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Gomito – Due Madonne

L’altra sera ero in anticipo per il concerto all’Estragon e ho deciso di non premere il pulsante per fermarmi al Parco Nord. Ho proseguito. Se si prende il 25 verso il capolinea “Gomito” e si passa il Parco Nord, si arriva al carcere, “la Dozza”, come viene chiamato. Alla fermata dell’autobus del carcere sono salite dieci persone: tutti maschi, per lo più nordafricani dall’aspetto e dal linguaggio. Ho pensato che per queste persone l’inizio del ritorno alla vita normale (per così dire) avveniva con l’emblema della quotidianità per milioni di persone nel mondo: il mezzo pubblico. Il 25 a Bologna parte dalla zona del carcere, passa dalla Stazione Centrale e prosegue attraversando il centro città, per arrivare alla periferia orientale e concludere infine la sua corsa toccando nuovamente la tangenziale: la linea descrive una sorta di “L”, la cui stanghetta orizzontale è parallela alla via Emilia.

Sono riuscito solo a scorgere i volti degli uomini saliti sul bus prima che superassero il posto dov’ero seduto e si sistemassero sui sedili: tuttavia in quel breve attimo in cui ho visto le loro facce, ho notato in esse uno strano misto di cattiveria, terrore e stanchezza. Nessun sorriso. Alcuni parlavano animatamente tra loro. Il vocio, però, si è spento presto: non mi sono girato, ma li ho immaginati tutti a guardare fuori dai finestrini una periferia che si accollava la responsabilità di essere il primo contatto con il mondo fuori dopo giorni, settimane, mesi o anni, chissà.

Dopo qualche minuto di silenzio, però, si è levata una voce. Un uomo stava parlando al telefono, in italiano, ma con accento straniero.
“Pronto!
E chi vuoi che sia? Non mi riconosci neanche? Sono tuo marito!
Sì, sì. Sono sul 25.
Sono uscito, sì, e sono sul 25.
Non piangere! Con chi sei?
Ah, è lì con te? Bene! Senti, ci vediamo alla Montagnola. Vieni in macchina.
Ciao.
Sì!
Ciao.”

L’autobus, intanto, aveva fatto il giro ed era tornato dove sarei dovuto scendere una decina di minuti prima: ho premuto il pulsante, le porte si sono aperte e richiuse e il 25 è ripartito, disegnando la sua “L” fatta di strade e gente, come al solito, dalle prime ore del mattino alle ultime della notte.

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Cose che ho imparato sulla morte e le sue conseguenze

Venire a conoscenza che Tuono Pettinato era interessato come me a visitare Tanexpo, la fiera internazionale di arte funeraria e cimiteriale che si è tenuta a Bologna tra il 23 e il 25 marzo, è stata la spinta decisiva che mi ha portato a chiamare il caro amico fumettista e a varcare con lui la soglia del quartiere fieristico, lo scorso sabato pomeriggio.
Sarà stata la certezza di avere al mio fianco un personaggio come Tuono, intelligente, ironico e surreale (volevo mettere un quarto aggettivo, ma per venticinque euro non si possono fare miracoli), ma non ho pensato effettivamente a quello che a avrei potuto trovare nei padiglioni fino alla sera prima, quando sono stato preso da un senso di disagio. Quel senso inculcato da sempre nei nostri animi: quella forte sensazione di timore di fronte alla Fine, mischiato all’impressione della morte. “Ti immagini se ci prende male e ce ne andiamo?”, ho detto a Tuono mentre bevevo un caffè e versavo all’amico un'”acquina”. Non mi ricordo cos’ha detto lui. Ma siamo usciti di casa sereni, contenti di visitare Tanexpo 2012.

1. La morte è un business, gli affari vanno male. Ma la morte va sempre benissimo. O quasi.
L’impatto con la fiera è identico a quello che si ha in qualunque fiera: c’è gente che compra e vende. Che siano trattori, caschi per parrucchiera o lapidi, sempre di affari si tratta. Ma la crisi, signora nerovestita mia, si vede anche in quello che sembrerebbe l’unico campo di attività sicuro al 100%. “C’è meno roba dell’ultima volta che ci sono stato”, mi dice Tuono. E in effetti si respira un’aria dimessa, tra casse da morto, placche funerarie, bare, barine e barette. La merce non aiuta, certo, ma si percepisce che non ci sono i soldi per fare un bel funeralone come si faceva una volta. Compaiono infatti, qua e là, soluzioni scontate, ma in genere non si vede un prezzo manco a morire (era facile, questa). E la gente non è tantissima. Vediamo spesso commercianti di marmi seduti a tavolini, da soli; e rivenditori di attrezzi autoptici che passeggiano lentamente nei loro stessi stand, come bestie annoiate. Penso che se almeno venisse un coccolone a qualcuno, si muoverebbe qualcosa. Invece, come ci si può aspettare, è un po’ un mortorio. Mi immagino una famiglia chiedere, in momenti dolorosissimi, la bara più economica, una modesta sepoltura, “i fiori sì, ma pochi, ché era una persona semplice”. E invece magari il caro estinto, che ha tirato la cinghia fino all’ultimo, aveva il desiderio di una celebrazione hollywoodiana. Almeno un colore pastello, o una luminescenza. E invece, niente. Che mestizia.

Neon lights, shimmering neon lights...

2. La morte è il colpo di pistola che fa partire la decomposizione.
Una delle prime cose che vedo in fiera è il frigorifero da bara. Mi avvicino al catafalco, guardo, esamino, ma non capisco. Non capirò anche altre cose, ma è ovvio: si tratta di una fiera per addetti ai lavori, che conoscono fin troppo bene i problemi di un’attività peculiare come quella rappresentata (in tutte le sue sfaccettature) a Tanexpo. Già la morte è un argomento difficile, figuriamoci parlarne in senso tecnico. Ci sono sottintesi che non mi aiutano, ma un po’ alla volta comprendo sempre più ciò che vedo. Come, appunto, il frigorifero da bara: non si tratta d’altro se non di una placca, che va prima posizionata tra il cadavere e la bara, e poi collegata a un motore che raffredda la bara mantenendo il corpo senza congelarlo, ovviamente. Non ci avevo mai pensato. Come sempre, finché si vive, si impara.

3. La morte talvolta arriva dopo millenni, ma arriva, fidati.
In ogni stand della fiera c’è una forma di garbo. Anche nel caso di rivenditori di lapidi di certo pensate da un arredatore di interni, o da un forte consumatore di MDMA (e non oso pensare cosa possa succedere a unire le figure), ci vuole distacco dall’Atto Finale. E quindi la cosa che Tuono e io notiamo spesso, aggirandoci tra i padiglioni, è che le date di nascita e di morte esposte sono quasi sempre completamente surreali. C’è un Mario Bianchi nato nel 3456 e morto nel 9123 e, accanto, sua moglie Anna che però, essendo nata nel 2345 per lasciarci solo 667 anni dopo, non ha mai conosciuto il consorte. Ma perché la maggior parte delle foto incorniciate, inceramicate, stampate sono di giovani donne? L’ipotesi gotica si scontra con quella pecoreccia: la Bellezza della Morte o il “comunque è meglio se bona?”. Ai posteri l’ardua sentenza.

Morire il giorno dopo la fine del mondo è sopravvivere.

4. Mortoshow.
Dimenticate quello che ho scritto nel paragrafo precedente: perché va bene il garbo e l’estraniamento brechtiano delle date incise sulle lapidi, ma quando si parla di motori (nel caso specifico di carri funebri) niente frena la naturale associazione. Sì, quella. Cioè questa.

La gente si fa fotografare abbracciata alle modelle davanti ai carri da morto. Davvero. Oh, siamo a Bologna, ci sono le macchine lucide e nuove, ci sono le modelle, lucide e nuove anch’esse… Per un attimo si bara sulle bare e si pensa di essere Altrove.

5. La casa della morte.
Volete l’ennesimo indizio del fatto che non siamo un Paese laico? Provate a organizzare un funerale non religioso. Se negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in tanti altri Stati le cosiddette funeral houses sono la norma, in Italia se ne parla solo da poco. Al Tanexpo c’era lo stand dedicato alla progettazione di una casa funeraria, ma era desolato più di altri. Costruito come una sorta di abitazione, sui muri presentava delle scritte come “Perché la casa funeraria?” e altre, più motivazionali, che hanno convinto subito il mio sodale.

Tuono Pettinato è un professionista esigente, che sa quello che vuole.

6. Second Death.
Potevano i nuovi media non essere presenti alla Fiera dell’arte funeraria? Quello delle onoranze funebri, l’avete capito, è un mondo a sé, quindi si direbbe un altro mondo, con tutte le sue caratteristiche, compresa una televisione via web. FunerTv è un incrocio tra YouTube e una sorta di televisione informativa on demand, con la possibilità di avere pubblicità e notizie. Il palinsesto è un bel po’ scarno, ma c’è tutto il tempo del mondo perché il servizio ingrani…
TheyShine, invece, è davvero incredibile: installate il plugin richiesto e iniziate a esplorare questo cimitero virtuale nel quale ci si muove come nei videogiochi, “in terza persona” e usando le frecce direzionali. Per correre tra vialetti e salici piangenti, basta premere anche shift. Sì, come nei videogiochi, ve l’ho detto. Per ora le tombe virtuali sono più difficili da trovare degli oggetti magici di un’avventura fantasy, ma prima, mentre mi facevo una passeggiatina circondato dal rumore del vento e dal cinguettio degli uccelli, ha cominciato a piovere. Proprio non poteva andare peggio…

Papere volanti in cimiteri virtuali!

7. Toccare la morte con mano.
Al netto di ogni ironia, care lettrici e cari lettori, avere a che fare con la morte è difficile, da ogni punto di vista. Perché, per esempio, potete immaginarvi come non tutti muoiano sereni nel proprio letto. Le mie reazioni a tavoli autoptici, tutone sanitarie con tanto di maschere antigas, nonché manichini pronti per una dimostrazione di tanatoestetica, mi hanno fatto capire che, più della morte, mi fa impressione il dolore e la violenza. Eppure c’è chi, per lavoro, ricompone, pulisce, veste e trucca i morti. Per non parlare di chi ha sempre come clienti  persone quanto meno provate emotivamente. Scopriamo quindi che proprio a Bologna c’è la Scuola Superiore di Formazione Funeraria, dove si insegna tutto ciò che c’è da sapere sul postmortem. Io e Tuono rimaniamo per un po’ nel grande stand dove, insieme alla postazione della rivista di settore Oltre, e a maschere-modello per ricomposizione e trucco, ci sono anche delle specie di workshop, incontri e laboratori a tema. Captiamo alcuni discorsi: una signora spiega a delle persone sedute in circolo quando usare la parola “corpo” o “cadavere”, un uomo conclude la sua esposizione sulle procedure estetiche dedicandola (coerentemente) a una persona vittima di un recente incidente stradale. Anche qui c’è un po’ di noia, ma questa sensazione è mischiata con l’impegno e un senso di dedizione. È proprio vero che gli esami non finiscono (quasi) mai.

Materiali didattici.

8. Morte di famiglia
Volete sapere qual è stata una delle cose più bizzarre viste al Tanexpo? Voi direte le bare-portachiavi, i portacioccolatini a forma di cassa d’abete, i carri funebri-penna USB, o le urne a forma di pallone da calcio con i colori della squadra del cuore. No. Tuono e io ci siamo stupiti tantissimo della presenza di bambini che, annoiati come a una qualsiasi fiera, si aggiravano insieme ai genitori tra gli stand bolognesi, anelando alla promessa Coca-Cola e gelato. Chi saranno?, ci siamo chiesti. Probabilmente i figli degli impresari funebri, ci siamo risposti. Ma perché portarli a una fiera del genere? Forse, però, è bene che i piccini relativizzino la morte non solo attraverso le sue rappresentazioni, come si fa da millenni, ma anche mostrandone il lato più commerciale e concreto. Soprattutto se tuo padre, davanti al parco-bare della ditta di famiglia, ti ha detto: “Un giorno tutte queste saranno tue. Tranne quella bella, laggiù.”

9. La bara? È solo l’inizio (della fine).
Quando si pensa a dove si finirà quando moriremo, si pensa a una bara, di solito. Già, una bara. Sembra facile. Già, perché scegliere forma, dimensione, eventuali decorazioni, colore e tipo di legno è solo l’inizio. C’è l’imbottitura, il velo, il cuscino, il tipo di zincatura. E poi le decorazioni con croci, pomelli, maniglie, fregi. E il morto dev’essere vestito e, come si è detto, lavato e refrigerato, eventualmente. E poi ci sono i manifesti funebri, ma volendo anche le cartoline, le affiches, i biglietti, i drappi, le coccarde, gli striscioni, i fiori. E quindi, lapidaria alla fine di questo percorso, c’è la lapide e le mille possibilità che le moderne tecnologie possono combinare con una lastra di marmo. Alla fine della scoperta della filiera funebre, sempre più forte è in me la volontà di essere cremato e di avere le ceneri sparse da qualche parte. Con tutto il rispetto per chi campa di affari condotti in questo campo e in quello santo.

L'imbarazzo (della scelta).

10. Eros (conclusioni)
Non è la prima volta che visito una fiera a Bologna, ma per la prima volta mi vedo consegnare da due ragazze piuttosto appariscenti, appena fuori dall’uscita, i biglietti di un night club per scambisti in zona Stazione. L’associazione è immediata: sesso e morte, le due cose in cui dice di credere Woody Allen ne Il dormiglione e, diciamolo, due paletti che sono ben presenti nelle nostre vite. Non capisco se si tratti dell’ennesima forma di normalizzazione del tema dell’esposizione: mi immagino rappresentanti stanchi, dopo una giornata a parlare di tombe, urne e pratiche funerarie, che si rifugiano in un locale a tema erotico. Me li immagino buttati su un divanetto, mentre sorseggiano spumante pessimo pagato moltissimo, e occhieggiano le ragazze che camminano o ballano intorno a loro. Pensano a come è andata la giornata e forse si chiedono come mai hanno scelto quel lavoro, che magari li soddisfa, ma accidenti quanto è duro. Ecco che si avvicina una ragazza: sorride e il nostro rappresentante, un po’ per la stanchezza, un po’ per stare al gioco, finge che quel sorriso sia spontaneo e non una divisa. Forse perché è lo stesso che sfodera lui quando lei gli chiede che mestiere fa e come mai si trova in città.

Aggiornamento: il post (mortem) di Tuono Pettinato.

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Imponi un posto a tavola – 3

Arriviamo alla cena dell’ultimo giorno pronti a tutto. O almeno, così credevamo. Alle otto e un minuto sono già tutti a tavola: abbiamo perso l’ultima occasione per capirci qualcosa delle dinamiche temporali di assalto alla mensa serale. Troviamo posto accanto a un gruppo di quattro persone: le sedie accanto alle nostre non saranno mai occupate durante tutta la cena, a differenza dei nostri padiglioni auricolari, invasi per due ore dalle chiacchiere delle due coppie al tavolo con noi.
La coppia A è formata da due persone più che sovrappeso di 35 e 33 anni, di vicino Milano, che stanno insieme da 11 e sono sposati da cinque; lui ha un nipote che fa 10 anni a luglio, ama lavorare e mangiare. Anche lei ama mangiare (ma dai), ma quella sera è a dieta, ha una predilezione per il viola (colore che domina le pareti del loro appartamento) e, in quel momento, male ai polpacci e pochissimo appetito, poiché ha mangiato un biscotto (in parte: è rimasto sul comodino per dopo), che consiste in cioccolato ripieno di nutella.
Capirete che questi dati non sono inventati.
Nella coppia B lui può avere una quarantina d’anni e vive a Milano. Lei di anni ne ha 35 e fa l’educatrice in una scuola materna.
Oh, la coppia B parlava decisamente di meno, che ci posso fare?
Dall’antipasto (a buffet) al dolce è stato un susseguirsi ininterrotto di conversazioni piatte e banali: dal colore delle pareti a come si vive a Milano, da quanti quintali di carne il maschio-A ha arrostito per la tal sagra, al tentativo di battere il record di persone che formano una catena umana intorno a un lago. La coppia A ha invitato la coppia B a unirsi alla prova: lei-B quasi quasi ci stava. Si è poi parlato di traffico, di stile “rusticato” (di cui Maschio-A sapeva tutto), di orari di lavoro, di souvenir (seriamente), di educazione dei figli con annesse prove che alla fine si può anche stare senza cellulare. A quel punto il maschio-B ha detto che “Non si può tornare indietro” e ho avuto l’impressione che si riferisse alla scelta dei posti per la sera.
Il tono della conversazione si è mantenuto così per un po’: era tale che se qualcuno avesse parlato di uova fritte, si sarebbe impennato l’interesse in maniera vertiginosa. Io, dentro di me, pensavo da un lato che gli argomenti erano di una noia letale, ma che sarebbe stato peggio se avessero tirato fuori…
E dal nulla Maschio-A ha detto che Pisapia se ne sarebbe prese, di critiche. Così. Sua moglie ha detto che non sapeva chi fosse. Lui l’ha subito informata della carica recentemente conquistata, aggiungendo con poca sicurezza: “È un avvocato”. Da lì all’argomento extracomunitari il passo è breve, dire che danno tutte le case a loro è una logica conseguenza. Mentre mi infilavo della cotenna di porco nelle orecchie, ho percepito le parole “rubare”, “gli danno trenta euro al giorno e stanno in albergo” e “Lampedusa”. Poi la sugna ha fatto il suo dovere, ottundendomi dolcemente dentro e fuori.

“Siete sopravvissuti?” ci ha chiesto il cuoco campano fuori dalla sala da pranzo.
Abbiamo annuito col capo e siamo corsi in camera: da lì a qualche ora i nostri vicini e i loro bambini ci avrebbero avvisato, a modo loro, che era tempo di partire. Il ponte era ormai agli sgoccioli.

fine

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Imponi un posto a tavola – 2

La seconda cena viene affrontata con il bagaglio di conoscenze del giorno prima: sappiamo che per sopravvivere dovremo evitare ogni contatto con i campani, altrimenti è provocazione, e tentare di trovare un posto alla fine di un tavolo, per sentirci meno oppressi della sera precedente. Decidiamo quindi di presentarci alla sala da pranzo prima dell’ora concordata: se nel giorno prima alle otto e sei minuti i posti liberi erano già pochissimi, forse l’orario di cena non è così rigido.
Lo è: alle otto meno dieci B., io e altri sette o otto ospiti ronziamo intorno alle porte chiuse della sala da pranzo come coyote. Mi viene in mente il film Sette chili in sette giorni, e quello sarà l’inizio di una serie continua di rimandi tra quello che sto vivendo e alcune scene di commedie italiane. Appena si aprono le porte, sciami di persone iniziano a confluire sul buffet da ogni direzione. Mentre prendiamo posto (in angolo!) a un tavolo, ci nota un cuoco (pure lui campano) che commenta sornione la nostra immobilità: “Fate bene ad aspettare…”.
La cena scorre tranquilla: possiamo chiacchierare liberamente, nessuno si è seduto al nostro fianco. Notiamo che le coppie che erano con noi al tavolo il giorno prima hanno fatto amicizia. Il sosia di Al Pacino partecipa, pur con sguardo vagamente stordito, alle conversazioni e, forse, sbircia nella scollatura della commensale di mezza età alla sua destra, incurante dello sguardo della moglie. Era quindi il nostro imbarazzato silenzio a mettersi d’ostacolo a nuove conoscenze, ma non importa, perché possiamo parlare tra noi a un tono normale, mentre le nostre parole si confondono indistinte a quelle dei gruppi (sono compagni di viaggio o si sono conosciuti all’agriturismo?) e ai silenzi di coppie intimorite come lo eravamo noi solo ventiquattr’ore prima. Andiamo a letto, quella sera, con pensieri baldanzosi sulla colazione del giorno dopo.

Alle sette e quaranta del mattino udiamo dei suoni emessi dal bambino nostro vicino, ai quali presto risponde l’altro bambino, convincendo infine ad unirsi al chiacchiericcio i quattro genitori: i campani si sono svegliati.
Quando arriviamo nella sala da pranzo, sono già in molti a fare colazione: decidiamo di sederci vicino a una coppia di ragazzi giovani che, poco dopo il nostro arrivo, hanno questo scambio di battute.
Lei: “A Miami fa troppo caldo…”
Lui: “E allora non rompermi i coglioni quando vado alle Barbados”.
Finiamo in fretta di mangiare: se sanno che al massimo ce ne andiamo in vacanza in Croazia, noialtri, va a finir male.

continua

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Imponi un posto a tavola – 1

“Non si finisce mai di imparare” e “Al peggio non c’è mai fine”: se dovessi riassumere l’ultima esperienza conviviale che ho vissuto, userei questi due modi di dire. Banali quanto volete, ma veritieri. Ma cominciamo dalla cornice: un agriturismo della campagna umbra nel quale ho passato il ponte appena trascorso. Ci spiegano che la cena viene servita alle otto e ci mostrano la sala da pranzo: un refettorio, con tavoli lunghi e sedie tutte intorno ad essi. “Siamo un po’ francescani nello spirito”, ci dicono. Siamo a due passi da Assisi: cosa si vorrà mai essere?

Arriva l’ora di cena: o meglio, io e B. nella stanza attendiamo con pupille e stomaci dilatati le otto di sera. Decidiamo di presentarci alle otto e cinque: la sala da pranzo è quasi completamente piena, con un nugolo di persone che si aggira intorno al tavolo del buffet. Ci viene incontro uno dei camerieri e ci indica due posti liberi: siamo a un tavolo con altre due coppie. Una è formata da due quasi sessantenni: lei è volgarotta nei tratti, esibisce generosa scollatura e catenina; lui è abbastanza anonimo. L’altra coppia è formata da poco più che quarantenni: lei abbastanza anonima, lui stranamente somigliante ad Al Pacino, ma in brutto, e con un’espressione stordita perennemente stampata sul volto. B. e io siamo imbarazzatissimi: non è avere un tavolo con due sconosciuti molto vicino, è condividerne uno con quattro sconosciuti. Mormoriamo per comunicare e così fanno gli altri, ma non tutti si comportano allo stesso modo: ci sono gruppi di quattro o sei persone che chiacchierano amabilmente tra loro. Sono gruppi preesistenti, compagni di viaggio, o si sono formati spontaneamente? Molte coppie, però, hanno un’aria quasi penitenziale, mentre mangiano. Probabilmente l’abbiamo anche noi.

Il giorno dopo, a colazione, si ripete lo stesso meccanismo: troviamo però un posto più isolato così che riusciamo a scambiare qualche parola: la notte non è stata delle migliori, perché le pareti delle stanze sono sottili e dietro di noi c’è una famiglia campana con bambino piccolo. Ci siamo capiti. Forse per la stanchezza, forse per la forza dell’inconscio, ma indovinate su chi B. ha rovesciato del latte, durante quella prima colazione? All’amico del nostro vicino. Anche lui campano, anche lui con figlio piccolo, che alloggia un po’ più in là della nostra stanza. Mentre noi minimizziamo l’accaduto con gli altri compari, il nostro non dice nulla. Ci fissa con occhi glaciali e noi capiamo che, per i cinque pasti che ci rimangono, avremo un nemico da cui guardarci.

continua

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La nostra piccola città

Sono tornato per le vacanze pasquali nella piccola città.
Nella piccola città si conoscono tutti, si beve e mangia bene a poco prezzo.
Nella piccola città qualcuno si sposa, ha figli e divorzia.
Nella piccola città si è festeggiato l’anniversario dell’Unità d’Italia e il Castello che sovrasta la piccola città è stato colorato di bianco, rosso e verde, non grazie a dei filtri posti davanti ai fari che lo illuminano sempre, ma grazie a faretti comprati appositamente, costati quanto due utilitarie e alimentati a parte. Il Castello è illuminato ogni notte, dal 17 marzo scorso.
Nella piccola città ci sono le buche nelle strade.
Nella piccola città, a Natale, hanno posato sulla piazza sotto la collina del Castello una pista per pattinare “sul ghiaccio” di plastica, che non ha visto neanche un pattinatore scivolare (con difficoltà) su di essa.
Nella piccola città i giovani bevono, fanno casino e sono “mona”. Spesso è vero.
Nella piccola città i giovani hanno delle idee che vengono stroncate sul nascere. Anche questo spesso è vero.

A pochi chilometri dalla piccola città c’è un altro Paese, dove si mangia bene e si beve bene a poco prezzo, dove si organizzano feste e simposi d’arte, dove ai giovani viene data fiducia e denaro (sebbene anche loro facciano casino), dove ogni risorsa naturale viene valorizzata, dove i servizi funzionano, dove tutti parlano due lingue: la loro e quella che si parla nella piccola città.

Sarà un caso che quando torno ultimamente nella piccola città non rinunci mai a fare una visita all’altro Paese?

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My Liverpool from A to Z – 3

Rotonda. Sarete a Liverpool e sicuramente andrete in cerca di Penny Lane: come biasimarvi? Be’, se venite dal John Lennon Airport, ci passate accanto in autobus. Più che all’anonima stradina di periferia (i blue suburban skies, no?), fate attenzione alla rotonda che le sta davanti: molte delle cose cantate nella canzone erano e sono là. Anche se la rotonda, nella canzone, arriva solo alla terza strofa: “Behind the shelter in the middle of a roundabout”. Ovviamente intorno ci sono negozi di arredamento, pasticcerie e fiorai che prendono tutti il nome dalla viuzza. E vi assicuro che vedere l’insegna “Penny Lane Tires” fa un certo effetto.

The brave sailorStatue. Le statue di Liverpool sono divise in due grandi categorie: quelle dedicate ai Beatles e al loro mondo e quelle dedicate ad altro. Nel primo insieme c’è quella di John Lennon davanti al Cavern, un orrendo gruppo di quattro teste bronzee sempre in zona Mathew Street, una in Stanley Street raffigurante Eleanor Rigby, persino una fatta di aiuole davanti ad una delle stazioni ferroviarie cittadine. Per non parlare di quella, sempre raffigurante Lennon, davanti all’aeroporto che ha il suo nome. E chissà quante ne ho dimenticate. Nella zona dei Docks, però, ce ne sono due che appartengono al primo gruppo: una ha le fattezze di Billy Fury, altra gloria musicale locale, e un’altra rappresenta un marinaio che guarda, fiero ma anche stanco, in direzione del mare aperto. Una statua che, insieme alla Piermaster’s House poco distante, ricorda quanto la città abbia sofferto durante la seconda guerra mondiale. La casa sopra menzionata, è una ricostruzione fedele di un’abitazione inglese negli anni ’40, con tanto di nastro adesivo alle finestre e maschera antigas vicino alle tessere del razionamento. Toccante, davvero.

Tate Gallery. Il signor Tate, anche lui, era un liverpudlian. Quindi è ovvio che l’altra Tate Gallery del Regno Unito sia nell’Albert Dock. Quando l’ho visitata si stava allestendo, mannaggia, la mostra di Nam June Paik. Ho potuto quindi vedere la collezione permanente: non male. Mi hanno colpito soprattutto dei lavori del regista Mike Figgis che, nell’ambito del progetto This Is Sculpture, ha fatto una cosa bellissima: ha preso dei pezzi della collezione della Tate (anche qualcuno di Londra) e li ha messi altrove, ricontestualizzandoli e ponendo un microfono e una videocamera di fronte alle opere e registrando le reazioni e i commenti di un pubblico selezionato, più o meno variegato. La genialità sta proprio nella ricontestualizzazione: rimettere l’orinatoio di Duchamp in un bagno pubblico, be’, è una mossa colma di senso, di significato, come potete vedere nel video quassù La serie, se siete interessati, si chiama Three Minute Wonder.

U-Boot Experience. Una delle cose che non ho fatto, insieme all’attraversamento del Mersey, alla visita alla Walker Gallery, al Magical Mystery Tour e al Beatles Taxi Tour. E diciamo che comunque la storia dei sottomarini non è esattamente tra i miei interessi principali…

What am I doing here?Vegetariani. L’annoso dibattito sulla qualità del cibo nel Regno Unito vede le fazioni divise in “pessimo” e “talvolta accettabile”. In realtà ormai sono tali e tante le tradizioni culinarie che si sono mischiate nel Paese, che si può trovare da mangiare bene, magari greco (vedi sotto) o francese. In ogni caso, ovunque i vegetariani sono trattati con riguardo: le pietanze che possono mangiare sono ben segnalate nei menù e ci sono posti davvero adatti a loro. Uno di questi mi è stato consigliato in un’intervista da Abe della band Clinic: ho seguito la sua dritta e sono andato al “The Egg Cafe”. Niente male, anche se le opere appese alle pareti, in vendita, davvero non si potevano vedere. (Il pulcino di gabbiano che vedete non è stato mangiato.)

Whitechapel. È una delle vie del centro commerciale della città, una strada attraverso la quale passi, volente o nolente. Degna di nota per i fan dei Beatles perché c’erano dei negozi di strumenti musicali nei quali i nostri si sono riforniti agli inizi della loro carriera. Al loro posto ora ci sono svariati negozi di abbigliamento, parrucchieri, caffè e altro. Nei pressi è sparita quella che dalle guide doveva essere un’antica bettola, un posto rimasto ancorato al passato, una specie di osteria frequentata da portuali. Uhm, stavolta capisco il dispiacere di chi non ha apprezzato del tutto la riqualifica del centro città.

Xmas. Andare a Liverpool due settimane prima di Natale è come stare là durante le feste: capita anche da noi che la città sia pienamente addobbata anche in questi giorni, ma nei Paesi anglosassoni il Natale è sentito in maniera fortissima, soprattutto dal punto di vista commerciale. E allora bancarelle, santi claus, festoni, luci, alberi, addobbi, in ogni dove. E gente che, come impazzita, faceva acquisti come se il tempo fosse scivolato improvvisamente alle 1930 del 24 dicembre.

Zorbas. Già ho saltato la Y: mancare anche l’ultima lettera dell’alfabeto sarebbe stato poco lodevole. Abbiamo iniziato con la spiritualità dell’Anglican Cathedral, concludiamo con la panza. Lo “Zorbas” è un ristorante greco di Liverpool, ed è uno dei posti dove vi consiglio caldamente di andare a mangiare, insieme al già citato “The Egg” e al “Cafe Tabac”. Il gestore, greco per davvero, ci ha preso in simpatia: “Una fazza, una razza”, sapete. E addirittura ci ha consigliato di non strafogarci subito di pane, perché il piatto che avevamo ordinato era enorme e consisteva in numerose portate. Aveva ragione. Sono uscito satollo e contento, un po’ come da questi sette giorni. Va bene come conclusione?

fine

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