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Pushing the envelope: intervista a Kaki King

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La mia conoscenza di Kaki King è direttamente legata al mondo dei blog. Poco meno di una decina di anni fa, infatti, un’amica-di-splinder, M., mi parlò di questa giovanissima chitarrista che faceva miracoli. “Tipo Ani Difranco?” “Di più”, mi aveva detto M., facendomela ascoltare. All’epoca, però, pensai che quello era funambolismo, più che musica. Qualche tempo dopo, però, cambiai idea e ascoltai attentamente le sue canzoni, trovandoci un’abilità notevole non solo nell’esecuzione, ma anche nella scrittura dei brani. Da allora ho avuto modo di chiacchierare con la musicista, ma solo agli inizi del mese sono riuscito (finalmente) a farla suonare a Maps, poco prima dell’ultimo concerto a Bologna (una città per la quale Kaki non ha mai nascosto il suo amore viscerale). Qui di seguito trovate la trascrizione dell’intervista, che potete sentire sul sito della radio insieme allo showcase.

Vorrei davvero sapere qualcosa sul tuo passato e sul tuo futuro: sono passati dieci anni dal tuo esordio discografico. Pensi di avere raggiunto degli obiettivi che ti eri posta allora, non te ne sei posta nessuno, ti senti più vecchia… Raccontami.
Non avevo obiettivi, all’epoca; neanche mi aspettavo di fare la musicista, per vivere: è successo, attraverso diversi accadimenti. L’unico obiettivo che credo di avere mantenuto è quello che noi chiamiamo “pushing the envelope”, cioè oltrepassare i limiti, sperimentare, cercare di fare sempre qualcosa di nuovo. Non è facile: nel mondo della chitarra, così come nella musica in genere, è stato fatto tantissimo, ma le mie orecchie cercano sempre di captare quella cosa, magari piccola, che ancora nessuno ha considerato. Ecco la sfida: non che ci riesca sempre, è ovvio. Dieci anni dopo mi sembra quindi, sorprendentemente, di avere appena iniziato: forse è un cliché, ma per me è vero. Il processo di scoperta della chitarra è infinito e non finirò mai di imparare. Non diventerà mai qualcosa di facile, è sempre una sfida. Sono grata per questo, perché se raggiungessi il massimo nel mio mestiere e non potessi andare oltre, che vivrei a fare? Quindi ci sono dei progetti molto interessanti nel mio immediato futuro, molto al di là della mia “comfort zone”, dello stare a mio agio.

Quali sono le cose che affronterai che ti metteranno a disagio?
In questo momento sono molto a disagio, perché sto creando un pezzo per chitarra e un’orchestra di sedici elementi, quartetto d’archi, oboe, clarinetti, ottoni, eccetera, che debutterà alla Carnegie Hall nella prossima primavera, a maggio. Sto scrivendo io stessa le partiture, ma non ho davvero imparato a farlo quando studiavo musica: ero un’adolescente, me l’hanno insegnato, ma insomma, devo imparare da capo qualcosa che la maggior parte dei musicisti conosce già. Una bella sfida, per non parlare del rapporto con il direttore d’orchestra e con questi musicisti davvero eccezionali: può intimidire. Inoltre lavoro con gli ETHEL, un quartetto d’archi molto famoso di New York: abbiamo collaborato diverse volte, suonano in un mio disco [l’ultimo Glow, del 2012, ndr] e andremo in tour insieme. Quindi, scrivo anche per loro, ancora una volta scrivendo le parti. Ma quando hai a che fare con persone che suonano così bene il loro strumento, devi scrivere per loro, conoscere quello che sono capaci di fare, ciò che gli piace e che non gli piace… Insomma, è questione di sfumature. Infine, sto progettando un live con una chitarra completamente bianca sulla quale vengono proiettate delle immagini che interagiscono con le mie mani mentre suonano. Le immagini sono proiettate anche su un grande schermo dietro di me, quindi c’è interazione tra queste diverse immagini e animazioni che in qualche modo raccontano una storia. Ecco, questo è il mio nuovo progetto che diventerà il mio nuovo album; d’altro canto, non mi sono mai molto occupata delle luci e simili, e l’aspetto visivo è così focalizzato su me che suono che tutta questa evoluzione è totalmente nuova. Ancora una volta: non sono in una posizione comoda, ma penso di dare il meglio in queste circostanze.

Non so se guardi il pubblico, quando suoni, ma se lo fai ti chiedo quale sia l’atteggiamento di chi ti ascolta che più ti rende felice.
Per me è dura, perché alcune delle mie canzoni sono molto energetiche, ma altre scavano a fondo nelle emozioni, e spesso sembra che la gente, semplicemente, mi fissi quando suono e non capisco cosa provino. Mi guardano e basta e penso: sono arrabbiati? Ho sbagliato qualcosa? Poi, dopo il concerto, vengono da me e mi dicono “Dio, quella canzone è stata un sogno, meravigliosa…” Ti posso dire che mi piace tanto quando dal pubblico mi sorridono, quando mi restituiscono un po’ di amore. Quando sei a teatro e vedi una rappresentazione c’è la quarta parete: il pubblico guarda e non interagisce. Talvolta la gente prende i miei live per uno spettacolo teatrale, perché suono la chitarra in maniera intensa, ma la verità è che amo entrare in contatto con il pubblico, vorrei ricevere anche io un po’ di bene, oltre ai baci che mi mandano.

Capisco il paragone con il teatro, ma, da spettatore dei tuoi live, ti posso dire che guardandoti fare quei prodigi con la chitarra si ha paura di farti perdere la concentrazione. Magari ho voglia di urlare, ma poi mi dico: e se urlo e sbaglia?
(ride) Non ci avevo mai pensato!

Se ci dai il permesso, possiamo urlare e fare un po’ di casino?
Certo, sarebbe meraviglioso! Dovete farlo!

Il 2013 è quasi finito: c’è stato qualche disco che ti ha colpito in qualche modo?
Mi sento un po’ in imbarazzo, perché ho passato il 2013 ascoltando quasi del tutto musica vecchia. Non voglio scegliere il disco sbagliato… Mi è piaciuto molto l’ultimo disco dei Tame Impala: per qualche ragione è finito sul mio stereo e l’ho ascoltato a ripetizione, è figo. Poi… è difficile, sulle cose recenti. Ho sentito molta bossanova brasiliana, ma ho prestato poca attenzione alla musica nuova, quest’anno: ho ascoltato molti chitarristi classici e compositori come Stravinskij, Chopin, Prokof’ev… Stavo imparando di nuovo a leggere e scrivere musica per orchestra, è stata la mia sfida. Quindi rifiuto ufficialmente di rispondere alla domanda, perché sento di essermi persa molto, ma dovevo recuperare alcune altre capacità.

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Semplicemente rock: intervista ai Drenge

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Il 19 agosto scorso ero a Londra: un paio di giorni dopo avere intervistato i Melt Yourself Down avevo appuntamento con i Drenge, che quel giorno facevano uscire il loro album di debutto per la Infectious Records, una delle etichette britanniche più attente alla nuova musica che, ancora una volta, non ha sbagliato. Rory e Eoin Loveless, batteria e voce/chitarra, fanno un rock scarno e crudo, senza ammiccamenti, potente. E, soprattutto, che funziona. Poco prima dello showcase alla Rough Trade (dove buona parte del pubblico era coetaneo, se non più giovane, dei due fratelli ventenni di Sheffield) ho chiacchierato con la band, arrivata all’appuntamento in notevole ritardo e con l’imbarazzo di due ragazzi che hanno scazzato di fronte a Pat, il capo dell’etichetta, e al secondo giornalista italiano con cui avevano avuto mai a che fare fino ad allora. Eoin, il più grande, aveva l’aria più spavalda. Il batterista (come molti batteristi?) era più introverso e vagamente vittima del maggiore. Ma entrambi hanno dimostrato qualità che si percepiscono anche nella loro musica: sono sinceri e diretti. Quale band “hype” ammetterebbe di avere suonato cover dei Keane e dei Razorlight?

Come avete cominciato a suonare? Qual è la storia della band ad oggi?
Rory. I nostri genitori ci hanno spinto a imparare il piano quando eravamo piccoli, suonavamo insieme, ma non ci piaceva il piano. Quindi io ho cominciato a suonare la batteria e Eoin la chitarra. Alla fine abbiamo fatto altre lezioni, suonato insieme e imparato delle cover. Quindi, un paio d’anni dopo, abbiamo scritto le nostre prime canzoni…

Che anno era?
R. Circa il 2011…
Eoin. 2010.
R. Nel 2010. E abbiamo iniziato a fare qualche concerto a Sheffield e diciamo che tutto è cominciato da lì. Abbiamo poi fatto un concerto a Londra, quindi a Manchester, a Leeds e poi in tutto il Regno Unito. Abbiamo continuato, registrato qualcosa, quattro pezzi due anni fa, a settembre, e altri tre o quattro un anno dopo. Il contratto discografico è arrivato a dicembre 2012 e quindi abbiamo registrato alcune cose per metterle insieme e fare il disco… che è uscito oggi!
E. Da quelle sessioni abbiamo fatto tanti altri concerti…

Guidando avanti e indietro da Sheffield! Vi ricordate che cosa suonavate agli inizi, che tipo di jam facevate, o erano cover?
R. Sì, facevamo cover di vari musicisti… I Keane…
E. [un po’ imbarazzato] Era molto tempo fa…
R. Abbiamo anche fatto una specie di cover alla lontana di “What A Wonderful World” di Louis Armstrong. E poi i White Stripes…
E. Anche se è un po’ deprimente ammetterlo… anche i Razorlight.
R. Già, i Razorlight.

Di tutte le band citate mi pare che i White Stripes siano gli unici a cui il vostro suono si avvicina, ma sono curioso della scelta di Louis Armstrong…
E. In realtà posso solo dirti che quella canzone mi piace e mi sono chiesto che ne potevo fare.

Di band con la vostra line-up ce ne sono: se doveste, quindi, definire la vostra caratteristica, la vostra peculiarità, cosa direste?
E. JEFF the Brotherhood sono in due, sono fratelli, ma più vecchi di noi. Potremmo quindi definirci la versione più giovane di quella band. Ecco la nostra peculiarità! In realtà penso che molte di questi duo vengono dagli Stati Uniti, non ci sono molte band britanniche così formate che fanno rock. E inoltre veniamo dalla campagna e abbiamo un gusto musicale molto ampio. Ecco, queste sono nostre caratteristiche che si rispecchiano anche nelle canzoni.
R. Quando abbiamo iniziato a suonarle, tre anni fa, non conoscevamo molti gruppi. La maggior parte dei nostri amici ascoltava dubstep o elettronica, cose così. Ovviamente ora è meno strano perché ne conosciamo di più.
E. Ha senso quello che hai detto?
R. No. [ridono]

La stampa musicale inglese è nota per creare fenomeni ogni settimana e il chiacchiericcio intorno al vostro nuovo album è enorme e non solo nell’ambiente strettamente musicale. Questo vi mette sotto pressione?
R. No, non mi sento sotto pressione.
E. Basta ignorare queste cose e andare avanti. Non è che ti dicono che hai fatto il miglior disco del mondo, dicono che è un disco molto buono e va bene così. Non è un album difficile, appartiene a un genere semplice, basilare, uno dei più vecchi. Non è nulla di complesso o che cambi le carte in tavola: è semplicemente rock. A parte quello che si dice intorno al disco, è un genere diretto che credo noi non suoniamo così male.

Un parlamentare inglese vi ha citati come band da ascoltare, in un’intervista ormai nota. In risposta a questa intervista, però, avete detto (cito) che “sarebbe stato meglio che la gente ci avesse conosciuto in maniera diversa”. Qual è il modo migliore di scoprire la vostra musica?
E. Abbiamo fatto da spalla ad alcune delle nostre band preferite: ecco un buon modo. A me piace chi apre i concerti, cerco sempre di vedere le band di supporto perché spesso si fanno delle belle scoperte. Abbiamo visto gli Splashh, quattro ragazzi che vengono dall’Australia, dalla Nuova Zelanda e da Londra, e c’erano due band con loro, i Wolf Alleys e i Big Deal: davvero bravi. Ci siamo ritrovati spesso nel circolo dei festival e siamo diventati amici.
R. Penso che abbia fatto gioco anche una bella comunità on line: blog e simili. E per gli appassionati di musica c’è una ricchezza di buone informazioni. È un bel modo per farsi conoscere. Perché in fondo se piacciamo a Tom Watson [il parlamentare di cui sopra, ndr], questo ci fa conoscere a un pubblico a cui in realtà della nostra musica non interessa poi molto, e d’altro canto la musica che facciamo non è per loro. Viene accolta in maniera frontale e ignorante da persone a cui non interessa la musica.

Qual è la vostra posizione sul download legale o illegale? Rendereste il vostro disco scaricabile liberamente?
R. Non saprei. Penso sia importante avere la possibilità di ascoltare la musica gratuitamente, ma è altrettanto importante dare un sostegno alle band. La gente lo fa venendo ai concerti. Il modo che ho io di comprare la musica è di ascoltare qualcosa on line e se mi piace la compro su un supporto fisico, anche perché in un certo senso se la pago le do più valore. E’ bello tornare a casa da un tour e mettere su un disco: mi piace più che avere musica costantemente. Ma se non hai i soldi e apprezzi la musica, be’, non farei nulla per impedire che tu possa ascoltare ciò che ti piace.
E. Credo che il punto sia come sfrutti l’artista scaricando musica gratuitamente, se suoni questi pezzi in un dj set o in un club. Abbiamo firmato un contratto per vendere il disco, non perché la gente lo scaricasse. Non sono come Kanye [West, ndr, il cui ultimo disco Yeezus non ha copertina], che pare incoraggi la pirateria. Abbiamo fatto in modo che la versione finale su vinile sia la migliore possibile in assoluto che tu possa comprare. Abbiamo impiegato del tempo per l’artwork, è l’unico formato che ha la stampa in caratteri dorati sul retro… Insomma, è speciale. Abbiamo anche fatto uscire dei singoli su sette pollici e ovviamente puoi anche comprarlo in mp3, ma cerchiamo di spingere la gente verso il lato fisico del disco, con la copertina grande e le stampe colorate.

Accidenti, l’ho appena comprato in cd.
E. Ma va bene lo stesso! È venuto molto meglio di quanto credessi: è stata la prima cosa che abbiamo avuto in mano ed ero colpito dalla stampa delle parole… È davvero bello. Insomma, il cd arriva secondo ma di poco, al fotofinish! (ride)

Parliamo un po’ delle parole delle canzoni: hanno a che fare col posto da dove venite? Ha avuto un’influenza sulla scrittura?
R. Certamente. Eoin ha scritto la maggior parte delle canzoni in un anno di pausa: non faceva niente se non stare seduto a casa e scrivere canzoni. Si è annoiato. C’è molto cinismo, cose buffe senza significato, momenti più rabbiosi…

Sei intervenuto nella scrittura delle parole?
R. Ci ho provato, ma mi ha cacciato via!
E. Sarebbe stato bello condividere anche questo, ma era una specie di frustrazione per me e per lui. Insomma, i compiti ce li dividiamo così.
R. Il posto da dove veniamo è distante e remoto: ci vuole un’ora di autobus per arrivare a Sheffield, il che è molto scocciante. Quando suonavamo a Sheffield dovevamo tornate con l’autobus e non potevamo rimanere a sentire le band dopo di noi. Non potevamo fare nulla! Io sono andato a scuola a Sheffield ed ero stupidamente invidioso dei ragazzi che abitavano là.

Ditemi quali sono i vostri dischi dell’isola deserta: cinque, due a testa e uno che vada bene per tutti e due.
E. Il tuo? No, iniziamo con quello che porteremmo entrambi. Moderno o classico?
R. Io direi classico, perché è sicuramente bello. Forse Highway 61 Revisited di Bob Dylan.
E. Sì, va bene, c’è “Desolation Row”, non è un album da spararsi così, è la canzone lunga alla fine… Highway 61 Revisited per tutti e due. Poi io mi porterei White Blood Cells dei White Stripes e anche Romance Is Boring dei Los Campesinos! O Pearl Mystic degli Hookworms.
R. È una domanda difficile… Probabilmente Solid Air di John Martyn, mi piace un sacco. E Los Angeles di Flying Lotus.
E. Quando pensiamo a questa cosa dell’isola deserta, non credo che vengano fuori i nostri dischi preferiti…
R. … ma quelli a cui pensiamo al momento!
E. No, no… Mi viene da pensare: “Sono bloccato su un’isola deserta con questi dischi, quindi devono essere dischi che ho già amato”.

Grazie a Emily Clancy per l’aiuto nella traduzione. L’intervista viene trasmessa oggi a Maps e potete ascoltarla qua.

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La bellezza di “Tookah”: intervista a Emiliana Torrini

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Ci sono delle interviste che sulla carta non sono più difficili di altre, ma che vengono rese ardue dalle condizioni in cui si svolgono. Da quando mi era stata ventilata la possibilità di intervistare la Torrini a quando la chiacchierata è avvenuta effettivamente è passato più di un mese, ma questo è normale. Meno consueto è che proprio nel momento dell’intervista tutti i telefoni della Rough Trade di New York (dove la musicista si trovava per provare il nuovo tour, che tocca Milano l’11 novembre, unica data italiana) abbiano deciso di andare in tilt e che quindi la chiacchierata sia avvenuta via cellulare. “In questi uffici c’è poco campo”, mi ha detto la Torrini prima che cominciassi a registrare. O almeno, credo abbia pronunciato quelle parole: intendere le sue risposte in certi frangenti è stato davvero difficile. Ecco quello che ci siamo detti.

L’ultimo disco si chiama Tookah. Che significa?
“Tookah” è una parola venuta fuori mentre improvvisavo una canzone: ogni volta che la cantavo mi rimandava a qualcosa di dolce, a qualcosa in me. Mi dà l’idea di essere qualcosa di bello, gentile, legato alla felicità, come se fosse un posto bello. Abbiamo avuto fortuna che sia spuntata così. Ormai è qualcosa legata alla mia essenza interiore: è stata una bella scoperta, e l’ho chiamata “tookah”.

Il disco ha un’atmosfera felice, ma talvolta i testi non lo sono, diventano quasi violenti, come nell’ultima traccia che chiude il disco in un modo piuttosto crudo. Quali erano i tuoi pensieri e sentimenti quando la registravi?
Il disco e la sua copertina parlano molto del dualismo: i due lati di noi, inscindibili. Non possiamo esistere solo con uno. L’album inizia con “Tookah” e finisce con “When Fever Breaks”; ci sono alcune canzoni, come “Blood Red”, in cui due voci si parlano, in cui una parte dialoga con l’altra. Il disco racconta dell’opposizione sì/no, di quella buono/cattivo, di questo tipo di conversazioni. L’argomento mi affascina, perché anni fa, quando ho subito un certo trauma, ho avuto un momento difficile, ho sfiorato la malattia mentale e ho dovuto riconsiderare queste due parti. Trovo il concetto molto interessante. È vero, il disco finisce in maniera violenta, ma si tratta di una violenza particolare: nessuno viene ucciso. Si parla più di passione, di perdita, di un dirottamento dell’amore che confonde.

In che periodo della tua vita esce questo disco? Non sei molto prolifica, quindi immagino che ti prenda i tuoi tempi: quando hai colto la prima scintilla e hai deciso di produrre il disco?
C’è stato davvero tanto tanto lavoro dietro all’ultimo disco. Con il disco precedente sono stata in tour per due anni e mezzo e mancavano tre settimane alla fine del tour quando ho scoperto di essere incinta di mio figlio. Ho quindi deciso che sarei rimasta a casa per un paio di anni, a fare la mamma. E mentre facevo la mamma dedicavo del tempo alla scrittura del disco, forse due volte alla settimana: era un’esperienza meravigliosa, ancora una volta c’erano due lati. C’era questa piccola creatura bisognosa di cure: pensavo che doveva mangiare, un giorno sarebbe andato all’università… Volavo con la mente. Ero molto confusa e ho dovuto prendere una pausa dai momenti creativi dedicati al disco perché non ero pronta. E quando ho deciso che non ero pronta… naturalmente è lì che è iniziato il vero lavoro. Ho fatto una sorta di viaggio del suono, ho sperimentato il comporre con altre persone, una sorta di sinfonia… Così venuto fuori un disco, Tookah.

Come hai lavorato con i produttori e coautori del disco, Dan Carey, Simon Byrt e Ian Kellet? Quali sono stati i loro ruoli e a cosa hanno contribuito davvero?
Con Dan abbiamo un metodo di lavoro per cui siamo completamente collegati in studio: lui suona alla chitarra e io sono al microfono con gli accordi. Se, quando inizia a suonare, io reagisco in qualche modo, registriamo e infine spuntano anche le parole. C’è improvvisazione: lui si occupa della parte di chitarra, io della melodia e delle parole.

Cosa mi racconti degli strumenti usati? Ho letto in rete che Dan ti ha portato dei synth e cose del genere: è stato un regalo, una sorpresa o è stata più una cosa di lavoro?
No, stavamo guardando dei video su YouTube di questi cugini che hanno fatto un nuovo strumento: si chiama Swarmatron e l’abbiamo ordinato. È arrivato dopo mesi, perché andava costruito ex novo. Nel frattempo ne abbiamo visto un altro per caso in cui un nerd del sintetizzatore ne suonava uno chiamato Oppenheim che mi ha veramente colpito. Sono diventata patita del mondo dei synth e abbiamo deciso di usarlo per un progetto collaterale a cui stiamo lavorando, di divertirci suonandolo. Insomma, sono io che ho portato questi synth e le idee a loro legate nel disco. È stato un viaggio bellissimo, perché è stata anche una sfida per Dan il fare musica così, il mischiare bene una musica diciamo folk con l’elettronica e i synth. Dev’essere fatta molto bene, o può venire uno schifo. È difficile tenere tenere un suono piacevole ma avere spazio nella musica, silenzi, le dinamiche giuste. Insomma, è stata una sfida su qualcosa di bello, interessante…

Hai registrato il disco pensando alla sua resa live oppure l’ambito di studio e quello dal vivo sono separati del tutto, per cui pensi all’arrangiamento live dopo che hai chiuso l’album?
Di solito accade dopo, sì. Mentre lavoravamo al disco non pensavamo assolutamente a nient’altro. Non si va oltre a “Che bella canzone, questa!”, quando scriviamo. Si tratta di qualcosa di molto chiuso e intimo, una bolla in cui viviamo. Solo dopo pensiamo ai live: talvolta è piacevole, altre è una specie di lotta, perché alcune canzoni non riescono così bene dal vivo, alcune sono migliori di altre. Ma certo, quando pensi al live entri in un mondo completamente diverso: pensi a come renderle sul palco, ma anche a come provarle. È del tutto differente.

Le nuove canzoni, dal punto di vista dei timbri e dei colori, influenzano la resa dal vivo dei brani più vecchi? Lo spirito di Tookah, insomma, le infonde dal vivo?
Sì, ma è una cosa che avviene col tempo, non subito. È qualcosa che ha a che fare con il suonare insieme. Più si suona insieme, più le cose si inquadrano in un disegno preciso, ma non è una cosa che stiamo facendo ora. Per ora sto ancora sudando con le prove con la band, perché sono in un Paese diverso [gli Stati Uniti, ndr], non posso andarmene troppo, ma le cose inizieranno a evolvere, penso. Lo spero! [ride] C’è una nuova band che deve imparare le canzoni nuove… Gli inizi sono sempre momenti interessanti.

Quali dischi ti sono piaciuti di più, tra quelli usciti quest’anno?
In quest’anno ho ascoltato molto il disco di Ásgeir Trausti, nella versione islandese, che adoro. Ho ascoltato anche John Grant. Faccio dei mix cd per mio figlio, perché non intendo sedermi in macchina e ascoltare le canzoni dell’asilo! Ho fatto questi cd, così li ascoltiamo insieme in macchina. Velvet Underground, Harry Nilsson, i Beach Boys, cose così.

A proposito della versione inglese dell’album di Ásgeir Trausti, quando sono stati pubblicati i primi video su YouTube ho visto alcuni commenti piuttosto critici da parte di utenti islandesi a proposito della traduzione. Tu che ne pensi? E, in genere, qual è la differenza tra cantare in inglese o islandese, una lingua peraltro molto musicale.
Non saprei: credo solo che sia bello che ci siano due versioni del disco per Ásgeir. Va bene, chi vuole l’ascolta in inglese, se no c’è quella in islandese. È bello avere la possibilità di scegliere. Adesso, perchè è Ásgeir, probabilmente potrebbe cavarsela anche cantando solo in islandese, ma credo sia fantastico che ci siano entrambe le versioni. Io sono cresciuta parlando anche molto inglese: ero in Germania, Italia (ma non parlo italiano) e ho cominciato a scrivere in inglese presto. In tutta la mia carriera sono stata molto criticata per non cantare in islandese, ma credo che sia una questione legata ai tempi. La musica su internet è in quantità soverchiante, ognuno ha migliaia di dischi sull’iPad, ma nessuno sa cosa possiede. La gente sta tornando alle proprie radici, davvero tanto. Torna al loro Paese e sta accadendo anche in Islanda. Ásgeir Trausti sta tornando a cantare in islandese, molto di più di quanto facesse prima. I fan a casa sono sempre di più, e questo penso che accada ovunque. Le persone stanno perdendo molti legami con la propria musica e con chi la fa. Comunque non so se farò mai un disco in islandese: dovrei cominciare a scrivere in quella lingua e non l’ho mai fatto!

Qui l’intervista audio, che va in onda nella puntata di Maps di oggi.
Grazie a Emily Clancy per l’aiuto nella traduzione.

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“Vogliamo che l’ascoltatore si perda nella nostra musica”: intervista ai MGMT

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Diciamolo subito: l’ultimo disco dei MGMT, il cui nucleo è formato da sempre da Andrew VanWyngarden e Ben Goldwasser, non funziona quanto il predecessore, Congratulations, un album che in molti, a mio avviso, hanno completamente sottovalutato. Ma il self titled uscito a settembre dimostra come la band persegua una propria strada, rischiando e mettendosi in gioco di continuo. Non è un caso che anche l’ultimo disco veda alla produzione di molti pezzi Dave Fridmann, al lavoro su quasi tutti i dischi dei Flaming Lips, una band per molti versi simile ai MGMT. In entrambi i casi c’è una ricerca del tutto personale nei suoni e nei temi, e un flirt da sempre esplicito con la psichedelia, intesa in diverse accezioni. La scorsa settimana, a Maps, ho intervistato al telefono Andrew: abbiamo parlato del disco, della band, della psichedelia e del potere magico della musica. Ecco la trascrizione della chiacchierata, che trovate in versione audio qua.

Uno dei nuclei tematici di Congratulations, il disco che precede MGMT, aveva a che fare con le conseguenze del successo del disco precedente, Oracular Spectacular: quali sono le basi del nuovo disco e come si collega al precedente?
Nel nuovo disco ci sono un paio di pezzi che, dal punto di vista tematico, dei testi, si rifanno alle esperienze vissute con i primi due album. Dal punto di vista musicale, invece, ci siamo mossi su terreno completamente nuovo: le nuove canzoni sono basate su improvvisazioni, sono un perdersi dentro alla musica. Abbiamo voluto fare delle canzoni che sembrassero provenire da un’altra dimensione.

Sembra che in MGMT abbiate raggiunto una piena “consapevolezza psichedelica”, dopo averne avuto qualche indizio in Oracular Spectacular e alcune piene conferme in Congratulations: avete quindi ottenuto il suono che cercavate da sempre, oppure questo è solo un altro passo verso una nuova tavolozza sonora?
Io e Ben crediamo che il nuovo disco rappresenti bene dove siamo ora, ma non è che abbia il suono definitivo della band. Speriamo sempre di cambiare suoni in ogni disco, pur rimanendo riconoscibili al pubblico. Ci sono alcune band che si comportano così. Quindi sì, credo che il prossimo disco sarà diverso ancora. Comunque credo che nel nuovo album ci siano un paio di episodi dove portiamo all’estremo la psichedelia, o meglio, la nostra idea di psichedelia che è portare la gente altrove (ride).

Come e dove avete registrato il disco?
A differenza del passato, abbiamo completamente scritto e registrato l’album in studio. Solo in occasione della prima sessione avevamo una canzone fatta, per il resto abbiamo lavorato in studio con Dave Fridmann (il produttore del disco, ndr). Lo studio è nella parte occidentale dello stato di New York, vicino al lago Eerie e ci siamo stati anche da soli, Ben e io, in pieno relax. In quei momento la nostra unica preoccupazione era creare musica che per noi fosse naturale e onesta.

Perché avete deciso di registrare la cover di “Introspection” di Faine Jade?
È una delle mie canzoni preferite del periodo psichedelico-pop, o flower-pop degli anni ‘60, che un mio amico mi ha passato un paio di anni fa. A un certo punto eravamo in studio e ci chiedevamo cos’avremmo fatto: abbiamo deciso di registrare una canzone scritta da altri, così da poterci concentrare solo sul suono, non sui testi o sulle strutture. Ci sono un sacco di album da cui estrarremmo delle cover…

Lavorare a una cover è un modo per rilassarsi e staccarsi dalla routine?
Esatto.

“Plenty of Girls in the Sea” è probabilmente la canzone, insieme alla cover citata prima, che si rifà in maniera più evidente all’era psichedelica “classica” degli anni ‘60. Mi ha ricordato alcune delle canzoni più leggere e meglio confezionate di Syd Barrett. Lui e il suo periodo sono i principali punti di riferimento dell’ultimo disco e della vostra musica in generale?
Syd Barrett e i primi Pink Floyd sono certo un riferimento e sono anche d’accordo su “Plenty of Girls in the Sea”: si rifà agli anni ‘60, anche se noi la vediamo orientata anche verso Harry Nilsson e i Cramps. Tuttavia credo che il disco sia anche influenzato da una serie di musicisti elettronici del periodo tra la fine degli anni ‘80 e i primi ‘90, molto importanti nella definizione del suono. Abbiamo cercato di ricrearli.

In molti testi di MGMT troviamo dei riferimenti all’inganno, all’illusione, anche alla bugia, come nel singolo “Your Life Is a Lie”. Come mai sei interessato a questi concetti, che tavolta come in “Congratulations”, la title track del penultimo disco, sono perfino coniugati in maniera concreta e realistica: lì dicevate che il successo non portava alle conseguenze che uno si aspetta o che gli pare di vedere…
Ben e io amiamo molto il concetto di dualismo nella musica: talvolta creiamo musiche ritmate e felici e le accoppiamo a testi sinistri o paranoici. È una delle cose che amiamo di più del fare musica insieme. Ma il tema delle bugie o, se vogliamo, della cospirazione, è ben presente anche nel primo disco. Nel secondo album un pezzo come “Flash Delirium” parla di come ci sia continuamente un mondo di distrazioni, e si fluttua sulla vita senza rendersi conto che ci sono alcune cose che rimangono a lato che sono molto più vere di quanto si creda. Quello che abbiamo voluto trasmettere in diverse canzoni del nuovo disco: credo sia salutare porsi alcune domande anche solo per pochi secondi, come il chiedersi se la propria vita sia una bugia. Il pezzo non è un modo per imporre qualcosa dall’alto alla gente, è più un suggerimento di porsi questa domanda da soli. Insomma, la psichedelia può essere spaventosa, ma allo stesso tempo portare a viaggi bellissimi.

E torniamo al dualismo…
Esatto.

Un’altra figura ricorrente è quella del narratore che trascina l’ascoltatore nel suo mondo, un mondo magico (o fin troppo reale), talvolta in maniera molto esplicita. Penso all’inizio di “Your Life Is a Lie”, dove canti: “Here’s the Deal / Open Your Eyes” (“L’accordo è questo / Apri gli occhi”). Ma in “Introspection” viene messo in discussione il potere delle profezie, o delle visioni. Quindi: la musica ha o non ha un potere sciamanico?
Penso di sì. Ben e io ci giochiamo, con questa cosa: specialmente nell’ultimo album, dove abbiamo improvvisato molto, come dicevo, e siamo arrivati quasi a stati di semi-trance, dove canalizzavamo qualcos’altro nella musica. È qualcosa che ho provato a fare anche nella scrittura di alcuni testi, perché molti autori che amo usano questo metodo per scrivere e creare. Arrivare a questo stato di semicoscienza, o come lo vuoi chiamare, è un approccio sciamanico, magico per fare arte e musica. Ecco perché abbiamo pensato all’Optimizer, questa componente visuale del disco che pensiamo aiuti l’ascoltatore a concentrarsi sulla musica, senza distrazioni. Vogliamo che l’ascoltatore si perda e venga trasportato dal disco.

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Dal Nilo al Tamigi: intervista con i Melt Yourself Down

Melt Yourself Down - 17.08.13 -29

Una delle cose più belle che mi può capitare quando ascolto un disco nuovo, estratto dai pacchi di cd che arrivano, è metterlo nel lettore, magari dando le spalle alle casse o facendo altro e, dopo qualche secondo di musica, venire rapito al punto da lasciare ogni altra attività e rivolgere l’attenzione (anche posturalmente) alla musica. Il debutto dei Melt Yourself Down, band nata da Pete Wareham degli Acoustic Ladyland e formata da membri di Sons Of Kemet, Hello Skinny, Zun Zun Egui, Transglobal Underground e da musicisti che suonano con Fela Kuti e Mulatu Astakte, ha avuto su di me esattamente questo effetto: mi sono letteralmente innamorato del mescolamento di afro ed elettronica del gruppo britannico e sono andato a vederli dal vivo a Londra, in agosto. Su una panchina vicina al Tamigi ho intervistato il sassofonista Pete Wareham.

Come è nata la band? È iniziato tutto per caso o c’era da subito l’intenzione di fare un disco?
No, non ero intenzionato a fare un disco all’inizio, ma solo a creare quel tipo di musica. Con gli Acoustic Ladyland ogni volta andava così: facciamo un disco, registriamo qua, facciamo quest’altra cosa, avevo sempre delle scadenze. Ho scritto un disco, non ha funzionato, non l’abbiamo pubblicato e ho capito che il problema erano proprio le scadenze. Ho sempre pensato di essere bravo con le scadenze, ma poi mi sono reso conto che non lo ero. Quindi stavolta ho pensato: non avrò scadenze né progetti di pubblicazione; mi limiterò a scrivere della musica, mettere insieme una band e vedere cosa succede. Ecco come sono andate le cose. E solamente qualche mese dopo l’inizio di tutto ho pensato che potevamo registrare qualcosa.

Come hai trovato i ragazzi della band?
Ho dato loro un colpo di telefono.

Eravate amici?
Sì, persone che conoscevo e con cui lavoravo da tempo.

Qualcuno che hai chiamato ha iniziato e poi se n’è andato o anche non era interessato dall’inizio?
No, hanno detto tutti di sì.

Quindi hai trovato subito le persone giuste!
Sì, in realtà non è che li abbia chiamati dicendo loro “Ti va di fare parte della band?” o cose del genere. Ho solo chiesto se volevano suonare. Hanno detto “Certo che sì” e poi gli è piaciuto farlo ancora, sempre in maniera rilassata, più come un ritrovo che come le prove per una nuova band.

L’album è un viaggio tra Africa e Europa: quali sono i suoi riferimenti musicali?
La musica nubiana, quella relativa all’Egitto. Ne ascoltavo molta e volevo rifare quel suono. Anche la musica algerina. Quindi praticamente la musica nordafricana in generale. Volevo fare passare questa sensazione, ed ecco perché ho messo insieme questa lineup, che è simile a quella usata da Ali Hassan Kuban. C’è un suo pezzo, “Habibi”, che mi ha fatto pensare che volevo lo stesso tipo di suono. Ci sono gli stessi tipi di strumenti che ha una tipica band nubiana, fiati e percussioni. Volevo fare qualcosa con un sacco di fiati e percussioni. All’inizio c’eravamo solo io e Shabaka [Hutchings, altro sassofono della band, ndr]: abbiamo trovato il cantante più tardi.

Hai pensato di usare anche strumenti antichi e tradizionali, che non fossero percussioni e fiati?
Sì, ci ho pensato e magari ci sarà spazio per loro, ma mi piace l’idea di non fare capire facilmente da dove veniamo e cosa facciamo. Diventa un misto di cose diverse, una sorta di geografia della psiche: mi piace fare le cose a modo mio. Io vivo a Londra, be’, un po’ fuori, ma insomma: sono britannico e non sono mai stato là. Non voglio fare un omaggio a quel tipo di musica, ma suonare la mia. Se usassimo gli strumenti tradizionali, ci legheremmo troppo a quel genere e sarebbe qualcosa di troppo definito. Ma magari in futuro…

Mi racconti della produzione e della registrazione del disco? C’è stato spazio per improvvisazioni che poi sono finite, in qualche modo aggiustate, sul disco, per esempio?
Ho registrato le canzoni sul mio computer, inizialmente usando strumenti midi, campioni e loop, suonando il sassofono, cantando e giocandoci un po’. Poi ho trascritto le partiture, ho messo insieme la band, gliele ho date, le abbiamo suonate, abbiamo registrato le prove. Quindi me le sono riportate a casa, ho editato queste prove, aggiungendovi più fiati e altre cose, le ho riportate alla band… e avanti così.

Il disco è sperimentale, suona fresco e, allo stesso tempo, richiede attenzione allo spettatore. Inoltre ha una schietta attitudine “live”: le canzoni sono state create pensando alla loro resa dal vivo?
Non in maniera precisa, a dire il vero, ma siamo tutti musicisti che suonano soprattutto dal vivo: non passiamo la vita in studio, ma sul palco. Poi, ogni tanto, registriamo. Quindi sì, volevo che fosse una cosa entusiasmante da fare dal vivo, ma non perché ho pensato che la gente dovesse rispondere in un certo modo, ma perché volevo suonare così, volevo che la band avesse quel suono.

Parlando sempre di live: visto che provenite da band diverse, non dev’essere facile trovare del tempo libero comune a tutti per fare dei concerti. C’è un tour in vista?
Sì, faremo qualcosa in Belgio, abbiamo un concerto in Francia, al festival Rencontres Trans Musicales di Rennes, una bella manifestazione a cui partecipa un sacco di gente e anche molti promoter, quindi spero che dopo avremo più lavoro all’estero. Diciamo che dove ci vogliono, ci avranno e andremo a suonare per loro. Semplice.

Qual è il ruolo delle parole nelle canzoni? Ci sono dei collegamenti tra i brani, da quel punto di vista?
Kushal [Gaya, il cantante, ndr] ha un approccio alla musica simile al nostro. Talvolta ci improvvisa sopra, lo spezzetta e lo rimette insieme in una canzone, si inventa una sua lingua. È delle Mauritius, quindi parla il creolo, il francese, l’inglese e qualche altra lingua. Si inventa delle parole, ma poi ripete le stesse, non è che improvvisi ogni volta: sono parole, ma non è che devono significare sempre qualcosa. Quello che mi piace di molta della musica nubiana che mi aveva ispirato all’inizio è che è parte del desiderio di preservare la civiltà nubiana. Quel popolo, infatti, inizia a essere disperso anche a causa della diga di Assuan: molti sono andati a vivere al Cairo e c’è una buona possibilità che quella cultura sparisca. Quindi realizzarono molte cose in quella lingua, per preservarla e ovviamente io non la parlo per nulla: di molta della musica che amo non capisco le parole. Non sono parole inglesi su cui costruisco una storia, ma puramente suoni. Quindi mi piace che le parole di Kushal non significhino nulla, perché così la voce ha a che fare con un lato estetico, non con la narrazione. Ma se vuole avere il lusso di usare parole inglesi può farlo: è libero.

Ultimamente molta musica africana è arrivata tramite musicisti anglosassoni: penso alla musica del Mali portata da Damon Albarn, ai Dirtmusic e al lavoro fatto da Dan Auerbach insieme al chitarrista Bombino. Conosci questi dischi?
A dire il vero non ho sentito quasi niente di quelle cose, ho fatto le mie ricerche, ho trovato delle cose per caso, le ho ascoltate e le amate, ma senza pensare di volere fare parte di una certa scena o movimento. Sento musiche che mi piacciono e penso: voglio fare un suono così.

Ti ricordi delle emozioni che hai provato quando, come hai detto tu, sei incappato in queste musiche per la prima volta?
Sì, è stato nel 2000, un bel po’ di tempo fa. In biblioteca ho trovato un cd, la guida di Rough Guide alla world music: c’era un cantante algerino, Dahmane El Harrachi, e una band nubiana contemporanea che vive al Cairo, i Salamat e ho pensato “Wow, incredibili!” e ho continuato da lì.

Quali sono i tuoi cinque dischi dell’isola deserta?
Intendi classici senza tempo della mia vita? A Love Supreme di John Coltrane, Astral Weeks di Van Morrison, e poi… Dio… che domande mi fai! Pink Moon di Nick Drake, Ready To Die, di Notorius B.I.G. e 2001 di Dr Dre. Non c’è musica africana, perché non sono album interi, ma raccolte. Dai, aggiungo anche Walk Like A Nubian di Ali Hassan Kuban.

Un paio d’ore dopo, Pete e i suoi hanno letteralmente infiammato il piccolo palco dell’altrettanto piccolo Propstore, un locale adiacente al National Theatre. Il live è stato uno dei più intensi visti quest’anno (in cui di concerti belli ce ne sono stati proprio tanti). Vedendo la band dal vivo si percepisce qualcosa che sempre più raramente affiora durante un concerto: l’urgenza di suonare. Basterebbe anche solo questo per fare dei Melt Yourself Down una delle band da tenere d’occhio e da non perdere quando saranno in Italia per alcune date nel prossimo dicembre.

Qui l’intervista audio. Qui la galleria fotografica del live al Propstore.
Grazie a Emily Clancy per l’aiuto nella traduzione.

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Non si può scrivere altro che d’amore: intervista a Miles Kane

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Lo ammetto: pur amando molto la musica britannica, ci sono alcune band che vengono dalle isole lassù che mi lasciano indifferente o non mi piacciono proprio: gli Arctic Monkeys sono una di queste. A parte il primo disco (o meglio, il primo singolo) la band di Alex Turner mi ha sempre detto poco. Ciononostante, penso che Turner sia musicalmente davvero dotato e la dimostrazione di questo talento sta a mio avviso nel disco realizzato insieme all’amico Miles Kane qualche anno fa, firmato The Last Shadow Puppets. Quando mi hanno proposto l’intervista all’ex-voce dei Rascals, quindi, ho accettato subito e sono andato a riascoltarmi i due dischi pubblicati da solista, scoprendo delle cose interessanti nell’ultimo album, uscito a giugno.
Giovedì scorso ho incontrato Miles Kane per una breve intervista nel backstage di piazza Castello a Ferrara, poco più di un’ora prima che salisse sul palco. Se volete ascoltare il suo meraviglioso accento di Liverpool, andate ad ascoltare l’audio sul sito di Radio Città del Capo, che inoltre trasmette l’intervista oggi intorno alle 11 e, nel pomeriggio, verso le 15.

Il tuo ultimo disco si intitola Don’t Forget Who You Are, cioè “non dimenticarti chi sei”. Chi è Miles Kane e quanto è ancora quel ragazzino che ha avuto la sua prima chitarra in dono dalla madre, considerando il grande successo che hai?
Penso che in fondo non cambierò mai. Credo di essere lo stesso ragazzo che suonava quella chitarra, ma vedi, si cresce e si evolve allo stesso tempo. L’importante è non rimanere impigliato nelle cose. Gli Arctic Monkeys sono l’esempio perfetto di chi ha successo, ma non cambia. Sono sempre loro stessi e continuano a tenere alla musica. Ecco quello che voglio anche io.

C’è un fattore, qualcosa, qualcuno, o un pensiero che ti tiene con i piedi per terra?
Probabilmente mia madre: siamo molto vicini e lei è un esempio per me.

Paul Weller ha contribuito al tuo ultimo disco. Sembra che la vecchia generazione di musicisti britannici non riposi per nulla sulle glorie del passato, ma voglia invece aiutare i giovani. Che ne pensi?
Paul è davvero un buon amico, ora, e ho una grande stima per lui. Mi ha incoraggiato molto, anche se non era obbligato a farlo, ma sa che ho grinta, che volevo fare il disco e farlo bene. Ero intenzionato a lavorare duro per arrivare dove volevo. Penso che sappia che sono vero.

Come si è comportato con te? Era il fratello maggiore, il padre, una specie di amico, il collega…
(ride) Un po’ tutto! Lui è per me una fonte di ispirazione… Vorrei essere come lui a 55 anni, stare qui seduto con te a parlare del mio nuovo disco, capisci? Mi voglio giocare tutta la partita, anche se ci sono alti e bassi… Le cose non nascono all’improvviso, ma vorrei fare questo, scrivere buona musica, per sempre.

Secondo te in cosa è meglio il tuo ultimo disco, se confrontato con l’album di debutto?
Penso sia più diretto. Le canzoni sono più consistenti. È un disco più conciso e brillante. Questa era l’idea di partenza che volevamo seguire. È un disco da suonare dal vivo, per darti energia.

La tua esperienza live quindi è stata determinante quando hai scritto le canzoni nuove…
Sì, tantissimo.

E le hai registrate pensando poi a quando le avresti suonate dal vivo…
Sì, al cento per cento. Sì.

C’è qualcosa o qualcuno che ha ispirato questi nuovi brani? Una specie di riferimento, un posto, una persona…
Tante cose, sai. Cose che mi sono accadute nell’ultimo anno. Non si può scrivere d’altro… cioè, per me si è trattato dell’innamorarmi del tutto e del disinnamorarmi davvero per la prima volta. È stata davvero la prima volta che mi sono innamorato sul serio e non si può scrivere altro quando ti capita, no? Forse nel passato ci sono andato vicino, ma stavolta volevo davvero essere onesto con i testi e esprimere i miei sentimenti, che fossi arrabbiato o felice.

Si tratta di messaggi molto diretti o li hai un po’ “lustrati”?
Be’, sì: penso che siano abbastanza diretti.

Cosa provi quando canti queste parole e quando lo fai dal vivo?
Diciamo che si formano delle piccole immagini nella mia testa che mi ricordano alcuni periodi, quando le scrivevo. Sento queste cose… Molte di queste canzoni erano dei demo e li ho ascoltati tantissimo. Mi ricordano di questo momento dell’anno scorso, quando eravamo presi dal tour ma scrivevo comunque, preparavo questo nuovo disco, mi succedevano un sacco di cose… Ecco cosa provo; ma c’è una canzone sul disco, “Out of Control”, un brano piuttosto lento, che talvolta mi emoziona. Non la suoniamo, cioè, l’abbiamo suonata solo un paio di volte, perché mi commuove. Cazzo, è pazzesco…

Pensi che a ogni concerto le cose migliorino da questo punto di vista? Il fardello emotivo si assottiglia, ne lasci un po’ su ogni palco, per sentirti più leggero?
Sì, forse sì.

Ne lascerai quindi anche un po’ a Ferrara, speriamo…
Speriamo. Sono felicissimo di suonare qua, perché non sono mai stato in Italia prima. Non ci ho mai suonato, se non ieri sera. Sento che la mia musica può funzionare qua. Il concerto di ieri a Roma è stato bellissimo, la gente è stata fantastica. Voglio venire qua spesso in modo da potere organizzare poi il mio tour. Non capisco come mai non sia venuto prima in Italia, perché ho fatto tanti concerti in Europa, molte volte. Sono stato molto in Francia, ho dato tanto là. Mi piacerebbe venire qua come ho fatto in altri Paesi, passare del tempo per farmi conoscere. Mi piace! Sono stato a Milano un paio di settimane fa per quattro giorni e a Roma per tre. È stato bello. Insomma, viaggio ovunque, in Paesi diversi, ma non so: dev’essere l’aria, mi piacciono le persone di qua.

Apriamo una breve parentesi su The Last Shadow Puppets: innanzitutto ci sarà un altro disco?
Non è pianificato, ma di certo ci piacerebbe farlo, un giorno.

Visto che Scott Walker era uno dei riferimenti principali del disco, cosa pensi del suo ultimo album, Bisch Bosh? L’hai sentito?
No, è un disco strano. Ho The Drift, ma è troppo.

Troppo cupo?
Non mi rende felice, non mi dà niente. Non riesco ad ascoltarlo. È troppo strano.

Mi dici al volo tre cose che ti rendono felice? (Miles ride un po’ imbarazzato) Ok, puoi dire “il sesso”, senza bisogno di scendere in dettagli… Allora altre due, dai.
Cose che mi rendono felice… C’è un disco che amo. È di Charles Bradley, un sessantacinquenne che nella vita fa il sosia di James Brown. Hai presente quella band, Sharon Jones and the Dapkings? Be’, l’hanno voluto per la loro etichetta: l’hanno visto, gli è piaciuto e ha firmato. Sono usciti due dischi: ti consiglio No Time for Dreaming, di Charles Bradley. Mi rende felice e lo ascolto ogni giorno. Poi fare un bel concerto, sudare e andare fuori di testa, senza problemi sul palco: anche questo mi fa felice.

Una domanda un po’ più ampia delle altre: sei un giovane britannico e vorrei conoscere il tuo punto di vista sulle giovani generazioni del tuo Paese, sia in generale sia parlando di quelli che, come te, hanno a che fare con l’arte. Ci sono speranze, soldi, posti, gente, attenzione…
Be’, è dura, lo è sempre. Raccogli, nella vita, solo ciò che semini. Qualunque cosa tu voglia fare, che sia il giornalista, il cantante o il pittore, devi volerlo al cento per cento. Da ragazzini ci si distrae e io mi sono distratto molto, ma quando vuoi qualcosa davvero ci possono volere un sacco di anni per ottenerlo, ma devi crederci molto. Non perderti in cazzate.

C’è un pensiero o qualcosa che tieni a mente per evitare di distrarti, o che usi quando sei pigro, quando non dai il cento per cento e più?
Abbiamo tutti quei giorni o quei momenti in cui vorresti prendere in mano la chitarra e scrivere, ma non lo fai. L’importante è non perdere di vista l’obiettivo.

Grazie a Emily Clancy per la revisione della traduzione.

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Raccontare con gli arrangiamenti: intervista a Matthew E. White

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Big Inner è uno dei dischi dell’anno scorso che mi sono un po’ sfuggiti: capita di appuntarsi mentalmente di ascoltare un album che poi, per un motivo o per un altro, non riesce mai a meritarsi il tempo necessario ad apprezzarlo. Qualche tempo fa, finalmente, mi ci sono messo e l’ho ascoltato più volte da cima a fondo. Ciò che mi ha fatto impressione è stato il primo approccio. Mi ha fatto tornare in mente What’s Going On di Marvin Gaye: gli strumenti che arrivano un po’ alla volta, senza una intro vera e propria, come se l’ascoltatore entrasse gradualmente in una casa dove già si suona, scoprendo la musica che viene da dentro un po’ alla volta. Quest’immagine mi è rimasta impressa nella mente fino a quando ho incontrato Matthew E. White in un albergo di Barcellona: il musicista era là per un concerto al Primavera Sound. E quindi l’intervista è iniziata con questo parallelo tra i due dischi che, l’avrei capito alla fine della chiacchierata, non era poi così peregrino.

Se Gaye si poneva delle domande sulla violenza e sui violenti cambiamenti della società degli anni ’70, c’è una domanda che Big Inner si fa o fa al suo pubblico di ascoltatori?
No, non in senso proattivo: non credo ci sia un tema dominante o una domanda che viene posta lungo il disco, oppure se c’è è qualcosa di inconscio. Non ho scritto l’album con grandi temi in mente: dopo averne parlato con un po’ di gente, ritengo che ci sia un senso di speranza opposto al turbamento. Èin effetti un argomento importante, ma ancora una volta è stato qualcosa di inconscio, non il risultato di un tentativo di fare emergere quel messaggio.

Quando hai capito che era arrivato il momento di realizzare il tuo disco? È stata solo una questione materiale, di tempo, oppure c’è stato qualcosa di più profondo che ti ha spinto?
Credo che sia dipeso dal rapporto con la comunità nella quale vivo. Per dieci anni sono stato prima uno studente all’università, poi una specie di organizzatore con ruolo da promoter e quindi ho messo in piedi la mia prima jazz band… Con queste esperienze ho pensato che sarebbe stato bello creare un’etichetta discografica che fosse basata sull’idea di fare musica insieme alle persone con le quali già la facevo: si trattava di dare un nome a tutto questo e di organizzarsi meglio. Quando l’ho fatto, ho chiamato l’etichetta Spacebomb ed è cominciato un processo che mi ha portato a pensare che forse dovevo uscire io per primo, che io dovevo essere la prima persona a provare quello che cercavo di realizzare: soprattutto perché, se fosse andata male, ci sarei andato di mezzo solo io, visto che l’idea era mia. Insomma, non si è trattato di una reale scelta forte, quanto di una serie di eventi che sono successi in molto tempo e che mi hanno naturalmente portato a fare un disco. Ecco, penso che sia il modo più facile per spiegarlo.

La Spacebomb è un altro esempio, come ce ne sono negli Stati Uniti, ma anche nel Regno Unito, di etichetta-collettivo, un po’ famiglia, un po’ legata ai rapporti di amicizia, oltre che di lavoro. Ci racconti di più?
Guarda, io vengo da Richmond, in Virginia: è un posto che ha una tradizione, dove vivono musicisti e da dove altri musicisti provengono. Tuttavia penso che negli ultimi dieci anni abbia acquisito uno slancio particolare: gente con cui andavo a scuola ha deciso di rimanere invece di spostarsi altrove. Penso che ciò che rende una comunità speciale non sia il decidere consciamente di fare qualcosa insieme, ma il valore di ciò che si fa insieme. Chiunque può dire con i suoi amici “facciamo musica insieme”, ma è ancora meglio fare buona musica insieme. Molti a Richmond hanno detto “stiamo qua e facciamo musica” e credo che ciò che hanno prodotto (e non parlo solo di Big Inner) sia qualcosa di davvero molto speciale. È un posto speciale perché abbiamo deciso di rimanerci, ma anche perché la musica che facciamo lo è. È la musica che possiamo fare solo noi, questo gruppo di persone… Ed è un gruppo nutrito, siamo in 30-40, interagiamo tra noi, è davvero bello farne parte: in questo momento io sono un leader, nel senso che ho la possibilità di andare in giro per il mondo e parlare con te e altri di cosa facciamo. Per esempio il mio amico Reggie… Eravamo in una band insieme e poi l’ha voluto Bon Iver nella sua per il tour. Quindi prima c’era lui a girare, a fare da predicatore per Richmond, ora tocca a me… È stato divertente farlo negli ultimi due o tre anni: questa piccola comunità ha avuto modo di viaggiare ed è bello che sia stata notata sempre di più.

Pensi che fare base a Richmond faccia un’enorme differenza rispetto a vivere a Los Angeles, New York o Austin, che sono città di riferimento per la cosiddetta scena indipendente statunitense?
Sai, in realtà credo che quello che è accaduto negli ultimi anni con internet e i media digitali abbia decentralizzato l’industria. Certo, gli uffici delle case discografiche sono a New York e Los Angeles, ma il modo in cui lavorano i direttori artistici, l’andare nei club, non è più lo stesso. Le cose si muovono e, insomma, non ho trovato alcun reale svantaggio a stare dove sono, anzi! Lo dico spesso, ma non potrei fare altrove quello che faccio. E non sto a Richmond perché voglio stare a Richmond, ma perché Richmond è l’unico posto dove posso fare la musica che voglio, questo è ciò che la rende unica. Non è questione di orgoglio o di avere molti amici in città: ci vivo perché è ciò che è più giusto che faccia per la mia carriera. Non potrei trasferirmi a Austin, Los Angeles o New York e continuare con la musica che faccio.

Torniamo al disco: c’è spesso un contrasto tra ciò che canti e il modo in cui lo fai. È una scelta precisa o deriva solo dal tuo stile e quindi canteresti a proposito di qualsiasi argomento così?
Ancora una volta, non credo che si tratti di qualcosa di intenzionale. O meglio, lo è nel senso che il modo di cantare che ho e di affrontare i temi che ci sono nel disco mi rispecchia molto come persona. Ho uno stile vocale che uso e mi è capitato di scoprire che mi si adatta bene. Quindi per me c’è una bella corrispondenza tra come sono qui, mentre ti parlo, e come sono sul palco: non ci sono maschere da indossare. Questo è molto bello e mi permette di scrivere di alcuni argomenti su disco. È per me qualcosa di molto personale, introspettivo e intimo. D’altro canto questo mi permette di esprimere emozioni più grandi con i suoni, la musica, gli arrangiamenti. Così si può raccontare una storia a tre dimensioni o raccontarne due: da un lato cantando, diciamo, in maniera piatta, o non troppo emotiva e rilassata. Dall’altro ci sono questi grandi arrangiamenti che rappresentano l’altro lato della narrazione. È significativo, perché se cantassi la stessa canzone al piano o alla chitarra si perderebbe la natura tridimensionale della storia, e questa è la peculiarità di lavorare con gruppi numerosi di persone e arrangiamenti estesi: si può raccontare molto della storia senza farlo propriamente.

Si è parlato del tuo album anche come un disco gospel, ma in un brano dubiti della tua stessa fede. Qual è il tuo rapporto con la religione e il cristianesimo? So che i tuoi genitori hanno a che fare con questo e vorrei saperne di più.
Sì, sono cresciuto in un ambiente molto religioso, molto cristiano. I miei genitori erano missionari oltreoceano e tutto questo ha fatto parte della mia vita a lungo. Da dieci anni a questa parte, però, ho intrapreso il mio viaggio, qualunque sia: talvolta ci sono molti dubbi, talvolta non mi sento a mio agio con alcune delle ripercussioni che la fede porta con sé, ma ci sono diverse cose del mio passato che rispetto molto. Penso che tutti abbiano un percorso di fede, unico, basato su come hanno affrontato alcuni eventi: è un lungo viaggio. Per me si è trattato di documentare questo sul disco e affiancare questioni religiose di fede ad altre cose, perché la nostra vita è così. Qualunque cosa facciamo, che sia stupida, formativa, importante, è affiancata da un lato spirituale: devo essere sincero e dire che questo fa parte della mia vita così come lo è una brutta relazione, o la morte di qualcuno. Si tratta di creare un dialogo onesto, che rifletta un po’ anche il mio percorso.

Un altro riferimento forte legato al disco è quello con la musica nera, con etichette quali Atlantic, Stax, Motown, insieme alla cosiddetta “americana”: ascolti questi generi?
Sì, sono davvero le prime cose che ho ascoltato. La musica afroamericana dai primi del ‘900 agli anni ’80 è ciò che ascolto, che amo: il ragtime, il jazz di New Orleans, l’R&B, il soul… Tutto questo viaggio, la storia della musica americana che ha fatto il giro del mondo, è così influenzato dalla musica afroamericana; se poi pensiamo anche alla musica folk e a come si è sviluppata nel rock and roll… Per me è la musica migliore del mondo, e sono felice che tu abbia citato la Atlantic perché di solito tutti parlano della Motown e della Stax, ma per me la musica migliore di quegli anni è della Atlantic. È la migliore etichetta di sempre, fosse anche solo per tutta la musica che ha pubblicato, per come fosse sempre avanti agli altri. Adoro le loro cose, sono un grande fan della loro musica, quindi… non posso dire di non ascoltarla (ride).

Torniamo al tuo passato: riesci a raccontarci la tua prima memoria musicale?
Sì, i miei avevano due cassette che ascoltavo: un greatest hits dei Beach Boys e uno di Chuck Berry. Le ho scoperte da piccolo e me ne sono innamorato. Mi ricordo che ero alla Filippine, seduto sul divano con un registratore e premevo play e poi rewind e ascoltavo quelle cassette di continuo…

Abbiamo parlato di musica e radici musicali americane, ma tu hai vissuto qualche anno appunto nelle Filippine. C’è mai stata nella tua testa la sensazione di uno scontro tra la cultura che vedevi intorno a te, quella dei tuoi genitori. La cultura con la quale sei stato cresciuto non era quella nella quale vivevi: un fattore che apre la mente, ma che può anche portare a disagi…
Sì, crescere oltreoceano… Non è che poi là pensassi in questi termini, non avevo una tale consapevolezza, ma una cosa interessante è successa quando sono tornato a casa, negli Stati Uniti: la cultura americana, le canzoni… Tutto è di più: l’aria è più pulita, ci sono i condizionatori, il traffico è incasinato, alla radio parlano del tempo… È casa. C’è una distanza che ti permette di vedere la natura unica di una serie di cose. Vivere identificando la propria casa con gli Stati Uniti è qualcosa di peculiare, anche se io mi sono sempre sentito un po’ un outsider, perché non è lì che ho vissuto i miei primi cinque anni… cioè, otto, a dire il vero. È interessante essere un outsider da un lato, e d’altro canto identificarsi molto con gli Stati Uniti: i miei vengono dal sud del Paese, le loro radici sono lì. Quindi per me è stato molto bello essere conscio delle mie origini, ma allo stesso tempo non esserne completamente preso. Ho fatto il disco, e non è un disco di musica “southern”, o di “americana”: è solo quello che ho fatto, ed è bello che non sia associabile del tutto ai luoghi da dove provengo. Non so se quello che ho detto ha senso, ma comunque: ci sono dei vantaggi a essere cresciuto oltreoceano e a tornare poi a casa. Dà libertà, anche nel modo in cui vedi la tua musica.

Non so se l’intervista ti sia piaciuta finora, ma la facciamo crollare: mi dici i tuoi cinque dischi da isola deserta?
Uno è il best of degli Staples Singers degli anni su VJ… Un box… La musica che hanno inciso per la VJ prima di passare alla Stax. È la musica più bella che sia mai stata fatta, secondo me… What’s Going On di Marvin Gaye. Qualcosa di Ray Charles…

Tipo Modern Sounds in Country & Western Music?
Sì, Modern Sounds in Country & Western Music. Good Old Boys di Randy Newman… Ho bisogno di qualcosa di New Orleans… Life, Love & Faith di Allen Toussaint, uno dei suoi primi dischi. Quindi, ce n’è uno di New Orleans, uno di Ray Charles, uno di Randy Newman, uno di Staples Singers…

e Marvin Gaye, con cui abbiamo iniziato l’intervista: il cerchio si chiude.
Sì, è vero. Ecco fatto!

Sul sito di Maps trovate l’intervista audio.

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