il diritto di studiare medicina, poniamo, ma se i risultati che conseguo non sono sufficienti, bene che vada (e non è detto) andrò a fare l’infermiere. Non tutti sanno scrivere, per fare un altro esempio, c’è che si farlo meglio di altri, e va bene. Però è corretto, eticamente, che chi scrive, per dire, e lo fa con merito (un traguardo che è ben lungi dal raggiungimento, per quello che mi riguarda), abbia un compenso adeguato a una vita dignitosa. E invece mille euro al mese sono spesso un miraggio: non è un’esagerazione.

Ma, giusto, ho parlato di meritocrazia, la grande assente (assieme a molti diritti) nel panorama nazionale. D’altro canto, direte voi, se uno è bravo, e quindi offre un prodotto di qualità, perché non mantenerlo: conviene, giusto? Certo, se della qualità importasse davvero qualcosa a qualcuno in Italia. Ormai nel Paese la prospettiva che hanno le classi dirigenziali è quella di un miope stanco che ha perso gli occhiali. Non si riflette sul lungo termine, ma neanche sul medio: gli investimenti (che parolona) si fanno sull’hic et nunc, si pensa a rattoppare di continuo, senza considerare l’idea che mille toppe costano più, a conti fatti, di un rifacimento totale della struttura (qualunque essa sia, rimanendo nella metafora da carpentiere). E perché accade questo? Perché gran parte delle decisioni viene presa da persone che hanno davanti a loro, considerando la media dell’aspettativa di vita italiana, da dieci a vent’anni per scorrazzare su questo mondo. Non importa se il prodotto è più scarso di prima, l’importante è che costi meno, e che quindi i margini di guadagno siano più alti, per garantire ricche vecchiaie, sostanziose eredità e onorevoli funerali a chi comanda. Quindi è facilissimo, in questi campi di lavoro che dall’esterno paiono così divertenti e fichissimi, che tu venga sostituito da uno che ne sa molto meno di te, ma è disposto a lavorare per la metà di quello che prendi, sebbene il tuo salario sia già una cifra ridicola. E se si guarda bene, nella fila che si srotola fuori dalla porta del tuo ufficio (se ce l’hai), forse c’è qualcuno che farebbe gratisquello che fai tu, anche se non sa come si usa un congiuntivo.

Non leggete quello che ho scritto come uno sfogo personale: io, per alcuni versi, sono fortunato. E gli esempi che faccio esulano dal mio quotidiano, sebbene non siano del tutto distanti dalle mie esperienze. Ma io, come tanti altri, sono uno che produce qualcosa di impalpabile. “Un cazzo”, direbbe Brunetta, con il suo imprescindibile savoir faire, ed è questa l’idea che ormai passa. Chi fa cultura non fa un cazzo. Vero, tanto più che questo è un Paese dove ormai la panza ha soppiantato del tutto l’anima: a che servono i libri, i film, le canzoni non da Sanremo? A che serve investire sulla creatività giovanile, dare spazio a chi ha meno di trent’anni (e con la scuola così ridotta, i giovani si mantengono ignoranti, che genialata)? A chi importa di curare chi può portare delle nuove idee (da quanto tempo l’Italia non produce idee innovative, per non parlare di tutto il resto?): è la panza che va nutrita. E io, sempre di più, mi sento uno stuzzicadenti usato per togliere i resti di carne dalla bocca di chi (ci) mangia.

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“I giovani: farei di tutto per danneggiarli”

La frase del titolo è un citazione dall’ultimo libro del caro Gipi, e mi è venuta in mente qualche giorno fa, per l’ennesima volta, sfogliando la rivista dell’Ordine dei Giornalisti dell’Emilia-Romagna. Nell’ultimo numero c’è uno speciale sul giornalismo culturale: è un bel servizio, molto lungo e articolato, in cui, tra ricostruzioni storiche e interviste, viene fuori un profondo senso di insoddisfazione riguardo al modo in cui i giornali (e non solo) trattano la cultura in Italia. E su questo, come non essere d’accordo? Anche solo per essere contrari alle parole di Brunetta, io sono orgoglioso (e mi sento fortunato) a lavorare da anni nel campo della cultura. E ce la metto tutta per fare del mio meglio.

Ma, a un anno di distanza da uno dei post che, a quanto dicono, meglio rappresentano cosa vuol dire lavorare in questo campo, sono costretto a tornare sugli stessi discorsi, da una prospettiva diversa, quasi matematica.

Nello speciale di cui parlo, come dicevo, vengono intervistati diversi personaggi che, evidentemente, sono considerati rappresentativi del panorama culturale odierno italiano. Sono (in ordine di apparizione) l’attore Ivano Marescotti, Dario Fo, Franco Maria Ricci (fondatore di FMR), Oliviero Toscani, Vittorio Sgarbi, Natalia Aspesi, Lucio Mazzi (storico giornalista musicale), Gianni Manzella (direttore di Art’O), Giuseppina La Face (docente universitaria), Ivano Dionigi (docente e rettore dell’Università di Bologna), Angelo Guglielmi (ex assessore alla cultura del Comune di Bologna e noto dirigente RAI), Gianluca Farinelli (direttore della Cineteca), Stefano Benni, Gabriele Cremonini (giornalista e scrittore), Roberto Roversi e Francesco Guccini.
Sedici personaggi: ho trovato le date di nascita di 13 di loro. Sapete qual è la media? Quasi sessantotto anni.
Ora, capiamoci: il giochino aritmetico è stupido, ma secondo me significativo del fatto che in Italia chi conta è vecchio. Un altro modo di vederla? Chi è giovane non ha spazi. I nomi citati sono di persone più o meno importanti, relativamente al panorama nazionale. Ma perché non intervistare qualcuno intorno ai trent’anni o, magari!, anche meno? Perché pensare che rughe, voce rotta e immobilismo (generalizzo) siano sinonimi di autorevolezza e saggezza? Badate bene: non ce l’ho con alcuno dei personaggi citati (non è vero, ma il discorso è un altro). Dico solo che è angosciante il panorama che ci si profila.

D’altro canto, è notizia recente, a chi è stata affidata la regia di un megaspot di venti minuti su Roma, con la Bellucci nel cast, distribuzione mondiale, soldi spesi qua e là a manate? A Franco Zeffirelli, classe 1923.
Mi faccio coraggio: se continuo così, tra una quarantina d’anni, con la freschezza, la vivacità e l’entusiasmo tipica del settantenne, potrò dire la mia.

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Come distruggere l’inconscio collettivo superiore di una generazione

Queste righe non sono per voi, persone che mi conoscete, che mi frequentate, che condividete con me luoghi di lavoro, di divertimento, amicizie e affetti.
Questo post è per chi non ha idea di chi ci sia dietro a queste pagine, se non intuitivamente: dico tutto questo perché chi mi conosce ha sentito le parole che seguono migliaia di volte.
Per tutti: questo è un post serio. Cominciamo.

Da qualche anno a questa parte, quando mi confronto (profondamente o superficialmente) con i miei coetanei, maschi o femmine che siano, sul vago tema del lavoro, del futuro, delle aspettative, quello che incontro è principalmente sconforto, depressione, malumore, frustrazione. Questi sentimenti sono più che diffusi soprattutto tra chi, come me, lavora in ambito culturale, ma in realtà – sebbene con modalità diverse – sono davvero comuni a tutta la mia generazione di più-o-meno trentenni. Badate bene che questo sentire è limitato al lavoro e agli ambiti di cui ho parlato, e non ha nulla a che fare, almeno in prima battuta, con la sfera affettiva ed emotiva.
Insomma: siamo tutti sottopagati, attaccati a lavori poco gratificanti, o gratificanti ma svolti praticamente gratis, non abbiamo prospettive di carriera, se abbiamo un contratto (se) è a tempo determinato. E di solito scade in una manciata di mesi, e poi chissà.

Dal punto di vista politico-economico, non sarò di certo io a dirvi che conseguenze abbia questo malessere. Ma rendiamoci conto che questo stato d’animo sta minando psicologicamente una generazione intera. Qual è questa generazione? Beh, essendo il nostro un Paese di vecchi, in cui l’unica forma costante di potere che esiste e si riproduce è quella della gerontocrazia, noi non siamo neanche lontanamente la “classe dirigente”. Se resisteremo, lo saremo tra una ventina d’anni come minimo. Una ventina d’anni in cui, con ogni probabilità, continueremo a sopravvivere attraverso le solite frustrazioni, delusioni, fragilità.
Supponiamo ora che, dopo questo faticosissimo iter, uno arrivi ad occupare una qualsiasi “posizione di potere”: quanta forza d’animo ci vorrebbe per rendersi conto di essere vecchio, inadeguato, naturalmente non più al passo coi tempi, per tirarsi indietro almeno un po’? Tanta, tantissima, e probabilmente questa forza sarà stata prosciugata da tutti gli anni di fatica, quindi non ne rimarrà neanche l’ombra. Risultato? Anche noi perpetueremo uno dei grandi mali d’Italia, la gerontocrazia, appunto.

Ma anche nel presente, nel quotidiano che viviamo ogni giorno, questo stare male si ripercuote su quello che produciamo. Pur sapendo che il lavoro è fatica, sempre, questo stato d’animo diffuso evidentemente ci fa comunque rendere meno: un eventuale calo di risultati diventa quindi un’ulteriore “riprova” del fatto che “ne abbiamo ancora da imparare”. E di nuovo il sistema gerontocratico si autoalimenta.

Secondo Jung, l’inconscio collettivo superiore, opposto a quello inferiore, legato al passato, è direttamente connesso al futuro. Il futuro. Quale futuro? Io, sinceramente, non sono un pessimista, ma non riesco davvero a pensare al mio futuro. Non ho alcun tipo di sicurezza, fare le cose bene non mi garantisce nulla (meritocrazia, cos’era costei), il sistema premio-punizione, alla base della socializzazione non solo primaria dell’individuo, è stato scardinato da un bel po’. Quindi si sta come sugli alberi le foglie, come diceva quel poeta che tanto amo; ma lui parlava d’autunno: io credo invece che la nostra caducità sia perenne. Anche per questo tanti miei amici hanno gastriti, soffrono di insonnia, di broxismo, sublimano la loro condizione con dipendenze di vario tipo. Questo, direte voi, è sempre successo. Sì, ma non in queste proporzioni, non con questa frequenza, non con questo riscontro globale, per cui si incontrano delle persone in vacanza, diversissime per estrazione, aspirazioni, studi, e dopo cinque minuti si parla di certe cose come se si condividesse da anni lo stesso ufficio.
E non riusciamo neanche più a protestare, e questo è il vero dramma, perché siamo terrorizzati che la sediolina sulla quale stiamo, rotta, scomoda, sporca, potrebbe essere l’ultima che ci viene concessa.

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E un correttore di bozze, no?

(dagli annunci di lavoro di Prima Comunicazione)

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E poi dicono che non c’è lavoro…

Non ho mai smesso di guardarmi intorno, da quando ho iniziato a lavorare, per trovare eventualmente altre possibilità, impieghi aggiuntivi, collaborazioni, sfruttamenti. Tanto per raggiungere la cifra strabiliante di mille euro al mese (lordi), traguardo tuttora lontano. Anzi, ultimamente, purtroppo, questa ricerca è spinta da motivazioni sempre più reali e pressanti. Ogni giorno scartabello siti che offrono impieghi di vario tipo, compreso “MioJob” di Repubblica.
Qualche tempo fa, proprio su quel sito, noto un annuncio, un’offerta di lavoro dalla RAI. Incredibile, considerando che l’azienda è praticamente inespugnabile. Quindi vado a leggere quello di cui Mamma RAI ha bisogno, pronto ad accogliere le sue proposte, si trattasse anche di cambiare l’immagine su tutti i computer di Viale Mazzini, per evitare noia e abitudine, e per stimolare alla produzione i sottoposti con donne nude, tramonti, bradpitt, simpatici cuccioli di cane. Si tratta, però, di tutt’altro.

Leggete qua: cercano un produttore televisivo, che abbia maturato significative esperienze in grandi produzioni televisive (e non di altro tipo), al massimo di trent’anni d’età.

Insomma, come se l’Einaudi cercasse manoscritti di uno che abbia vinto il Pulitzer. Al massimo di quarant’anni d’età, però, che – si sa – si rimane giovani scrittori fino ai cinquanta.

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Quanto rimarrò vergine?

Tutto nasce da un libro. Me lo manda una casa editrice, e inizio a leggerlo, pensando ad una possibile intervista con l’autore. Immagino, non appena lo apro, di trovarmi di fronte ad un romanzo “generazionale”, che parla – come spesso accade ultimamente – di lavoro atipico, trentenni, agenzie interinali. Comincio.
A pagina 15 smetto, perché devo scendere dall’autobus, ma non sono per niente contento di quello che ho letto fino ad allora.
Lo stesso giorno, di notte, a letto, arrivo a pagina 30, e poi faccio una cosa che davvero non faccio mai. Decido che non lo finirò di leggere, quindi non lo segnalerò, né tantomeno intervisterò l’autore. Appena elaboro questa decisione, faccio un’altra cosa per me nuova. Scaglio il libro contro il muro della mia camera da letto.

Il punto è che da molto, ormai, leggo “per lavoro”, il che fa di me una persona privilegiata e fortunata, da un punto di vista. È chiaro che il mio lavoro non si limita a questo, ma in parte è così. Questo fa sì che io legga soprattutto novità della narrativa italiana, di autori viventi, e magari non così noti. Questo fa sì che è da un bel po’ che io non leggo un libro che mi soddisfa, quando l’ho fatto ne ho scritto qua. Ora, questo ha importanza fino ad un certo punto: non sono io l’arbitro del gusto letterario, ci mancherebbe, ed è diverso, per me, trovare qualcosa “brutto” o “interessante”. Spesso leggo libri, quindi, che non mi soddisfano, ma che penso possano interessare le persone a cui mi rivolgo.
Ma non è questo il punto. Il nocciolo della questione sta nel fatto che, il mattino dopo, avrei tranquillamente potuto raccogliere il libro da terra, telefonare all’ufficio stampa della casa editrice, fissare un’intervista con l’autore e mandarla in onda. Un’intervista illustrativa, come dire, non polemica. E invece no. Esattamente come non scrivo qua il titolo di questo libro.

Non faccio queste due cose per motivi ben precisi. Il primo, quello che riguarda il mio lavoro, è che non parlo di libri (ma anche di film e di dischi) se non li ho letti, visti, ascoltati del tutto. E già questo, a sentire lo stupore che talvolta le persone che intervisto manifestano, quando vengono loro rivolte delle domande che – evidentemente – dimostrano che ho letto le loro parole, pare non sia la consuetudine.
Il secondo, che riguarda il mio lavoro e il blog, è che talvolta chi pubblica, in senso lato, non è veramente pronto a farlo: la critica negativa o la stroncatura, specialmente se chi la scrive è facilmente “raggiungibile”, è spesso vista come una presa di posizione personale. Non parliamo poi di quello che potrebbe essere il mio caso: “Sei uno che tenta di scrivere, pubblica qua e là senza mai fare qualcosa di davvero importante, ergo stronchi per invidia.”
E non crediate sia fantascienza.
Chi pubblica si espone, appunto, al pubblico. Che è massa indistinta quanto si vuole ma, speriamo, almeno un po’ pensante e giudicante. Pare che però questo venga preso in considerazione di rado. Le critiche non fanno mai piacere, si sa. Ma pubblicare – un disco, un film, un libro – dovrebbe includere anche questa possibilità e il coraggio di affrontarla.

Tornando a me, perché qua fondamentalmente racconto gli affari miei, mi sono reso conto di due cose: per cominciare, che scagliare un libro su un muro è molto liberatorio. Per seconda cosa, che voglio continuare a comportarmi bene, a fare il mio lavoro come credo che vada fatto. Questo farà sì, però, che prima di avere tempo per leggere i libri di Scott Fitzgerald, Roth, Calvino, Moody, e di tanti altri ancora che giacciono intonsi sugli scaffali qua accanto, dovrò aspettare.
Resisterò, quindi, alle tentazioni della carne, soprattutto se di pessima qualità, perché le scalette delle trasmissioni (e non solo) vanno riempite possibilmente con qualcosa di buono.

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I bei mestieri di una volta

Le persone della mia generazione parlano di lavoro più che di sesso. Il lavoro è l’ossessione, tutti sono precari, tutti sono stressati, tutti stanno come d’autunno sugli alberi le foglie. Quando tira molto vento.
Ma in fondo, come direbbe un anziano qualsiasi sull’autobus, è che noi i lavori non vogliamo farli. Inutile, quindi, offrire il proprio corpo per un contratto a tempo indeterminato (visto che lei lo offre per una notte, al massimo potrebbe avere un contratto a progetto, eh insomma: che poi, sarà vero, sarà falso, sarà che non ce ne può fregare di meno?). Perché di lavori ce ne sono.
Io, per esempio, sono iscritto ad un sito che, attraverso una newsletter settimanale, mi offre diverse possibilità di lavoro. Di solito le figure che vengono cercate sono “Agenti venditori monomandatari”, cioè persone che vendono X e guadagnano solo se vendono, se no ciccia (e io mi chiedo: ma con la crisi che c’è, signora mia, chi compra?).
Qualche giorno fa, però, mi è arrivata una proposta interessantissima: mi è stata offerta una posizione seria, rispettosa, di classe. Mi è stato offerto di fare il maggiordomo. Ho pensato subito a Anthony Hopkins in Quel che resta del giorno, ad Alfred in Batman, a innumerevoli libri e sceneggiati. E ai gialli: quindi ve lo dico da subito. Sono stato io. È sempre il maggiordomo, il colpevole.
Soprattutto se ha un contratto interinale.

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Una ferale fiera in giorno feriale

Venerdì scorso sono stato per la prima volta in vita mia ad una fiera, per lavoro. Non avevo da presidiare uno stand, ma, fondamentalmente, dovevo fare interviste, prendere contatti, fare cose, vedere gente, eccetera eccetera.
Non ero mai stato proprio al quartiere fieristico di Bologna: no, mai stato al Motorshow in vita mia, di solito quando c’è emigro dalla città, visto che il rapporto tra me e i motori è di reciproca indifferenza. La fiera in questione era la diciottesima edizione del Sana, il Salone del Naturale.
Ora, si sono buttati tutti sul naturale, sul biologico, sull’ecocompatibile: infatti tra gli espositori c’era qualsiasi cosa, dal salumiere Rosario Mangione (sic), alla Galbusera, all’azienda bio di Marco Columbro (sigh), al Ministero dell’Ambiente. Tutti hanno una linea bio. Probabilmente anche l’Esso, ma non l’ho vista.
Insomma, mi aggiravo annoiato tra gli stand, senza la benché minima tentazione di assaggiare del formaggio di capra ecologico (immagino, quindi, proveniente da una capra vera) o del pane biologico certificato, quando, ad un certo punto, mi si è parata una hostess davanti.
“Vuole provare il nostro olio?”, mi ha chiesto. Non mi ha poi dato una fetta di pane, ma si è messa del liquido su una mano e ha iniziato a massaggiarmi il collo, dicendo, poi, “Scusi se la tocco”. Io avrei voluto dire “prego, tocchi pure”, invece mi è venuto fuori una specie di gorgoglio misto a fusa. Mentre la ragazza mi spalmava di olio di menta, mi elencava le proprietà benefiche del prodotto in questione. Ho appreso quindi che, spalmato, fa bene per dolori reumatici, cervicale, distorsioni, strappi, bronchite, sinusite, vertigini, e ha notevoli capacità di permettere il ritorno dalla morte. Ma, attenzione, se messe due gocce di olio su un po’ di zucchero e ingoiate, ecco che la digestione va che è una meraviglia, il mal di gola passa, e ne acquista beneficio anche la voce. Dulcis in fundo, due gocce in una pentola d’acqua bollente profumano l’ambiente che è una meraviglia.
La ragazza ha smesso di massaggiarmi e mi ha chiesto: “Allora, le interessa?”. Io sono scappato facendo “no” con la testa. Ero terrorizzato che mi dicesse che l’olio andava bene anche per le emorroidi. E me lo dimostrasse.

Approfitto di questo spazio e ringrazio il mio produttore, perché mi sono portato a casa ben due nominazioni di Macchianera: una per il miglior blog cinematografico (SecondaVisione) e una per questo blogghetto qua, nella categoria “Miglior blog personale”. E poi, se vogliamo dirla tutta, ci sarebbe anche la nominazione per Ciccsoft nella categoria “Blog collettivo”. Che tripudio. Votatemi, ché poi si va a cena insieme, eh.

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Two Works and No Play Make ADayintheLife a Dull Boy*

Lo ammetto: alla faccia della crisi, ho due lavori. Il primo, di mattina, mi identifica come “giornalista”. Il secondo, di pomeriggio, mi identifica come “responsabile ufficio stampa”.
Ammetto anche, alla faccia dell’opulenza, che con due lavori riesco a malapena a campare.
E anche che il primo dura fino a dicembre e il secondo fino ai primi di agosto. Alla faccia dell’indeterminazione.
Ma comunque, fare il giornalista di mattina e tenere su un ufficio stampa il pomeriggio è schizofrenico: se facessi bene il mio lavoro dovrei mandarmi delle mail da solo, cercarmi al telefono e lamentarmi perché quel giornalista non c’è mai, e neanche quell’ufficio stampa si riesce mai a trovare quando serve. Ma per fortuna la mia sanità mentale è ancora saldamente appesa ad un filo, quindi tengo botta, diciamo.
Il vantaggio dell’essere allo stesso tempo venditore e compratore, attaccante e terzino, cerchio e botte, è che puoi parlare male di entrambe le categorie, senza pericolo di essere smentito, come, del resto, farebbe qualsiasi persona sana di mente che non è né giornalista, né si occupa di un ufficio stampa.
Considerando che questo secondo lavoro lo faccio da poco, mi sono trovato spesso ad avere a che fare (e quindi a parlare male di) uffici stampa. Il peggio che possa capitare ad un giornalista è una addetta stampa di Milano di una grande casa discografica; che detta così sembra che voglia parlare di una persona in particolare, e che ne nasconda il nome dietro uno squallido giro di parole: invece no, provate a fare qualche telefonata e vedrete che chi risponde al telefono degli uffici stampa delle grandi case discografiche (che stanno tutte a Milano) è, di solito, una donna.
Nervosissima.

Ma anche i giornalisti non sono da meno (e io lo posso dire perché per metà della giornata, bla bla bla… capito il trucchetto?).
Oggi, per esempio, ho parlato con una giornalista, che voleva delle informazioni ulteriori a quelle che le avevo mandato con il comunicato stampa e la mail, per scrivere un pezzo sulla campagna di cui mi occupo. Mi chiede di mandarle una pubblicazione legata alla campagna: quattro mega in pdf. Gliela mando, torna indietro, la richiamo. “Guarda che la tua mail non regge l’allegato. Hai un’altra mail a cui posso mandarla?” Lei è talmente stupita dalla domanda che sento il rumore che fanno i suoi occhi quando strabuzzano. Poi, come se nulla fosse, mi dà una mail alternativa, e si cautela.
“Potrei venirlo a prendere, il file”, dice. “Ma non ho un dischetto.”
“Guarda, quattro mega in un dischetto non ti ci stanno, ti ci vorrebbe una chiavetta usb”: reagisce come se le avessi detto che avere un dispositivo portatile di teletrasporto tornerebbe utile. La telefonata si chiude con lei che mi dice “Se avessi bisogno di altre informazioni, ti chiamo: è il tuo lavoro, no?”
Sì, è il mio lavoro del pomeriggio, e ancora manca un sacco alla fine del pomeriggio. Quanto meno abbastanza da ricevere un’altra telefonata della giornalista. Mi inizia a fare delle domande che hanno risposta nel comunicato, ma lungi da me dirle: “Ma allora manco l’hai letto”, quindi rispondo educatamente. Mi chiede quando inizia la campagna, e le dico la data. “Quanto va avanti?”, continua lei. “Eh, dipende”, dico io, e spiego che, sebbene sia una campagna nazionale, è organizzata autonomamente anche dagli enti che vi aderiscono a livello locale. “Quindi, fino a quando va avanti?”, insiste. “Di solito gli eventi locali sono organizzati fino alla metà di agosto circa, ma non credo ci sia bisogno di essere così precisi”, dico tentando di chiosare.
Pare si sia placata, ma è solo un’apparenza. “Che spettacoli sono legati alla campagna?” Stavolta sono io che strabuzzo gli occhi: non c’è alcuno spettacolo legato alla campagna, dico, ma lei insiste: “Eh, mica me lo sono inventato, l’ho letto nei comunicati.” “I comunicati li ho scritti io, giuro che non c’è alcuno spettacolo.” Niente, non è convinta, mi dice di aspettare in linea, e va a leggere le mail che le ho mandato. Torna al telefono. “Ah, no, mi sono confusa: avete dei personaggi dello spettacolo come testimonial.”
Un momento di silenzio.
“Senti, ma quando inizia e quando finisce, la campagna?”

E domani mattina, di nuovo a fare il collega di questa qua.

* E mi rendo conto di avere usato un’altra volta un titolo simile, in un posto che aveva sempre a che fare con giornalisti.

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Pagherò, in ginocchio da te

Sono iscritto a diversi siti di lavoro. Sapete, JobOnLine.com, FuckThePrecariat.net, cose del genere. Funziona così: tu metti il tuo profilo, le tue esperienze di lavoro, i tuoi obiettivi, e poi ti arriva una mail alla settimana con delle offerte di lavoro.
Ho scoperto che io corrispondo al profilo di sbobinatore di nastri. Cosa fa lo sbobinatore di nastri? Semplice: mette su una cassetta e trascrive quello che c’è registrato sul nastro. Una pratica abbastanza comune per un “giornalista freelance” (vi prego, notate le virgolette) come me, che magari fa un’intervista per la radio e poi la trascriva sperando che venga pubblicata da prestigiose testate come “L’eco di Roccasecca inferiore” o “Il corriere di Baranzate”.
Ho risposto alla mail che mi offriva un lavoro da sbobinatore con il dovuto entusiasmo. Una settimana dopo mi hanno chiamato, per dirmi che stavano valutando il mio profilo per cinque ore di nastro. Nella scala degli sbobinatori penso che equivalga alla valutazione del conduttore di San Remo per uno showman.
Mi hanno richiamato ieri, dalla stessa agenzia di servizi (ah, signora mia, il terziario avanzato… Avanzato nel senso che nessuno ha avuto il coraggio di mangiarselo ed è rimasto lì, prendete pure). Ma non per le cinque ore, bensì per un lavoro di un paio d’ore di nastro. Ottanta euro netti, da consegnare entro lunedì. Stavo per accettare, quando ho chiesto: “Sì, ma quando mi pagate?” Musica d’attesa. Poi la signorina riprende la linea e mi dice: “Dall’amministrativo mi dicono che noi facciamo sessanta giorni fine mese”, una formula che vuol dire che se fatturano lunedì prossimo il mio lavoro mi pagano alla fine di luglio. Ottanta euro. Una somma che io, sebbene sia tutt’altro che ricco, non rifiuterei di prestare ad un amico di un amico.
Non ho saputo dire altro che “No, vabbè, dai, per ottanta euro un sessanta giorni a fine mese, no, dai.”
La gentile signorina mi ha ricordato che viviamo in un regime libero e democratico, e mi ha detto che posso rifiutare.
E appena ho chiuso la telefonata ho capito che no, non avrei sbobinato il festival di San Remo neanche quest’anno.

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Attendere, prego

Ultimamente il mio lavoro si sta riducendo ad una cosa soltanto: attendere. Aspetto che salgano percentuali di trasferimento. Che si carichino pagine. Che file vengano copiati. Vedo scorrere barre di completamento, avanzare rettangolini blu, verdi, rossi, neri, grigi, che tendono alla fine dell’alloggiamento dove scorrono (ed è meglio non pensare, in questi casi, al paradosso di Zenone).
Attendo, attendo, attendo. E, tra un’attesa e un’altra, un clic. Poi un altro.
Poi un altro.

Voi potreste dirmi: fa’ qualcosa, mentre aspetti i vari caricamenti, scorrimenti, trasferimenti. Lo faccio. Controllo la posta, di solito. Ma la mente è comunque rivolta alla parte di operazione che sto facendo, a quello che ha preceduto e quello che seguirà il caricamento. Rischio quindi di pubblicare i cavoli miei e di mandare via mail notizie, quando va bene, o blocchi di html. In quel caso, va male. Lo stesso vale per il blog. Non l’ho aggiornato per più di qualche giorno, ma stavo aspettando che si completassero alcuni caricamenti, upload, render, copie, processi.

Ma perché questo non rimanga solo un post lamentoso, vi regalo due canzoncine. Si tratta di due pezzi dei The Subways, un gruppo che ha vinto la sezione “emergenti” del Festival di Glastonbury due anni fa (credo), e che finora ha pubblicato solo un disco, uscito l’anno scorso: Young for Eternity. Ed è proprio con quello spirito che i fanciulli suonano. Tutto e subito, senza pensare troppo alle parole, ma mettendoci l’anima. Ovviamente sono inglesi. Ovviamente il loro secondo disco sarà del tutto dimenticabile, se mai ci sarà. Però mi fa strano che alcuni dei miei blog musicali di riferimento non ne abbiano dato notizia. O forse mi sono perso qualche post. O forse ad alcuni dei miei blog musicali di riferimento questo disco fa schifo. Va’ a sapere.

The Subways – I want to hear what you’ve got to say
The Subways – Rock’n’Roll Queen

(Ovviamente dovrete aspettare un po’ per scaricare i pezzi. Così questo diventa un post decisamente empatico.)

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Ciò che pratica Lorenzo P. (5 lingue parlate e scritte – esperto informatica – web marketing/web promotion)

curriculumCaro Lorenzo P.,

ignoro perché tu mi abbia mandato un curriculum. Io, sai, faccio parte di quelli che i cv li mandano, e sperano che qualcuno li legga. Probabilmente hai trovato il mio indirizzo insieme ad altri, o hai usato uno di quei programmini che creano le liste a cui mandare spam, non lo so. Spero per te che tu non sia messo così male da avermi mandato consciamente il tuo curriculum, ma credo sia un’ipotesi improbabile. Comunque, proprio perché spero che qualcuno legga le cose che mando in giro, ho letto quello che hai fatto, e sono rimasto sinceramente impressionato. Hai un paio di anni più di me e hai fatto e studiato una quantità di cose che io forse riuscirei a fare in due vite. Mentre lo leggevo pensavo che avrei potuto inoltrarlo a qualcuno, per darti una mano. Siamo tutti nella stessa barca, in fondo.

Poi, arrivato alla fine, ho letto i tuoi interessi, una parte del curriculum che io stesso valuto poco, sbagliando. E ho visto che, cito, pratichi musica, chitarra, canto, vela, letteratura, scrittura, poesia, volontariato internazionale, moto, tennis, pallavolo, trekking, enologia e gastronomia internazionale.

Potevi dirlo subito che volevi lavorare alla redazione di “Gusto” del TG5.

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C’è posta per me: pizzo version

Ieri mi è arrivata una lettera dalla RAI, in cui mi si informava dell'”avvenuto pagamento per le prestazioni autoriali” dello scorso luglio.
Oggi mi è arrivata una lettera dell’ordine dei giornalisti, con la quale vengo invitato al pagamento della quota per il duemilasei, quota che ammonta esattamente alla metà del compenso netto ricevuto dalla RAI.

No, niente teste di cavallo bronzeo nel letto. Domani vado a pagare.

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Crisi? Quale crisi?

Leggo questo post del pur sempre valido Inkiostro. Alle sue parole vorrei aggiungere che il concorso non è sponsorizzato, che ne so, dalle Cartiere Pigna, dal comune di Baricella o da una ACLI, bensì da MTV, una televisione che, come praticamente tutte le altre, ha sempre mostrato la ricchezza (degli altri) come qualcosa di raggiungibile e quasi tangibile. Il primo premio del prossimo concorso, probabilmente, sarà una pensione di invalidità truccata.

Poi vado al bancomat. Di solito accoppio al viaggio verso il bancomat la giocata al Superenalotto: le possibilità di vincere al gioco, infatti, stanno diventando preoccupantemente uguali a quelle che mi paghino per delle cose fatte o scritte mesi fa. Non so se ve ne siete accorti, ma ormai le schermate di attesa dei bancomat hanno delle pubblicità, che di solito riguardano particolari promozioni o vantaggi offerti dalla banca stessa. Beh, sullo schermo del bancomat dove sono andato un paio di ora fa è comparsa una scritta che diceva, più o meno:

Ricomincia la scuola! Chiedi i prestiti agevolati per i libri di testo!

Ora, ho comprato gli ultimi libri scolastici esattamente dieci anni fa. Oh, mica era una spesa fatta a cuor leggero, ma andare in banca a chiedere i soldi per comprarli, beh, sarebbe stato quanto meno bizzarro. (E lo so che c’è qualcuno tra di voi, cuore candido, che pensa a quanto sono generose le banche ad offrire questa opportunità…)

Torno a casa, controllo l’e-mail. Appena dopo la laurea mi sono iscritto ad un paio di siti che offrono lavori vari, di solito sottopagati, interinali, sodomy-friendly, eccetera. Di solito ci si iscrive a questi servizi compilando una scheda personale, una specie di curriculum, con ciò che si ha fatto e ciò che si vorrebbe fare, quanto meno approssimato ad una serie di campi di interesse.
In una mail mi offrono un posto da portiere condominiale in zona centro, a Roma. Richiesta esperienza precedente, laurea o diploma, età tra i venticinque e i trenta.
Il lavoro è per due settimane.
Non ci credete? Volevo mettere il link, ma mi sono accorto che l’offerta non è più presente sul sito.
E penso che, da qualche parte, a Roma, adesso un giovane portiere sta lì, smista la posta, saluta gli abitanti del palazzo e pensa, come tanti di noi, che così davvero non va più.

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La visione della RAI da vicino

Dovevo andarci martedì, invece, causa sciopero dei treni, è stata la giornata di ieri a farmi vedere la Rai da dentro, per la prima volta.
Come un vero professionista, ho preso il mio bell’Eurostar da Bologna alle dieci meno un quarto, per arrivare a Roma alle dodici e trenta.
Come un vero professionista, l’Eurostar ha ritardato di dieci minuti.
Come nei film, c’era la coda per i taxi.
Come un vero professionista, ho varcato le soglie di via Asiago 10 alle tredici e ventinove esatte. Ho detto il mio nome, hanno fatto una scansione della mia carta d’identità, mi hanno dato un pass (che però si dice passi, congiuntivo ottativo?), ho provato a passarlo nel lettore perché si aprissero le porte, dopo qualche tentativo, finalmente, sono entrato in Rai. Detta così sembra che avessi in mano un contratto. In realtà avevo in mano solo il passi, che, non so per quale motivo, aveva scritto sopra “scadenza alle 1334”. Per un momento ho pensato che avrei finito il resto dei miei giorni nelle stanze dell’azienda, tipo The Terminal.
In Rai tutti ti guardano con interesse, forse perché pensano che tu sia qualcuno di famoso. No, lo dico perché anche a me sembrava di avere già visto da qualche parte le facce che ho incrociato: cosa assurda, visto che, con ogni probabilità, era tutta gente che lavora in radio.
Comunque, sono salito al quarto piano e lì ho incontrato Violetta e la redazione di Atlantis. Qualche chiacchiera, poi abbiamo registrato i miei pezzi, che andranno in onda la prossima settimana, credo.
Alle due del pomeriggio ero già con Violetta a mangiare un tramezzino.
Alle due e cinquanta ero già sul treno per Bologna, sì, come i veri professionisti.
Trenitalia, però, ha surclassato il professionismo dell’andata, e quindi l’Eurostar è arrivato con mezz’ora di ritardo. Non ventinove minuti, trenta: scatta il lauto rimborso, per una cifra, presumo, intorno ai nove euro.

La stessa, guarda un po’, che serve per portarvi a casa questo.
Io lunedì parto per la Slovenia, come annunciato. Ma spero, prima di regalarvi una puntata di Referrers. Non assicuro niente, anche perché se continua questo caldo mi fonderò con la tastiera, come in una versione aggiornata de Il pasto nudo.

Statemi bene.

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Free

Tra tutte le parole importanti, care e cari, “free” ha un posto particolare. Comprensibile a chiunque, spesso legato al sostantivo “freedom”, questo aggettivo è una ventata d’aria  per il dissidente imprigionato, per il consumatore squattrinato, per il pensiero oppresso. E anche per il lavoratore atipico.
Ne inizio a comprendere i diversi significati con il passare del tempo, e con l’esperienza. Eccone alcuni.
Letteralmente “stampa libera”, in realtà il “free press” è un giornale o giornalino o giornaletto che viene diffuso gratuitamente per strada o nei locali. Può essere informativo (City, Leggo, Metro), con tendenze di costume (Urban) o semplicemente pieno di appuntamenti ed eventi che si svolgono nella città in cui viene distribuito. Un paio di mesi fa mi contatta un free press di quest’ultimo tipo, con sede a Bologna, e mi chiede di scrivere di cinema per loro. Nella mail si intende chiaramente che non potrò essere pagato. Ed ecco il duplice significato della parola gratis. Non paghi per prenderlo, non paghi per scriverci sopra. Siccome è una vita che lavoro gratis, tento al primo colloquio che ho con il direttore di ottenere qualche vantaggio materiale dalla mia eventuale collaborazione con il giornale. Dopo avere scartato un pagamento in termini di “visibilità” (visto che, sebbene la mia firma in fondo all’articolo sia in grassetto, sempre di carattere in corpo tre si tratta), dopo avere rifiutato un compenso in forma di caciotta venuta direttamente dalla Sicilia, fatta con le pecore della prozia della redattrice, riesco a piegare i vertici del free press per farmi avere una tessera che mi permetterebbe di andare a vedere tutte le proiezioni di un noto multisala cittadino gratis, free. E quindi accetto.
Per scoprire che la tessera è sospesa durante i primi dieci giorni di programmazione di qualsiasi film. Qualsiasi. Ora, dovendo guardare i film al massimo entro una settimana dall’uscita, per assolvere i miei doveri radiofonici, la tessera si rivela fondamentalmente inutile.
Rimane, quindi, il problema di fare dei soldini da qualche parte, per sfruttare il tempo libero che il lavoro part time mi lascia. Scartando alcune attività a me poco consone (tipo carpentiere, maestro d’asilo, fisico nucleare e, soprattutto, capo del mondo, che richiederebbe – ne sono certo – un full time che non mi posso permettere), penso ad un’altra tessera che ho e mi butto verso il giornalismo free-lance.
Il giornalista free-lance, spesso, è un piazzista. Tenta di vendere a chiunque qualsiasi cosa che ha scritto in vita sua, dalla lista della spesa ai dossier segreti del KGB (in questo caso, ovviamente, non appare la sua firma in calce). Fondamentalmente tutti cercano un giornalista free lance. O meglio, tutti sono disposti ad avere servizi incredibili, magari da zone delle quali gli inviati dei giornali non frequentano neanche gli alberghi. Io, al massimo, potrei fare un servizio dal Pilastro*, ma comunque mando lo stesso il mio curriculum qua e là, dovunque si richiedano delle collaborazioni di qualche tipo. Ed ecco la mail che ho ricevuto stamattina.

Gentile Utente,

la ringraziamo per averci contattato e per averci inviato il suo curriculum via mail, l’annuncio pubblicato nelle offerte di lavoro di XXX, in realtà riguarda la nostra ricerca di collaboratori free lance disposti a scrivere recensioni a titolo gratuito e volontaristico, naturalmente tutti i collaboratori usufruiranno degli accrediti stampa per seguire gli eventi da recensire, se questa offerta dovrebbe essere di suo gradimento e le interesserebbe collaborare con la nostra testata giornalistica, la invitiamo a contattare il nostro direttore responsabile, drt. YYY che le spiegherà tutte le modalità per l’inizio della collaborazione.

Ringraziandola ancora per la sua disponibilità e complimendomi con lei per il suo brillante curriculum, le porgo i nostri più cordiali saluti.

Quello che mi ha comunicato questa lettera, di nuovo, è il senso di libertà. Di un mercato del lavoro flessibile, mobile, elastico, volontaristico, libero da costrizioni, sindacalismi, burocrazie contrattuali. E, soprattutto, libero da regole grammaticali.

* Quartiere periferico di Bologna, dotato di fama sinistra e malavitosa (ma secondo me non è male).

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