Archivi categoria: Eight Days A Week

Una leggera corrispondenza

Dopo le sciocchezze fini a se stesse, riprendiamo l’antica usanza di fare del blog un luogo di autopromozione.
Inaugura domani allo Spazio Meme di Carpi Una leggera corrispondenza. Si tratta di una mostra che unisce le foto di Giuseppe De Mattia, detto Peppino, e i miei testi. Non solo: come già è successo per alcuni dei miei racconti, a mettere la musica su queste coppie di oggetti c’è Egle Sommacal, i cui brani saranno ascoltabili attraverso un lettore mp3 e delle cuffie.

Qui trovate tutte le informazioni, ma dopo il salto potete leggere un’intervista fatta a me e Giuseppe dalla curatrice Francesca Pergreffi e un intervento critico di Pier Francesco Frillici sulla mostra. Se non riuscite a passare domani alle 19, sappiate che la mostra rimane allestita almeno per un mese.

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Martini on the Snow

23 febbraio 2005 - No, non è concettuale L’altro giorno una ragazza che conosco ha scritto su Facebook “Il prossimo che dice “che bella la neve” senza avere la minima idea di cosa voglia dire uscire per andare a lavorare, lo spacco a forza di ginocchiate in bocca.”
Ecco, sono molto d’accordo con questa ragazza. Non mi va di soffermarmi e dibattere sul fatto se l’Italia, la Regione, Bologna, il mio quartiere siano efficienti o meno nel gestire l’ennesima “emergenza” (quand’è che non c’è un’emergenza? Ecco un altro termine che dovrei trattare in un post di The Word). Fare le cose con la neve è un casino: punto. Perché la neve è un impedimento. In questo la neve è democratica, però: fa sbandare verso i guardrail macchine grandi e piccole, fa scivolare sui marciapiedi grandi e piccini e permette di perdere qualsiasi autobus.

In questo fine settimana che inizia oggi la metà delle cose in programma in città sono state chiaramente annullate per ragioni meteorologiche, tranne il primo dei due aperitivi in piazza Maggiore che mi vedono in consolle. Penso da giorni a nuove musiche “da aperitivo” per stasera, ma con questo clima mi vengono in mente solo canzoni natalizie interpretate da crooney con la voce di velluto o veloci ragtime sui quali immaginare capitomboli. Qualcosa, però, mi inventerò: per saperne di più, andate sul sito della bella manifestazione appena inaugurata in città, Arte e Scienza in Piazza. Ci vediamo alle 19: se sentite riecheggiare Bing Crosby a Palazzo Re Enzo, cercate il dj e schiaffeggiatelo.

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Grandi soddisfazioni

Conservo ancora gelosamente i primi cd-r che un musicista dagli occhi un po’ spiritati mi diede qualche anno fa. Sul primo c’è una foto ritoccata di Maurizio Merli che imbraccia un mitra. In alto a destra la scritta “Bologna Violenta”, tutto in maiuscolo, con font stencil. Con lo stesso carattere, in basso a sinistra, due iniziali, “N.M.” Molti di voi sapranno che “Bologna Violenta” è il nome d’arte di Nicola Manzan, polistrumentista veneto, che riprendendo un titolo di un poliziesco italiano mai girato, ripensa uno dei generi più estremi della musica, il grindcore (se non sapete cos’è, mica è colpa vostra: ecco che ne dice Wikipedia). A questo promo (e a un altro cd-r chiamato Il concerto) è seguito un primo disco, Il nuovissimo mondo, pubblicato due anni fa dall’appena scomparsa etichetta Bar La Muerte.

Quel primo disco Manzan è venuto a farlo da me dal vivo in radio, e proprio oggi sul sito di Maps esce l’intervista fatta al musicista a proposito dell’ultimo Utopie e piccole soddisfazioni: il suono di Bologna Violenta si apre agli archi, in una combinazione più che interessante. Lasciando perdere le utopie, comunque, è una grande soddisfazione per me unire un party di Maps alla presentazione ufficiale del nuovo disco di Manzan. Dopo il suo concerto, preceduto dal live degli ottimi Fast Animals and Slow Kids, ci saremo io e Alice di Urban Sherpa a farvi ballare. Il tutto domani, al Covo.
Astenersi deboli di cuore.

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Ritorno al Locomotiv

Dopo avere messo i dischi, negli ultimi mesi, al Covo e a Vicolo Bolognetti, si ritorna al Locomotiv: a prescindere dall’impegno, ci sarei tornato lo stesso, visto che domani sera per la prima volta arrivano in città (e saranno ospiti a Maps) i Pinback, una di quelle band che fanno bei dischi, piacciono, ma mica hanno sfondato. Forse sarà l’occasione per ascoltare qualche brano dall’imminente prossimo disco. In ogni caso, dopo il concerto, torno nella splendida “casetta del dj” del club di via Serlio per aprire le danze.

Orsù, siateci: ne vale la pena (per la band, sia mai).

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Anniversari

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Cosa resterà di questi anni ’80

Quando ISBN Edizioni mi ha mandato Player One, il romanzo d’esordio di Ernest Cline (supernerd, sceneggiatore di Fanboys, campione di slam poetry e possessore di una DeLorean), mi sono preoccupato: come possono pensare che legga seicento e passa pagine di libro in pochi giorni, in tempo per presentarlo a Bologna? La preoccupazione è svanita nel momento in cui l’ho aperto: le pagine sono volate, non appena ho conosciuto il protagonista del romanzo, Wade, un nerd appena maggiorenne che, come la maggior parte degli abitanti della Terra tra una trentina d’anni, vive per lo più collegato a OASIS, una simulazione di realtà (dove si gioca, si studia, si fa sesso, si va a scuola, si ammazza, si muore) ideata da un geniale incrocio tra Wozniac e Jobs, James Halliday. Quando il creatore di OASIS, unica speranza – per quanto fittizia – di un pianeta ridotto al lumicino, muore, indice la caccia al tesoro più grande della storia: chi troverà l’Easter Egg nascosto in OASIS (un universo fatto di migliaia di pianeti) erediterà il sistema stesso e le fortune del suo creatore. Inizia quindi una sfida per lo più incentrata su quiz, giochi e prove legate all’immaginario pop anni ’80, con richiami continui a musiche, film, e – ovviamente – giochi (per computer e non) di quella decade.
Della trama non vi racconto nulla di più (ci penserà il film che ne verrà tratto a rovinare tutto), ma del libro è bene parlare un po’: raramente un romanzo mi ha così immediatamente preso e divertito. Le pagine si divorano, si sorride spesso e, sebbene dopo la metà il ritmo si ingolfi un po’ e il finale sia alquanto prevedibile, leggere Player One è uno spasso. Soprattutto per chi, come me, ha vissuto da ragazzino gli anni ’80, è cresciuto con i vari Goonies, Wargames e Indiana Jones, sebbene io non sia stato un uguale appassionato di giochi di ruolo e videogame. Per Wade gli anni ’80 sono un’epoca esotica, che lui e i suoi sodali Gunter (Egg Hunter, cioè cacciatori di “uova”, coinvolti nella gara globale al centro del romanzo) conoscono attraverso musiche, videoclip, serie televisive e videogame. Per Halliday gli anni ’80 sono la giovinezza. Due modi di mitizzare un periodo storico. Proprio dal punto di vista storico, però, gli anni ’80 (come dice giustamente Matteo Bittanti) sono l’ultimo momento in cui i nerd sono stati emarginati: infatti viviamo oggi in un mondo dominato da nerd e geek, dove smanettoni e fan accaniti (di qualsiasi cosa) sono posizionati ben in alto nella scala sociale. Venticinque anni fa, rincoglioniti dal lato più luccicante della decade in questione, non l’avrebbe detto nessuno.
In Player One, dunque, gli anni ’80 sono il riferimento principale, tuttavia si sfora anche più indietro nel tempo, quando si citano serie giapponesi degli anni ’50, ma raramente più avanti: nel romanzo non compare alcun riferimento a qualcosa che sia stato creato oltre il ventesimo secolo. Perché? Forse perché negli ultimi anni, come dice Simon Reynolds in Retromania, viviamo in un continuo richiamo a ciò che è stato, senza effettivamente fare?
E perché, nonostante il finale conciliante, nessuno fa una mossa per operare nel mondo reale, che tra crisi energetiche e degli alloggi, povertà e violenza, di una mano avrebbe anche bisogno? C’è un lato criticabile nella cultura nerd: come in tutte le sottoculture il nerd è autoreferenziale ma, soprattutto, vive nel suo mondo (o, come direbbe l’amico C., “è felicemente prigioniero del suo immaginario”). Facendo un balzo di lato, forse neanche troppo composto, ci si chiede se uno dei lati negativi della cultura nerd sia quello di avere contribuito a ridurre le persone alla clausura volontaria, al non uscire di casa e affrontare il mondo: quando leggo delle rivolte arabe (e oplà, atterraggio maldestro) penso che la reale differenza tra i giovani italiani, europei e statunitensi e quelli dei Paesi che stanno provando a fare qualcosa è che i ragazzi egiziani, tunisini e algerini non hanno armi di distrazione e, soprattutto, abbiano prime necessità da conquistare. Quando non si ha da mangiare, si capisce, risolvere uno schema di PacMan o finire l’ennesima stagione di una serie TV è cosa di ben poco conto.
Eppure, nel mondo reale immaginato da Ernest Cline, Wade e i suoi amici fanno pochissimo: sì, una delle protagoniste, Art3mis, dice che vorrebbe dare i soldi del premio alla popolazione del globo per risollevarlo dallo stato in cui si trova, ma la cosa suona come un segno di spunta alla voce “impegno sociale”. Insomma, non vorrei che ci fossimo già dentro la Terra preconizzata da Cline: per ora, di OASIS qua non c’è traccia.

Ernest Cline sarà mio ospite a Maps domani pomeriggio e domani sera, insieme a Luigi Bernardi, presenteremo Player One a Modo Infoshop, a Bologna.

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Uno ogni tre giorni

Novembre è spesso un mese di grandi concerti: sarà che il ritmo impacciato dell’inizio della stagione è lontano esattamente quanto la pausa natalizia, ma da venerdì alla fine del mese saranno ben nove i concertini che il tenutario del blog andrà a vedere.
Dagli amici A Classic Education alla curiosità per EMA, dal minimalismo scarnificato di Josh T. Pearson alle sonorità danzerecce dei Junior Boys, dalle grandi aspettative per gli Horrors alla quasi certezza dei Fleet Foxes, dallo struggente desiderio di rivedere John Grant all'”oh, finalmente” dei Pinback. Ah, già: c’è anche Paul McCartney.

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