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EXPOrsi

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Ormai, lavoro a parte, ogni volta che penso di scrivere qualcosa su questo blog, ma anche e soprattutto su Facebook, sempre lavoro a parte, ci penso molto prima di farlo. Non mi scordo, infatti, delle parole spese sull’accrescimento di questo “rumore di fondo” a cui contribuisce ogni foto, parola, video pubblicato. Tuttavia, dopo i fatti di ieri di Milano, il brusio delle opinioni immediate, delle sentenze sparate ad alzo zero, mi ha infastidito, forse per un accumulo che dura da anni. Mi è venuto in mente di quando si è costretti a urlare ancora più forte per imporsi su un litigio: quello che segue non è un urlo, ma di certo ne ha l’irruenza.

Chiarisco subito la mia posizione. L’EXPO in sé non è un male. Il fatto che sia stato gestito approssimativamente (a quanto leggo da molte fonti, visto che non ci ho messo piede) e che una buona occasione in Italia sia per l’ennesima volta mandata in vacca (ed era prevedibile) è uno schifo. Una cosa grave, gravissima, uno spreco che perpetua un modo di gestire le cose (leggi: una politica) che non mi trova d’accordo e che è il frutto di un modello dominante al quale non credo, ma con il quale, giorno dopo giorno, devo scendere a patti. Cerco di comportarmi bene, pur opponendomi ad esso, combattendo ogni giorno piccole lotte nel nome di un’idea di civiltà che deriva da tantissimi fattori: dall’educazione che mi è stata impartita a scuola a quella politica, dall’età che ho a quello che ho vissuto, eccetera. Non sono mai stato un violento: non ho mai picchiato nessuno e nessuno mi ha mai picchiato, ma certo, ho urlato, imprecato, risposto male e malissimo a persone che non se lo meritavano.

Detto questo: bisogna cambiare le cose, ma non penso che la violenza sia il modo giusto per farlo. Distruggere vetrine, dare fuoco alle auto: perché? Cosa accade poi? Dice: e ma le rivolte che portano a cambiamenti devono essere così e giù esempi (ma mica tanti) di sommosse violente che si sono tradotte in qualcosa di concreto. Mi chiedo: siamo sicuri che sia la violenza il fattore decisivo per la riuscita di queste manifestazioni? Io non ne sono certo: i processi sociali sono complessi ed è molto difficile fare paragoni, soprattutto quando alcune variabili decisive (il tempo, le tecnologie, il livello di salute, tanto per fare tre esempi) cambiano. Però, dice: qualcosa deve cambiare. Come, mi chiedo io.

Uno strumento ci sarebbe e, attenzione, non sarebbe meno violento, per certi versi: è lo sciopero, ma quello vero. Qualcosa che paralizzi il Paese, che porti all’attenzione di tutti (cittadini e opinione pubblica, non solo nazionale) i veri problemi politici, sociali ed economici d’Italia: e ce ne sono a iosa. Però per farlo ci vogliono elementi che questo Paese non possiede affatto: onestà, altruismo e senso del bene comune. È necessaria una progettualità, il senso di una missione, la comprensione del senso di (chiamiamolo così) sacrificio per un fine più alto. C’è bisogno di affinare il pensiero, che colga la complessità della realtà. Ci vuole unità, di intenti e di opere, ma che sia unità.

E invece, no: il “dibattito” è facilitato come gli schemi delle parole crociate, ridotto a schede e schedine (vittoria, sconfitta, pareggio), a manicheismi bicromatici, a “sei pro” o “sei contro”. Io rivendico la mia posizione critica verso l’EXPO per come è stato gestito, verso il Governo e verso i black bloc; ma soprattutto verso un “pensiero” sempre più pigro e affrettato, che si liquefa immediatamente in sentenze sputazzate qua e là, incapace di fare da guida a un’azione che quindi si rivela altrettanto scomposta e inefficace.

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Oltre pagina uno

Su Linus, Dario Buzzolan tiene una rubrica intitolata “Chi non muore si risente”, in cui immagina di telefonare a uomini illustri del passato: attraverso una conversazione immaginaria (che ricorda le Interviste impossibili di quarant’anni fa) si commenta l’attualità. Il protagonista della rubrica del numero di ottobre è lo scrittore Joseph Conrad, che viene interpellato a proposito dell’uso di una sua frase da parte di Matteo Renzi. Non ne ero a conoscenza, ma poco tempo fa il sindaco di Firenze, durante la presentazione della sua campagna elettorale, ha usato una frase di Konrad come slogan, proiettata a lettere cubitali dietro di lui. “Konrad”: così era scritto, racconta Buzzolan, nel comunicato stampa di quell’incontro. Il problema, però, non è questo. La frase usata era “Solo i giovani hanno simili momenti”: è all’inizio de La linea d’ombra, uno dei romanzi più citati e importanti della letteratura occidentale. Una bella frase, non c’è che dire, nella quale compare la parola-chiave-ombrello-programmatica di Renzi: giovani. Tutto bene, “k” a parte?
No, ci racconta Buzzolan, facendo parlare lo scrittore polacco naturalizzato britannico: Conrad ha avuto una gioventù tremenda, vissuta in povertà, violenza e depressione. Ma l’autore, si sa, è diverso dall’opera alla quale, comunque, una citazione rimanda. E quindi continua Conrad (cioè Buzzolan):

Ma poi, scusi: proprio La linea d’ombra dovevano scegliere? Quella è la storia della fine di una giovinezza. Insisto: se avessero letto qualche riga in più, avrebbero scoperto che la frase “solo i giovani hanno di questi momenti” riprende così alla pagina dopo: “Che momenti? Be’, momenti di noia, di stanchezza, d’insoddisfazione. Momenti d’avventatezza. Voglio dire momenti in cui chi è ancora giovane si trova a commettere azioni avventate.” Le sembra un buon manifesto per una che voglia guidare un Paese?

Per saperlo, però, Renzi doveva leggere oltre pagina uno. Ma perché farlo, quando basta una bella frase ad effetto, che sembra proprio ritagliata sulla parola d’ordine-summa-dogma del politico toscano? (E poi, diciamolo: l’altra scelta – “Gimme Five – Alright”, da un vecchio pezzo di Jovanotti – era poco fine, per quanto giovane e simpatica.)
Questa gaffe, che credo sia stata talmente minimizzata alla sua eventuale scoperta da non avere avuto eco o quasi nelle cronache, è un segno da non sottovalutare, a mio avviso. È l’ennesimo indizio della cialtroneria accettata e diffusa, della superficialità, della citazione copia-e-incolla, del re-post e re-tweet selvaggio, basato unicamente sulla supposta autorevolezza della fonte. Infatti, presumo che Renzi avrà pensato “Ehi, è Konrad, mica dirà castronerie”: ma ciò non basta. Quell’uso di quella frase sarebbe perdonabile se fosse comparsa sul profilo Facebook di uno studente alle prese con i primi amori letterari. Chiunque altro, però, ha gradi di responsabilità crescente nei confronti di come usa le parole in pubblico: figuriamoci uno che si candida al governo. Questo tipo di attenzione, tuttavia, interessa sempre meno persone: ciò che conta è l’effetto, la key-word, la citazione “giusta”; l’approfondimento è inutile e fa perdere tempo; il contesto è diventato contorno: lo si può lasciare da parte senza problemi.

Ipotizziamo però che Renzi conosca benissimo La linea d’ombra, così come la vita e le altre opere di Conrad: quel “Solo i giovani hanno simili momenti” così usato sarebbe anche peggio, perché supporrebbe l’ignoranza (e la pigrizia mentale e intellettuale) di tutti quelli a cui il messaggio viene indirizzato. I “giovani” in primis, ma in genere ogni potenziale elettore di Renzi. Ci si chieda, allora, se è possibile che uno si proponga alla guida del Paese con questa sfacciataggine: lo è, per due motivi. Il primo è che questo modello funziona e la storia italiana recente lo conferma. Il secondo è che gli altri candidati sono talmente opachi da far sembrare argento la carta stagnola. Incurante di approfondire gli argomenti e certo che nessuno lo farà, il sindaco di Firenze si propone come l’ennesimo “uomo forte” a cui gli italiani (considerati scemi o almeno superficiali – forse a ragione?) si rivolgono, perdonando gli errori e santificandone le opere, la cui reale conoscenza è spesso ridotta ai soli frontespizi.

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L’idraulico

Quando l’idraulico si alza da terra, dopo avere smontato il tubo di scarico del lavello, prima di pompare atmosfere su atmosfere nelle tubazioni, mi guarda. Poi mi dice: “Noi per questi interventi prendiamo 120 euro più IVA.” Fa una pausa, poi prosegue: “Però possiamo fare 80.”
Lo guardo: è grande e grosso, e sta recitando una parte messa in scena chissà quante volte, ma io non gli do la battuta giusta.
“No, no, facciamo 120 più IVA”, replico.
Lui rimane pietrificato, quanto lo sono io (dentro) dopo avere sentito il costo di quell’intervento. Il nostro stupore è diverso: io mi aspettavo uno schiaffo e mi è arrivato un pugno, lui proprio non si capacita della mia scelta.
“Va bene, no, l’ho fatto per venirti incontro”, dice, e si mette a lavorare. Suda come un matto, pompa aria nella macchina e la scarica; la sento viaggiare sul muro dietro la porta fino in bagno. È in affanno, e lo sono anche io (dentro) quando calcolo l’imposta sul costo del lavoro. Non provo empatia come farei di solito per la fatica di quell’uomo: la sto pagando carissima. Che fatichi, se così dev’essere.
Il lavello è smurato, l’idraulico e io usciamo insieme perché devo prelevare i soldi per pagarlo. Mentre camminiamo lui mi dice nuovamente che “l’ha fatto per venirmi incontro”, non è che lui si comporti così sempre.
“Dimmi la verità”, gli dico dandogli del tu, come lui fa con me. “Questa proposta la fai a tutti i tuoi clienti, vero?”
L’idraulico annuisce.
“E su dieci clienti, quanti non fanno come ho fatto io?”
Dopo un “non so”, buttato là per prendere la rincorsa, dice “nove”.
Non mi aspettavo niente di diverso. “Nove” è solo un “dieci” più cauto. “Io credo che sia giusto pagare le tasse”, dico io, facendo deglutire a vuoto l’idraulico. Sono sorpreso di me stesso: i soldi che sto per prelevare sono una cifra considerevole, seppure non enorme, mi girano le scatole, eppure continuo, serafico. “Sul mio lavoro, io le pago. Tutte”, dico.
Provocato, l’idraulico si stizzisce un po’ e inizia a raccontare di quanto lo Stato si porta viadel suo guadagno, delle more salate se paga in ritardo le rette delle scuole dei figli, e dice che spesso deve abbassare i prezzi per poter lavorare, concludendo con la difficoltà di arrivare a fine mese.
“Sono cose che capisco. Ma questo è un modo per…?” accenno io.
“Per dire che le cose non vanno bene. I nostri nonni scioperavano…”
“Lo sciopero blocca la produttività; così, invece, semplicemente non paghiamo le tasse.”
Siamo arrivati alla banca. Entro nella zona degli sportelli, mentre lui aspetta fuori. Un vecchio si arrabbia con un computer, un altro cliente dialoga con uno sportello automatico. Ora sono da solo e il sangue mi va alla testa, per tutto. È ancora là, il sangue, quando prelevo i soldi ed esco dall’edificio.
L’idraulico si è spostato di qualche metro: non è più sotto il portico, ma sul marciapiede che dà sulla strada.
“Mi è sembrato tremasse qualcosa. Il terremoto”, mi dice quasi giustificandosi, mentre conta i soldi che gli ho passato.

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Lo scorno dei matusa

Non è la prima volta che parlo di gerontocrazia su queste pagine, ma ogni volta che credo di scorgere i segnali del progressivo soffocamento delle giovani generazioni, non resisto. Non è neanche una novità notare che una specie di “Consiglio dei Saggi” è l’organo multiforme convocato ogniqualvolta ci sia bisogno di un parere autorevole (e tempo fa avevo scritto anche di questo). Ma con il video che potete vedere quassù, abbiamo sfiorato il ridicolo, con una serie di errori dal punto di vista comunicativo da fare accapponare la pelle. Andiamo con ordine.

Il filmato è commissionato dalla FEM, la Federazione Editori Musicali, e vede una serie di musicisti italiani che raccontano (con voce grave e partecipata) dei rischi e dei danni della condivisione telematica deregolamentata di opere d’ingegno. Insomma, si parla di pirateria digitale. I testimonial sono immersi in una sorta di penombra seriosa e vagamente funerea, con qualche tocco di colore qua e là (c’è un’arancia, in particolare… sì, un’arancia, che assume quasi la forza del punctum fotografico di Roland Barthes). In sottofondo un brano per archi e pianoforte. Un paratesto adatto a una campagna sulla lebbra, alla sensibilizzazione sul dramma dei profughi, alla raccolta fondi per scongiurare sviluppi tragici di una carestia. E invece si parla di musica.
Ma quali personaggi sono stati scelti? Franco Battiato, Enrico Ruggeri, Gino Paoli, Ron, Mario Lavezzi, Roberto Vecchioni, Caterina Caselli, Ludovico Einaudi e Mauro Pagani. Siete curiosi di conoscere l’età media dei soggetti? Sono qua per voi: è di sessantaquattro anni. L’età da testimonial di adesivi per dentiere. Ma non c’è solo questo: la caratura di questi artisti li rende probabilmente beneficiari dei soldi che finiscono nel cosiddetto “calderone” della SIAE di cui si è dibattuto molto (ma mai a sufficienza) in rete e sui giornali. Insomma, per i nostri il collegamento tra pirateria informatica e perdite economiche (una relazione che, per carità, esiste) è diretto, immediato.
Anche il testo ha dei problemi: non tanto per il tono con cui è recitato, ma per l’approssimazione dei contenuti. Siamo sicuri che la pirateria digitale abbia fatto perdere da sola 22000 posti di lavoro in Italia, come si afferma nel video? I tagli alla cultura, la generale crisi economica (tanto per citare senza alcuna fantasia due fattori non secondari) non hanno contribuito? Quei dati da dove provengono?

Ma supponiamo che il “pacchetto testuale” sia fatto e concluso: in quel modo quei personaggi parlano di quegli argomenti. La domanda elementare e ovvia è: a chi parlano questi testimonial? Dovrebbero rivolgersi ai giovani e giovanissimi, telematicamente alfabetizzati, consumatori culturali e solitamente senza una lira: sono loro che scaricano e veleggiano sul web con minacciose bandiere nere. Ma come può un ragazzo o una ragazza di, mettiamo, diciott’anni recepire queste parole tetre pronunciate da anziani i quali, nonostante le puntuali scritte che accompagnano il debutto nel video di ogni personaggio, sono con ogni probabilità irriconosciuti, se non irriconoscibili? Oppure il prodotto si rivolge a sessantenni smanettoni che distruggono a colpi di clic l’economia culturale italiana?
Non è finita. Forse per spostare il peso della bilancia sulla categoria “giovani”, il testo inanella una serie di banalità (distribuite pure male) che, più che offrire spunti, sembrano vogliano fare accendere nello spettatore delle lampadine, attraverso interruttori concepiti come “parole chiave”: vengono quindi nominati, per esempio, “megaupload” e “Steve Jobs”, e più volte si ripete, come un mantra, l’espressione “ma io non sono contro la rete”.

Insomma, un disastro vero e proprio, causato da un modo di comunicare (e di pensare la comunicazione) miope, poco ragionato, poco attento alla realtà vera. Un modo di comunicare vecchio che ha influenzato (o forse formato, non possiamo saperlo) i due autori, uno del 1970, l’altro del 1961 (tanto per continuare a giocare sui dati anagrafici). Me li immagino fornire idee migliori, più rischiose, acute, che vengono respinte al mittente, o piegate fino a conformarle alla concezione iniziale del committente. Anzi, spero che gli autori abbiano lottato: perché l’impressione che ho è che questo sia l’ennesimo risultato della censura preventiva che sempre più spesso agisce nelle teste di chi, nel nostro Paese, si ostina a tentare di fare qualcosa.

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Cum Cordis

All’italiano piace tantissimo creare narrazioni su di sé, il più delle volte non veritiere, ma auto-elogianti o di un’autocritica tanto tragica e grottesca da risultare innocua. Nella terribile vicenda del naufragio della Costa Concordia c’è stato immediatamente lo spazio per ritagliare dai giornali e dalle cronache, come figurine di Propp, le sagome dell’eroe, dell’antagonista, dell’aiutante, eccetera. E, contemporaneamente, di metaforizzare una sciagura (evitabile e per questo ancora più atroce) per parlare, ancora una volta, del nostro Paese.
Probabilmente questa ipernarrativizzazione allontana chi la legge da quello che è il reale oggetto del racconto. Altrimenti non si possono davvero spiegare comportamenti inumani come quello immortalato nella foto in alto, che da qualche giorno gira in rete.

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La logica delle predizioni

Da qualche giorno impazzano in rete i commenti (spesso aspramente critici) a un articolo scritto da Gino Castaldo su Repubblica nel giorno della Befana. Che cosa dice, in sintesi, il critico musicale? Che, essendo le classifiche 2011 dominate dal pop, il rock è morto e che, inoltre e quindi, la musica non ha più valore di protesta. La tesi è alquanto pesante e dovrebbe essere ben argomentata: a mio avviso, tuttavia, non sempre ogni passaggio dell’articolo è chiaro. D’altro canto, ho letto ben poche critiche argomentate: spesso si è trattato di insulti gratuiti o di osservazioni negative mosse da un’identica mancanza di chiarezza. Tentiamo quindi di capire cosa c’è che va e non va nell’argomentazione di Castaldo. Per farlo, ahivoi, bisogna essere analitici: credo che sia una qualità spesso mancante nel giornalismo di oggi e che è sicuramente rarefatta in questo piccolo “dibattito” recente.

Il primo errore che fa Castaldo è nell’identificare il rock come “genere” di un’ipotetica colonna sonora del “movimento”.

I giovani trovano luoghi e ragioni per nuove proteste, che si chiamino Indignados o Occupy Wall Street, ma curiosamente, forse per la prima volta nella storia moderna, non esiste una colonna sonora che racconti di queste nuove esperienze. Il rock? Latita, è assente, così come sta praticamente scomparendo dalle classifiche, lasciando il posto a un dominio pressoché assoluto del pop commerciale.

Seguiamo un ragionamento logico:

  • i giovani continuano a protestare ma
  • non c’è una musica che racconti questa protesta.

Subito dopo si introduce “il rock”, che quindi dovrebbe essere – a rigor di logica appunto – la musica che, secondo il giornalista, deve per forza accompagnare un movimento “politico” di qualche tipo. Primo dubbio: e perché il rock? Perché non il dub o il reggae delle rivolte inglesi a cavallo tra ’70 e ’80, perché non le posse della “Pantera” italiana, perché non certa disco che è rimasta legata ai giorni di lotta per l’affermazione dei primi diritti degli omosessuali? Non si sa. Il problema, comunque, sta già nella questione dei generi: non leggevo “commerciale” in ambito musicale da anni. Cos’è il pop commerciale? Io, personalmente, non lo so. In fondo, se qualcosa è in classifica è per forza commerciale. Sarebbe, se no, come dire “un bestseller da poche copie”. Ossimoro. Ma la confusione di generi prevale poiché, dopo avere detto che c’è anche il rap in classifica, Castaldo conclude affermando che “in generale prevale l’imperativo della dance”. Quindi il pop commerciale è la musica dance? E cos’è esattamente la musica dance, allora? Perché se è musica-da-discoteca in senso stretto (che ne so, la house), be’, non c’è neanche quella in classifica. Insomma, una gran confusione.

Dopo avere spiegato il fenomeno dei Coldplay (che sono “una bandiera rock” ma in classifica) affermando che il tutto si spiega con una pesante iniezione di pop all’interno della musica della band di Chris Martin (curioso però che nelle interviste il frontman definisca “pop” la sua musica), Castaldo abbandona le classifiche e passa ai Grammy Awards. Lì, dice, ci sono voci femminili che spadroneggiano: niente da dire, è vero. Ma davvero Adele, Rihanna e Lady Gaga hanno tanto in comune, a parte il fatto di vendere ancora dei (tanti) dischi? Rimango dubbioso. Castaldo, però, allarga sempre di più il suo sguardo secondo una prospettiva temporale, e scrive:

I margini [del possibile successo del rock, Ndr] sembrano ridotti, come se il rock stesse diventando una riserva, da proteggere e magari conservare con cura, come un retaggio del passato. Ogni tanto arriva un acuto un segno forte (Springsteen, Radiohead, Arcade Fire tanto per fare esempi), ma i nomi in grado di contrastare la marea montante del disimpegno musicale sono sempre meno e più isolati.

Quanti concetti mischiati in poche righe: prima si parla di rock come retaggio del passato. Perché, il pop non lo è? Rinviamo, ancora una volta, quanto meno ai temi tirati fuori da Simon Reynolds in Retromania. E poi: perché pop equivale a disimpegno musicale? Che cosa vuol dire “impegno musicale”? Sono concetti che davvero faticano a trovare un posto in un mondo in cui ha poco senso la cara vecchia distinzione tra musica classica e musica leggera: perché era in contrapposizioni come quella che si fronteggiavano la serietà e l’impegno da un lato e il “passatempo” dall’altro. Radiohead e Arcade Fire si sono impegnati per Haiti, in modi diversi, ma a parte questo? E Springsteen? Dobbiamo ricordare la sua partecipazione a “We Are the World”? C’era anche Michael Jackson, in quel brano, anzi: l’ha scritto lui, ed è pop, il brano e l’autore. E i Poison? Per essere rock, lo sono, ma quando mai hanno preso posizione su qualcosa? E i Metallica? E gli Emerson, Lake and Palmer? Da rock progressivo a rock progressista?

La mia è ovviamente una provocazione, ma dare un senso ai termini che si usano è importante, così come lo è non perdere di vista ciò di cui si sta scrivendo. E invece Castaldo…

(…) il popolo giovanile, incoraggiato da un sistema mediatico votato al consumismo più sfrenato, sembra tornato a un’era pre-rock in cui la musica era soprattutto intrattenimento, magari licenzioso, qualche volta trasgressivo, ma pur sempre solo e soprattutto divertimento. Di nuovi gruppi rock ce ne sono, a centinaia, ma preferiscono un profilo più basso e aristocratico, nessuno di loro sembra volersi fare carico di essere portavoce di alcunché, tantomeno di esprimere nelle canzoni un grande respiro generazionale.

A questo punto necessitiamo di una cronologia, di un riferimento che divida l’era rock da quella pre-rock, che separi la musica-solo-per-passare-il-tempo da quella impegnata. Da sempre la musica è stata intrattenimento e altro. Questi discorsi si sentivano anche negli anni ’90 (me li ricordo, c’ero), e pure prima: rimando a due bei post scritti da Scott Ronson che ha fatto delle interessanti ricerche d’archivio su come la musica di largo consumo (quindi pop) è stata trattata dai quotidiani italiani.

Sulla questione, invece, di “farsi portavoce di una generazione” il discorso è invece diverso e, per me, pieno di interrogativi.
Innanzitutto: pare facile, diventare portavoce di una generazione. Perché questo accada come un tempo bisognerebbe (semplicemente) tornare indietro di qualche decina d’anni, quando le canzoni venivano ascoltate di più, ce n’erano di meno a disposizione e, soprattutto, la coesione sociale (in senso ampio) era più forte. È difficile, di questi tempi, radunare le folle nelle piazze nonostante ci siano tutti i motivi per farlo, figuriamoci “dare loro una canzone”. Poi: una canzone “portavoce di una generazione” è automaticamente “politica” e “di protesta”? E i giovani del movimento “Occupy Wall Street”, chi sono rispetto al “popolo giovanile, incoraggiato da un sistema mediatico votato al consumismo più sfrenato”?
Gli esempi che Castaldo fa più sotto,

(…) come We shall overcome o Blowin in the wind, per rimanere alle vecchie posizioni anni Sessanta, ma neanche pezzi incendiari come London calling o come gli ultimi vagiti di rabbia espressi dal grunge (…)

sono per forza di cose appartenenti a un’altra epoca che non solo aveva suoni, modi, cultura diversi, ma che era completamente diversa. Sotto molti punti di vista (compreso quello che riguarda tutta la filiera produttiva della musica) i vent’anni trascorsi tra Dylan e i Clash sono molto meno pesanti di quelli trascorsi tra i Nirvana e il giorno d’oggi. I cambiamenti (non il cambiamento) sono stati rapidi e tumultuosi: ma del resto buona parte dell’analisi di Castaldo è basata sulle classifiche di vendita, che ormai interessano sempre di meno anche i discografici più “mainstream”. Il punto focale sono i concerti, e in questo Castaldo ha ragione.

(…) Come se il calendario si fosse inceppato nella maglie del tempo, tra i tour più attesi dell’anno nuovo ci sono in programma molti eventi di riunione, con un ampio raggio che va dai Black Sabbath ai Beach Boys.
Parlando di rock si investe molto sui concerti, che ancora funzionano, soprattutto se si parla di nomi consolidati, meglio ancora se sono vecchie glorie capaci di risvegliare anche nel pubblico giovanile il sogno, ormai tramontato, di una musica capace di far fantasticare, di parlare una lingua nuova, di risvegliare il nostro orgoglio di cittadini del mondo, alle prese con le difficoltà del mondo reale.

Pur tralasciando la visione quasi taumaturgica della musica impegnata (tornando a una band citata che amo, gli Arcade Fire: giuro che quando li sento da solo o dal vivo mi sento “cittadino del mondo” – argh – quanto prima), è vero: concerti di tale portata richiedono soldi che gli investitori se la sentono di scommettere solo sui grossi nomi “sicuri”. Ma questo accade comunque: è la macanza di soldi dei pesci piccoli (tutti: dalle radio ai promoter ai gestori di locali) il problema, e non “la crisi della musica rock”. Un concerto di Springsteen, Bowie, McCartney, dei Coldplay, Rihanna o dei Muse sta da tutt’altra parte rispetto al resto, compresi i tour dei Ministri e del Teatro degli Orrori (che sono molto vicini all’essere dei rappresentanti generazionali), anche loro citati nell’articolo, ma che

(…) fanno una gran fatica a emergere dalla trama asfissiante del mercato, con le sue rigide regole di imposizione mercantile.

Tutta la cultura fa fatica a emergere. Soprattutto quella “nuova”. Il problema, ancora una volta, è generale: fa fatica a emergere il cinema medio/piccolo, in Italia, così come annaspano tutti i nomi non blasonati dell’arte e della fotografia, i piccoli festival (per quanto ce ne sono ormai troppi, soprattutto in ambito cinematografico), le compagnie di danza. Chi è che non fatica? Chi fa soldi, chi va in classifica, appunto, perché ha avuto fortuna, perché rimastica ciò che è stato, perché vive di rendita. E questo accade da sempre: i casi in cui “reale valore” (o impegno?) e “consenso popolare” vanno d’accordo si contano sulle dita di una mano, soprattutto se il lasso di tempo considerato è breve. I Beatles, tanto per tirarli sempre fuori, sono uno dei pochissimi esempi di innovazione e successo enorme di pubblico, sono stati cioè tra i pochi a innovare realmente (nel loro caso anche oltre l’ambito musicale) mentre scalavano le classifiche. Eh già, perché una delle caratteristiche del “pop”, intenendolo come “roba da classifica”, è avere saputo attingere dalle aree nascoste (underground, off, come vogliamo chiamarle) e di ridigerire alcune cose (talvolta tradendole, ma mica sempre) per ridarle a un pubblico più vasto. In fondo è quello che ha fatto Bowie durante quasi tutto il corso della sua carriera, ma senza dubbio negli ultimi trent’anni. Allora Bowie è pop? O dance? O rock? Non sarà mica tutto?

Ma torniamo, prima di concludere, ai problemi concettuali. Castaldo afferma che il rock sia nato “sostanzialmente come moto di rivolta”. Ma quando? Come? Perché? Parliamo di rock’n’roll? Little Richard non mi è mai parso un “guerriero politico”: semmai è stata la diffusione come genere di intrattenimento del rock’n’roll che poi ha portato ad altro. Oppure parliamo del “cambiamento” degli anni ’60? Ma le canzoni di protesta dell’epoca derivavano dal folk, a sua volta legato a tradizioni musicali ancora più antiche; e la musica psichedelica per lo più era poco “impegnata politicamente”. O ci riferiamo alle prime forti commistioni tra generi degli anni ’70 e ’80, come il rap? E proprio il rap e la cultura hip hop non sono stati “generi di rivolta” anche quelli? E il soul di Marvin Gaye, con il suo disperato e quasi cronachistico “What’s Going On”?

Proseguiamo. Con un azzardato passaggio logico, il giornalista sottolinea che alle manifestazioni suonano sempre i soliti vecchi: ma il problema non è del rock, è della generica distanza dei giovani dal pensiero politico. I musicisti citati (Patti Smith, Graham Nash, Lou Reed e anche Tom Morello) sono legati a un altro modo di pensare la politica, forse l’unico, che è quello della partecipazione, dello scendere in piazza, del mostrarsi, dello stare insieme. Ma siamo sicuri che davvero ci siano solo degli anziani a suonare alle manifestazioni? Non proprio: direi che Merrill Garbus, più conosciuta con il nome d’arte di tUnE-yArDs, abbia meno di trent’anni, ed era in piazza insieme ad altri colleghi più vecchi e blasonati. Direbbe Castaldo che tUnE-yArDs non vende. È vero, così come è tutto sommato limitata (nel tempo per i suoi risultati e/o per numero di partecipanti) buona parte del movimento politico degli ultimi anni, dalla manifestazione in piazza all’occupazione, compresi i moti recenti citati nell’articolo. Non è della fine del rock che dobbiamo preoccuparci, caro Castaldo, ma della sempre più decisa atomizzazione della società, dello scarso investimento culturale, della lontananza della politica (dei suoi rappresentanti, del suo linguaggio) dalle nuove generazioni. Il rock, qualunque cosa si intenda, non è morto: è vivo e lotterà insieme a noi, quando ci sveglieremo.

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Trattamento di fine rapporto

Un'immagine usata per una campagna della Volkswagen può assumere altri sensi oltre che l'imperativo "comprate le nostre auto"

Sul sito di Repubblica si parla dell’ultima indagine di EURES sui suicidi in Italia. I risultati (che possono essere scaricati qua) parlano di un nesso sempre più evidente tra aumento di suicidi (con un’inversione di tendenza rispetto al passato) e crisi economica. Insomma, la gente (soprattutto gli uomini) si uccide per motivi legati alla perdita dell’impiego, sempre di più. Questo dato (provato con cifre e statistiche) segna un ulteriore risultato tangibile di quello che succede in Italia in questo periodo. Ma davvero da questo periodo di crisi bisogna partire, quando si analizzano le relazioni tra un fenomeno di disagio sociale come il suicidio, e uno dei pilastri del vivere sociale, il lavoro, appunto?

Non solo, a mio avviso. Il punto è che è cambiato da tempo il rapporto con il lavoro e con il denaro, nel nostro Paese come in altri. Il meccanismo di creazione di bisogni (assai più antico della crisi economica ma ad esso strettamente legata), intanto, è sfuggito di mano sia da un punto di vista materiale (si produce troppo) sia psicologico, nel senso che è ormai impossibile “stare dietro” a ciò che è lì per essere desiderato. Nessuno, ovviamente, si toglie la vita perché non ha i soldi per l’iPhone, ma di certo alcuni oggetti (nonostante la crisi) continuano a essere venduti e quindi, prima ancora, bramati. Ci si arriva a indebitare, talvolta, per accessori.

Ma non è tutto: è importante pensare anche che si lavora molto di più, o meglio, si è costretti a lavorare più ore per portare a casa uno stipendio decente. Certo, ci si può interrogare su cosa sia il livello di decenza, senza parlare delle “soglie” fissate (ad esempio) dall’ISTAT, ma a prescindere dai bisogni di cui sopra si guadagna meno di prima. Ecco quindi lo scollamento psicologico (e il logoramento fisico) che deriva da un attrito tra desideri, potenzialità e tempo. La mia storia lavorativa, abbastanza tipica nella sua atipicità, non è più lunga di dodici anni: ciononostante io stesso ho percepito, nel mio piccolo, la frustrazione che deriva (per esempio) dal non vedere raggiunti degli obiettivi minimi di indipendenza economica, sulla quale – a un certo punto, se si ha qualcuno alle spalle – è bene anche passare sopra, proprio per una questione di salute.

E quando mancano alcuni fattori e altri ben più gravi si sommano? Non me la sento di dire che la solitudine (c’è notoriamente una maggiore incidenza di suicidi tra gli uomini separati o vedovi), la mancanza di prospettive, la frustrazione e l’umana debolezza non siano probabilmente ragioni terribilmente sufficienti a uccidersi.

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