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L’antipastino

Entri in un ristorante: è presto perché quella sia considerata ora di cena nel fine settimana della metropoli. Ti accoglie un cameriere che accompagna te e lei a un tavolo. Non fai in tempo a sederti che lo stesso cameriere, sulla quarantina, con una certa rassomiglianza con Massimiliano Bruno, ti offre di portarti “un antipastino”. E, nel descriverlo riempie di prelibatezze con movimenti della dita un piatto immaginario tenuto con la mano sinistra. Dice “Un po’ di formaggio, salu…” e tu lo interrompi, ringraziandolo, per chiedere il menù. Lui si ferma e ti guarda offeso. “Gliel’avrei portato, eh”, replica, prendendo due liste in mano.
Scopri che l’antipastino è per minimo due persone, e costa 15 euro al piatto.
L’antipastino.
Da quando il cameriere prende l’ordinazione (due pizze, una birra media e una bottiglia d’acqua) a quando queste giungono al tuo tavolo, sono arrivate altre persone.
“Intanto vi porto qualcosa, un antipastino?”
Non è neanche bello a vedersi, ma, nel giro di quindici minuti l’antipastino è su ogni tavola del ristorante.

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Chiedo scusa di cuore (ma anche di altre interiora)

Nel mio palazzo c’è un cantiere: sono al buio quasi completo da venti giorni, come avevo detto, ma non è di queste lamentele che voglio farvi partecipi. Piuttosto, vi renderete conto di quanto l’autore di questo blog possa essere talvolta insensibile.
Ieri, mentre tornavo a casa intorno all’ora di pranzo, ho incrociato dei muratori, anche loro in procinto di mangiare. Uno di essi mi si avvicina e mi chiede se c’è un posto nei dintorni dove fanno il kebab. Io gli do le indicazioni per raggiungere il “kebabbaro” più vicino, ma mi viene in mente una cosa che, da quando l’ho letta, non riesco a non associare a quel piatto. Tempo fa sono venuto a conoscenza della composizione del kebab. Roba da vomitare, eh?
Insomma, mentre lui diceva “Ah, che voglia di kebab”, io iniziavo ad accennare a grandi linee a quell’articolo.
Ho visto la gioia spegnersi negli occhi dell’uomo e ho cercato di fare marcia indietro, ma troppo tardi: la morbosità alimentare aveva ormai attecchito nel gruppo che, incuriosito dai miei accenni, ha iniziato a fare domande. Ho risposto alla prima, prima di rendermi conto che, in fondo, erano cavoli loro cosa avrebbero mangiato a pranzo. Un pranzo che arrivava dopo una mattina passata a innalzare impalcature e stendere intonaco a 30 gradi al’ombra.
Li ho salutati, quindi, augurando loro sinceramente “buon pranzo”. Un augurio al quale qualcuno ha risposto: “Eh, per chi pranza”. Spero solo che l’uomo fosse a dieta e che non siano state le mie inopportune parole ad allontanarlo da uno schifoso ma sacrosanto e desideratissimo kebab.
Scusate, signori muratori: ancora una volta devo imparare a trovare il tempo e il modo giusti per quello che dico.

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Vi fareste mai prepare la cena da uno così?

Gnocchi freschi XX XXX XXXX: particolare della confezione.

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L’insalata di riso

L’improvviso caldo ha anticipato servizi catastrofisti ai telegiornali, denudamenti vari, allarmi sparsi, ma anche una serie di cibi e abitudini alimentari. Tra questi, l’insalata di riso.
Perché si prepara l’insalata di riso? Perché è un cibo fresco e facile da fare, rispetto agli ingredienti che necessita ripaga – tutto sommato – in gusto, e si conserva.
Caratteristica principe dell’insalata di riso è che non se ne fa mai poca. Provate a immaginarvi un pranzo in cui qualcuno dice “Accidenti, è finita l’insalata di riso”. Impossibile. È matematicamente provato che in qualunque condizione di insalata di riso se ne fa una caterva. La cosa, all’inizio, dà soddisfazione. Torni a casa affamato, stanco, non hai la minima voglia di alzare un dito, stai già per cercare il numero di un portatore di pizza, quando… “Ehi, ma ho l’insalata di riso”. Cibo che, come molti altri, “è sempre più buono il giorno dopo”. Il punto è che di insalata di riso se ne fa tantissima, quindi il giorno dopo è niente rispetto a quello dopo, e dopo, e dopo ancora. Se la gastronomia fosse una scienza esatta, la bontà dell’insalata di riso tenderebbe a più infinito. E invece no. Ma prima che si irrancidisca, l’insalata di riso ha modo di imporre la sua presenza.
Nel frigo l’insalata di riso spadroneggia: ne avete fatta tanta, quindi dev’essere messa in una ciotola o recipiente piuttosto grande. Si impone già alla vista. Ma, soprattutto, non finisce mai. Di qui i dubbi: si riproduce da sola? E, soprattutto, c’erano delle birre, in frigo, chi se le è bevute?
La tremenda verità giunge quando, al sesto giorno, vi sentite costretti a mangiare l’insalata di riso sperando che sia – illusi – l’ultima volta. Oltre il cellophane, invece, ne scorgete una quantità  ancora enorme, e quando sollevate la pellicola, sentite distintamente la nausea che vi assale… e un rutto.
E non siete stati voi a farlo. 

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Note a margine

“Mangino cavallette”. Concordo con il senso di disagio provato da Emmebi: che uno dei punti salienti del vertice FAO sulla fame nel mondo sia un cenone, fa un po’ specie. Ma non è tutto: quando si è aperto il summit, Repubblica.it ha pubblica un articolo in cui la FAO dice che è questione di tempo, ma che alla fine mangeremo insetti. “Buoni e saporiti, forniscono un elevato apporto nutriente”. Il problema rimane la mancanza di contorno.

Todt Cab for Cutie. Il nuovo disco dei Death Cab for Cutie si intitola Narrow Stairs, ed è uscito ufficialmente qualche settimana fa. Come accade da un bel po’ di tempo, il disco è finito nelle reti peer-to-peer alla fine di aprile. Stesso titolo, stesse canzoni, tag a posto. Solo che era il disco dei tedeschi Velveteen, molto simile come suoni e arrangiamenti, in realtà, a quello della band americana. Il punto è che una giornalista di “Rumore” ha fatto del disco dei Death Cab for Cutie il disco del mese… recensendo quello finto. Con un certo entusiasmo, anche. Apriti cielo: il dibattito si sviluppa sul blog di Inkiostro e ne parleremo domani a Maps. My two cents? Questo evento è sintomatico, terribilmente sintomatico del mondo musicale di oggi e della critica (spesso improvvisata) che gli ruota attorno. Trovare colpevoli e metterli alla gogna, però, è inutile e banale.

Volevo chiedere… Petunio ha incontrato lo Sbagliatore Professionale di Domande, cioè quella persona che interviene in un dibattito pubblico, spesso culturale come una presentazione di libro o di film, e fa delle domande inappropriate. Quando va bene. Infatti, alla fine dello scorso mese ho presentato un libro. Al momento delle domande una signora bizzarra ma intelligente (o viceversa) ha preso la parola, iniziato un preambolo lunghissimo, risposto al telefono che le suonava nella borsetta da qualche minuto, parlato un po’ alla cornetta, chiuso la chiamata e… “Ripreso la domanda”, direte voi, miei piccoli lettori. No. Ha ripreso il preambolo.

“Ho forgiato un amuleto che ti renderà invincibile…” A Seconda Visione era venuto ospite uno dei suoi attori, e conosco il blog di uno dei suoi autori. La curiosità per The Iron Pagoda, il primo film wuxiapian italiano, o foss’anche bolonnaise, è cresciuta a dismisura. Un film da non perdere, fidatevi: qua tutte le notizie e i modi per scaricarlo o vederlo direttamente.

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My N.Y.C. from A to Z – 3

Ristoranti. L’ostello dell’anno scorso aveva una cucina, quello di quest’anno era attrezzatissimo per la colazione, ma per il resto non andava oltre il microonde. Quindi mi sono buttato nell’enorme panorama culinario nuiorchese. Ho mangiato giapponese (e dei giapponesi pazzi al tavolo a fianco mi hanno obbligato a finire una damigiana di sakè), etiope (favoloso, ma anche qui torna la battuta di Harry ti presento Sally – che non ricordavo: “Andiamo a mangiare etiope? Ci daranno dei piatti vuoti, finiremo presto”), italiano (oh sì, in un posto talmente fantastico che linko: si chiama Bread), messicano (solo delle empanadas, a dire il vero). E poi in milioni di altri posti a caso, per strada, in giro. E’ divertente solo scegliere dove e cosa mangiare.

Singer. Era un concerto non previsto, ma non ero mai stato alla Knitting Factory. La serata è iniziata male, con un certo Daniel Higgs che ha letteralmente salmodiato per mezz’ora sull’amore, facendosi accompagnare da uno scacciapensieri e da uno strumento a corde poggiato sul grembo, che pizzicava con noncuranza. Se avessi saputo che presentava un disco chiamato Metempsychotic Melodies… Poi per fortuna sono arrivati i Cloudland Canyon, robusti ed eterei al tempo stesso, su Kranky Records. E infine, Singer. Semplicemente fantastici: tra il math rock e il be bop, precisi come macchine, perfetti per suoni e armonie: uno dei concerti più belli visti quest’anno. Compratevi il loro disco Unhistories, in attesa di vederli in Italia in autunno. Meravigliosi!

Trains. La metropolitana di New York è enorme, rumorosa, incasinata: ma costa pochissimo ed è un modo meraviglioso per scorrazzare da una parte all’altra della città. Piena di ratti, di musicisti spesso bravissimi, di persone che sbraitano, si lamentano, ti parlano del loro amore e odio per NY. “Dobbiamo andare uptown o downtown?” “Dov’è la fermata giusta?” E poi nel fine settimana, per lavori o altro, et voilà, saltano fermate, cambiano le linee, ti trovi ad aspettare l’A Train alla fermata della linea 3 e invece arriva il Q. Ma prima o poi si arriva, e la voce registrata che dice prima di ogni partenza “Stay clear from the closing doors, please”, diventa una specie di bordone per tutta la giornata.

Union Square. Tra una cosa e l’altra è stato il posto da cui sono passato di più, la fermata della metropolitana di riferimento (non quella più vicina all’ostello), il luogo in cui mi sono incontrato con altri, in cui mi sono seduto, riposato. Il luogo dove ho comprato dischi e visto che i mercatini biologici ci sono anche a NYC, non solo a Princeton (vedi post precedente). A Union Square ho iniziato un giro bellissimo di mercatini dell’usato, che in realtà, secondo Time Out, sarebbe dovuto finire là. A Union Square, l’anno scorso, non ero neanche passato.

Village. East, West, Greenwich, andate dove vi pare, ma è ancora adesso il luogo in cui è più facile divertirsi a New York. Certo, Williamsburg è più hype, il So.Bo. (South Bronx) sta diventando cool, le case di Astoria iniziano ad essere bellissime. Ma quando non si sa cosa fare, nel giro di una quindicina di isolati c’è tutto. Dalla trappola per turisti al Cake Shop, dai take away thailandesi di St. Mark’s Place al ristorante etiope dove sono stato, dall’ormai sputtanatissimo Cafè Wha? a deliziosi locali con i tavoli fatti di lavagna. E il gessetto per scriverci e disegnarci sopra è omaggio.

Whitney Museum of American Art. Perso l’anno scorso, recuperato quest’anno. Il Whitney raccoglie una collezione permanente pregevole, ma a New York è noto soprattutto per la biennale di arte contemporanea. Non so, sarà stato che di vedere enormi tavole grigie o nere e pensare ad altro oltre “Non era una buona giornata per chi le ha dipinte”, e cose del genere, non ne posso più. Sarà stato che ero stanco e avevo mal di testa. Ma insomma, ho dato un calcetto ad un’opera. Ed è caduto un cartello-che-faceva-parte-dell’opera-stessa. Con perfetto aplomb ho detto “sorry” e ho rimesso il cartello (pesantissimo, di legno) a posto. Avrò mutato la volontà artistica dell’opera? Sarà, ma l’unica reazione che ho sentito è stata una risatina. Liberatorina.

X. Di incognite, in questo viaggio, non ce ne sono state. A parte il misterioso ospite del bizzarro ostello dov’eravamo alloggiati. La prima volta che lo vediamo, pensiamo: è un disgraziato che non ha casa e sta qua, curando la sua innocua follia. La seconda volta iniziamo a parlarci e sembra a posto. Ma cosa sono quei calcoli che fa sempre sul tavolo della stanza comune? La terza volta scopriamo (vedi “American Dream Hostel”) che conosce mezza università dell’Oregon, e ci sono dei testimoni al tavolo con noi. Poi ci dice che è stato un matematico a Heisenberg, nel frattempo ci segnala il Terra Blues, e dice che sa il danese, perché ha vissuto in Danimarca. E che vorrebbe comprarsi una casa nel Chianti. Non so se ti rivedrò mai, L.C., ma mi hai segnato. E una delle cose che mi mancano di più sono i tuoi “Oook, oook, aaalright.”

Yuppi! Cos’altro si dovrebbe dire quando si sale sull’enorme ruota panoramica del Luna Park di Coney Island? L’anno scorso il parco era deserto, struggente. Quest’anno vedeva i suoi primi visitatori, ed è stato magnifico comunque. Coney Island è magnifica. Non diresti mai di essere a New York, eppure con mezz’ora di metro ritorni a Manhattan, più o meno. Ah, se volete fare anche voi il giretto sulla ruota, cliccate qua.

Zoo. Concludo questo abbecedario con una delle prime cose fatte a New York quest’anno. Visitare lo zoo di Central Park. Sì, lo so, gli animali dovrebbero stare liberi, scorrazzare felici nella natura. E’ vero. Ma lo zoo di Central Park è bellissimo lo stesso. La parte dedicata alla foresta pluviale è una struttura enorme e umidissima in cui uccelli tropicali ti svolazzano letteralmente tra i piedi, per dire. Se no, come avrei fatto a fare una foto come questa? E poi ci sono i pinguini: ecco, concludo quest’ultimo post con il video dei pinguini dello zoo. Perché mi sono sentito un po’ come loro: guizzante, rapido, eccitante e buffo. A presto, NYC.

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Cookies 3

In questa terza, immancabile puntata, ci allontaniamo dal biscotto, per andare su un altro cibo da colazione. I Kellogg’s Special K.
I Kellogg’s Special K sono degli alimenti, come il vino fragolino e il Philadelphia Light, espressamente pensati per un pubblico femminile. Se un uomo li ha in casa non sono suoi, o li detiene per addolcire la sua partner, che sarà estremamente contenta, di mattina, dopo una notte d’ammore, di sgranocchiare quei cereali. Quelli, e non i Kellogg’s normali. Perché? Perché solo sugli Special K c’è scritto, in alto sulla confezione, in una posizione ad angolo che è solo falsamente discreta: “solo 1% di grassi”. Ancora più subdolo è il disegno: sulla parte frontale della scatola si intravede una silohuette di donna, con la punta della “K” che va a toccare quello che dovrebbe essere il seno. Ehm, forse no, è che sono un maniaco sessuale, scusate.
Insomma: vale la legge “mangiane a quintalate, non ingrasserai mai”. Una frase subliminale che scorre veloce nel cervello leggero del maschio, ma che colpisce come una fucilata la psiche femminile. Come se non bastasse, dietro la confezione, oltre ad essere ribadita la percentuale di grassi, viene annunciato uno splendido concorso in cui si può vincere un “weekend benessere” e, soprattutto, viene pubblicizzato il sito del prodotto.
Ovviamente dal sito si può accedere alla community (sic) di Special K (anch’essa con solo l’1% di grassi?), ci sono interessanti consigli e segnalazioni su eventi artistici e culturali, tabelle nutrizionali a go-go, ma soprattutto le ricette. Voi direte: ricette per tenersi in forma, a base di insalatina, soia e formaggio leggero a fiocchi? No. Ricette a base di Special K. Ah, sprovveduti: pensavate che bastasse aprire la scatola, versare dei cereali in una tazza, metterci il latte e mangiare? No. Special K è anche creatività, e che cavolo.
Ora, siccome non voglio mettermi contro la Kellogg’s, che se no altro che aprire un account PayPal “Aiuta A Day in the Life contro le multinazionali dell’alimentazione”, concludo. Con un’osservazione: perché l’ultimo prodotto Special K è al cioccolato, e sul sito c’è scritto “con il 50% in più di cioccolato” (senza percentuali di grassi, almeno quello)? Ve lo dico io, anzi, il sito:

“Il cioccolato fondente, oltre ad essere un alimento gustoso, è anche un tonico naturale che può dare una rapida carica di buon umore e stimolare l’attività mentale. Con il nuovo Special K Cioccolato Fondente potrai fare il pieno di allegria perché è ancora più ricco di cioccolato!”

Insomma, prima vi deprimono con il cereale cartonato, poi vi invitano a farvi di cacao per ritrovare il sorriso. È la dura legge del marketing, ragazze.

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