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Uno ogni tre giorni

2014-04-12 01.39.14

Niente classifiche di fine anno, ma un mero elenco, come ho fatto anche l’anno scorso. Un po’ per fare il conto, un po’ per fissare nomi e date, un po’ per non ripercorrere con la memoria dodici mesi di concerti dal vivo. Nonostante i miei propositi, sono stati 114, tredici in più dell’anno scorso, ma devo dire che non tutti sono stati visti dall’inizio alla fine: pennachianamente mi sono concesso di voltare le spalle al palco, qualche volta. Senza offesa per i musicisti.Qualche dato e statistica, un po’ a caso: li ho visti per lo più a Bologna, con qualche scappata extra moenia e anche fuori dalla nazione. Il locale dove sono stato di più è il Locomotiv Club, dove ho passato ben 35 serate (considerand0 che è aperto per nove mesi, sono stato là una volta alla settimana, di media). Le band che ho visto di più, tre volte ciascuna, sono state Bud Spencer Blues Explosion e C+C=Maxigross. I festival sono stati quattro (Primavera Sound, Woodworm, Unaltrofestival, Rock in Idro), ma con diversissime assiduità.
E quindi via con l’elenco, inutile come quasi tutti gli elenchi.

Hobocombo, Der Maurer e Sebastiano De Gennaro, Locomotiv Club, Bologna, 15 gennaio
Succi, Locomotiv Club, Bologna, 16 gennaio
Simona Gretchen, Locomotiv Club, Bologna, 17 gennaio
Geoff Farina, Father Murphy, Majirelle, Freakout Club, Bologna, 24 gennaio
Fine Before You Came, Lantern, Covo Club, Bologna, 25 gennaio
Glenn Branca, Freakout Club, Bologna, 7 febbraio
Bombino, Above the Tree & Ensemble Du Beat, Locomotiv Club, 13 febbraio
Apes on Tapes, Sin/Cos, Sixth Minor, TPO, Bologna, 15 febbraio
Bill Callahan, Circuit Des Yeux, Teatro Antoniano, Bologna, 18 febbraio
Fuzz Orchestra, Meteor, Uochi Toki, Locomotiv Club, Bologna, 20 febbraio
Incident on South Street, Arteria, Bologna, 21 febbraio
Depeche Mode, Unipol Arena, Casalecchio di Reno, 22 febbraio
Trentemoeller, Estragon, Bologna, 24 febbraio
Savages, A Dead Forest Index, Locomotiv Club, Bologna, 26 febbraio
Fanfarlo, Lilies on Mars, Locomotiv Club, Bologna, 3 marzo
Non voglio che Clara, Nevica su Quattropuntozero, Locomotiv Club, Bologna, 6 marzo
Francesco Tristano, Locomotiv Club, Bologna, 7 marzo
La Tarma, Circolo Angolo B, Bologna, 8 marzo
Wu Ming Contingent, Locomotiv Club, Bologna, 13 marzo
Woodworm Festival (Bachi da Pietra, The Crazy Crazy World of Mr Rubik, Umberto Maria Giardini, Julie’s Haircut, Bologna Violenta, Fast Animals and Slow Kids), Locomotiv Club, Bologna, 14 marzo
Public Service Broadcasting, Covo Club, Bologna, 22 marzo
The Sleeping Tree, Quarantatré Barra Due, Bologna, 23 marzo
Michael Gira, Locomotiv Club, Bologna, 27 marzo
Massimo Volume, Be My Delay, Locomotiv Club, Bologna, 28 marzo
Mogwai, Estragon, Bologna, 30 marzo
Tuxedomoon, DOM La Cupola del Pilastro, Bologna, 2 aprile
Levante, Iotatola, Locomotiv Club, Bologna, 3 aprile
Splatterpink, Locomotiv Club, Bologna, 4 aprile
His Clancyness, Melampus, Havah, Own Boo, Locomotiv Club, Bologna, 5 aprile
Perturbazione, Nada & the Rabbits, Locomotiv Club, Bologna, 10 aprile
Bud Spencer Blues Explosion, Egle Sommacal, Locomotiv Club, Bologna, 11 aprile
Drenge, Covo Club, Bologna, 12 aprile
Musica per Bambini, Sit In Music, Bamboo, TPO, Bologna, 18 aprile
London Symphony Orchestra performing Mahler’s 7th Symphony, Barbican Centre, London, 27 aprile
Satelliti, Locomotiv Club, Bologna, 3 maggio
Melt Banana, Zeus!, Locomotiv Club, Bologna, 9 maggio
Shaloma Locomotiva Orchestra, Teatro Comunale di Modena, 19 maggio
C+C=Maxigross, Primavera Sound Festival, Barcellona, 29 maggio
Warpaint, Primavera Sound Festival, Barcellona, 29 maggio
Volcano Choir, Primavera Sound Festival, Barcellona, 29 maggio
St. Vincent, Primavera Sound Festival, Barcellona, 29 maggio
Queens of the Stone Age, Primavera Sound Festival, Barcellona, 29 maggio
Arcade Fire, Primavera Sound Festival, Barcellona, 29 maggio
Disclosure, Primavera Sound Festival, Barcellona, 29 maggio
Junkfood, Primavera Sound Festival, Barcellona, 30 maggio
John Grant, Primavera Sound Festival, Barcellona, 30 maggio
The Twilight Sad, Primavera Sound Festival, Barcellona, 30 maggio
Sharon Van Etten, Primavera Sound Festival, Barcellona, 30 maggio
The War on Drugs, Primavera Sound Festival, Barcellona, 30 maggio
Slint, Primavera Sound Festival, Barcellona, 30 maggio
Darkside, Primavera Sound Festival, Barcellona, 30 maggio
SBTRKT, Primavera Sound Festival, Barcellona, 30 maggio
Factory Floor, Primavera Sound Festival, Barcellona, 30 maggio
Kronos Quartet, Primavera Sound Festival, Barcellona, 31 maggio
Television, Primavera Sound Festival, Barcellona, 31 maggio
Spoon, Primavera Sound Festival, Barcellona, 31 maggio
Conan Mockassin, Primavera Sound Festival, Barcellona, 31 maggio
Nine Inch Nails, Primavera Sound Festival, Barcellona, 31 maggio
Junkfood, Primavera Sound Festival, Barcellona, 1 giugno
Pixies, Arena Parco Nord, Bologna, 2 giugno
Queens of the Stone Age, Arena Parco Nord, Bologna, 2 giugno
Nine Inch Nails, Cold Cave, Unipol Arena, Casalecchio di Reno, 3 giugno
Bud Spencer Blues Explosion, Feltrinelli Ravegnana, Bologna, 9 giugno
Nada, Vicolo Bolognetti, Bologna, 11 giugno
Confusional Quartet, Vicolo Bolognetti, Bologna, 12 giugno
Bud Spencer Blues Explosion, Vicolo Bolognetti, Bologna, 14 giugno
The Sleeping Tree, Rubik Cafè, Bologna, 16 giugno
Black Sabbath, Unipol Arena, Casalecchio di Reno, Bologna, 18 giugno
Bettibarsantini, Beatrice Antolini, Rocca di Spilamberto, Spilamberto, 20 giugno
Massimo Volume, Vicolo Bolognetti, Bologna, 21 giugno
La Tarma, Parco del Cavaticcio, Bologna, 23 giugno
Vessel, Lo Sburla, Piazza Verdi, Bologna, 30 giugno
Ex-CSI, Vicolo Bolognetti, Bologna, 3 luglio
Spartiti, Vicolo Bolognetti, Bologna, 5 luglio
UNA, Io e la Tigre, Cassero, Bologna, 7 luglio
Timber Timbre, Vicolo Bolognetti, Bologna, 10 luglio
Geoff Farina, Fargas, Piazza Verdi, Bologna, 11 luglio
Temples, Fiera, Bologna, 14 luglio
The Horrors, Fiera, Bologna, 14 luglio
M+A, Fiera, Bologna, 15 luglio
His Clancyness, Fiera, Bologna, 15 luglio
Panda Bear, Fiera, Bologna, 15 luglio
MGMT, Fiera, Bologna, 15 luglio
Zu, Botanique, Bologna, 18 luglio
The National, San Fermin, Piazza Castello, Ferrara, 22 luglio
C+C=Maxigross, Festa dell’Ospite, Fosse (VR), 9 agosto
Omosumo, Parco del Cavaticcio, Bologna, 26 agosto
Shiva Bakta, Giardini Margherita, Bologna, 28 agosto
Caribou, Estragon, Bologna, 6 settembre
King Buzzo, Adriano Viterbini, Locomotiv Club, Bologna, 8 settembre
Perfume Genius, Locomotiv Club, Bologna, 9 settembre
Dino Fumaretto, Giardini Margherita, Bologna, 22 settembre
Swans, Estragon, Bologna, 10 ottobre
Liars, Locomotiv Club, Bologna, 18 ottobre
To Rococo Rot, Locomotiv Club, Bologna, 24 ottobre
Xiu Xiu, Locomotiv Club, 28 ottobre
Ty Segall, JC Satan, Locomotiv Club, 30 ottobre
Thurston Moore, Teatro Antoniano, Bologna, 3 novembre
Ben Frost, TPO, Bologna, 5 novembre
BOL & Snah, Locomotiv Club, Bologna, 7 novembre
Tune-Yards, Locomotiv Club, Bologna, 8 novembre
Marlene Kuntz, Locomotiv Club, Bologna, 12 novembre
John Garcia, Locomotiv Club, Bologna, 20 novembre
Olof Arnalds, Beatrice Antolini, Covo Club, Bologna, 21 novembre
Fast Animals and Slow Kids, Locomotiv Club, Bologna, 22 novembre
C+C=Maxigross & Martin Hagfors, Locomotiv Club, Bologna, 26 novembre
Giardini di Mirò, Locomotiv Club, Bologna, 27 novembre
Einstürzende Neubauten, Teatro Manzoni, Bologna, 28 novembre
Ronin, Dadamatto, Maria Antonietta, Locomotiv Club, Bologna, 3 dicembre
Laibach, TPO, Bologna, 5 dicembre
Sharon Van Etten, Marisa Anderson, Bologna, 6 dicembre
Linda & the Greenman, Barazzo Live, Bologna, 20 dicembre
Death in June, Freakout Club, 12 dicembre

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La carica dei 101

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Ora che il 2013 è quasi finito, potrebbe essere tempo di bilanci. Invece mi sono posto una domanda: oltre a tenere botta, cos’ho fatto in questi dodici durissimi mesi? Facile: sono andato a concerti. Più di cento in dodici mesi. Eccoli inutilmente elencati, a rimarcare che questo è anche un diario. Buon anno nuovo a tutti.

Diaframma + Stare Mesto, Locomotiv Club, Bologna, 11 gennaio
Bachi da Pietra, Bentivoglio Club, Bologna, 24 gennaio
Kaos + DJ Craim, Locomotiv Club, Bologna, 25 gennaio
Matt Elliot, Happen Club, Modena, 27 gennaio
Comaneci, Bentivoglio Club, Bologna, 30 gennaio
Thony + Mimes of Wine, Covo Club, Bologna, 1 febbraio
Howe Gelb, Chet’s Club, Bologna, 4 febbraio
Ginevra Di Marco, Bentivoglio Club, Bologna, 7 febbraio
The Jon Spencer Blues Explosion + The Mentalettes, Bentivoglio Club, Bologna, 14 febbraio
Darkstar, Bentivoglio Club, Bologna, 15 febbraio
Simone White, Chet’s Club, Bologna, 18 febbraio
Metz + Boomerang, Freakout Club, Bologna, 22 febbraio
Wallis Bird, Unhip Records Headquarters, Bologna, 4 marzo
Kid Koala, Locomotiv Club, Bologna, 8 marzo
Beach House, Estragon Club, Bologna, 9 marzo
Ornaments, Locomotiv Club, Bologna, 15 marzo
Matmos + Dario Neri, Locomotiv Club, Bologna, 16 marzo
Giuradei, Bentivoglio Club, Bologna, 21 marzo
Godflesh + Nerodimarte + Bologna Violenta, Locomotiv Club, Bologna, 22 marzo
Caroline Keating, Bar Modo Infoshop, Bologna, 27 marzo
Adam Green & Binki Shapiro, Covo Club, Bologna, 30 marzo
John Grant, Teatro Parenti, Milano, 11 aprile
Rammstein, Unipol Arena, Bologna, 26 aprile
Ronin + Marnero, XM 24, Bologna, 2 maggio
Gazebo Penguins + I giorni dell’assenzio + The Death of Anna Karina, TPO, Bologna, 4 maggio
Unepassante, Bar Modo Infoshop, Bologna, 8 maggio
Beatrice Antolini, Locomotiv Club, Bologna, 10 maggio
Teho Teardo e Blixa Bargeld, Senza Filtro, Bologna, 11 maggio
Girls vs Boys, Locomotiv Club, Bologna, 12 maggio
Foxhound, Primavera Sound, Barcellona, 22 maggio
Delorean, Primavera Sound, Barcellona, 22 maggio
Blue Willa, Primavera Sound, Barcellona, 23 maggio
Honeybird & the Birdies, Primavera Sound, Barcellona, 23 maggio
Savages, Primavera Sound, Barcellona, 23 maggio
Tame Impala, Primavera Sound, Barcellona, 23 maggio
The Postal Service, Primavera Sound, Barcellona, 23 maggio
Grizzly Bear, Primavera Sound, Barcellona, 23 maggio
Dead Skeletons, Primavera Sound, Barcellona, 23 maggio
Honeybird & the Birdies, Primavera Sound, Barcellona, 24 maggio
Django Django, Primavera Sound, Barcellona, 24 maggio
The Breeders, Primavera Sound, Barcellona, 24 maggio
Neurosis, Primavera Sound, Barcellona, 24 maggio
Blur, Primavera Sound, Barcellona, 24 maggio
The Knife, Primavera Sound, Barcellona, 24 maggio
Daphni, Primavera Sound, Barcellona, 24 maggio
Dead Can Dance, Primavera Sound, Barcellona, 25 maggio
Phosphorescent, Primavera Sound, Barcellona, 25 maggio
My Bloody Valentine, Primavera Sound, Barcellona, 25 maggio
Honeybird & the Birdies, Primavera Sound, Barcellona, 26 maggio
Miguel Serra, Apollo, Barcellona, 26 maggio
Allah-Las, Apollo, Barcellona, 26 maggio
Come, Locomotiv Club, Bologna, 30 maggio
Alessandro Raina, Bar Modo Infoshop, Bologna, 5 giugno
Perturbazione, Botanique, Bologna, 13 giugno
Marnie Stern, Botanique, Bologna, 19 giugno
Ornaments + Zeus + Marnero, Freakout Club, Bologna, 20 giugno
Lambchop, Teatro Masini, Faenza, 21 giugno
Deerhunter, Vicolo Bolognetti, Bologna, 26 giugno
The Black Angels, Cortile del Castello Estense, Ferrara, 5 luglio
Tom Tom Club, Vicolo Bolognetti, Bologna, 10 luglio
Arctic Monkeys + Miles Kane, Piazza Castello, Ferrara, 11 luglio
Elio e le storie tese, Parco della Mezzaluna, Sant’Agata Bolognese, 14 luglio
Petrina, Botanique, Bologna, 18 luglio
Vadoinmessico, Botanique, Bologna, 19 luglio
Vadoinmessico, Hana-Bi, Marina di Ravenna, 23 luglio
Neil Young & the Crazy Horse, Piazza Napoleone, Lucca, 25 luglio
Sigur Ros, Piazza Castello, Ferrara, 26 luglio
King of the Opera + Fast Animals and Slow Kids, Parco della Resistenza, San Lazzaro di Savena, Bologna, 4 agosto
Melt Yourself Down, Propstore, Londra, 17 agosto
Drenge, Rough Trade East, Londra, 19 agosto
Nine Inch Nails + Tomahawk, Mediolanum Forum, Milano, 28 agosto
Elio e le storie tese, Gran Teatro Geox, Padova, 21 settembre
Fuck Buttons, Locomotiv Club, Bologna, 25 settembre
Bob Log III + Adriano Viterbini, Locomotiv Club, Bologna, 27 settembre
In Zaire + Fulkanelli, Locomotiv Club, Bologna, 3 ottobre
Dimartino + Giovanni Truppi, Locomotiv Club, Bologna, 4 ottobre
Virginiana Miller + Elisa Genghini, Locomotiv Club, Bologna, 10 ottobre
Russian Circles + Chelsea Wolfe, Locomotiv Club, Bologna, 14 ottobre
Man or Astroman? + The Octopus Project, Locomotiv Club, Bologna, 17 ottobre
Julie’s Haircut + Portfolio + Blue Willa, TPO, Bologna, 19 ottobre
65daysofstatic + Sleep Makes Waves, Locomotiv Club, Bologna, 24 ottobre
Sycamore Age, Senza Filtro, Bologna, 25 ottobre
Public Image Ltd. + Soviet Soviet, Estragon Club, Bologna, 26 ottobre
Public Service Broadcasting, Salumeria della Musica, Milano, 27 ottobre
Massimo Volume + Modotti, Bronson, Ravenna, 31 ottobre
Gazebo Penguins + Sex Offenders Seek Salvation, Covo Club, Bologna, 1 novembre
Ovo + Zolle + Uochi Toki, Bronson, Ravenna, 2 novembre
Iceage + Modotti, Locomotiv Club, Bologna, 6 novembre
Kaki King, Locomotiv Club, Bologna, 8 novembre
These New Puritans, Locomotiv Club, Bologna, 12 novembre
Steven Wilson, Teatro Duse, Bologna, 13 novembre
Jennifer Gentle + Universal Sex Arena + C+C=Maxigross, TPO, Bologna, 16 novembre
Unknown Mortal Orchestra + Mozes and the Firstborn + Brothers in Law, Mattatoio, Carpi, 22 novembre
Loop, Locomotiv Club, Bologna, 28 novembre
Nick Cave & the Bad Seeds + Basia Bulat, Paladozza, Bologna, 29 novembre
Califone + Aedi, Locomotiv Club, Bologna, 5 dicembre
Calibro 35 + Junkfood, Locomotiv Club, Bologna, 6 dicembre
Saluti da Saturno, Locomotiv Club, Bologna, 10 dicembre
Iosonouncane + K-Conjog + Tempelhof, TPO, Bologna, 13 dicembre
Massimo Volume + Amaury Cambuzat + Ofeliadorme, Estragon Club, Bologna, 14 dicembre
Egle Sommacal, Kinodromo, Bologna, 16 dicembre

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Se dieci anni vi sembran pochi…

… a me non lo sembrano per niente.

Tanti auguri, blogghetto. Grazie per esserci, ancora, e per sopportare malnutrizioni reiterate. E grazie a tutti voi che continuate a passare di qua. Qualcuno da dieci anni: scommetto che neanche a lei o lui sembran pochi.

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The End of the Season

siglafinemaps

Oggi alle 1535 va in onda l’ultima puntata della sesta stagione di Maps, il programma che conduco su Radio Città del Capo dall’ottobre del 2007. Questa sesta stagione segna, probabilmente, un punto di incontro tra due estremi: la massima realizzazione per quanto riguarda la mia “carriera” fin qui e uno dei periodi più difficili della mia vita, finora in effetti assai facile. Tra le altre cose, per la prima volta ho dovuto fare tutto da solo, senza collaboratori diretti alla trasmissione, senza nessuno vicino che, una volta a casa, mi consolasse delle difficoltà e mi mandasse a quel paese per le troppe lamentele. Ho condiviso, sì, le tantissime gioie di questi mesi, ma in maniera diversa, trovandomi per lo più da solo con me stesso a ripensare agli errori fatti (spero non molti) e all’affetto ricevuto (sorprendente).

Come al solito, ecco il post che trovate sul sito della radio dove potrete ascoltare in streaming o scaricare anche il sesto volume dei live fatti a Maps (74 brani, più di quattro ore e mezzo di musica, con una splendida copertina realizzata appositamente da Giacomo Nanni). Riascoltare le session per comporre la raccolta è stato un modo per ripercorrere questi mesi che posso solo definire intensi. Questo post, originalmente, era una sorta di “guida all’ascolto” della raccolta, pezzo per pezzo, in cui annotavo alcuni ricordi personali legati al tempo passato con i musicisti, ma ho deciso di cancellare tutto. Anche perché una delle cose che questi mesi mi hanno insegnato è stato che forse esporsi non è sempre saggio, considerando quanto lo faccio normalmente (e forse con un po’ di incoscienza).

Rimane solo la fine di quel post originario e cioè un grazie enorme a tutti, ma proprio tutti quelli che se lo meritano. Per chi dovesse essere “preoccupato”, si consoli: oggi finisce Maps, sì, ma domenica sono in onda e da lunedì (come l’anno scorso) passo al mattino con Aperto per ferie. Qualcuno sarà felice, altri si rassegneranno: del resto blaterare in onda è la mia vita da tanti, tanti anni. Per come è andata questa stagione di Maps, posso dire che, evidentemente, se inondo l’etere un motivo c’è e quindi c’è anche un motivo per migliorare ancora. Di strada ce n’è, eccome, ma, se me lo permettete, per un po’ mi riposo, penso alla strada (stradina) fatta e mi godo il panorama, sorseggiando (che immagine estiva) la proverbiale bibbita.

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Oltre pagina uno

Su Linus, Dario Buzzolan tiene una rubrica intitolata “Chi non muore si risente”, in cui immagina di telefonare a uomini illustri del passato: attraverso una conversazione immaginaria (che ricorda le Interviste impossibili di quarant’anni fa) si commenta l’attualità. Il protagonista della rubrica del numero di ottobre è lo scrittore Joseph Conrad, che viene interpellato a proposito dell’uso di una sua frase da parte di Matteo Renzi. Non ne ero a conoscenza, ma poco tempo fa il sindaco di Firenze, durante la presentazione della sua campagna elettorale, ha usato una frase di Konrad come slogan, proiettata a lettere cubitali dietro di lui. “Konrad”: così era scritto, racconta Buzzolan, nel comunicato stampa di quell’incontro. Il problema, però, non è questo. La frase usata era “Solo i giovani hanno simili momenti”: è all’inizio de La linea d’ombra, uno dei romanzi più citati e importanti della letteratura occidentale. Una bella frase, non c’è che dire, nella quale compare la parola-chiave-ombrello-programmatica di Renzi: giovani. Tutto bene, “k” a parte?
No, ci racconta Buzzolan, facendo parlare lo scrittore polacco naturalizzato britannico: Conrad ha avuto una gioventù tremenda, vissuta in povertà, violenza e depressione. Ma l’autore, si sa, è diverso dall’opera alla quale, comunque, una citazione rimanda. E quindi continua Conrad (cioè Buzzolan):

Ma poi, scusi: proprio La linea d’ombra dovevano scegliere? Quella è la storia della fine di una giovinezza. Insisto: se avessero letto qualche riga in più, avrebbero scoperto che la frase “solo i giovani hanno di questi momenti” riprende così alla pagina dopo: “Che momenti? Be’, momenti di noia, di stanchezza, d’insoddisfazione. Momenti d’avventatezza. Voglio dire momenti in cui chi è ancora giovane si trova a commettere azioni avventate.” Le sembra un buon manifesto per una che voglia guidare un Paese?

Per saperlo, però, Renzi doveva leggere oltre pagina uno. Ma perché farlo, quando basta una bella frase ad effetto, che sembra proprio ritagliata sulla parola d’ordine-summa-dogma del politico toscano? (E poi, diciamolo: l’altra scelta – “Gimme Five – Alright”, da un vecchio pezzo di Jovanotti – era poco fine, per quanto giovane e simpatica.)
Questa gaffe, che credo sia stata talmente minimizzata alla sua eventuale scoperta da non avere avuto eco o quasi nelle cronache, è un segno da non sottovalutare, a mio avviso. È l’ennesimo indizio della cialtroneria accettata e diffusa, della superficialità, della citazione copia-e-incolla, del re-post e re-tweet selvaggio, basato unicamente sulla supposta autorevolezza della fonte. Infatti, presumo che Renzi avrà pensato “Ehi, è Konrad, mica dirà castronerie”: ma ciò non basta. Quell’uso di quella frase sarebbe perdonabile se fosse comparsa sul profilo Facebook di uno studente alle prese con i primi amori letterari. Chiunque altro, però, ha gradi di responsabilità crescente nei confronti di come usa le parole in pubblico: figuriamoci uno che si candida al governo. Questo tipo di attenzione, tuttavia, interessa sempre meno persone: ciò che conta è l’effetto, la key-word, la citazione “giusta”; l’approfondimento è inutile e fa perdere tempo; il contesto è diventato contorno: lo si può lasciare da parte senza problemi.

Ipotizziamo però che Renzi conosca benissimo La linea d’ombra, così come la vita e le altre opere di Conrad: quel “Solo i giovani hanno simili momenti” così usato sarebbe anche peggio, perché supporrebbe l’ignoranza (e la pigrizia mentale e intellettuale) di tutti quelli a cui il messaggio viene indirizzato. I “giovani” in primis, ma in genere ogni potenziale elettore di Renzi. Ci si chieda, allora, se è possibile che uno si proponga alla guida del Paese con questa sfacciataggine: lo è, per due motivi. Il primo è che questo modello funziona e la storia italiana recente lo conferma. Il secondo è che gli altri candidati sono talmente opachi da far sembrare argento la carta stagnola. Incurante di approfondire gli argomenti e certo che nessuno lo farà, il sindaco di Firenze si propone come l’ennesimo “uomo forte” a cui gli italiani (considerati scemi o almeno superficiali – forse a ragione?) si rivolgono, perdonando gli errori e santificandone le opere, la cui reale conoscenza è spesso ridotta ai soli frontespizi.

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Docciaschiuma

Photo: pareeerica (flickr)

Il nuovo docciaschiuma l’ho odorato al supermercato, prima di comprarlo. Ho sentito qualcosa, ma al momento non ho capito.
Poi, alla prima doccia, mi sono reso conto che il bagno sapeva dello studio del mio medico di base. Un luogo di attesa, talvolta sofferente o preoccupata, ma che porta a una persona quasi sempre accogliente e garbata.
Sono andato da lui a luglio, l’ultima volta. Tra le altre cose, mi ha detto “La vita, talvolta, è così”, in modo pacato, calmo, consapevole.
Adesso, quando faccio la doccia, mi sforzo di tornare a quella calma. Cerco di fare stare in silenzio i pensieri e lascio che nella doccia risuoni solamente il mio “trentatré”.

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ABeachCì

Nelle due settimane abbondanti passate in Sardegna, sono stato sulla spiaggia come non mai. Per lo più ho sguazzato, letto e fatto parole crociate, ma ho avuto tempo e modo di guardarmi intorno. La spiaggia, o meglio le spiagge che ho frequentato, sono aperte e democratiche e offrono uno spaccato sociale che vede solo la frequentazione di autobus come luogo di pari osservazione, con la sostanziale differenza che al mare si sta seminudi. E infatti ho notato che ormai tutti hanno un tatuaggio. Grandissimo o piccolissimo, l’animaletto, la figura, il segno più astratto si stagliano sui corpi seminudi dei bagnanti: almeno due persone su tre lo sfoggiavano. La moda è esplosa in questi ultimi anni, ma (si sa) la gente si tatua da sempre. Senza scomodare l’uomo di Similaun, ho notato diverse persone oltre la trentina che avevano tatuaggi risalenti almeno a una decina di anni fa. Mi è parso che, con il passare del tempo, questi segni si comportino come fanno i manifesti sui muri: prima perdono i colori, lasciando in evidenza solo i contorni, sempre più scuriti, poi diventano inintellegibili; tant’è che viene da avvicinarsi a queste macchie per esaminarle, chiedendosi se si tratta della comunicazione per una svendita in un mobilificio o se quella sagoma è l’inconfondibile cotonatissima capigliatura di Moira Orfei e del suo Circo, di passaggio in città in una settimana della tarda estate del Settantaquattro.

Rimanendo nell’ambito dell’estetica, pare che la grande moda quest’anno sia stata fare esercizi per gli addominali in spiaggia. Non ginnastica, yoga, tai chi, no: addominali. Pochi. Insomma, ho visto più di una volta qualche maschio (italico) mettersi supino, mani dietro la nuca, gambe leggermente flesse e via! Uno, due, tre, quattro, massimo dieci movimenti, sotto l’occhio benevolo della fidanzata. Alla fine, per premiare l’olimpico e maschiale sforzo, nuotatina, birretta o assunzione della posizione a pancia in giù, per abbronzare la schiena. Variante: il piegamento sulle braccia. Nella mia flaccida pigrizia non ho capito.

Un’altra ricorrenza è stata la diffusione tra le bagnanti della trilogia di Cinquanta sfumature…, con un’ovvia predilezione per il primo volume. Come ha scritto qualcuno su Twitter, le spiagge quest’estate sembravano un club di lettura dei romanzi di James. Mi immaginavo di trovare più Kindle e simili, sotto l’ombrellone, ma l’unico che ho visto era di una ragazza straniera. In genere, libro pseudozozzone a parte, mi è parso di vedere meno gente del solito che leggeva romanzi. Ho adocchiato un Pastorale americana (edizioni de La Repubblica) su un telo al sole e gli immancabili Coelho e Allende insabbiati e inumiditi. Queste osservazioni sono riferite agli italiani: perché l’impressione è stata che gli stranieri, soprattutto del Nord Europa, leggessero di più. Poi magari era la traduzione olandese di Cinquanta sfumature… o la versione tedesca delle barzellette di Totti. Eppure…

A parte queste spicciole e frivole considerazioni, comunque, le spiagge mi hanno un po’ depresso: l’italiano al mare urlacchia, magna, sporca, richiama i figli, si preoccupa per i figli, insulta i figli. L’italiano va in visita all’Asinara e si fa fare le foto dietro le sbarre delle celle del carcere di massima sicurezza, giocando al 41bis. Sotto l’ombrellone si esibisce, rutta e scoreggia, insabbia, rompe, sporca. Ma ogni tanto i miei occhi allibiti incontravano lo sguardo di qualcuno che guardava, allibito anche lui, la stessa scena. E si accendeva una scintilla di mutuo riconoscimento, silente e sorprendente. In attesa di una riscossa?

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Otto anni fa

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Enzo G. Baldoni. Città di Castello, 8 ottobre 1948 – Da qualche parte in Iraq, 26 agosto 2004.

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Da Splinder a Mobile in nove anni netti

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Oggi questo blog compie nove anni. Pensando ai primi passi con Splinder scrivo (simbolicamente?) questo post usando per la prima volta WordPress per cellulare. Chissà se aggiornerò queste pagine mentre sono in vacanza…
Comunque: settembre, come sempre, sa di nuovi inizi. Per ora mi concedo due settimane in più liberi ascolti, letture e ritmi.
Per ricominciare. In generale e qua, perché no.
Auguri quindi a queste paginette e grazie a voi che le leggete. A presto.

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Gomito – Due Madonne

L’altra sera ero in anticipo per il concerto all’Estragon e ho deciso di non premere il pulsante per fermarmi al Parco Nord. Ho proseguito. Se si prende il 25 verso il capolinea “Gomito” e si passa il Parco Nord, si arriva al carcere, “la Dozza”, come viene chiamato. Alla fermata dell’autobus del carcere sono salite dieci persone: tutti maschi, per lo più nordafricani dall’aspetto e dal linguaggio. Ho pensato che per queste persone l’inizio del ritorno alla vita normale (per così dire) avveniva con l’emblema della quotidianità per milioni di persone nel mondo: il mezzo pubblico. Il 25 a Bologna parte dalla zona del carcere, passa dalla Stazione Centrale e prosegue attraversando il centro città, per arrivare alla periferia orientale e concludere infine la sua corsa toccando nuovamente la tangenziale: la linea descrive una sorta di “L”, la cui stanghetta orizzontale è parallela alla via Emilia.

Sono riuscito solo a scorgere i volti degli uomini saliti sul bus prima che superassero il posto dov’ero seduto e si sistemassero sui sedili: tuttavia in quel breve attimo in cui ho visto le loro facce, ho notato in esse uno strano misto di cattiveria, terrore e stanchezza. Nessun sorriso. Alcuni parlavano animatamente tra loro. Il vocio, però, si è spento presto: non mi sono girato, ma li ho immaginati tutti a guardare fuori dai finestrini una periferia che si accollava la responsabilità di essere il primo contatto con il mondo fuori dopo giorni, settimane, mesi o anni, chissà.

Dopo qualche minuto di silenzio, però, si è levata una voce. Un uomo stava parlando al telefono, in italiano, ma con accento straniero.
“Pronto!
E chi vuoi che sia? Non mi riconosci neanche? Sono tuo marito!
Sì, sì. Sono sul 25.
Sono uscito, sì, e sono sul 25.
Non piangere! Con chi sei?
Ah, è lì con te? Bene! Senti, ci vediamo alla Montagnola. Vieni in macchina.
Ciao.
Sì!
Ciao.”

L’autobus, intanto, aveva fatto il giro ed era tornato dove sarei dovuto scendere una decina di minuti prima: ho premuto il pulsante, le porte si sono aperte e richiuse e il 25 è ripartito, disegnando la sua “L” fatta di strade e gente, come al solito, dalle prime ore del mattino alle ultime della notte.

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L’idraulico

Quando l’idraulico si alza da terra, dopo avere smontato il tubo di scarico del lavello, prima di pompare atmosfere su atmosfere nelle tubazioni, mi guarda. Poi mi dice: “Noi per questi interventi prendiamo 120 euro più IVA.” Fa una pausa, poi prosegue: “Però possiamo fare 80.”
Lo guardo: è grande e grosso, e sta recitando una parte messa in scena chissà quante volte, ma io non gli do la battuta giusta.
“No, no, facciamo 120 più IVA”, replico.
Lui rimane pietrificato, quanto lo sono io (dentro) dopo avere sentito il costo di quell’intervento. Il nostro stupore è diverso: io mi aspettavo uno schiaffo e mi è arrivato un pugno, lui proprio non si capacita della mia scelta.
“Va bene, no, l’ho fatto per venirti incontro”, dice, e si mette a lavorare. Suda come un matto, pompa aria nella macchina e la scarica; la sento viaggiare sul muro dietro la porta fino in bagno. È in affanno, e lo sono anche io (dentro) quando calcolo l’imposta sul costo del lavoro. Non provo empatia come farei di solito per la fatica di quell’uomo: la sto pagando carissima. Che fatichi, se così dev’essere.
Il lavello è smurato, l’idraulico e io usciamo insieme perché devo prelevare i soldi per pagarlo. Mentre camminiamo lui mi dice nuovamente che “l’ha fatto per venirmi incontro”, non è che lui si comporti così sempre.
“Dimmi la verità”, gli dico dandogli del tu, come lui fa con me. “Questa proposta la fai a tutti i tuoi clienti, vero?”
L’idraulico annuisce.
“E su dieci clienti, quanti non fanno come ho fatto io?”
Dopo un “non so”, buttato là per prendere la rincorsa, dice “nove”.
Non mi aspettavo niente di diverso. “Nove” è solo un “dieci” più cauto. “Io credo che sia giusto pagare le tasse”, dico io, facendo deglutire a vuoto l’idraulico. Sono sorpreso di me stesso: i soldi che sto per prelevare sono una cifra considerevole, seppure non enorme, mi girano le scatole, eppure continuo, serafico. “Sul mio lavoro, io le pago. Tutte”, dico.
Provocato, l’idraulico si stizzisce un po’ e inizia a raccontare di quanto lo Stato si porta viadel suo guadagno, delle more salate se paga in ritardo le rette delle scuole dei figli, e dice che spesso deve abbassare i prezzi per poter lavorare, concludendo con la difficoltà di arrivare a fine mese.
“Sono cose che capisco. Ma questo è un modo per…?” accenno io.
“Per dire che le cose non vanno bene. I nostri nonni scioperavano…”
“Lo sciopero blocca la produttività; così, invece, semplicemente non paghiamo le tasse.”
Siamo arrivati alla banca. Entro nella zona degli sportelli, mentre lui aspetta fuori. Un vecchio si arrabbia con un computer, un altro cliente dialoga con uno sportello automatico. Ora sono da solo e il sangue mi va alla testa, per tutto. È ancora là, il sangue, quando prelevo i soldi ed esco dall’edificio.
L’idraulico si è spostato di qualche metro: non è più sotto il portico, ma sul marciapiede che dà sulla strada.
“Mi è sembrato tremasse qualcosa. Il terremoto”, mi dice quasi giustificandosi, mentre conta i soldi che gli ho passato.

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Umbria, Texas

Quando, nel pomeriggio di un paio di giorni fa, ho scattato una foto (che campeggia, un po’ modificata, anche lassù), ho pensato subito al titolo che le avrei dato se l’avessi pubblicata su Flickr. Mi trovavo in un agriturismo dell’Umbria settentrionale, dove il giorno prima mi era stato servito del fegato d’agnello: appena ho visto il teschio appoggiato a un palo, a qualche metro dal luogo dove alloggiavo, ho pensato che doveva essere per forza la testa dello stesso animale che mi era stato servito nella cena precedente. Ovviamente non poteva essere così, ma ci ho fantasticato su per un po’, non senza provare di disagio .

Non sapevo però che, qualche ora dopo avere scattato quella foto, avrei riprovato quella sensazione.
La proprietaria dell’agriturismo parlava alle persone sedute a un tavolo vicino dei borghi da visitare nei dintorni. Nominò un paesino poco distante, spiegando come fosse passato alle cronache di recente non tanto per la sua indiscussa bellezza, quanto per un episodio di cronaca nera. La signora ha raccontato che un uomo, psichicamente instabile, aveva ucciso a coltellate il fratello sotto gli occhi della madre. Arrestato, era morto d’infarto in carcere il giorno dopo.
La donna ha concluso il racconto nel silenzio. Si è presa poi le mani una nell’altra e ha detto “Giustizia è fatta”.
Appunto: Umbria, Texas.

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Italiano comm’attè

Torno dal lavoro, musica nelle orecchie, passo spedito.
A poche centinaia di metri da casa, mi si para davanti un uomo rotondo, dalla faccia un po’ gonfia.
Non faccio in tempo a togliermi un auricolare che quello ha già iniziato a parlarmi: anzi, mi sta rassicurando. Non mi farà del male, vuole solo il mio ascolto, mi continua a dire di non essere sospettoso.
Ma questa excusatio non petita mi sta innervosendo. E lui se n’è accorto.
“Solo una parola”, mi dice. E lo ripete.
Io faccio per dire qualcosa, ma lui continua.
“Non ti preoccupare: sono italiano comm’attè” è il sigillo della sua garanzia e il motivo che mi fa dire all’uomo una cosa apparentemente ingenua, ovvia e banale, ma che lo ammutolisce come se avessi estratto un coltello dalla giacca: “Perché?”, gli chiedo. “Che fanno di male gli stranieri?”. E mi allontano, salutandolo.
Rimetto l’auricolare mentre mi volto nuovamente a guardarlo: lui, distante qualche metro, mi fissa muto, con lo sguardo sbalordito velato da un’ombra di preoccupazione, tanto che mi verrebbe da rassicurarlo e dirgli che sono solo uno straniero che parla bene la sua lingua.

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Cose che ho imparato sulla morte e le sue conseguenze

Venire a conoscenza che Tuono Pettinato era interessato come me a visitare Tanexpo, la fiera internazionale di arte funeraria e cimiteriale che si è tenuta a Bologna tra il 23 e il 25 marzo, è stata la spinta decisiva che mi ha portato a chiamare il caro amico fumettista e a varcare con lui la soglia del quartiere fieristico, lo scorso sabato pomeriggio.
Sarà stata la certezza di avere al mio fianco un personaggio come Tuono, intelligente, ironico e surreale (volevo mettere un quarto aggettivo, ma per venticinque euro non si possono fare miracoli), ma non ho pensato effettivamente a quello che a avrei potuto trovare nei padiglioni fino alla sera prima, quando sono stato preso da un senso di disagio. Quel senso inculcato da sempre nei nostri animi: quella forte sensazione di timore di fronte alla Fine, mischiato all’impressione della morte. “Ti immagini se ci prende male e ce ne andiamo?”, ho detto a Tuono mentre bevevo un caffè e versavo all’amico un'”acquina”. Non mi ricordo cos’ha detto lui. Ma siamo usciti di casa sereni, contenti di visitare Tanexpo 2012.

1. La morte è un business, gli affari vanno male. Ma la morte va sempre benissimo. O quasi.
L’impatto con la fiera è identico a quello che si ha in qualunque fiera: c’è gente che compra e vende. Che siano trattori, caschi per parrucchiera o lapidi, sempre di affari si tratta. Ma la crisi, signora nerovestita mia, si vede anche in quello che sembrerebbe l’unico campo di attività sicuro al 100%. “C’è meno roba dell’ultima volta che ci sono stato”, mi dice Tuono. E in effetti si respira un’aria dimessa, tra casse da morto, placche funerarie, bare, barine e barette. La merce non aiuta, certo, ma si percepisce che non ci sono i soldi per fare un bel funeralone come si faceva una volta. Compaiono infatti, qua e là, soluzioni scontate, ma in genere non si vede un prezzo manco a morire (era facile, questa). E la gente non è tantissima. Vediamo spesso commercianti di marmi seduti a tavolini, da soli; e rivenditori di attrezzi autoptici che passeggiano lentamente nei loro stessi stand, come bestie annoiate. Penso che se almeno venisse un coccolone a qualcuno, si muoverebbe qualcosa. Invece, come ci si può aspettare, è un po’ un mortorio. Mi immagino una famiglia chiedere, in momenti dolorosissimi, la bara più economica, una modesta sepoltura, “i fiori sì, ma pochi, ché era una persona semplice”. E invece magari il caro estinto, che ha tirato la cinghia fino all’ultimo, aveva il desiderio di una celebrazione hollywoodiana. Almeno un colore pastello, o una luminescenza. E invece, niente. Che mestizia.

Neon lights, shimmering neon lights...

2. La morte è il colpo di pistola che fa partire la decomposizione.
Una delle prime cose che vedo in fiera è il frigorifero da bara. Mi avvicino al catafalco, guardo, esamino, ma non capisco. Non capirò anche altre cose, ma è ovvio: si tratta di una fiera per addetti ai lavori, che conoscono fin troppo bene i problemi di un’attività peculiare come quella rappresentata (in tutte le sue sfaccettature) a Tanexpo. Già la morte è un argomento difficile, figuriamoci parlarne in senso tecnico. Ci sono sottintesi che non mi aiutano, ma un po’ alla volta comprendo sempre più ciò che vedo. Come, appunto, il frigorifero da bara: non si tratta d’altro se non di una placca, che va prima posizionata tra il cadavere e la bara, e poi collegata a un motore che raffredda la bara mantenendo il corpo senza congelarlo, ovviamente. Non ci avevo mai pensato. Come sempre, finché si vive, si impara.

3. La morte talvolta arriva dopo millenni, ma arriva, fidati.
In ogni stand della fiera c’è una forma di garbo. Anche nel caso di rivenditori di lapidi di certo pensate da un arredatore di interni, o da un forte consumatore di MDMA (e non oso pensare cosa possa succedere a unire le figure), ci vuole distacco dall’Atto Finale. E quindi la cosa che Tuono e io notiamo spesso, aggirandoci tra i padiglioni, è che le date di nascita e di morte esposte sono quasi sempre completamente surreali. C’è un Mario Bianchi nato nel 3456 e morto nel 9123 e, accanto, sua moglie Anna che però, essendo nata nel 2345 per lasciarci solo 667 anni dopo, non ha mai conosciuto il consorte. Ma perché la maggior parte delle foto incorniciate, inceramicate, stampate sono di giovani donne? L’ipotesi gotica si scontra con quella pecoreccia: la Bellezza della Morte o il “comunque è meglio se bona?”. Ai posteri l’ardua sentenza.

Morire il giorno dopo la fine del mondo è sopravvivere.

4. Mortoshow.
Dimenticate quello che ho scritto nel paragrafo precedente: perché va bene il garbo e l’estraniamento brechtiano delle date incise sulle lapidi, ma quando si parla di motori (nel caso specifico di carri funebri) niente frena la naturale associazione. Sì, quella. Cioè questa.

La gente si fa fotografare abbracciata alle modelle davanti ai carri da morto. Davvero. Oh, siamo a Bologna, ci sono le macchine lucide e nuove, ci sono le modelle, lucide e nuove anch’esse… Per un attimo si bara sulle bare e si pensa di essere Altrove.

5. La casa della morte.
Volete l’ennesimo indizio del fatto che non siamo un Paese laico? Provate a organizzare un funerale non religioso. Se negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in tanti altri Stati le cosiddette funeral houses sono la norma, in Italia se ne parla solo da poco. Al Tanexpo c’era lo stand dedicato alla progettazione di una casa funeraria, ma era desolato più di altri. Costruito come una sorta di abitazione, sui muri presentava delle scritte come “Perché la casa funeraria?” e altre, più motivazionali, che hanno convinto subito il mio sodale.

Tuono Pettinato è un professionista esigente, che sa quello che vuole.

6. Second Death.
Potevano i nuovi media non essere presenti alla Fiera dell’arte funeraria? Quello delle onoranze funebri, l’avete capito, è un mondo a sé, quindi si direbbe un altro mondo, con tutte le sue caratteristiche, compresa una televisione via web. FunerTv è un incrocio tra YouTube e una sorta di televisione informativa on demand, con la possibilità di avere pubblicità e notizie. Il palinsesto è un bel po’ scarno, ma c’è tutto il tempo del mondo perché il servizio ingrani…
TheyShine, invece, è davvero incredibile: installate il plugin richiesto e iniziate a esplorare questo cimitero virtuale nel quale ci si muove come nei videogiochi, “in terza persona” e usando le frecce direzionali. Per correre tra vialetti e salici piangenti, basta premere anche shift. Sì, come nei videogiochi, ve l’ho detto. Per ora le tombe virtuali sono più difficili da trovare degli oggetti magici di un’avventura fantasy, ma prima, mentre mi facevo una passeggiatina circondato dal rumore del vento e dal cinguettio degli uccelli, ha cominciato a piovere. Proprio non poteva andare peggio…

Papere volanti in cimiteri virtuali!

7. Toccare la morte con mano.
Al netto di ogni ironia, care lettrici e cari lettori, avere a che fare con la morte è difficile, da ogni punto di vista. Perché, per esempio, potete immaginarvi come non tutti muoiano sereni nel proprio letto. Le mie reazioni a tavoli autoptici, tutone sanitarie con tanto di maschere antigas, nonché manichini pronti per una dimostrazione di tanatoestetica, mi hanno fatto capire che, più della morte, mi fa impressione il dolore e la violenza. Eppure c’è chi, per lavoro, ricompone, pulisce, veste e trucca i morti. Per non parlare di chi ha sempre come clienti  persone quanto meno provate emotivamente. Scopriamo quindi che proprio a Bologna c’è la Scuola Superiore di Formazione Funeraria, dove si insegna tutto ciò che c’è da sapere sul postmortem. Io e Tuono rimaniamo per un po’ nel grande stand dove, insieme alla postazione della rivista di settore Oltre, e a maschere-modello per ricomposizione e trucco, ci sono anche delle specie di workshop, incontri e laboratori a tema. Captiamo alcuni discorsi: una signora spiega a delle persone sedute in circolo quando usare la parola “corpo” o “cadavere”, un uomo conclude la sua esposizione sulle procedure estetiche dedicandola (coerentemente) a una persona vittima di un recente incidente stradale. Anche qui c’è un po’ di noia, ma questa sensazione è mischiata con l’impegno e un senso di dedizione. È proprio vero che gli esami non finiscono (quasi) mai.

Materiali didattici.

8. Morte di famiglia
Volete sapere qual è stata una delle cose più bizzarre viste al Tanexpo? Voi direte le bare-portachiavi, i portacioccolatini a forma di cassa d’abete, i carri funebri-penna USB, o le urne a forma di pallone da calcio con i colori della squadra del cuore. No. Tuono e io ci siamo stupiti tantissimo della presenza di bambini che, annoiati come a una qualsiasi fiera, si aggiravano insieme ai genitori tra gli stand bolognesi, anelando alla promessa Coca-Cola e gelato. Chi saranno?, ci siamo chiesti. Probabilmente i figli degli impresari funebri, ci siamo risposti. Ma perché portarli a una fiera del genere? Forse, però, è bene che i piccini relativizzino la morte non solo attraverso le sue rappresentazioni, come si fa da millenni, ma anche mostrandone il lato più commerciale e concreto. Soprattutto se tuo padre, davanti al parco-bare della ditta di famiglia, ti ha detto: “Un giorno tutte queste saranno tue. Tranne quella bella, laggiù.”

9. La bara? È solo l’inizio (della fine).
Quando si pensa a dove si finirà quando moriremo, si pensa a una bara, di solito. Già, una bara. Sembra facile. Già, perché scegliere forma, dimensione, eventuali decorazioni, colore e tipo di legno è solo l’inizio. C’è l’imbottitura, il velo, il cuscino, il tipo di zincatura. E poi le decorazioni con croci, pomelli, maniglie, fregi. E il morto dev’essere vestito e, come si è detto, lavato e refrigerato, eventualmente. E poi ci sono i manifesti funebri, ma volendo anche le cartoline, le affiches, i biglietti, i drappi, le coccarde, gli striscioni, i fiori. E quindi, lapidaria alla fine di questo percorso, c’è la lapide e le mille possibilità che le moderne tecnologie possono combinare con una lastra di marmo. Alla fine della scoperta della filiera funebre, sempre più forte è in me la volontà di essere cremato e di avere le ceneri sparse da qualche parte. Con tutto il rispetto per chi campa di affari condotti in questo campo e in quello santo.

L'imbarazzo (della scelta).

10. Eros (conclusioni)
Non è la prima volta che visito una fiera a Bologna, ma per la prima volta mi vedo consegnare da due ragazze piuttosto appariscenti, appena fuori dall’uscita, i biglietti di un night club per scambisti in zona Stazione. L’associazione è immediata: sesso e morte, le due cose in cui dice di credere Woody Allen ne Il dormiglione e, diciamolo, due paletti che sono ben presenti nelle nostre vite. Non capisco se si tratti dell’ennesima forma di normalizzazione del tema dell’esposizione: mi immagino rappresentanti stanchi, dopo una giornata a parlare di tombe, urne e pratiche funerarie, che si rifugiano in un locale a tema erotico. Me li immagino buttati su un divanetto, mentre sorseggiano spumante pessimo pagato moltissimo, e occhieggiano le ragazze che camminano o ballano intorno a loro. Pensano a come è andata la giornata e forse si chiedono come mai hanno scelto quel lavoro, che magari li soddisfa, ma accidenti quanto è duro. Ecco che si avvicina una ragazza: sorride e il nostro rappresentante, un po’ per la stanchezza, un po’ per stare al gioco, finge che quel sorriso sia spontaneo e non una divisa. Forse perché è lo stesso che sfodera lui quando lei gli chiede che mestiere fa e come mai si trova in città.

Aggiornamento: il post (mortem) di Tuono Pettinato.

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Il riposo del guerriero

Torno, dopo due settimane, per comunicare una grande verità, riassumibile in tre parole: si-può-fare.
Certo, non è facile. Bisogna insistere, non arrendersi e mai pensare di gettare le armi. Suderete, sentirete i vostri denti stridere e vi sveglierete d’improvviso la notte. Per non parlare dei contatti diretti obbligatori al fine di perseguire il difficile scopo.

Una decina di e-mail, in replica a messaggi scritti automaticamente da un uomo o umanamente da un robot, ancora non so. Le telefonate a pagamento, in cui l’elenco dei costi costa perché lento, lentissimo, letto con accuratezza, dando il giusto valore (diversi centesimi) a ogni parola. E costano i “seleziona uno se vuoi…”, per non parlare degli infiniti “al momento i nostri operatori sono tutti occupati”, una litania che si è conclusa una prima volta con l’invito a mandare una mail e la seconda con una sorta di “ritenta, sarai più fortunato”, che non sentivo dai tempi dei concorsi sotto la linguetta delle lattine.

Ci vogliono fegato, costanza, coraggio, testardaggine. Ma si-può-fare.
Torno, dopo due settimane, per comunicarvi che sono riuscito ad avere un rimborso da una società di coupon.
Ora vado a riposarmi.

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La gommapane

Ho fatto un sogno confuso, qualche notte fa, di cui mi è rimasta solo un’immagine: quella della gommapane.
Esiste ancora, la gommapane? Si usa tuttora nelle scuole?
La prima volta che la vidi ero alle medie: l’aveva portata il compagno di classe ripetente, quello che ne sapeva di più della vita; d’altro canto fumava sigarette e aveva sempre un nugolo di ragazzine intorno… La tirò fuori durante una lezione di disegno. Il prof. B., uno dei maggiori responsabili della mia totale incapacità di raffigurare alcunché con un foglio e una matita, parlava come sempre della maledizione delle Piramidi, di folletti e della prospettiva centrale (poi uno si meraviglia se non ho mai imparato a disegnare altro se non un folletto maledetto in prospettiva centrale, appunto): il mio compagno di classe estrasse dalla tasca una specie di pasta biancastra e la iniziò a modellare con le mani, attirando subito l’attenzione del resto della classe. Presto anche il prof. B. si accorse che c’era qualcosa che turbava i suoi racconti: si voltò verso il ragazzino e gli disse qualcosa che non avremmo mai creduto di sentire: “Quella non ti serve ora. Metila [con una t] via.”

I cervelli ormonati di una ventina di dodicenni compirono alcuni sgraziati passaggi logici grazie a provvidenziali quanto fortuite connessioni sinaptiche:
1. quella cosa era un oggetto conosciuto;
2. quella cosa serviva a qualcosa;
3. qualcosa era probabilmente legato al disegno.

Qualcuno si spinse più in là e pensò a una piramide fatta solo di… già, come si chiamava quella cosa?
“Gommapane”, disse il compagno di classe. E qui è il mio di cervello che fa strani scherzi, perché ogni volta che sento l’espressione “gomma pane” penso all’odore plastico e un po’ schifoso di quel giocattolo legittimato dal castrante sistema scolastico patrio. La odorai di certo, quel giorno, la gommapane, con i sensi aperti dalla seconda metà della parola, pronti a ricevere aromi di grano e forni. E inoltre riuscii, dopo disperati tentativi a toccarla e a giocarci. Il giorno dopo qualcuno in classe aveva la sua gommapane, e quella seconda media era già divisa in chi ce l’aveva e chi no. Sapevo di desiderarne anche io tanto quanto era impossibile che i miei me la comprassero, se non convinti da un preciso ordine del corpo docenti. Ma sembrava che non fosse ancora il momento di usarla: il prof. B. continuava imperterrito nel suo spiegarci il folklore esoterico-egizio. Tuttavia, proporzionalmente ai richiami dei docenti nei nostri confronti crescevano le capacità di modellazione della classe. C’erano molti pupazzi di gommapane, ma anche diverse palline: riuscire a fare una vera pallina di gommapane (qualcosa che rimbalzasse davvero, non che si accasciasse dopo un singulto sul pavimento di linoleum) richiedeva ore e ore di passaggi della palletta tra le mani. Alla fine diventava una sfera abbastanza dura e tonda da regalare soddisfazioni sulla fòrmica del banco (improvvisato campo da gioco) o anche sul pavimento della classe nelle ore di ricreazione.
Fatto sta che io non avevo una gommapane e non potevo neanche spiegare il motivo del necessario acquisto ai miei: tutto quello che la gommapane faceva su un foglio da disegno era sporcarlo. Eppure, secondo un altro compagno di classe, figlio di geometra, la gommapane doveva servire a pulire il foglio da eventuali residui di grafite. Niente: gommapane più foglio di carta dava sempre come risultato un bianco molto sporco, con il grigio che passava dalla mano zozza, alla gomma, al foglio fino a che il formarsi di un grigiolino uniforme decretava l’avvenuto processo osmotico.

La moda della gommapane passò, ma si ripresentò in forma “postmoderna” (ripensata, ri-intellettualizzata e un po’ cazzona) alle scuole superiori. Lì, con la tipica sfacciataggine adolescenziale, qualcuno la portò in classe e il giorno dopo ce l’avevano tutti. Ma qualcosa era cambiato: nessuno pensava alla gommapane se non come a una versione sdoganata dalla scuola del Pongo. Una volta, ricordo, qualcuno durante l’ora di disegno tentò di usarla per rimediare a un’impronta digitale o qualcosa del genere lasciata su un foglio. Guardammo il nostro compagno strabuzzando gli occhi, come se stesse tentando di prendere appunti usando una stecca di cioccolato. Prima che la sua impronta digitale diventasse il centro di un banco di nebbia insondabile il compagno di classe venne salvato da qualcosa che gli rimbalzò in testa, poi sul banco, quindi per terra e infine rotolò fino alla cattedra. Stupefatto, lui prese la gommapane che stava per usare, la strinse nel pugno e, lentamente e inesorabilmente, cominciò a lavorarla.

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Novità

È un periodo denso, stancante e stimolante, questo che sto vivendo. La radio ha completato finalmente il suo trasloco e oggi, mentre risistemavo i ferri del mestiere, mi sentivo quasi euforico: la nostalgia, come talvolta mi accade, è stata fulmineamente affiancata e superata dall’entusiasmo per il nuovo.

Ieri è stata pubblicata l’intervista che mi ha fatto Tommaso Colliva (il “quinto uomo” dei Calibro 35, tanto per dire una delle mille cose che fa) sul suo blog Sopravvivenza Musicale: considerando che per mestiere le domande le pongo, rispondere a qualcuna è stata una novità davvero divertente e, permettetemelo, soddisfacente.

C’è anche una terza novità, che però mi destabilizza: avendo cambiato luogo di lavoro, devono mutare le mie abitudini di spesa alimentare. Devo, insomma, trovare un altro supermercato: tutti pensano che trovarne uno di buona qualità e prezzi decenti nel centro di Bologna sia impossibile. Mica vero: ne esiste uno. L’indirizzo esatto è inciso alla base del Sacro Graal. Mi metto alla ricerca.

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So long, Berretta Rossa

Some Rights Reserved to Alessio Bragadini (http://www.flickr.com/photos/abragad)Mi piacerebbe ricordarmi quando ho messo piede per la prima volta negli studi che la radio abbandona in questi giorni: avrei potuto farlo, se tenessi un diario. Non avrei mai potuto, invece, sapere quante ore ho passato in quegli studi e uffici, dal 2001 a oggi, nello studio di regia, davanti a un computer, sui gradini dell’entrata, nelle altre stanze della sede di Radio Città del Capo. Ma se dovessi calcolare quanto tempo abbia passato in quella “casa” rispetto alle case che ho vissuto in trentatrè anni (e passa) di vita, sono certo che “Berretta Rossa” si posizionerebbe ai primi posti di quest’inutile e immaginaria classifica.

Mi ricordo di quando hanno sbagliato grossolanamente il nome della via, delle notti passate a trasmettere Monolocane e delle maratone dei “morti viventi”, quando stare là era davvero come stare a casa. Mi ricordo di avere pianto, brevemente e violentemente, in un giorno tremendo di agosto e di avere riso a crepapelle (talvolta anche a microfoni accesi) innumerevoli volte. In via Berretta Rossa, quella che è quasi a forma di H, quella che è erronamente segnalata su alcune mappe e navigatori da far perdere nella periferia bolognese più di una band attesa per un live a Maps, ho litigato un paio di volte e mi sono formato dal punto di vista lavorativo. Ho conosciuto amori e amici, là, e ho bevuto centinaia di caffè della macchinetta.

Oggi pomeriggio trasmetto per l’ultima volta dagli studi di via Berretta Rossa: Radio Città del Capo si trasferisce altrove, in un posto che è in tutto e per tutto assai migliore di quello dov’è stata finora; ma, per oggi e oggi solamente, mi permetterò un briciolo di malinconia. Non preoccupatevi, non trasparirà dall’onda, sarebbe poco professionale: quelle mura che, in fin dei conti, mi hanno visto crescere, si meritano per l’ultima volta il meglio di me.

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Lui balla da solo

Le persone all’ingresso del locale sono gentili e lui entra, lasciandosi il gelo della sera alle spalle. In una mano un mazzo talmente infreddolito di rose che neanche lui ha il coraggio di guardarle, figuriamoci di venderle. Ma non si sa mai. Non ha fatto un euro quando credeva di ricavare qualcosa e si è trovato sulla strada di casa leggero, senza quasi più niente da vendere in giornate iniziate malissimo.
Il tepore di quel luogo lo abbraccia talmente stretto da farlo sorridere. E poi c’è un gruppo che suona. Non uno dei suoi che sì, bravi, i concerti del sabato pomeriggio, tutti a cantare le stesse canzoni, e c’è sempre quello che piange, però che palle. No, uno che fa musica tosta, rock. Però che strano: non c’è il cantante.
Viene quasi attratto dal palco, o forse dalla gente più fitta che è insieme fonte di calore e di guadagno, in quel momento. Ma in quello che fa c’è un misto di irrazionalità e abitudine che quasi lo stordisce. Sono tutti ovviamente rivolti verso il palco, come potrebbe mai pensare che qualcuno lo degni di uno sguardo? Non si girerebbe neanche lui per nulla al mondo, anzi: non lo fa proprio. Procede e, comunque, accompagna gesti a parole: “Amico, una rosa?”, o mostra svogliato la mano con gli accendini e i giocattoli.
La batteria incalza e gli ribatte dentro che sembra di essere al cinema e si trova nelle prime file proprio quando inizia a essere investito dal  basso perfettamente allineato al bagliore che proviene pulsante da un faro in alto. Solleva le braccia un po’, per mostrare rose e giocattoli, ma quando nessuno sguardo lo accoglie, decide di lasciarle sollevate e si accorge di ballare. La luce lo stordisce ed è insieme agli altri, da solo, per la prima volta.
Decide quindi di dare la sua parte: si ferma, mette la mano tra i capelli, preme un interruttore e le orecchie di Minnie che ha in testa si accendono. Mentre quelli intorno sono avvolti da un’intermittenza di tonalità fluorescenti che provengono dal cerchietto che indossa, lui balla, finalmente senza pensieri.

Al centro le orecchie di Minnie, sul palco del Locomotiv i Ronin (Bologna, 30.01.2011)

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Martini on the Snow

23 febbraio 2005 - No, non è concettuale L’altro giorno una ragazza che conosco ha scritto su Facebook “Il prossimo che dice “che bella la neve” senza avere la minima idea di cosa voglia dire uscire per andare a lavorare, lo spacco a forza di ginocchiate in bocca.”
Ecco, sono molto d’accordo con questa ragazza. Non mi va di soffermarmi e dibattere sul fatto se l’Italia, la Regione, Bologna, il mio quartiere siano efficienti o meno nel gestire l’ennesima “emergenza” (quand’è che non c’è un’emergenza? Ecco un altro termine che dovrei trattare in un post di The Word). Fare le cose con la neve è un casino: punto. Perché la neve è un impedimento. In questo la neve è democratica, però: fa sbandare verso i guardrail macchine grandi e piccole, fa scivolare sui marciapiedi grandi e piccini e permette di perdere qualsiasi autobus.

In questo fine settimana che inizia oggi la metà delle cose in programma in città sono state chiaramente annullate per ragioni meteorologiche, tranne il primo dei due aperitivi in piazza Maggiore che mi vedono in consolle. Penso da giorni a nuove musiche “da aperitivo” per stasera, ma con questo clima mi vengono in mente solo canzoni natalizie interpretate da crooney con la voce di velluto o veloci ragtime sui quali immaginare capitomboli. Qualcosa, però, mi inventerò: per saperne di più, andate sul sito della bella manifestazione appena inaugurata in città, Arte e Scienza in Piazza. Ci vediamo alle 19: se sentite riecheggiare Bing Crosby a Palazzo Re Enzo, cercate il dj e schiaffeggiatelo.

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