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L’antipastino

Entri in un ristorante: è presto perché quella sia considerata ora di cena nel fine settimana della metropoli. Ti accoglie un cameriere che accompagna te e lei a un tavolo. Non fai in tempo a sederti che lo stesso cameriere, sulla quarantina, con una certa rassomiglianza con Massimiliano Bruno, ti offre di portarti “un antipastino”. E, nel descriverlo riempie di prelibatezze con movimenti della dita un piatto immaginario tenuto con la mano sinistra. Dice “Un po’ di formaggio, salu…” e tu lo interrompi, ringraziandolo, per chiedere il menù. Lui si ferma e ti guarda offeso. “Gliel’avrei portato, eh”, replica, prendendo due liste in mano.
Scopri che l’antipastino è per minimo due persone, e costa 15 euro al piatto.
L’antipastino.
Da quando il cameriere prende l’ordinazione (due pizze, una birra media e una bottiglia d’acqua) a quando queste giungono al tuo tavolo, sono arrivate altre persone.
“Intanto vi porto qualcosa, un antipastino?”
Non è neanche bello a vedersi, ma, nel giro di quindici minuti l’antipastino è su ogni tavola del ristorante.

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Chiedo scusa di cuore (ma anche di altre interiora)

Nel mio palazzo c’è un cantiere: sono al buio quasi completo da venti giorni, come avevo detto, ma non è di queste lamentele che voglio farvi partecipi. Piuttosto, vi renderete conto di quanto l’autore di questo blog possa essere talvolta insensibile.
Ieri, mentre tornavo a casa intorno all’ora di pranzo, ho incrociato dei muratori, anche loro in procinto di mangiare. Uno di essi mi si avvicina e mi chiede se c’è un posto nei dintorni dove fanno il kebab. Io gli do le indicazioni per raggiungere il “kebabbaro” più vicino, ma mi viene in mente una cosa che, da quando l’ho letta, non riesco a non associare a quel piatto. Tempo fa sono venuto a conoscenza della composizione del kebab. Roba da vomitare, eh?
Insomma, mentre lui diceva “Ah, che voglia di kebab”, io iniziavo ad accennare a grandi linee a quell’articolo.
Ho visto la gioia spegnersi negli occhi dell’uomo e ho cercato di fare marcia indietro, ma troppo tardi: la morbosità alimentare aveva ormai attecchito nel gruppo che, incuriosito dai miei accenni, ha iniziato a fare domande. Ho risposto alla prima, prima di rendermi conto che, in fondo, erano cavoli loro cosa avrebbero mangiato a pranzo. Un pranzo che arrivava dopo una mattina passata a innalzare impalcature e stendere intonaco a 30 gradi al’ombra.
Li ho salutati, quindi, augurando loro sinceramente “buon pranzo”. Un augurio al quale qualcuno ha risposto: “Eh, per chi pranza”. Spero solo che l’uomo fosse a dieta e che non siano state le mie inopportune parole ad allontanarlo da uno schifoso ma sacrosanto e desideratissimo kebab.
Scusate, signori muratori: ancora una volta devo imparare a trovare il tempo e il modo giusti per quello che dico.

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Vi fareste mai prepare la cena da uno così?

Gnocchi freschi XX XXX XXXX: particolare della confezione.

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L’insalata di riso

L’improvviso caldo ha anticipato servizi catastrofisti ai telegiornali, denudamenti vari, allarmi sparsi, ma anche una serie di cibi e abitudini alimentari. Tra questi, l’insalata di riso.
Perché si prepara l’insalata di riso? Perché è un cibo fresco e facile da fare, rispetto agli ingredienti che necessita ripaga – tutto sommato – in gusto, e si conserva.
Caratteristica principe dell’insalata di riso è che non se ne fa mai poca. Provate a immaginarvi un pranzo in cui qualcuno dice “Accidenti, è finita l’insalata di riso”. Impossibile. È matematicamente provato che in qualunque condizione di insalata di riso se ne fa una caterva. La cosa, all’inizio, dà soddisfazione. Torni a casa affamato, stanco, non hai la minima voglia di alzare un dito, stai già per cercare il numero di un portatore di pizza, quando… “Ehi, ma ho l’insalata di riso”. Cibo che, come molti altri, “è sempre più buono il giorno dopo”. Il punto è che di insalata di riso se ne fa tantissima, quindi il giorno dopo è niente rispetto a quello dopo, e dopo, e dopo ancora. Se la gastronomia fosse una scienza esatta, la bontà dell’insalata di riso tenderebbe a più infinito. E invece no. Ma prima che si irrancidisca, l’insalata di riso ha modo di imporre la sua presenza.
Nel frigo l’insalata di riso spadroneggia: ne avete fatta tanta, quindi dev’essere messa in una ciotola o recipiente piuttosto grande. Si impone già alla vista. Ma, soprattutto, non finisce mai. Di qui i dubbi: si riproduce da sola? E, soprattutto, c’erano delle birre, in frigo, chi se le è bevute?
La tremenda verità giunge quando, al sesto giorno, vi sentite costretti a mangiare l’insalata di riso sperando che sia – illusi – l’ultima volta. Oltre il cellophane, invece, ne scorgete una quantità  ancora enorme, e quando sollevate la pellicola, sentite distintamente la nausea che vi assale… e un rutto.
E non siete stati voi a farlo. 

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Note a margine

“Mangino cavallette”. Concordo con il senso di disagio provato da Emmebi: che uno dei punti salienti del vertice FAO sulla fame nel mondo sia un cenone, fa un po’ specie. Ma non è tutto: quando si è aperto il summit, Repubblica.it ha pubblica un articolo in cui la FAO dice che è questione di tempo, ma che alla fine mangeremo insetti. “Buoni e saporiti, forniscono un elevato apporto nutriente”. Il problema rimane la mancanza di contorno.

Todt Cab for Cutie. Il nuovo disco dei Death Cab for Cutie si intitola Narrow Stairs, ed è uscito ufficialmente qualche settimana fa. Come accade da un bel po’ di tempo, il disco è finito nelle reti peer-to-peer alla fine di aprile. Stesso titolo, stesse canzoni, tag a posto. Solo che era il disco dei tedeschi Velveteen, molto simile come suoni e arrangiamenti, in realtà, a quello della band americana. Il punto è che una giornalista di “Rumore” ha fatto del disco dei Death Cab for Cutie il disco del mese… recensendo quello finto. Con un certo entusiasmo, anche. Apriti cielo: il dibattito si sviluppa sul blog di Inkiostro e ne parleremo domani a Maps. My two cents? Questo evento è sintomatico, terribilmente sintomatico del mondo musicale di oggi e della critica (spesso improvvisata) che gli ruota attorno. Trovare colpevoli e metterli alla gogna, però, è inutile e banale.

Volevo chiedere… Petunio ha incontrato lo Sbagliatore Professionale di Domande, cioè quella persona che interviene in un dibattito pubblico, spesso culturale come una presentazione di libro o di film, e fa delle domande inappropriate. Quando va bene. Infatti, alla fine dello scorso mese ho presentato un libro. Al momento delle domande una signora bizzarra ma intelligente (o viceversa) ha preso la parola, iniziato un preambolo lunghissimo, risposto al telefono che le suonava nella borsetta da qualche minuto, parlato un po’ alla cornetta, chiuso la chiamata e… “Ripreso la domanda”, direte voi, miei piccoli lettori. No. Ha ripreso il preambolo.

“Ho forgiato un amuleto che ti renderà invincibile…” A Seconda Visione era venuto ospite uno dei suoi attori, e conosco il blog di uno dei suoi autori. La curiosità per The Iron Pagoda, il primo film wuxiapian italiano, o foss’anche bolonnaise, è cresciuta a dismisura. Un film da non perdere, fidatevi: qua tutte le notizie e i modi per scaricarlo o vederlo direttamente.

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My N.Y.C. from A to Z – 3

Ristoranti. L’ostello dell’anno scorso aveva una cucina, quello di quest’anno era attrezzatissimo per la colazione, ma per il resto non andava oltre il microonde. Quindi mi sono buttato nell’enorme panorama culinario nuiorchese. Ho mangiato giapponese (e dei giapponesi pazzi al tavolo a fianco mi hanno obbligato a finire una damigiana di sakè), etiope (favoloso, ma anche qui torna la battuta di Harry ti presento Sally – che non ricordavo: “Andiamo a mangiare etiope? Ci daranno dei piatti vuoti, finiremo presto”), italiano (oh sì, in un posto talmente fantastico che linko: si chiama Bread), messicano (solo delle empanadas, a dire il vero). E poi in milioni di altri posti a caso, per strada, in giro. E’ divertente solo scegliere dove e cosa mangiare.

Singer. Era un concerto non previsto, ma non ero mai stato alla Knitting Factory. La serata è iniziata male, con un certo Daniel Higgs che ha letteralmente salmodiato per mezz’ora sull’amore, facendosi accompagnare da uno scacciapensieri e da uno strumento a corde poggiato sul grembo, che pizzicava con noncuranza. Se avessi saputo che presentava un disco chiamato Metempsychotic Melodies… Poi per fortuna sono arrivati i Cloudland Canyon, robusti ed eterei al tempo stesso, su Kranky Records. E infine, Singer. Semplicemente fantastici: tra il math rock e il be bop, precisi come macchine, perfetti per suoni e armonie: uno dei concerti più belli visti quest’anno. Compratevi il loro disco Unhistories, in attesa di vederli in Italia in autunno. Meravigliosi!

Trains. La metropolitana di New York è enorme, rumorosa, incasinata: ma costa pochissimo ed è un modo meraviglioso per scorrazzare da una parte all’altra della città. Piena di ratti, di musicisti spesso bravissimi, di persone che sbraitano, si lamentano, ti parlano del loro amore e odio per NY. “Dobbiamo andare uptown o downtown?” “Dov’è la fermata giusta?” E poi nel fine settimana, per lavori o altro, et voilà, saltano fermate, cambiano le linee, ti trovi ad aspettare l’A Train alla fermata della linea 3 e invece arriva il Q. Ma prima o poi si arriva, e la voce registrata che dice prima di ogni partenza “Stay clear from the closing doors, please”, diventa una specie di bordone per tutta la giornata.

Union Square. Tra una cosa e l’altra è stato il posto da cui sono passato di più, la fermata della metropolitana di riferimento (non quella più vicina all’ostello), il luogo in cui mi sono incontrato con altri, in cui mi sono seduto, riposato. Il luogo dove ho comprato dischi e visto che i mercatini biologici ci sono anche a NYC, non solo a Princeton (vedi post precedente). A Union Square ho iniziato un giro bellissimo di mercatini dell’usato, che in realtà, secondo Time Out, sarebbe dovuto finire là. A Union Square, l’anno scorso, non ero neanche passato.

Village. East, West, Greenwich, andate dove vi pare, ma è ancora adesso il luogo in cui è più facile divertirsi a New York. Certo, Williamsburg è più hype, il So.Bo. (South Bronx) sta diventando cool, le case di Astoria iniziano ad essere bellissime. Ma quando non si sa cosa fare, nel giro di una quindicina di isolati c’è tutto. Dalla trappola per turisti al Cake Shop, dai take away thailandesi di St. Mark’s Place al ristorante etiope dove sono stato, dall’ormai sputtanatissimo Cafè Wha? a deliziosi locali con i tavoli fatti di lavagna. E il gessetto per scriverci e disegnarci sopra è omaggio.

Whitney Museum of American Art. Perso l’anno scorso, recuperato quest’anno. Il Whitney raccoglie una collezione permanente pregevole, ma a New York è noto soprattutto per la biennale di arte contemporanea. Non so, sarà stato che di vedere enormi tavole grigie o nere e pensare ad altro oltre “Non era una buona giornata per chi le ha dipinte”, e cose del genere, non ne posso più. Sarà stato che ero stanco e avevo mal di testa. Ma insomma, ho dato un calcetto ad un’opera. Ed è caduto un cartello-che-faceva-parte-dell’opera-stessa. Con perfetto aplomb ho detto “sorry” e ho rimesso il cartello (pesantissimo, di legno) a posto. Avrò mutato la volontà artistica dell’opera? Sarà, ma l’unica reazione che ho sentito è stata una risatina. Liberatorina.

X. Di incognite, in questo viaggio, non ce ne sono state. A parte il misterioso ospite del bizzarro ostello dov’eravamo alloggiati. La prima volta che lo vediamo, pensiamo: è un disgraziato che non ha casa e sta qua, curando la sua innocua follia. La seconda volta iniziamo a parlarci e sembra a posto. Ma cosa sono quei calcoli che fa sempre sul tavolo della stanza comune? La terza volta scopriamo (vedi “American Dream Hostel”) che conosce mezza università dell’Oregon, e ci sono dei testimoni al tavolo con noi. Poi ci dice che è stato un matematico a Heisenberg, nel frattempo ci segnala il Terra Blues, e dice che sa il danese, perché ha vissuto in Danimarca. E che vorrebbe comprarsi una casa nel Chianti. Non so se ti rivedrò mai, L.C., ma mi hai segnato. E una delle cose che mi mancano di più sono i tuoi “Oook, oook, aaalright.”

Yuppi! Cos’altro si dovrebbe dire quando si sale sull’enorme ruota panoramica del Luna Park di Coney Island? L’anno scorso il parco era deserto, struggente. Quest’anno vedeva i suoi primi visitatori, ed è stato magnifico comunque. Coney Island è magnifica. Non diresti mai di essere a New York, eppure con mezz’ora di metro ritorni a Manhattan, più o meno. Ah, se volete fare anche voi il giretto sulla ruota, cliccate qua.

Zoo. Concludo questo abbecedario con una delle prime cose fatte a New York quest’anno. Visitare lo zoo di Central Park. Sì, lo so, gli animali dovrebbero stare liberi, scorrazzare felici nella natura. E’ vero. Ma lo zoo di Central Park è bellissimo lo stesso. La parte dedicata alla foresta pluviale è una struttura enorme e umidissima in cui uccelli tropicali ti svolazzano letteralmente tra i piedi, per dire. Se no, come avrei fatto a fare una foto come questa? E poi ci sono i pinguini: ecco, concludo quest’ultimo post con il video dei pinguini dello zoo. Perché mi sono sentito un po’ come loro: guizzante, rapido, eccitante e buffo. A presto, NYC.

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Cookies 3

In questa terza, immancabile puntata, ci allontaniamo dal biscotto, per andare su un altro cibo da colazione. I Kellogg’s Special K.
I Kellogg’s Special K sono degli alimenti, come il vino fragolino e il Philadelphia Light, espressamente pensati per un pubblico femminile. Se un uomo li ha in casa non sono suoi, o li detiene per addolcire la sua partner, che sarà estremamente contenta, di mattina, dopo una notte d’ammore, di sgranocchiare quei cereali. Quelli, e non i Kellogg’s normali. Perché? Perché solo sugli Special K c’è scritto, in alto sulla confezione, in una posizione ad angolo che è solo falsamente discreta: “solo 1% di grassi”. Ancora più subdolo è il disegno: sulla parte frontale della scatola si intravede una silohuette di donna, con la punta della “K” che va a toccare quello che dovrebbe essere il seno. Ehm, forse no, è che sono un maniaco sessuale, scusate.
Insomma: vale la legge “mangiane a quintalate, non ingrasserai mai”. Una frase subliminale che scorre veloce nel cervello leggero del maschio, ma che colpisce come una fucilata la psiche femminile. Come se non bastasse, dietro la confezione, oltre ad essere ribadita la percentuale di grassi, viene annunciato uno splendido concorso in cui si può vincere un “weekend benessere” e, soprattutto, viene pubblicizzato il sito del prodotto.
Ovviamente dal sito si può accedere alla community (sic) di Special K (anch’essa con solo l’1% di grassi?), ci sono interessanti consigli e segnalazioni su eventi artistici e culturali, tabelle nutrizionali a go-go, ma soprattutto le ricette. Voi direte: ricette per tenersi in forma, a base di insalatina, soia e formaggio leggero a fiocchi? No. Ricette a base di Special K. Ah, sprovveduti: pensavate che bastasse aprire la scatola, versare dei cereali in una tazza, metterci il latte e mangiare? No. Special K è anche creatività, e che cavolo.
Ora, siccome non voglio mettermi contro la Kellogg’s, che se no altro che aprire un account PayPal “Aiuta A Day in the Life contro le multinazionali dell’alimentazione”, concludo. Con un’osservazione: perché l’ultimo prodotto Special K è al cioccolato, e sul sito c’è scritto “con il 50% in più di cioccolato” (senza percentuali di grassi, almeno quello)? Ve lo dico io, anzi, il sito:

“Il cioccolato fondente, oltre ad essere un alimento gustoso, è anche un tonico naturale che può dare una rapida carica di buon umore e stimolare l’attività mentale. Con il nuovo Special K Cioccolato Fondente potrai fare il pieno di allegria perché è ancora più ricco di cioccolato!”

Insomma, prima vi deprimono con il cereale cartonato, poi vi invitano a farvi di cacao per ritrovare il sorriso. È la dura legge del marketing, ragazze.

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Cookies 2

Continuiamo la disamina sui biscotti. Non mi sono accontentato delle Macine 2.0: in un impeto di consumismo ho comprato anche i Krumiri. Io detestavo i Krumiri, da piccolo: secondo me sapevano di polvere. Però li mangiavano in tanti, e avevano un aspetto inequivocabilmente sano. Quindi, alle soglie dei trent’anni (oh, una soglia lunga due anni, sia chiaro), mi sono detto: “E’ ora di comprare i Krumiri”. Le parole “nuovo” e “al cioccolato” sulla confezione hanno spazzato via ogni briciola di dubbio residuo.
Il punto focale dei nuovi Krumiri è proprio la confezione. Sentite cosa c’è scritto dietro, sulla quarta di copertina, per intenderci.

I Krumiri della Colazione sono Krumiri diversi, più grandi e più leggeri.

E una voce dentro di me diceva: “Ehi, scordati quel sapore di polvere, time goes by, inzuppalo ancora, Sam.” (Ho delle voci così, io, dentro.)

Biscotti che Bistefani ha creato pensando ad un connubio tra la forma caratteristica dei Krumiri Classici di Pasticceria e una ricetta più leggera adatta ad un consumo quotidiano.

Secondo me la Bistefani ha avuto problemi legali dovuti ad overdosi di Krumiri Classici: i termini sono gli stessi del rapporto sulle droghe dell’OMS, se ci fate caso. Ma adesso c’è la parte più sfacciatamente interlocutoria.

Avete notato che i Krumiri della Colazione sono uno diverso dall’altro?

Ma certo: appena aperta la confezione li ho messi tutti uno accanto all’altro sul tavolo, e mi sono reso conto che, come i fiocchi di neve, non ce ne sono due uguali. Poi li ho rimessi dentro. Ma dimmi, sacchetto, come mai?

Merito della trafilatura al bronzo, culmine di un processo produttivo “gentile”, che diversamente da una produzione industriale a stampo, rispetta l’impasto originale, lasciando che il biscotto prenda la sua forma naturale.

Praticamente il metodo steineriano applicato ai biscotti. Ogni singolo Krumiro viene reso cosciente di sè: quando si apre la confezione sono i biscotti stessi che si propongono per essere mangiati, consci della loro molle fine. Ehi, un attimo: ma l’inzuppo?

La ruvidità della superficie e la struttura porosa, (virgola, tra soggetto e verbo) fanno sì che i Krumiri della Colazione superino brillantemente la prova inzuppatura: assorbono la giusta quantità di latte senza sfaldarsi per un connubio unico di sapori.

Qui non si cazzeggia, ragazzi: la prova inzuppatura è una cosa seria, elaborata da fior di scienziati. E il Krumiro vince, assorbe senza schiattare sul fondo della tazza, regala connubi. Evviva!

La confezione è chiusa, in fondo, da un buono sconto di un euro “sul riacquisto di una confezione a scelta”. E io, secondo voi, cosa farò? Non vedo l’ora di finire questo pacco per acquistarne un altro, e riacquistare, e riacquistare perché senza trafilatura al bronzo io non so più stare.

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Cookies

Alla questione tecnologica ero abituato. Una volta che hai comprato un computer, un lettore mp3, una macchina fotografica digitale, ma anche una semplice penna usb, elimina subito i cataloghi della grande distribuzione che arrivano a casa, non sfogliarli neanche, non ti curar di loro, non guardar neanche, passa. Immagino che lo stesso valga per macchine, moto, motorini, lavatrici.

Ma adesso vale anche per i biscotti.
Ho comprato un enorme pacco di Macine del Mulino Bianco, perché erano in offerta. Non mi sono reso conto che, sul pacco, c’era scritto qualcosa come “Nuove, perfette da inzuppare.” Perché, quelle prima che erano? Cos’avevano che non andava? Avrò inzuppato nel latte centinaia di Macine 1.0. Ero irrimediabilmente indietro, out, fuori dall’hype del latte?
E immediatamente mi vengono in mente quelle pagine di quotidiano affittate talvolta da case produttrici di elettrodomestici, dove c’è scritto qualcosa come: “Attenzione. I modelli sottoelencati di Affettatrici Laser Bantex hanno un difetto di fabbricazione, per cui possono amputarvi un braccio in un nonnulla.”
Cosa mi sarebbe potuto accadere con una vecchia Macina? Si sarebbe potuta irrimediabilmente liquefare nel bicchiere di latte, rendendo inutile il suo recupero, se non per via orale, suggendo la pappetta formatasi? Oppure mi sarebbe esplosa in gola come una mina antiuomo portandomi all’immediato soffocamento?

Devo stare attento anche ai biscotti, adesso. Ma soprattutto non posso portarmi da sfogliare al cesso neanche le pubblicità dei supermercati.

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Sembra carne ma non è

Lo ammetto: ho un istintiva diffidenza verso i vegetariani, vegani, eccetera. E lo so che questo mi attirerà molte antipatie, ma non ci posso fare niente. La mia diffidenza non è dovuta a divergenze ideologiche, anzi, in linea di principio so che mangiare carne provoca sofferenze agli animali, soprattutto se non sono ancora del tutto morti quando li addentiamo. Ma il fatto è che per me i vegetariani fanno parte dell’insieme di persone che non mangiano determinate cose: è quello che mi rende diffidente, anche se rifiutarsi di mangiare la minestra è politicamente meno forte, come gesto, di rifiutarsi di mangiare della carne. Insomma, il punto è che, visto che mi piace cucinare e soprattutto farlo per gli altri, mi scoccia quando ci sono degli ostacoli di qualche tipo alla mia fervida fantasia culinaria. Uau.

Questa lunga premessa per raccontare qualcosa che mi è successo una settimana fa.
Avete presente quei posti circondati da fattorie, con cani e gatti che scorrazzano senza problemi, che di inverno sono completamente immersi nella nebbia e nel silenzio, silenzio attutito solo dal rumore sordo che provoca lo sbattere contro i muri dei cani e dei gatti privati del senso dell’orientamento dalla nebbia e dal silenzio? Avete presente quei posti che hanno come tovaglietta/menù tutta una serie di notizie e notiziuole che, in fondo, hanno come scopo quello di farti sentire una merda perché una volta hai mangiato una barretta di cioccolata e hai buttato la carta per terra, la quale ha soffocato orribilmente una lumaca?  Quei posti in cui sul muro ci sono le foto-ricordo di ogni cavolfiore e carota che state per mangiare, con scritte come “ci mancherai”, o “sempre presente nei nostri orti”?*
Beh, ci sono stato. E non ho neanche mangiato male, devo dire. Ma una cosa mi ha lasciato perplesso. Arrivati al secondo, ho visto planare verso di me delle cose che sembravano, indubitabilmente, delle scaloppine. Prima ho pensato ad una follia del cuoco; poi mi sono detto: e se il cuoco su fosse liberato così, finalmente, di quella rompicoglioni di sua moglie? Infine mi è balenato in testa che potesse essere un modo rapido ed economico di sbarazzarsi di animali malati, e ho pensato che, in effetti, anche la moglie del cuoco poteva essere malata. Infine le ho addentate: seitan.
Ma io mi chiedo perché. Perché avete le tovagliette che dicono che non uccidereste un animale neanche morti, perché avete tanti bollini di bio-certificazione, perché propugnate (giustamente) una causa condivisibile… e tentate di fregarmi? Datemi del seitan a forma di seitan, santiddio, e se il seitan non ha forma, datemelo cubico, circolare, piramidale, ma non a forma di carne. Se no è come dire: “Eh, lo so che vorresti una bella bistecca, come secondo. Anche noi, sai, ci saremmo anche rotti le palle di dare da mangiare alla mucca e basta, e che ci vorrebbe, due colpi, et voilà, una bella fiorentina. Ma non possiamo. Quindi ti diamo qualcosa che ti ricordi la carne, ma che non lo è neanche lontanamente. Su, mangia che si fredda.” Lo spirito di sacrificio, ecco cosa non mi piace di un certo modo di mangiare. E ho pensato che il seitan a forma di scaloppina è l’equivalente alimentare dell’invidia del pene.

*Beninteso, ogni ortaggio si è sacrificato per il vostro stomaco. Per quello ve lo fa pesare, dopo. Come postilla, infatti, devo dire che il macrobioticovegetallycorrect mi è rimasto sullo stomaco fino all’ora di cena.

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La salama da sugo

Giovedì sera ho interrotto momentaneamente la vita di questi giorni, che si svolge in maniera ossessiva e ripetitiva tra qua e qua. Il tutto è iniziato in radio, giovedì mattina. Il mio amico S. mi viene vicino sorridente, con aria propositiva. Emette un verso e poi mi fa, triste: “Ah, niente, tanto stasera andrai a vedere qualcosa”. “Dimmi”. “No, è che stasera facevo la salama da sugo”.
Ora. Questa “salama da sugo” era diventata, nelle passate settimane, una sorta di animale (o mostro) mitico. Si narrano di persone il cui stomaco è esploso dopo avere mangiato la salama da sugo. Io non sapevo neanche che esistesse, ma, siccome ogni volta che qualcuno ne pronunciava il nome c’erano intorno reazioni che neanche a nominare Dracula in Transilvania, ho iniziato a temerla in maniera reverenziale anche io. D’altro canto, però, grazie al ritmo di vita di cui sopra, non riuscivo manco a mangiare. Salama = cibo (seppur pesante e pericoloso).
“Ma che scherzi? Io ci vengo da te a mangiare la salama da sugo”. E S. sorride contento.
“Chi viene? La tua ragazza…?” “Ah, no, è una serata di soli uomini, scherzi?”. Non capisco l’ovvietà, ma acconsento. E il tutto assume sempre di più le tinte di un rito di iniziazione.

Arrivo a casa di S. dopo l’ennesima proiezione verso le otto. Ci sono già F. e A., deve solo arrivare G. (scusate le lettere, ma sapete, la privacy). S. mi mostra con orgoglio una pentola, che bollicchia. La casa è invasa da un odore di cotechino, solo più forte, barocco, esagerato. “Ho fatto il purè”, dice S. (che, dovete saperlo, ormai è completamente rapito dal verbo di Allan Bay). “L’ho fatto io: ventisei patate”. “Eh”, dico io. Ma il suo orgoglio è la pentola che bollicchia. Dentro, ovviamente, c’è la salama da sugo. Ora, è evidente che molti di voi, come me, del resto, non sappiano che accidenti sia ‘sta cosa. Il punto è che la salama è tipica di Ferrara. Nel senso che qui a Bologna mica si trova facilmente. Quindi potete immaginare la tipicità.
Insomma, la salama deve cuocere “a bagnomaria” per sei o sette ore. Infatti era lì dalle due. A bollire, a farsi. Ora capite che ci mancava poco che indossassimo delle tuniche e iniziassimo a salmodiare in ferrarese. Ma come tutti i riti di iniziazione, anche questo ha le sue leggende.
“Me l’ha data la fidanzata di mio padre. Quando l’ho vista, le ho detto che era piccolissima, e lei ha replicato che era per otto persone. Ma vi rendete conto? Una salama da sugo grande così”, dice S., mostrando con le mani una sfera immaginaria del diametro di una quindicina di centimetri, “che basta per otto persone”. Cori di emozione. Intanto arriva G. e arrivano anche le ore ventuno, la salama è pronta. Rimane ancora il dubbio: ma perché si chiama “da sugo”?

Quando siamo a tavola, S. decide di abbassare le luci, ma noi commensali ci ribelliamo a gran voce (forse anche un po’ alticci): vogliamo vedere chiaramente la salama, che finalmente viene alla luce, così come la vedete nella foto. Viene aperta la pelle e presa con un cucchiaio, adagiata sul lettino di purè che ognuno ha sul piatto. S. ha messo a tavola anche del pane integrale, “così sembra che mangiamo sano”, dice. Ad un certo punto, F. ci fa notare che, se viene premuta, la salama, la sua “polpa”, produce un liquido sugoso. Iniziamo a congetturare sulla secrezione sugnica (mi si perdoni il neologismo) e concludiamo che, in realtà, ha senso dire “la salama sugo”: è bello, suona arcaico, come un detto popolare. E continuiamo a metterci pezzi di salama nel piatto.
Finisce in tempo brevissimo, ovviamente, nel silenzio interrotto soltanto dal rumore del vino versato e bevuto e dai mugolii di godimento. Ah, no, c’è anche qualcos’altro che spezza il silenzio, sempre di più mano a mano che la salama finisce: i commenti sprezzanti, del tipo “beh, ma io pensavo peggio”, “va giù che è un piacere, ma quale pesante” e cose del genere.

Forse sarà il vino, forse la stanchezza, ma alle undici e mezza siamo completamente cotti. Morti di sonno e svaccati sul tavolo o sui divani.
Torno a casa e vado a letto. Alle quattro e trenta mi sveglia una sete mortale, e mi accorgo che piumino, lenzuola e copriletto sono annodati con una perizia da fare invidia ad un vecchio lupo di mare. Insomma, sonni decisamente agitati. Non ammetterò mai che è stata colpa della salama. Mi addormento e sogno di andare in bagno a bere. Mi specchio e, al posto della testa, ho una salama da sugo.
Se la sarà presa per i commenti sprezzanti, sicuro. E sono altrettanto sicuro che il silenzio, la prossima volta (speriamo sia presto, eh, S.?) verrà interrotto solo da qualche preghiera, nella lingua estense, ci mancherebbe.

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Liste

A me le liste mettono angoscia. La stessa angoscia che mi mettevano i compiti di matematica al liceo, perché la matematica è “perfetta” ed “esatta”. La stessa angoscia che mi mette il contoallarovescia a capodanno. Non mi piacciono le liste di dischi, né quelle di film. Non mi diverte farle, non so perché. Mi capita spesso, date le mie presunte conoscenze cinematografiche, che qualcuno mi chieda, in maniera del tutto innocente, “Qual è il tuo film preferito?”. Non lo so. Non lo so, smettetela di chiedermelo. Posso dirvi, forse, qual è il mio film preferito di un regista X, ma, per esempio, se mi chiedete qual sia il mio film di Kubrick preferito, non lo so. Non ne ho idea. Forse, oggi, adesso, alle quattro del mattino, Arancia Meccanica, ma poi, magari, domani sarà 2001.
Non faccio liste di dischi del 2003. Intanto perché sono indietro con la musica di almeno cinque anni, ma forse anche di più. E poi per i motivi di cui sopra. Intendiamoci: non ce l’ho mica con quelli che fanno le liste (anche perché se no dovrei togliere almeno la metà dei link dal mio blog).
Ma non tutte le liste mi mettono angoscia. In questa fase della mia vita, in cui i pagamenti per i lavori che faccio e che ho fatto non arrivano, e quindi sono senza una lira (amici, scordatevi anche il pensiero di un regalo di Natale), c’è una lista che mi fa sognare. La lista della spesa. Eccola qui per voi.

pasta (de cecco): non dimenticare di prendere i bucatini, le linguine, oltre ai formati classici;
pane (magari di altamura, francese o pugliese);
polpa di pomodoro (la passata no, meglio la polpa);
acciughe (evitare di dimenticarsele al supermercato);
uova (ma una confezione da sei basta: non ne mangio tante);
carne macinata (il ragù!);
aglio, cipolla e altri aromi e aromini;
tonno in scatola (all’olio d’oliva, quello al vapore mi sa di malato: fissazioni);
olive nere con nocciolo (quelle senza sanno di plastica: vedi sopra);
pancetta (meglio se in pezzo unico, da tagliare, ma anche a dadini va bene: affumicata per la carbonara, normale per l’amatriciana);
formaggi vari (non dimenticare la mozzarella, il gorgonzola e il pecorino);
verdure varie: insalata, pomodori, radicchio e del finocchio da sgranocchiare, melanzane e peperoni (anche se non è stagione);
patate;
funghi porcini secchi;
pomodori secchi;
del pesce buono (se c’è);
carne, ma poca;
frutta in quantità;
latte;
caffé (magari non illy, ma insomma…);
biscotti di vari tipi, basta che in qualcuno ci sia del cioccolato;
fette biscottate (non integrali);
marmellata (pesca, albicocca, fragola, mirtillo, arancia);
succhi di frutta (gusti come sopra, più pompelmo e senza fragola, per carità);
nutella (se proprio siamo in fase perversa);
cacao solubile (ma non nesquik, niente roba della nestlé, anche se è difficilissimo trovare un cacao solubile anche nel latte freddo che non sia della nestlé);
varie ed eventuali…

… tanto in ogni lista, alla fine, si finisce per dimenticare qualcuno o qualcosa, no?

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Regalo (per voi che leggete)

Se fossi giulio mozzi, vi racconterei per filo e per segno cosa sto andando a fare a Milano per il fine settimana. Anche perché un po’ giulio mozzi c’entra. Invece, siccome me ne sarò via fino a lunedì, vi lascio un dono culinario. No, nessun link da cliccare e poi vi viene fuori dal lettore cd una torta al cioccolato. Ma questo. Che, in parte, c’entra con uno dei motivi per cui sono a Milano.

Pasta col cavolfiore al forno

Dosi per quattro persone: 400 grammi di pasta corta (dipende da quanto mangiate, ovviamente) tipo tortiglioni, penne rigate, sedani; 900 grammi circa di cavolfiore molto fresco; due spicchi d’aglio; sei filetti d’acciuga sott’olio; una manciata di capperi sotto sale; olio e parmigiano quanto basta.

Pulire il cavolfiore togliendo le foglie esterne e il torsolo più duro, tagliarlo a cimette, sbucciare la parte tenera del torsolo e tagliarla a fettine. Mettere tutto a lavare in acqua fredda. In un tegame basso e largo mettere l’olio, i capperi ben lavati le acciughe e l’aglio (non tritato), quindi aggiungere il cavolfiore senza scolarlo troppo. Porre il tegame sul fornello a fiamma media e mescolare per distribuire bene gli ingredienti. Quando l’olio si è ben scaldato, abbassare la fiamma e mettere sul tegame un coperchio. Lasciare cuocere lentamente mescolando di tanto in tanto, badando che non si asciughi troppo. Le acciughe, l’aglio e parte del cavolfiore si devono disfare, ma senza che si spappolino. Assaggiare per regolare di sale (che va messo dopo).
Cuocere la pasta al dente, scolarla e mescolarla al cavolfiore. Ungere una teglia con un po’ di olio, versare la pasta condita, livellare e cospargere di parmigiano grattato. Mettere nel forno caldo e fare gratinare.

Fatemi sapere. Buon appetito e a lunedì.

Francesco prepara il suo famoso piatto, i testicoli di porco flambè, ad una simpatica coppia di clienti nel suo ristorante di Pasadena. O di Seattle. Non ricorda.

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Evitate i grassi

E non solo, anche le bevande alcoliche, bevete molta frutta e mangiate molta verdura. Questo è quello che dicono sempre i dietologi, o meglio, coloro i quali hanno una cattedra in Scienze dell’Alimentazione, qua e là, in qualche università del nostro bel paese. Lo dicono quando vengono intervistati, almeno una volta alla settimana durante l’estate, da quel supplemento geniale e utilissimo che è “TG2 Costume e Società”. E io prendevo sempre in giro queste persone dicendo “Ma chi vuoi che si mangi la trippa al sugo a Ferragosto?”. E invece…

5 agosto 2003, Corsica orientale. Ristorante “Chez Felix”. Siamo in quattro e prendiamo da mangiare due menù. A coppie.

  • Antipasti: salumi tipici corsi/patè
  • Piatto principale: spezzatino con polenta/arrosto di maiale con salsicce e fagioli
  • Formaggi (una specie di piatto/totem grande quanto una pista delle macchinine)
  • Dolce (i miei amici ci hanno dato dentro, io, lo ammetto, ho preso una macedonia. Avevo paura di morire)
  • Vino rosso della casa: incazzatissimo
  • Liquore alle castagne: quando l’abbiamo odorato abbiamo pensato di fare testamento. Poi, invece, si è rivelato meno violento di quello che si pensava.

Ieri, 19 agosto 2003, un ristorante in corso Regina Margherita a Roma. Siamo in due. E abbiamo fame. E, evidentemente, è troppo tempo che non guardiamo “Costume e società”.

  • Antipasti: crostini vari/fritto misto
  • Pizza: due. La mia amica aveva ordinato una pizza di cui non ricordo il nome. Il cameriere l’ha guardata in maniera strana per dissuaderla. Lei ha cambiato ordinazione. Da quel momento (e nei momenti successivi) la scena di riferimento è quella del ristorante in Monty Python – Il senso della vita
  • Birra: due, medie. Io chiara, lei rossa. Così, tanto per essere precisi.

Sorpresa finale: il cameriere ci ha presi in simpatia e ha deciso di offrirci qualcosa dopo cena. E voi direte: il classico limoncello? Ma no, banali che siete! Vin santo e cantucci.
Secondo me hanno tentato di ucciderci. Ma non ce l’hanno fatta.

P.S. Ehm, non date molta importanza al fatto che ieri non ho postato niente. Ero… stanco. Fra un po’ me ne vado all’Aquila. A domani sera.

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