Archivi del mese: giugno 2012

“Ora so chi sono”: intervista a John Grant (novembre 2011)

John Grant

John Grant rimarrà per sempre associato a una mia grande dimenticanza: ancora oggi mi pento nel non avere preso in considerazione il suo Queen of Denmark a sufficienza, quando uscì. L’ho recuperato dopo, poco prima dello splendido concerto nella chiesa di Castenaso dell’aprile 2011. Da quel momento in poi, però, il disco e i ricordi di quel live mi sono rimasti in testa. Nel novembre del 2011 Grant è tornato a esibirsi in Italia, e ho avuto la possibilità di intervistarlo poco prima della sua data bolognese, insieme a LessTv, che ha fornito l’audio dell’intervista che state per leggere.

Grant mi accoglie disteso sul divano del camerino del Covo: indossa pantaloni e maglietta, e così andrà sul palco poche ore dopo. Sorride, è cordiale. Si scusa per la posizione, ma chiede di rimanere così. Io allora mi accomodo su una sedia all’altezza delle sue spalle e insieme sembriamo un quadretto “paziente-analista”. L’immagine non è peregrina, perché ancor prima che inizi a porre una domanda è lui che inizia a parlare.

“Non mi trovo a mio agio con la gente ricca”, confessa, “forse perché sono di estrazione bassa… o loro credono che lo sia.” Come molte delle frasi pronunciate dal cantante, anche questa è tanto sincera quanto pervasa di ironia: la profonda intelligenza e sensibilità dell’ex-Czars si manifestano in ogni sua espressione. “Sono stato in una scuola di ragazzi ricchi ed erano orribili: erano il male.”

Che mi dici di quando ti sei trovato in situazioni simili, anche di recente, quando hai vinto dei premi?
Non mi dà più fastidio, perché ora so meglio chi sono. Non che sia questo grande affare, ma… Adesso riesco a pensare più logicamente a tutto questo, e capisco che sono solo persone.

Parli spesso di un “ora”: a cosa si contrappone? Cosa c’era nel passato?
In realtà c’è stato un processo graduale negli anni, più che un “adesso” e “prima”. Ho superato la “questione dei ricchi” intorno ai trent’anni. Anche quando vivevo in Germania ero in mezzo ai ricchi, perché uscivo con molti studenti della facoltà di Legge, le cui famiglie erano sfacciatamente ricche. Andavo spesso in queste loro case e non avevo un bel vestito da mettermi. Questo mi metteva a disagio. Non avevo soldi per un vestito, quindi andavo in jeans e camicie scadenti. (fa una lunga pausa per pensare) Credo di avere cominciato a superare tutto questo una decina di anni fa, quando ho smesso con alcol e droghe per diventare sobrio. È stato più di sette anni fa.

Questa partizione è legata direttamente alle tue due fasi musicali?
Sicuramente. Quando ero negli Czars non riuscivo a esprimere vocalmente quello che stavo passando. Non sapevo dirlo a parole. (fa una pausa) Non credo di averci mai pensato prima d’ora, ma probabilmente è stato più facile parlare di me stesso apertamente da quando è morta mia madre. Perché penso che se mia madre fosse viva e ascoltasse il disco (Queen of Denmark, ndr) si arrabbierebbe molto. Non ci avevo mai pensato prima, mi è venuto ora. Non so se sia veramente così, sto pensando a voce alta. Mia madre è morta nel ’95 e noi avevamo appena iniziato. Abbiamo continuato per dieci anni. Davvero troppo…

In molte interviste sei apparso sicuro e tagliente nel giudicare il lavoro fatto con la band. Ma quanto del John Grant musicista, che suonava con gli Czars, c’è in colui che ha fatto Queen of Denmark?
La domanda è interessante. Diciamo che ora mi sento di più me stesso. Ero io anche quando suonavo negli Czars, ma era un periodo duro, bevevo molto… Non volevo avere a che fare con alcunché di serio, con il fatto che stessi crescendo o con la mia confusione sessuale. Quindi ho bevuto, mi sono fatto, ho scopato chiunque potessi avere a tiro, ho vissuto in maniera promiscua per dimenticare. Quindi, tornando alla domanda: ero lì, ma ero coperto da un sacco di merda. Sono la stessa persona, ma non ho più paura di essere me stesso: è più facile esserlo, per quello che so di me. Ammettiamolo: non posso sapere chi sono fino in fondo, ma ora ne ho un’idea migliore. Ripensare a quel periodo mi mette a disagio, perché è stato un momento doloroso.

Pensi che sia stato necessario attraversare quel periodo per conoscerti meglio?
Non so… Quel periodo è stato pura evasione, distrazione, non sapevo cosa stavo facendo. Quando mia madre morì, fu un brutto colpo, ma ero egoista: usai la morte di mia madre per attirare attenzione, per me stesso. E anche questo pensiero è doloroso, perché vuol dire che non in quel momento non stavo realmente pensando a ciò che stava accadendo, a mia madre e alla sua morte, forse perché era troppo difficile. Comunque credo che elaborare quel periodo, parlarne, possa aiutarmi a comprendermi di più: tuttavia non so se ne sono completamente uscito. Quando mi stabilisco da qualche parte cerco subito un analista: è più facile parlare con un medico che annoiare a morte i tuoi amici, fino a farli dire “Non ce la faccio più, va’ in analisi”! (ride) C’è anche da dire che prendo antidepressivi da diciott’anni. Un po’ alla volta sto smettendo con tutte le medicine per la depressione, ma continuo a prenderne una, la più forte. È difficile smetterla perché ti fotte il cervello, quando non la assumi più: bisogna farlo quindi molto molto gradualmente. Sto andando da un dottore e insieme vogliamo cercare di capire chi sia, senza medicine. Le prendo da vent’anni, ma non ho mai avuto a che fare prima con un dottore che mi aiuti a comprendere il perché le prendo. Faccio queste cure da anni senza che nessuno controlli davvero i risultati ottenuti. Forse non so nemmeno cosa succede nella mia testa, e una volta che smetterò di prendere quest’ultima medicina saprò davvero chi sono. Non so che succederà, davvero: sarà interessante.

Queen of Denmark è molto autobiografico. Nei tuoi prossimi lavori continuerai su questa linea o il disco precedente è un romanzo a cui è stata posta la parola “fine”?
No, continuerò su quella strada. Nel nuovo disco ci saranno parti autobiografiche, nuovi stimoli e molta rabbia. Ci saranno molti “vaffanculo”, come in “Queen of Denmark”, ma anche più ironia; rabbia mista allo humor. Credo che solo dopo il prossimo disco potrò pensare ad altre cose, altre storie. Mi piacerebbe cantare in lingue diverse, e quindi potrei fare un disco sui posti dove sono stato: l’Italia, l’Islanda, la Svezia, la Danimarca… Amo la Scandinavia, ma l’Italia e la Spagna hanno qualcosa in più, perché ho passato molta della mia vita al buio, lontano dal sole e dalla luce. L’Italia è davvero un posto diverso, per questo motivo, dai Paesi del nord. C’è un modo diverso di vivere. Ancora non capisco bene l’italiano, perché ho passato qui troppo poco tempo, ma voglio impararlo. E poi c’è una bellezza tale che la mente difficilmente la comprende. Mi chiedo cosa voglia dire essere italiano, perché ho paura che avendo tutta questa bellezza intorno, qualsiasi altro Paese che visitiate sia poca cosa per voi. Oggi pomeriggio pensavo a Monica Bellucci, senza motivo, e mi chiedevo perché abbia dovuto lasciare Roma per Los Angeles: ho pensato però che Roma dev’essere una città difficile da vivere. Ho vissuto anche in campagna, nel Devon: stavo da solo in un piccolo cottage. Scrivevo, passeggiavo, guardavo film e programmi televisivi, studiavo lingue, le grammatiche: ho bisogno di cose come queste, ma anche della gente. La mia vita è in un momento di totale fluttuazione: non ho un posto mio dove vivere da due anni. Sono stato da amici, senza avere un luogo dove mettere i miei libri. Ho libri a Berlino, a Göteborg, a Londra, in Texas, in Colorado, a New York… Ho bisogno di un posto tutto mio dove tenere le mie cose. Negli ultimi due anni, con Queen of Denmark, la mia vita è cambiata completamente. E continuerà così, perché inizierò a registrare il mio nuovo disco alla fine di gennaio (2012, ndr) e si ricomincerà.

Qual è il tuo rapporto tra la tua nazionalità d’origine e tutti gli elementi prettamente americani di Queen of Denmark e le tante culture che hai studiato attraverso le lingue e i Paesi in cui hai vissuto?
Sono contento che tu mi abbia posto questa domanda, perché ti devo dire che amo essere americano e lo sono molto. Proprio il conoscere altri posti mi ha messo a mio agio con il fatto di essere americano. Quando ho lasciato il Paese, a diciannove anni, non ne potevo più: era difficile essere gay negli USA, e andando in Europa ho pensato che sarebbe stato più facile. Be’, non lo è, non lo è per niente. Anzi, in alcuni Paesi è anche peggio, e l’Italia credo che rientri tra questi. In Russia è peggio ancora. Comunque: quando cresci, ti viene insegnato che gli Stati Uniti sono il posto migliore dove vivere, ma appena ho messo piede in Germania sono rimasto assai colpito dalla bellezza, dalla storia, dalla lingua, dalla gente… Ci sono tantissimi posti dove si può essere felici e vivere bene, e questa per me è stata una grande scoperta. Non sono antiamericano: amo gli Stati Uniti, è bello viverci, c’è un clima rilassato ed è più facile fare quello che vuoi. In alcuni Paesi europei si sente molto il peso della tradizione sul futuro dei giovani: in Germania se vuoi frequentare il Gymnasium devi deciderlo molto prima. La direzione da prendere si stabilisce in giovane età, e credo che sia difficile per molti. Tuttavia ci sono moltissime cose che odio degli Stati Uniti. La politica è disgustosa, il sistema sanitario è vergognoso: ci dicono che sia il Paese più bello dove vivere, eppure non si prende cura della sua gente. Ci sono mendicanti e senzatetto a ogni angolo: è triste. Insomma, ci sono cose orribile ovunque. Londra, Londra sì che è dura. Cazzo, c’è dolore, povertà, una gioventù distrutta… Ci sono estremi di bellezza e disperazione: molte delle persone migliori che conosco vengono da lì, ma Londra è un casino, peggio di New York. Ho vissuto anche a New York, per tre anni, ma Londra è più brutale, è gigante, ti sfianca. Comunque, tornando alla tua domanda: sono contento di essere americano, ma non sono sposato agli Stati Uniti. Non mi piace il patriottismo, perché spesso è solo un altro modo per dire nazionalismo, per dire “Il mio Paese non sbaglia mai”, il che è ridicolo. Sono orgoglioso di essere americano, ma amo anche altri posti, parlare altre lingue, vedere altre bellezze… Sono nato per andare in giro per il mondo.

L’ultima domanda è banale: ci dici i tuoi cinque dischi dell’isola deserta?
Odio questo tipo di domande, perché sono difficili, ma in fondo mi divertono. Credo che mi porterei un disco di musica classica, gli Studi per Piano di Chopin. Stella degli Yello. E poi Touch degli Eurythmics, quello con “Here Comes the Rain Again”; Voulez-Vous degli Abba e i Kraftwerk, con The Man Machine.

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Gomito – Due Madonne

L’altra sera ero in anticipo per il concerto all’Estragon e ho deciso di non premere il pulsante per fermarmi al Parco Nord. Ho proseguito. Se si prende il 25 verso il capolinea “Gomito” e si passa il Parco Nord, si arriva al carcere, “la Dozza”, come viene chiamato. Alla fermata dell’autobus del carcere sono salite dieci persone: tutti maschi, per lo più nordafricani dall’aspetto e dal linguaggio. Ho pensato che per queste persone l’inizio del ritorno alla vita normale (per così dire) avveniva con l’emblema della quotidianità per milioni di persone nel mondo: il mezzo pubblico. Il 25 a Bologna parte dalla zona del carcere, passa dalla Stazione Centrale e prosegue attraversando il centro città, per arrivare alla periferia orientale e concludere infine la sua corsa toccando nuovamente la tangenziale: la linea descrive una sorta di “L”, la cui stanghetta orizzontale è parallela alla via Emilia.

Sono riuscito solo a scorgere i volti degli uomini saliti sul bus prima che superassero il posto dov’ero seduto e si sistemassero sui sedili: tuttavia in quel breve attimo in cui ho visto le loro facce, ho notato in esse uno strano misto di cattiveria, terrore e stanchezza. Nessun sorriso. Alcuni parlavano animatamente tra loro. Il vocio, però, si è spento presto: non mi sono girato, ma li ho immaginati tutti a guardare fuori dai finestrini una periferia che si accollava la responsabilità di essere il primo contatto con il mondo fuori dopo giorni, settimane, mesi o anni, chissà.

Dopo qualche minuto di silenzio, però, si è levata una voce. Un uomo stava parlando al telefono, in italiano, ma con accento straniero.
“Pronto!
E chi vuoi che sia? Non mi riconosci neanche? Sono tuo marito!
Sì, sì. Sono sul 25.
Sono uscito, sì, e sono sul 25.
Non piangere! Con chi sei?
Ah, è lì con te? Bene! Senti, ci vediamo alla Montagnola. Vieni in macchina.
Ciao.
Sì!
Ciao.”

L’autobus, intanto, aveva fatto il giro ed era tornato dove sarei dovuto scendere una decina di minuti prima: ho premuto il pulsante, le porte si sono aperte e richiuse e il 25 è ripartito, disegnando la sua “L” fatta di strade e gente, come al solito, dalle prime ore del mattino alle ultime della notte.

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L’idraulico

Quando l’idraulico si alza da terra, dopo avere smontato il tubo di scarico del lavello, prima di pompare atmosfere su atmosfere nelle tubazioni, mi guarda. Poi mi dice: “Noi per questi interventi prendiamo 120 euro più IVA.” Fa una pausa, poi prosegue: “Però possiamo fare 80.”
Lo guardo: è grande e grosso, e sta recitando una parte messa in scena chissà quante volte, ma io non gli do la battuta giusta.
“No, no, facciamo 120 più IVA”, replico.
Lui rimane pietrificato, quanto lo sono io (dentro) dopo avere sentito il costo di quell’intervento. Il nostro stupore è diverso: io mi aspettavo uno schiaffo e mi è arrivato un pugno, lui proprio non si capacita della mia scelta.
“Va bene, no, l’ho fatto per venirti incontro”, dice, e si mette a lavorare. Suda come un matto, pompa aria nella macchina e la scarica; la sento viaggiare sul muro dietro la porta fino in bagno. È in affanno, e lo sono anche io (dentro) quando calcolo l’imposta sul costo del lavoro. Non provo empatia come farei di solito per la fatica di quell’uomo: la sto pagando carissima. Che fatichi, se così dev’essere.
Il lavello è smurato, l’idraulico e io usciamo insieme perché devo prelevare i soldi per pagarlo. Mentre camminiamo lui mi dice nuovamente che “l’ha fatto per venirmi incontro”, non è che lui si comporti così sempre.
“Dimmi la verità”, gli dico dandogli del tu, come lui fa con me. “Questa proposta la fai a tutti i tuoi clienti, vero?”
L’idraulico annuisce.
“E su dieci clienti, quanti non fanno come ho fatto io?”
Dopo un “non so”, buttato là per prendere la rincorsa, dice “nove”.
Non mi aspettavo niente di diverso. “Nove” è solo un “dieci” più cauto. “Io credo che sia giusto pagare le tasse”, dico io, facendo deglutire a vuoto l’idraulico. Sono sorpreso di me stesso: i soldi che sto per prelevare sono una cifra considerevole, seppure non enorme, mi girano le scatole, eppure continuo, serafico. “Sul mio lavoro, io le pago. Tutte”, dico.
Provocato, l’idraulico si stizzisce un po’ e inizia a raccontare di quanto lo Stato si porta viadel suo guadagno, delle more salate se paga in ritardo le rette delle scuole dei figli, e dice che spesso deve abbassare i prezzi per poter lavorare, concludendo con la difficoltà di arrivare a fine mese.
“Sono cose che capisco. Ma questo è un modo per…?” accenno io.
“Per dire che le cose non vanno bene. I nostri nonni scioperavano…”
“Lo sciopero blocca la produttività; così, invece, semplicemente non paghiamo le tasse.”
Siamo arrivati alla banca. Entro nella zona degli sportelli, mentre lui aspetta fuori. Un vecchio si arrabbia con un computer, un altro cliente dialoga con uno sportello automatico. Ora sono da solo e il sangue mi va alla testa, per tutto. È ancora là, il sangue, quando prelevo i soldi ed esco dall’edificio.
L’idraulico si è spostato di qualche metro: non è più sotto il portico, ma sul marciapiede che dà sulla strada.
“Mi è sembrato tremasse qualcosa. Il terremoto”, mi dice quasi giustificandosi, mentre conta i soldi che gli ho passato.

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